Omonime, precarie ma flessibili

luglio 26, 2007

Oggi ho scoperto che esiste anche un blog delle donne a progetto. Chissà se hanno preso spunto da questo blog a progetto (visto che i post sono pochi e il blog è stato creato da febbraio).

Anche loro lavorano in un call center, anche loro fanno salti mortali tra 2-3-4 lavori e addirittura riescono a sorridere e ironizzare sullo status di precario.
Mi ricordano qualcuno.

Share:
Technorati icon


“Stop alle telefonate”

giugno 15, 2007

Il Garante della privacy, con 5 provvedimenti, ha prescritto “una serie di misure affinché vengano rispettati la riservatezza e gli altri diritti degli utenti.”

Quindi non è che verranno subito fermate le telefonate anche perché, detto in questo modo (credetemi), non sarebbe più possibile nemmeno offrire il cosiddetto servizio clienti (quando per esempio avete un problema col cellulare e chiamate voi). Ricordo che in Tim (dove lavoravo), la prima cosa che dovevamo dire al cliente dopo il saluto iniziale era che “i dati personali forniti durante la chiamata sono soggetti al DL 196/03″; anche chi fa inbound, cioé chi riceve le chiamate appunto, è costretto a chiedere il nome e il numero a chi telefonava; se infatti non era il proprietario o chi parlava non conosceva l’intestatario o i dati stessi, per questione di privacy (poteva essere uno sconosciuto che si spacciava per il proprietario infatti)…doveva mettere giu e far chiamare il proprietario stesso.

Detto questo, gestori e call center dovranno:

- interrompere l’uso indebito di numeri telefonici raccolti ed utilizzati a scopi commerciali senza il previsto consenso da parte degli interessati;
- regolarizzare le banche dati informando gli utenti e ottenendo da essi lo specifico consenso all’utilizzo dei dati per scopi pubblicitari;
- informare con la massima trasparenza gli utenti anche al momento del contatto sulla provenienza dei dati e sul loro uso;
- registrare la volontà degli utenti di non essere più disturbati;
- interrompere l’utilizzo illecito di dati per attivare servizi non richiesti (segreterie, linee internet veloci); effettuare controlli sui responsabili dei trattamenti svolti presso i diversi call center.

Esatto. In genere l’operatore richiede anche al cliente se in futuro desidera essere contattato o informato su nuove promozioni, tramite chiamata o sms; se dite sì ogni tanto vi arriverà qualche sms gratuito informativo o una chiamata promozionale. Se dite no non vi arriverà un bel niente, ma poi non lamentatevi dicendo che tim/vodafone/wind “non mi regalano mai un miliardo di euro di chiamate o un milione di messaggi gratuiti”. Ovvio, non possono contattarvi. Comunque sia, il consenso scade ogni 3 o 6 mesi di solito, quindi è possibile che ogni tot.vi richiami lo stesso qualcuno per richiedervelo, così come non ve lo chiederanno se vi contatteranno due volte entro 3 o 6 mesi.

…Vi chiedete perché vi contattano praticamente tutti i giorni? Forse dovete stare più attenti (per esempio) quando vi iscrivete, usando cartoline presenti nelle riviste, a qualche concorso, inserendo il vostro numero di casa o di cellulare e autorizzando il trattamento dei dati. Stessa cosa quando vi registrate via Internet ad un provider per crearvi una casella email, ecc… Nessuno legge le informative, ci limitiamo a flaggare il tutto per fare in fretta. Nel 99% dei casi, acconsentire al trattamento dei dati, significa anche essere soggetti a ricevere offerte commerciali.

Questo per dirvi che se un giorno avete le palle girate e vi suona il telefono, non prendetevela con l’operatore. C’è già in abbondanza chi si prende gioco dei lavoratori di call center.

Share:
Technorati icon


Finto Progressista

giugno 13, 2007

vignetta di Mauro Biani del 2006; da scomunicazione.it

A quanto pare sono un finto progressista.

Prendetela come una seconda parte, o una risposta ad una vicenda che fa fare figuracce (questo sì) sia alla San Lorenzo che all’Italia.

Prima però vorrei far notare come da qualche anno in Italia fioriscano progetti. Contratti per progetti di ogni tipo: un contratto a progetto per lavorare in un call center, un contratto a progetto per pulire i cessi… Progetti che cambiano il futuro di un’azienda, concordati, da ultimare ogni mese. Dopo che sono riuscito a pulire i cessi dell’azienda infatti il mio progetto è concluso, il mese successivo ne avrò un altro per pulire i lavandini. E così via. Un contratto al mese toglie la tassa di torno.

Lavoro per anni nel call center della San Lorenzo? Perché allora non dovete assumermi? Mi avrete valutato, no? Perché ti faccio comodo come numero 600? Che diavolo di progetto devo ultimare? Rispondere eternamente alle domande dei clienti? Vendere i prodotti? Qualcuno si chiede perché questi contratti sarebbero da trasformare in assunzioni: vedete voi, chiedetevi cose come “vendo solo per una settimana, un mese…oppure sono li da 5 anni per ultimare un fantomatico progetto senza fine?”. E’ questa la flessibilità italiana nel lavoro? Ma per piacere.

La colpa, in primis, non è delle aziende, ma si sa. E’ lo Stato berlusconiano che ha fornito questa scappatoia per poter assumere personale avvantaggiandosi di notevoli sgravi fiscali e soprattutto per poter dire che i posti di lavoro aumentavano. E grazie al cavolo. Ovvio che tutti preferiscono usare la formula “cocopro”. Così siamo capaci tutti di assumere. Cavolo, le aziende italiane sanno proprio investire nel futuro e rischiare puntando sulla propria forza lavoro, valorizzandola. Poi leggo che (la San Lorenzo, ndr) “sposta i call center in Romania, paese dell’Unione Europea, dove lo schiavismo non è consentito, e dove, BTW, le persone, specie i giovani, conoscono 3 lingue “di default”, tanto per dire”. Ok, perché in Romania e non in Francia, Germania, Inghilterra…o Svizzera? Se stiamo scherzando ditemelo che così mi diverto anche io.

E poi…? Evadi il fisco per 10 milioni di euro (ti ha fatto comodo in tutti questi anni eh?), attenzione, non perché il sindacato ha di colpo deciso che in tutti questi anni lo hai effettivamente evaso (attenti alla sottigliezza), ma piuttosto perché non hai assunto uno straccio di lavoratore…e ti arrabbi con l’inps? Eh no miei cari. La proposta è in realtà al contrario: come promesso, dovresti assumere, o meglio, regolarizzare, un tot.numero di lavoratori subordinati (in quanto sottostanno a vincoli di orario, ordini di superiori, ecc…). Visto che entro il termine previsto non hai fatto un bel niente e te ne sei fregato, pensando solo ad incolpare stato e sindacato (e badate bene che con i sindacati ho il dente avvelenato) ti ricordo che in questo modo hai evaso il fisco per XXX anni. Quindi non è che lo Stato ti costringe a metterti d’accordo per non pagare, ma semplicemente ti viene in contro. Preferisci pagare 10 milioni di euro o pagare qualche contributo (non molto visto che lo stipendio di un operatore di call center, all’anno, credo non superi i 10-15 mila euro lordi) a molto meno che 1/3 di 600 lavoratori?

E’ ovvio, l’azienda preferisce pensare di continuare a sfruttare bellamente chi ci lavora. E’ comodo usare 600 persone precarie piuttosto che 100 tutelate da un contratto.

Anzi, è simplicissimus.

Share:
Technorati icon


Delocalizzazione oleosa dei call center San Lorenzo

giugno 12, 2007

Gira ormai da un po’ di giorni per la rete la notizia secondo la quale San Lorenzo (Imperia), l’azienda che tra le altre cose produce l’olio più amato dai bloggers, chiuderà i suoi 30 call center in Italia, trasferendoli in Romania, che ogni costo (seppur irrisorio) si porterà via. In Romania la società, creata ad hoc si chiamerà Remarc s.r.l. Piccolo problema, in questo modo rimarranno a casa 600 operatrici, che da precarie prese per il c*lo diventano semplicemente disoccupate. Si legge, nell’articolo del Secolo XIX che l’azienda avrebbe evaso “Dieci milioni di euro [...], venti miliardi circa di vecchie lire tra contribuzioni e previdenze[...]. Sarebbe questa la cifra contestata da Inps e Ispettorato del lavoro alla San Lorenzo srl, l’industria alimentare imperiese che ha deciso di cancellare dall’Italia il suo call center e così licenziare in un colpo 600 persone. La mega-sanzione (interessi compresi) sarebbe risultata al termine di un’ispezione eseguita da entrambi gli organi di controllo, volta appunto ad accertare la posizione degli addetti ai vari call center, tutti inquadrati come collaboratori: invece, secondo Inps e Ispettorato, lavoratori subordinati, cioè dipendenti.”

Esattamente. La CGIL di Imperia aprirà probabilmente una vertenza nazionale, ma intanto i lavoratori sottopagati se ne rimangono a casa.

Luca Conti intanto ha scritto una lettera aperta alla Direzione Generale della San Lorenzo; il sunto della risposta è questo: “Noi siamo un’azienda solida, giovane e desiderosa di crescere, chiediamo solo di poter lavorare”. Eh sì, poverini, loro vogliono lavorare. Però gli faceva comodo assumere un giorno si e due no operatori giovani o disperati con contratto a progetto, senza ferie o malattie a 4-5-6 euro lordi l’ora quando andava bene; è facile tenere in piedi un’azienda e fornire un servizio clienti azzerando i costi e non investendo in una forza lavoro. E’ troppo comodo. E’ anche troppo semplice giustificarsi coi costi, con le tasse italiane e tutto il resto. Perché uno lo deve mettere in conto all’inizio…non è possibile assumere o meglio, avere la possibilità di assumere 600 persone, SEICENTO PERSONE, decidendo liberamente se oggi lavorano e domani no, pagandole quando si vuole prendendosi gioco della disperazione di ognuno per poi rifarsi solo ed esclusivamente su di loro quando le cose vanno male. Mi imbestialisco quando leggo certe cose, non è possibile che esista un paese in cui la Legge Biagi duri da anni e nessuno provi a pronunciare la parola “abolizione”.

Forse in molti non hanno letto la direttiva del Ministro Damiano sui call center di questo inverno. Lavoratori inbound, subordinati che rinnovano 100 volte un contratto forse meriterebbero (cioé devono avere) un’assunzione. Se leggete da qualche parte che San Lorenzo è stata obbligata ad assumere tutte le 600 persone è un’immane stronzata; o forse ve lo hanno fatto credere apposta per giustificare altre cose. Invece di fare gli spiritosoni, che qualcuno provi a vivere mesi o anni rinnovando ogni 30 giorni, se va bene, un contratto; pensate che bello non potersi fissare scadenze o decidere del proprio futuro. I lavoratori inbound sono da assumere, non i venditori; la sanzione è arrivata per altri motivi, tipo “evadere il fisco”, cosa che né un lavoratore a progetto può fare, né tantomeno un lavoratore assunto qualsiasi. Anche volendo non ne hanno la possibilità.

Quindi che la finiscano di prenderci per il c*lo: le aziende italiane evadono il fisco per miliardi, giocano coi commercialisti, con le fatture e l’iva come cavolo vogliono. Sarebbe ora di smetterla di farla pagare solo ai lavoratori, soprattutto se molto deboli, cioé precari. Basta sentire e leggere cose che spostano il problema vero e che scaricano la colpa sul sindacato, quella volta che interviene.

E questo non è l’unico modo per garantire lavoro per le aziende; non mi risulta che in europa esista qualcosa come “The Biagi law”. Mavaffanculo! In Francia il contratto di primo impiego è stato buttato nel cesso dopo qualche giorno, con scioperi nazionali, non mi stancherò mai di dirlo. Perché negli altri paesi la gente lavora lo stesso, flessibilmente, come piace dire ai politici, ma non in condizioni di signoraggio e/o simil-schiavitù?

Perché qualcuno non prova ad entrare in un call center per rendersi conto di cosa succede dentro? Di come si lavora?

Intanto, il consiglio è quello di non comprare più prodotti dell’azienda. Questo perché non ho niente contro di loro e chiedo di lavorare anche io.

Qualche precisazione: ho scritto questo post di getto, un po’ per la fretta, un po’ perché ho letto tante assurdità (per usare una parola civile) e un po’ perché mi incazzo (l’avrete intuito) quando accadono certe cose. Non escludo quindi modifiche al linguaggio e ai contenuti. Sottolineo che non ho niente di personale contro l’azienda o le persone citate nel post. O forse tutto. Del resto, sono solo opinioni di un blogger qualunque.

 

Share:
Technorati icon


Basta compenso fisso, solo “incentivi”

maggio 14, 2007

Da un paio di settimane, nel mio call center, l’azienda ha deciso (da sola, le persone che dovrebbero fare rappresentanza sindacale sono inquadrate e totalmente inutili) che non saremo più pagati 6 euro lordi fissi l’ora, ma solo con incentivi.

Le motivazioni addotte sono state, usando testuali parole: “il legislatore ci impone di metterci al pari con gli altri call center, vi dobbiamo assumere così, è legge”. Stronzate. Il legislatore infatti dovrebbe imporre di assumere i lavoratori inbound, che sono a tutti gli effetti subordinati; stop. In realtà, anche noi outbound saremmo subordinati (abbiamo un superiore, sottostiamo ad un preciso orario, ecc…) ma le cose non vengono mai dette fino in fondo.

Sta di fatto in realtà che l’azienda non ha più soldi (non sono problemi nostri, e non sono fatti nostri se ci lavorano imbecilli che non hanno le capacità per gestire l’azienda stessa ma si preoccupano soltanto se torni con qualche secondo di ritardo oppure corrono per far vedere che lavorano molto per rispondere e portare un cordless che suona al capo menomato), e la cosa viene mascherata in questo modo: ha chiuso infatti anche una sala (del 187 telecom) piena di persone (molte lasciate a casa, altre trasferite), un’altra sala in cui si lavoravano editoriali (abbonamenti vari per esempio) e nella mia sala stessa (dove si lavora per tim) sono presenti molte persone in meno

Parlando del compenso, ogni nostra chiamata sarebbe pagata tra i 19 e gli 80 centesimi (cioé 0,19 e 0,80). Diciamo che le chiamate “nella media” però si attestano tra i 20 e i 45 centesimi. Un vero e proprio sfruttamento, probabilmente illegale, schiavistico e coperto dall’azienda. Mi chiedo a questo punto dove diavolo sono e a cosa servono i sindacati. Calcoli alla mano, due ragazzi già assunti con questo contratto (il mio e quello degli altri scadrà il 31 maggio, fino a quel giorno sono “tranquillo”) guadagnano poco più della metà rispetto a quello che guadagnavano prima. Sempre al lordo. Per farvi capire quanto è la metà vi mostro l’esempio: noi operatori guadagnamo 6 euro lordi l’ora. Moltiplicati per 3 ore di lavoro serale fanno 18 euro lordi. Ok, ora fate la metà e aggiungeteci qualche centesimo. In questo modo tra l’altro l’azienda spinge ancora di più a lavorare “a cottimo” e malissimo, puntando sulla quantità e non sulla qualità. Insomma, chi ci rimetterebbe sarebbe il cliente. Non possiamo sempre e solo essere noi operatori sottopagati ad avere buonsenso…! Non avete idea della mole di chiamate che una persona dovrebbe fare per guadagnare COME prima (almeno il doppio, cosa pressoché impossibile, a meno di dire “pronto…arrivederci”!).

Abbiamo quindi intenzione di muoverci, sentire i sindacati, informandoci tra la rete sociale di nostra conoscenza… Secondo voi cosa dovre/dovremmo fare? Vi sembra una cosa sensata? Qualcuno può darci una mano?

Il signoraggio continua.

P.S.= il nome del call center incriminato è “Televoice”. Stategli il più lontano possibile.


Cosa saresti disposto a fare per andare in “tv”?

febbraio 26, 2007

Ci siamo arrivati. Purtroppo o per fortuna.

Una famiglia cagliaritana in una “cucina-palcoscenico”, con tanto di partners. Valgono anche i rutti in “Kitchen Stage”.

Da kitchenstage.it

Ma non vi bastavano i reality-spazzatura in tv, teledipendenti?

E ora, che nessuno si azzardi a definire cose di questo genere reality 2.0.

A cosa servirebbe altrimenti la blogosfera?

P.S.= Ho una proposta: mettere una telecamera in un call center per fare un “servizio clienti show“, oppure una web cam sulla gobba-con-scatola-nera (per riprendere una celebre battuta) di Andreotti. Lo spettacolo si chiamerebbe “Il gobbo di Nostra-Italia”


Vita in Atesia (o in un call center italiano qualsiasi)

febbraio 15, 2007

Ricevo e pubblico il vero racconto di un protagonista, che vive in prima persona la vicenda Atesia. Leggendo la sua denuncia, ho riconosciuto in più punti la situazione mia, dei mie colleghi del call center in cui lavoro, minacciati per un’assenza, trattati come bestie da 5 euro e qualcosa lordi l’ora senza diritti e senzala tutela di qualcuno, qualcosa.

Spero abbiate la pazienza di leggerla tutta perché la descrizione non fa una grinza: fa venire i brividi perché è completamente vera. Ci sarà mai un giorno in cui tutti gli operatori di call center italiani avranno il coraggio di scioperare? Tanto che cosa perdereste? Un lavoro di merda come questo si troverà sempre; ma se per 1-2-3-4 giorni le grandi aziende non garantissero il servizio clienti…? Dite che potrebbe cambiare la situazione?

“In Atesia il collaboratore ha un orario da rispettare. Un turno all’interno del quale può scegliere liberamente se lavorare o meno. Se volesse lavorare in altri orari dovrebbe richiedere l’autorizzazione dagli assistenti di sala (ats). Generalmente si lavora 6 giorni su 7. Non esistono festività che chiudono l’azienda. Atesia, ovvero gli operatori di call-center, è attiva 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno.
Non è riconosciuto alcun pagamento per ferie o malattia. L’unico elemento di retribuzione è il contatto utile. Con questo si intende ogni attività (generalmente una telefonata ricevuta od effettuata) chiusa positivamente. La definizione dell’utilità del contatto è quella decisa dall’azienda sulla base della durata della chiamata o delle risposte ricevute dal cliente. In sostanza è un lavoro a cottimo. Il cottimo però è condizionato perché non è il lavoratore che decide quante chiamate effettuare o ricevere ma è l’azienda che decide i volumi di lavoro. In teoria un lavoratore potrebbe prestare il suo tempo (elemento vincolante della quantificazione della retribuzione secondo la Costituzione) e non ricevere nulla in cambio. La realtà non si discosta molto da questa ipotesi. Spesso, per logiche aziendali oscure, i volumi di lavoro sono bassi e si guadagnano anche meno di 10 euro lordi al giorno.
Quello che succede di frequente è che a prescindere dal volume generale di lavoro, la distribuzione di esso non è equamente distribuita tra i lavoratori. Quello che avviene concretamente è che l’azienda ha la possibilità di dirottare un numero maggiore o minore di chiamate su un lavoratore anziché su un altro. Inoltre all’interno di un stessa commessa l’azienda può assegnare a suo piacimento una campagna migliore a chi preferisce. Ad esempio nelle outbound una telefonata per promuovere un servizio può essere pagata meno di quella per promuoverne un altro. Quindi due lavoratori che lavorano la stessa quantità di chiamate avranno guadagni differenti. E’ chiaro quindi il potere, che si spinge fino al ricatto, che l’azienda ha sui lavoratori per imporre determinati comportamenti.

Altro che collaborazione! Il ricatto e l’intimidazione ha negli assistenti di sala (ats) i suoi principali esecutori. Nel posto di lavoro l’attività viene coordinata dagli ats, in realtà spesso a loro volta precari (un po’ la logica del kapò). In teoria, secondo il contratto, dovrebbero fungere da riferimento per il collaboratore per le problematiche inerenti allo svolgimento del lavoro. In pratica quello che avviene è che la loro principale attività è quella di controllo. In modi a volte anche autoritari impongono l’attività e le sue modalità di svolgimento.

Tornando alla retribuzione essa viene cambiata dall’azienda in modo unilaterale, anche retroattivamente. Vi sono situazioni limite che sembra paradossale non possano essere sanzionate nonostante siano state oggetto di interrogazioni parlamentari. Ad esempio nella commessa Tim per un certo periodo, al lavoratore la telefonata di oltre 3 minuti viene pagata meno di quella che dura da 2 minuti e 40 fino a 3 minuti (ndr: aggiungo io, si parla di servizio inbound, cioé cliente chiama il 119, ha bisogno…ma l’operatore è costretto a fare in fretta per direttive allucinanti, ve lo assicuro). Oltre all’evidente danno per l’utente, dato che necessariamente su indicazione aziendale si tenderà a “tagliare” i tempi della chiamata, risulta palese l’incostituzionalità di un pagamento che avviene in aperto contrasto con la norma di proporzionalità tra tempo e retribuzione.
Nelle campagne inbound la chiamata fino a 20 secondi non è pagata. Stessa cosa se si superano 2.40 minuti, l’utile è sempre lo stesso, per cui succede spesso che vista anche la lantezza dei sistemi (ndr: aggiungo io, il sistema che si usa in Tim spesso non funziona, funziona male, funziona in parte o è talmente lento da dover interrompere l’attività, ecc…) la telefonata sia ben puù lunga (anche 10 e 20 minuti nei casi estremi). L’assurdità della situazione è che invece il committente comunque paga Atesia. Si lavora G R A T I S.
Oltre a tutto ciò la Legge 626 sulla sicurezza sul lavoro non viene asolutamente rispettata. Come operatori lavoriamo costantemente di fronte a monitor che non sono a norma di legge. L’igiene del posto di lavoro è spesso scadente. L’impianto di condizionamento non è sufficiente, d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. La struttura stessa è fatiscente e presenta spesso pavimenti dissestati e controsoffitti cadenti. In concomitanza con la brutta stagione piove all’interno della struttura compromettendo la praticabilità di alcune postazioni. L’inquinamento acustico dovuto alla mancanza di insonorizzazione non permette di svolgere le normali mansioni di lavoro, compromettendo la salute stessa di noi operatori; a qualcuno sarà capitato di chiamare il 119 e di averne prova, spesso infatti gli utenti che ci chiamano si lamentano perchè fanno fatica a sentirci. Gli strumenti tecnici forniti, necessari allo svolgimento corretto del lavoro (cuffietta di spugna e sopratutto beccuccio, un “prolungamento” del microfono che servirebbe ad amplificare la voce dell’operatore e isolare le centinaia di voci presenti in sala), sono inadeguati e difficilmente reperibili.
Per quanto riguarda la rappresentanza sindacale in Atesia, per i collaboratori, è costituita da Rsa. Quindi i sindacati nominano ed impongono le rappresentanze senza che i lavoratori possano votare i propri rappresentanti. La situazione è costante: lavoratori a cui sono negati continuamente diritti, anche quelli sindacali.
Atesia in questi anni è cresciuta esponenzialmente ma ha prodotto migliaia di lavoratori con guadagni infimi, nessuna garanzia, nessuna possibilità di assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Atesia scarica i costi del rischio d’impresa sui lavoratori, non assumendoli (c’è gente che lavora da 13 anni, prima con partita iva, poi cococo e ora cocoprò), e non stiamo parlando di una piccola impresa, ma del più grande call center d’Europa, tra i primi 10 al mondo, che fa parte di un gruppo il cui fatturato è di 750 milioni di euro nel 2006 e che grazie all’accordo tra amici (governo prodi, sindacati, azienda) vedrà condonarsi oltre 300 milioni di euro di contributi/ferie/malattie non versati in questi anni, riconoscendo ai lavoratori che accetteranno il contratto (4 ore a 550 euro lordi – e ti va già di lusso – su turni di 24h, cosa che rende impossibile cercare un altro lavoro, vista la turnazione, quindi l’inquadramento più basso, il minimo) gli ultimi 5 anni di contributi (non ferie malattie,maternità e tredicesime ovviamente), di cui la metà pagati dallo stato (denaro pubblico!!) e l’altra dall’azienda in 36 comode rate mensili.
Va aggiunto che se l’accordo verrà applicato (a tutte le aziende del gruppo così come previsto) i costi di gestione lieviteranno di 30 milioni di euro l’anno (dati forniti dll’azienda), quando sappiamo che gestiscono un giro annuo di 750 milioni e che il condono ne farà loro risparmiare 310.
Ovviamante questa verrà palesata come una grande vittoria sulla precarietà, quando invece altro non è che un condono tombale appunto…

Sì perchè chi accetterà il contratto dovrà prima firmare una liberatoria sul pregresso, e poi potrà essere assunto alle condizioni di cui prima.

Ovviamente i sindacati ci rassicurano che una volta assunti ci penseranno loro ad aprire una nuova contrattazione, cosa che non stanno facendo per quelli già assunti, i veri dipendenti insomma, cui l’azienda cambia le matrici arbitrariamente e illegalmente, licenziandoli poi o costringedoli alle dimissioni.
Oltre a questo va detto che E’ I L L E G A L E assumere tutti dipendenti part-time.
Non a caso l’ispettorato del lavoro nel verbale da ragione a noi lavoratori, e sconfessa quanti sostengono ancora che l’operatore di call center non sia subordinato a tutti gli effetti (anche di più perchè è più ricattabile, perchéin posizione di debolezza).”


“Zia Caterina…la fine del lavoro si avvicina!”

febbraio 8, 2007

La lotta alla “noesternalizzazionewind” va avanti; riporto un appello (da parte degli esternalizzati) che chi vorrà potrà facilmente mettere in pratica:

“Questo messaggio è rivolto a tutti gli utenti Wind.

Se il gestore telefonico si ostina a perseverare nella propria diabolica volontà d’esternalizzazione allora diventa necessario far sì che la solidarietà di tutti/e si faccia sentire forte, chiara e cattiva. Quale migliore strategia se non quella di incidere sui guadagni, continuando a colpire l’immagine dell’azienda attraverso la rabbia di voi clienti?
Ci rivolgiamo a voi , ci rivolgiamo ai 15.000.000 schedati Wind.

Aguzzate le orecchie, appizzate l’ingegno ! I 275 lavoratori e lavoratrici non devono rimanere soli di fronte all’azienda.Utilizzate tutti i canali a vostra disposizione per mostrare la vostra solidarietà.”

FONTE: http://www.chainworkers.org/?q=node/378


No Esternalizzazione Wind

gennaio 16, 2007

//noesternalizzazionewind.blogspot.com/

Segnalo e pubblico la richiesta di moltissimi lavoratori del call center Wind di Sesto Marelli (MI), nonché la spiegazione di cosa sta accadendo, per l’ennesima volta, a chi è bersaglio facile e con pochissime difese: i precari di tutta Italia.

“Salve a tutti, volevamo segnalare l’ennesimo caso di violazione della tutela del lavoratore a seguito della comodità di terziarizzare in out-sourcing il lavoro in Italia.

Infatti, presso l’Azienda Wind (ex Enel) venduta circa 1 anno fa a un industriale egiziano Naguib Sawiris, si sta procedendo a una graduale cessione di alcuni Call Center diretti dell’Area del nord Italia (Milano/Sesto San Giovanni) costituiti solo da lavoratori a tempo indeterminato con anzianità lavorativa oscillante tra i 7 e i 10 anni, molte donne, mamme quasi tutte oltre i trent’anni, ragazzi che avevano trovato il coraggio di lasciare la casa di mamma e papà per la ricerca della propria indipendenza.

Ancora una volta la logica del profitto vince su quella della qualità della vita così con l’intento di trasferire il rischio d’impresa ad altri soggetti economici di non eguale affidabilità, si fa vacillare la certezza di un posto di lavoro, la possibilità di pagarsi un mutuo per la propria casa e la realizzabilità di una famiglia.

Pertanto, chiediamo:
- che venga fatta luce sull’accaduto richiamando l’attenzione mediatica e politica al fine di ottenere un tavolo di trattative in grado di tutelare il contratto a tempo indeterminato, quale prerogativa della professionalità dei lavoratori di Sesto San Giovanni;
- di garantire i livelli occupazionali in Wind e di contrastare le ormai note cessioni di ramo di Azienda, utilizzate per celare licenziamenti di massa;
- la possibilità di una ricollocazione dei dipendenti Wind di Sesto San Giovanni all’interno dell’azienda stessa.”

Qui trovate il sito internet ufficiale dove potervi tenere aggiornati sui fatti e avere (si spera) notizie in merito alla mobilitazione generale. Altri riferimenti: TEL. 02-2311.2502; FAX. 02.2311.2713.

Teneteci aggiornato sull’evolversi dei fatti anche qui sul blog: cercherò di darvi il massimo spazio possibile, perché è l’ennesimo esempio di signoraggio ma non solo…

Provo una rabbia e una vergogna indescrivibili, soprattutto dopo quello che è accaduto ieri ed oggi nel mio call center. Ma ci sarà spazio anche per questo, probabilmente inaugurando lo spazio delle interviste a lavoratori precari stessi, vera vita e voce di ciò che accade nel mondo del lavoro vero al di fuori della scatoletta rumorosa chiamata “televisione”.


Happy new Year!

dicembre 29, 2006

Questo sarà il post di fine anno visto che per qualche giorno non ci sarò.

Oltre a rinnovarvi gli auguri di buon anno, magari non da precario ma a tempo indeterminato, vi lascio con l’ennesima inchiesta di Guariniello. Tecnostress in call center? Inchiesta?

E io che speravo che quella volta che un procuratore aggiunto avesse varcato la porta di un call center avrebbe aperto un’inchiesta anche e soprattutto su altre cosucce.

Si parla di call center ma si devia il tiro, si sfiorano volutamente i problemi: Guariniello sarà falice di aprire qualcos’altro oltre ai doni di Natale. Poteva tagliare corto. Chiamando infatti il call center per le emergenze sanitarie del ministero della salute avrebbe risolto ogni cosa.

Quello che mi chiedo è chi salverà i lavoratori del call center per le emergenze sanitarie dal tecnostress causato dal tecnostress di altri operatori esauriti.

E io stupido che lo chiamavo solo rompimento di c******i!

Buon Anno a tutti e Tanti Auguri.

P.S.= vi lascio con una piccola curiosità. Eccovi le parole chiave con cui questo blog è stato visitato oggi e ieri:

Oggi

Cerca Visualizza
ferie e lavoro progetto 3
stipendio giorni 2
argentina bolg lavoro 2
sesso notte lavoro contratto indetermina 1
nunzia napolitano 1

Ieri

Cerca Visualizza
LEGGE 626 3
Sexy prof 2
atesia napoli 2
ragazze che si masturbano a vicenda 2
stipendio base contratto a progetto call 2

Forse c’è qualcosina che non va!


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.