Il terremoto è lo specchio del paese (parte 1): il peggio galleggia ancora in superficie

aprile 15, 2009

Ho riflettuto molto prima di scrivere questo post. Un po’ perché non sono un geologo o un geofisico, ma soprattutto perché in certi momenti è difficile trovare le parole giuste. Momenti in cui ci sentiamo tutti coinvolti più o meno direttamente, toccati non solo da un’umana sofferenza per la morte di centinaia di persone, ma anche da un dolore indotto dalla forza delle immagini e, appunto, dalla quantità di retorica usata nelle parole. Un po’ come ho solennemente fatto in queste poche righe. Del resto sapete benissimo anche voi che non amo particolarmente il politically correct: insomma mi piace prendere una posizione, far sapere il mio punto di vista analizzando la situazione. Cercherò quindi di essere il meno “presidente della Repubblica” possibile.

Il terremoto italiano fa più male.
Partiamo con ordine, a terremoto avvenuto: secondo Alessandro Martelli, che insegna “costruzioni in zona sismica” all’università di Ferrara, dirige la sezione “prevenzione rischi naturali” all’Enea ed è presidente dell’Associazione nazionale di ingegneria sismica, “un terremoto di grado 7, nell’Appennino meridionale provocherebbe tra i 5 e gli 11 mila morti, in Giappone 50. Un sisma ancora più violento (intensità 7,5) in Calabria causerebbe tra le 15.000 e le 32.000 vittime, appena 400 in una città densamente popolata come Tokyo”. Perché? “In Giappone un terremoto come quello dell’Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale, e invece da noi l’applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione”. Perché?
È troppo facile – a disastro accaduto, teniamolo ben presente – affidarsi alle promesse, al ricostruiremo, sistemeremo, indagheremo. Proprio perché siamo il paese del futuro semplice condito dal forse, finiamo per permettere che muoiano persone innocenti. E dopo, solo dopo, forse…si farà qualcosa.

Costruire per gli altri e per il paese, non solo per sé stessi.
Lo sappiamo tutti: noi italiani non abbiamo coscienza sociale e non mostriamo interesse per il nostro paese, salvo poi lamentarci che tutto va male, come effettivamente va. Sì perché per milioni di persone, lavorare vorrebbe anche dire servire il proprio paese, i propri coetanei, la propria comunità, i propri figli e chi verrà domani; l’ho già spiegato molte volte: essere patrioti non vuol dire soltanto tifare Italia ai mondiali o dire di votare a destra.
Provate a pensare alle parole che vengono usate in questi contesti. Da noi si parla quasi sempre di disastri colposi o di “segreti”, che avrebbero le altre nazioni, per costruire in modo corretto. Ma la realtà è che il mondo negli ultimi decenni è andato avanti dappertutto, fuorché qui. I motivi sono mille o più, li conosciamo…ma continuiamo a non evitarli. Perché noi abbiamo la capacità di credere di andare avanti senza cambiare nulla, nel modo di pensare, agire e comportarsi nel sistema esterno che ci circonda.

È così quindi che quando guardiamo al Giappone, ma anche alla California, al Messico, alla Turchia, alla Nuova Zelanda, ecc…scopriamo che governi e amministrazioni locali investono in tecnologie moderne per costruire, non solo le case, ma anche gli edifici pubblici: basti pensare ai cuscinetti antisismici disposti alla base degli edifici, “all’uso di acciai molto piu’ elastici del normale, alla fibra di carbonio che avvolge i pilastri e li rende più resistenti alle fratture”, o addirittura ad altri apparecchi più sofisticati (cioé i dissipatori), simili agli ammortizzatori di un auto e disposti tra un piano e l’altro degli edifici più a rischio.
Secondo Rui Pinho, che insegna meccanica strutturale all’università di Pavia ed è responsabile del settore rischio sismico all’European Centre for training and research in earthquake engineering, “non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismica”; in effetti le prove si avrebbero in paesi ad elevato rischio sismico come Giappone e California, dove terremoti più potenti e di grado ancora più elevato di quello abruzzese provocano danni limitati. Se poi aggiungiamo le opinioni dei sismologi, secondo le quali questo terremoto non sarebbe stato nemmeno così grave (la stessa scala Richter che misura l’energia sprigionata da un terremoto infatti non lo ha classificato per pericoloso), forse bisognerebbe fermarsi un attimino e fare una pesante disamina che vada ben oltre lo sciacallaggio mediatico che continua imperterrito ad andare in onda e che vede come protagonisti tutti i politici, in primis Silvio Berlusconi. Loro infatti sono lì a sfilare sulla passerella formata dalle macerie, sforzandosi di piangere di fronte alle telecamere.

La rivoluzione culturale non è soltanto roba per intellettualoidi.
Quando si parla di rivoluzionare un paese o di rivoluzione culturale, so bene che viene da storcere il naso: in Italia è normale rabbrividire o impaurirsi di fronte al diverso e a ciò che non si conosce; quale esempio migliore della parola cultura, quindi? Il problema però deriva dal fatto che cambiare e migliorare sono due concetti insiti nella parola rivoluzione e in quel culturale ci starebbe tutta l’imbarazzante italianità da sopprimere. Si perché da queste parti servirebbe proprio una rivoluzione radicale e totalitaria nell’edilizia, ma anche una rivoluzione totale nella morale pubblica.
In Giappone nel terremoto del giugno dello scorso anno, classificato come 7.2 della scala Richter, ci sono stati solo 13 morti. Paragonato al sisma dell’Abruzzo, quello di Iwate-Miyagi dello scorso anno ha liberato 30 volte più energia: com’è possibile che un terremoto molto più debole in Italia provochi molte più vittime e molti più senzatetto? Per di più, nessuna delle vittime giapponesi a causa di crolli, nossignori, ma per una frana. Chissà se qualcuno tra i colpevoli costruttori italiani ha sentito anche una sola piccola scossettina nel di dietro. Così, per contrappasso. Ma ne dubito. Purtroppo in Italia si costruisce con la sabbia di mare o con materiali più scadenti per risparmiare e guadagnare più soldi…tanto, chi controlla? Chi fa rispettare le leggi vigenti in materia di edilizia? E poi, cosa volete che succeda. Le disgrazie succedono sempre agli altri, no?
Tornando al Giappone (ma l’esempio potrebbero essere anche tante altre nazioni), è necessario ricordare che lì è obbligatorio costruire palazzi, strutture pubbliche, ferrovie e via dicendo secondo rigidi criteri sismici che non si possono derogare. Niente deroghe, niente condoni, niente “dai, adesso (cioé dopo il crollo) sistemeremo”. Per di più i rigidi controlli esistono, così come le pene; in Italia invece i controlli sono scomparsi, sgretolati pezzo per pezzo al fine di favorire la corruzione endemica nel dna di questo paese sepolto persino da madre natura.

I controlli servono per controllare, ma chi controlla i controllori?
Se in Giappone e negli altri paesi i governi fanno progressivi e periodici controlli sulla stabilità e sulla sicurezza degli edifici (per inciso, noi non li eseguiamo nemmeno al momento della costruzione: praticamente non esistono ispezioni nei cantieri o severe verifiche, se non in casi straordinari o in pochi casi campione), nel Belpaese abbiamo esempi catastrofici: dallo stato penoso e trentennale della Salerno-Reggio Calabria a quello delle ferrovie, dalle infrastrutture alle scuole che crollano e così via. Gli esempi sono molteplici e spesso vengono raccontati e riportati come scandali vergognosi. Proprio perché se ne parla – e basta – sempre a disastro avvenuto.
Nel paese del Sol Levante, forse il miglior esempio a livello mondiale, non solo si costruisce “antisismico” ma, in periodo di crisi, i controlli sulla stabilità sono stati incrementati per offrire nuovi posti di lavoro. Che idea, eh? Certo, in Giappone i terremoti sono più frequenti, lo so, ma l’Italia è un paese con attività sismica elevata. Di conseguenza dobbiamo guardare ai migliori, non affidarci alla sorte.

Per essere sicuri infatti noi i geologi, e da un po’ di tempo anche gli architetti e gli ingegneri, li mandiamo a spasso. Anzi, nel migliore dei casi gli offriamo un posto in un call center o male che vada li spediamo all’estero, a proteggere e tutelare altri. Diciamo le cose come stanno: comuni, province e regioni diventano frequentemente parcheggi per nullafacenti o “figli di” nell’ottica di un mercato di voti sempre florido: il metodo testato e utilizzato dai nostri politici e dalla nostra società è il clientelismo, che sostituisce meritocrazia e giustizia sociale. A queste pratiche viene poi associata una pesante lottizzazione dei posti di lavoro, così da mantenere le posizioni di comando e far sì che lo sfacelo si protragga nei secoli dei secoli. Relegando ogni usanza civile e logica ad occupare il posto dell’eccezione che conferma la regola.

Le case degli italiani, gli edifici pubblici e la “Casa dello studente”: una situazione disastrosa.
Partiamo da una considerazione. Si parla tanto di leggi necessarie e di leggi antisismiche misteriose.
La verità è che abbiamo già diverse leggi antisismiche, alcune stilate sull’onda della deprecazione causata dalla morte dei 26 bambini nella scuola di San Giuliano. Ma, stranamente, proprio il governo Berlusconi con Scajola ha fatto di tutto per rimandarle e alla fine sono state spostate nel 2010. Perché nessuno ne parla?

La realtà italiana è infatti costituita da milioni di edifici a rischio. Circa 4 milioni di case sono state edificate prima del 1945; si tratta di abitazioni in cui il calcestruzzo è ormai alterato dal tempo e il cemento armato – ove presente – è spesso sbriciolato. Case che molti vogliono mantenere in eterno anche se soggette a rischio di crollo: sostanzialmente si tratta di mine sopra le teste dei loro proprietari. Se poi vogliamo arricchire la ricetta con l’avidità di costruttori senza scrupoli, il gioco è fatto.
Purtroppo però la situazione va peggiorando. Il governo Berlusconi ha infatti avviato attraverso diversi provvedimenti, varie scappatoie inerenti la Legge Merloni, una su tutte quella riguardante la sicurezza sui cantieri e nella costruzione di opere pubbliche. Senza contare i continui rimandi in materia antisismica, appunto. Sostanzialmente la costante cultura dell’essere fuorilegge, la protervia sulle depenalizzazioni, i condoni, la deroga dell’illecito e così via, hanno raggiunto livelli inquietanti. Certo, non che quelli prima di lui siano stati tanto migliori, ma tant’è.

Con questi presupposti, come possiamo anche solo pensare di voler costruire strutture pericolose per l’umanità intera come le centrali nucleari? Ricordate: il contesto sarebbe un paese come il nostro con costruttori come i nostri, senza controlli o controllori. Va bene, forse vado troppo oltre: torniamo ad un livello precedente, parliamo di edifici che dovrebbero essere bene di tutti e usati da studenti o giovani. Come, per esempio, la casa dello studente.
La casa dello studente nasce nel 1965 come edificio privato, poi adibito ad uffici e infine ceduta all’Università. Diventa così studentato e mensa, dunque edificio pubblico, ma senza mai averne avuto i requisiti. E infatti è venuta giù, sulle teste di decine di giovani; perché i più giovani vanno ad abitare in strutture più vecchie e di conseguenza più economiche. Eccolo qua il paese vecchio per vecchi. Ma la situazione è identica ovunque.
Inviterei per esempio i politici e gli opinionisti pontificatori a visitare e a constatare lo stato di fatiscenza delle maggiori Università italiane, il totale degrado dei già pochissimi palazzi universitari e l’abbandono a cui sono sottoposte le scuole, cioé i luoghi che – assieme agli ospedali – dovrebbero essere i più sicuri per antonomasia. Fare il confronto con la situazione di altri paesi è sinceramente troppo svilente: chiunque abbia visitato una città europea o altri paesi si sarà reso conto dell’abissale distanza siderale.
Pensiamo poi alle scuole, vittime di tagli indiscriminati dei vari Governi, di crolli che di solito avvengono nel terzo mondo, di totale mancanza di sicurezza e via discorrendo. Evidentemente il numero di giovani morti non è stato sufficiente. Gran parte delle scuole italiane è a rischio. Non hanno certificazioni di prevenzione antincendio, scale di sicurezza, danno segni di crollo. Ma il Ministro Gelmini approva senza fiatare l’ordine di tagli che viene da Tremonti. È questa la vera responsabilità e la vera coscienza dei nostri politici?

Come sarà fatta l’inchiesta sulla Casa dello Studente quando i suoi documenti sono probabilmente stati sotterrati dal crollo? Chi controllerà, visto che la regione Abruzzo afferma di non sapere nemmeno se questi documenti esistono? E infine, chi avrà il coraggio di denunciare lo scempio legato all’Ospedale crollato a l’Aquila, sconosciuto persino al catasto? Ma ci pensate? Un ospedale che crolla nel 2009.

La Ricostruzione, tra Berlusconi, la politica ed Impregilo.
Sostanzialmente il messaggio del nostro presidente del consiglio alla nazione è che ci penserà lui alla ricostruzione. Certo, sicuramente ci penserà lui assieme ai suoi amici furbetti ed al suo piano casa a ricostruire tutto quanto. Per Berlusconi infatti il terremoto non è che una manna piovuta dal cielo. Lo so, è brutto dirlo, ma così è. E la verità è che continuiamo ad eleggere persone non adatte a gestire certe situazioni.
Siamo infatti arrivati al punto che i curricula di parlamentari e ministri sono orribili, peggiori rispetto a quelli di tanti detenuti di San Vittore. E chiaramente a nessun partito sfiora minimamente l’idea di ricorrere ad una logica epurazione, per il semplice motivo che chiunque abbia un qualche potere politico è coinvolto per la sua parte in ruberie e corruzione. Questa gentaglia va a braccetto verso il peggio, un peggio che sembra non avere mai fine e in cui ci sono dentro tutti, bene o male. Per questo possiamo gridare con orgoglio di avere una democrazia monca, in cui il concetto di sovranità è inesistente e in cui un’oligarchia di capipartito stabilisce i candidati da votare, infilandoci parenti, amici di, se non amanti, veline, dipendenti, avvocati, generali corrotti, mafiosi condannati. Eppure basterebbe che gli italiani fossero solo un po’ più informati, così che molte situazioni paranormali scomparirebbero.
Il fatto che le preferenze di lista non siano concesse al popolo sovrano da nessun partito è la prova lampante della totale mancanza di democrazia, terremotata anch’essa da una catastrofe che si chiama partitocrazia, gerontocrazia, conflitto generazionale o quello che vi pare. Ed è in questo bel contesto che si situa l’Impregilo.

Impregilo, quell’azienda cha ha causato incrementi di spesa esponenziali per i lavori della TAV, col risultato di danni ambientali enormi; la stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria che ha chiesto ed ottenuto un prolungamento di altri 3 anni per la consegna dei lavori; quelli che hanno vinto l’appalto per la costruzione dell’inutile ponte di Messina, promesso alla mafia e che verrà costruito in una zona sismica; coloro che probabilmente si occuperanno di realizzare le centrali nucleari sul suolo italiano. Impregilo, quell’organizzazione i cui vertici sono indagati per reati di ogni genere. E volete sapere chi ha costruito l’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila sgretolatosi come un castello di sabbia? Bravi, proprio loro.
Per farla breve, Impregilo è il braccio di cemento armato di ogni governo. È praticamente monopolista delle Grandi Opere, degli inceneritori, delle autostrade. I suoi ex amministratori delegati sono stati rinviati a giudizio a Napoli per lo scandalo dei rifiuti; purtroppo sono specializzati in ospedali: oltre a quello dell’Aquila hanno costruito anche gli ospedali di Poggibonsi, Lecco, Menaggio, Destra Secchia, Careggi, Modena, della Versilia e Cerignola. Il consiglio, se per caso vi trovaste nelle vicinanze di uno di questi edifici, è quello di toccarvi le palle.

I pericoli non derivano solo dai terremoti, aka “prevenire è peggio che curare”.
E se il Vesuvio si svegliasse? Quanti morti ci sarebbero? Il bello è che intorno al vulcano si continua a costruire in allegria. Si stima che la popolazione situata nella fascia più pericolosa, cioé quella che garantirebbe una simpatica morte immediata, magari con la certezza di una bella statua per i posteri, sia di poco inferiore al milione di abitanti. Nella zona gialla, quella in cui la morte sarebbe probabilmente rimandata di qualche minuto, gli abitanti sarebbero ben oltre il milione e mezzo. Cosa facciamo, aspettiamo che il vulcano si risvegli?
L’importante insomma è aspettare, muoversi dopo, il faremo e ci penseremo. In Italia non esiste il concetto di prevenzione o non si pensa quasi mai a prevedere i possibili rischi, preparandosi per ogni evenienza.
Il paese è in ginocchio e il terremoto non sta facendo altro che aggravare la situazione. Passatemi questa sarcastica superstizione: mi sembra di leggere un segnale mistico e continuo, come se tutte queste scosse ci volessero suggerire che non si può più andare avanti così. E se arriva persino la natura a dircelo, sono guai.

Vorrei infine concludere questo lungo post con una piccola nota positiva. Che ovviamente porta con sé un po’ di sana retorica televisiva. È proprio in occasione di simili disastri naturali che gli italiani si mostrano uniti, grazie ad un forte spirito di solidarietà; basterebbe poco per indirizzare e rilanciare queste forze nel verso giusto, ci vorrebbe davvero un piccolo sforzo per fare quel passo successivo che conduce alla maturazione di una civiltà.
Peccato però che poi, dopo qualche giorno, ci si scanni e ci si prenda a botte per una partita di calcio.
Con tanti saluti alla grande e terremotata fratellanza italiota.


In Via dei Matti numero zero (2008 dance rmx)

novembre 24, 2008

Era una casa molto carina *
senza soffitto, senza cucina;
non si poteva entrarci dentro
perché non c’era il pavimento.

Non si poteva andare a letto
in quella casa non c’era il tetto;
non si poteva far la pipì
perché non c’era vasino lì *.

Ma era bella, bella davvero
in Via dei Matti numero zero *;
ma era bella, bella davvero
in Via dei Matti numero zero.

* Giusto, tagliamo i fondi alla scuola pubblica per darli alle private (come fatto nel 2001, sempre dal governo Berlusconi)
* L’ultima volta in cui una scuola è crollata sulla testa degli allievi (una scuola, quello che dovrebbe essere l’edificio in assoluto più sicuro insieme agli ospedali) è accaduto ad Haiti, il paese più povero dell’Emisfero Nord, pieno Terzo Mondo.
* La scuola non ha più fondi anche perché i trasferimenti di fondi dallo Stato agli Enti Locali sono stati tagliati pesantemente, perfino nell’edilizia scolastica (e i comuni non hanno più manco l’ICI)
* La Provincia di Torino (amministrata dal centrosinistra) ha stanziato per l’edilizia scolastica 10 milioni di Euro, che è poco meno di quanto il Governo ha messo a bilancio per tutte le scuole d’Italia sommate (!)
* La domanda è quindi: come conciliare e giustificare i tagli indiscriminati alla scuola di fronte a scempi di questo genere? Giusto, voltandosi dall’altra parte e preparandosi a pararsi il culo, come il governo sta facendo.


The Time is Now

novembre 13, 2008

Lo so, in questo periodo non sto scrivendo molto. La scusa “ho troppe cose a cui pensare” non è mai stata attuale come oggi.
Sì perché sono arrivato ad un periodo della mia vita, o se preferite ad un età, in cui devo fare qualche scelta pesante, scommesse non facili.
L’ora delle decisioni irrevocabili insomma.

Quindi ecco, il bloggare è passato un po’ in secondo piano in questo mese, complice anche il viaggio in Finlandia, l’avete facilmente capito. Un po’ come nei film, e come ho raccontato nel post di ritorno, toccare con mano altra aria e altri modi di vivere, più umani e fruibili, mi ha fatto aprire gli occhi. Diciamo che è come se avessi preso una botta in testa che ora devo riassorbire, trasformandola in pensieri buoni, scelte convincenti e futuri possibili.

Facendo un discorso prettamente tecnico invece, ho notato che in questo lasso di tempo in cui mi trovo in una sorta di stato confusionale, ho scritto poco di Italia, politica e via dicendo. E secondo me è un altro segnale. Forse sono un po’ stufo di paranoie e basta, di continuare a girovagare nel pessimismo dei miei pensieri made in Italy. Poi per che cosa, in fondo?
Comunque state tranquilli, non ho intenzione di smetterla di propinarvi i miei post in politichese. Insomma, quando avrete voglia di passare qualche minuto di sega mentale, sapete sempre dove tornare.

Probabilmente sto crescendo mentalmente, mi sono accorto di essere giunto ad un casello importante del mio percorso, peraltro senza cominciarne davvero uno in alcuni ambiti. E sono li fermo a pensare se non mi conviene prendere la prossima uscita per scegliere altre strade. Magari meno battute, ma pur sempre molto affascinanti.
Non so, credo stia venendo fuori prepotentemente il mio spirito che si era sopito dentro, quello che un domani dovrebbe farmi diventare un uomo. Uomo con la “U” maiuscola possibilmente. L’importante è che starò in pace con me stesso.

Difficilmente in questo blog mi sono aperto oltre un certo punto, ma sentivo di doverlo fare. Mi aiuta, ecco. C’è qualcuno che mi ha spiegato che questa confusione totale in cui sono immerso è abbastanza normale, che tra qualche tempo avrò una visuale più chiara. Fa parte della vita, fa parte della crescita di una persona. Una volta la chiamavano maturazione o maturità, oggi invece siamo tutti figli fino a 35 anni. A questo gioco non voglio più stare.

Ma, chiedo a voi, esiste la crisi del quarto di secolo? Parlo di quell’età – 25 anni - in cui sì, non hai più 20 anni (porca di quella vacca lurida!), ma non ne hai nemmeno 30, quindi sei ancora in tempo a scegliere certe opzioni. Devo solo capire quali. E credetemi, ci sarete passati in molti, ma per me non è facile.

Sto ricevendo 1000 stimoli, mi si sono prospettate alcune possibilità, anche lavorative. Ma sono talmente ipnotizzato e shockato che finisce che a parte qualche sobbalzo sono ancora qui, come una pentola a pressione che sta per raggiungere il punto in cui farà fuoriuscire tutta la pressione in eccesso. Lo so, ho detto due volte “pressione” in due righe, proprio perché me la sento addosso.

Ma non è pressione esterna, è pressione auto-indotta: il livello di entropia interno al mio corpo è decisamente alto ed in continuo aumento.
Per dire, una delle scelte che sicuramente potrei fare è un altro viaggetto, devo solo capire alcune cose del vivere all’estero per qualche tempo, prima di finire l’università, non so.

Se anche il mio modo di scrivere e bloggare sta mutando, qualcosa di strano ci deve essere. Ogni tanto poi mi suona anche alquanto distorto sentirmi chiamare ‘sonounprecario’, che in pubblico non è così bello sentirselo dire. Ma riassume nel modo migliore la precarietà e l’instabilità totale di una vita come la mia. Dopotutto però, devo cominciare ad essere anche Alessandro.

E’ arrivato per me il momento di una successiva evoluzione. E’ giunta l’ora di crescere, ma questa volta attraverso altri mezzi, altre esperienze ed altre scelte.
Non so dove mi porteranno, ma non fraintendetemi. Non sto preoccupandomi del futuro come sbagliavo a fare fino a poche settimane fa. O meglio, lo sto facendo, ma comincio a vederla da un altro punto di vista.

Del resto mi tocca anche essere onesto con me stesso e non lamentarmi più di tanto. La natura mi ha dotato di buoni mezzi; come tutti ho dei difetti, ma alla fine riesco sempre a cavarmela. Che poi, parlare di difetti mi fa sorridere, perché riguarda il rapporto con le altre persone. Quelli che per uno sono difetti, per un altro sono qualità, per cui non sto li ad impazzire.

Sì perché “i veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio”.

E’ arrivato il momento di pensare a me stesso come non ho mai fatto sino ad ora.


Do you believe in what you see?

novembre 6, 2008

Questo è un post chilometrico, lo so, ma se sei uno di quelli che fa della parola “troppo” la sua regola, leggi qua. Sì perché questo è uno dei quei post sentimentali, che potresti leggerti con una canzone romantica ma un po’ malinconica. Ti aiuterebbe a fruirlo meglio.

A dirla proprio tutta ho lasciato un pezzetto di cuore in Finlandia. Per questo provo un po’ di malinconia a ripensare al breve viaggio a Tampere.
Non so se riuscirò a trasmettervi con le parole i vari sentimenti che ho provato in soli 3 giorni, ma ci proverò. Un’esperienza che rimarrà dentro me e i 5 più 2 amici miei compagni di viaggio.

Benvenuto in Finlandia. L’aeroporto di Tampere è grande quanto casa nostra. Davvero, è minuscolo e vi sembra di atterrare in un altro pianeta; spazi aperti, alberi e bosco. Se poi ci si mette la pioggia ad accogliervi, il riconcigliamento con il silenzio o i suoni della natura è pressoché immediato.

A Tampere atterrano anche molte persone che devono recarsi in Russia, a due ore di macchina da lì. Perché volare con Ryanair costa decisamente meno che volare normalmente per San Pietroburgo, per esempio. Una volta sbarcati, siete praticamente fuori dall’aeroporto. C’è un pullman ogni mezz’ora che in 20 minuti vi porta in centro a Tampere, davanti alla stazione: costo 6€. Ma li spendete volentieri, perché il pullman è pulito, l’autista vi saluta e vi carica e scarica i bagagli senza batter ciglio.

La terza città della Finlandia. Tampere è una città finlandese di circa 206.500 abitanti, ma a vederla non sembra, perché queste città sono abbastanza estese e gli spazi aperti che si trovano ingannano, per non parlare delle piccole e caratteristiche casette in cui la gente vive. E’ una città industriale (molti residenti la chiamano la “manchester finlandese”), ma non troppo. A tratti sembrava di essere a Crespi D’Adda, gita immancabile per chi ha fatto la scuola dell’obbligo in Lombardia.

Il centro è molto bello, ci sono delle costruzioni davvero carine. Poco traffico, la gente mentre cammina non ti tira spallate, quando sei fermo ai bordi della strada sulle strisce pedonali, misteriosamente le macchine si fermano. Per dire, la ragazza che ha ospitato me e un amico aveva le stampelle e quando doveva attraversare la strada riusciva ad anticiparmi. Io rimanevo fermo, abituato a veder sfrecciare le macchine finché non decidi che devi buttarti in mezzo alla strada; lei no, semplicemente attraversava.

.: VOGLIO TORNARE IN FINLANDIA PRIMA POSSIBILE: I PRO.

Segni di civiltà intelligente. Non mi sembrava vero, per terra non c’erano cartacce, la gente dai finestrini non buttava niente e soprattutto avevo la sensazione di non dover temere nulla. Anche quando giravamo a piedi di notte. E’ una sensazione straordinaria pensare di poter decidere quello che si vuole fare, liberamente, senza doversi preoccupare troppo del prossimo. Non fraintendetemi, non lo dico in senso negativo.

La sera, a qualsiasi ora (notte compresa) si trovano decine di persone in giro a piedi, idem le ragazze. Si vede che non hanno paura e non hanno mai avuto problemi di criminalità o violenze varie. Camminano sotto i ponti, accanto ai viali da sole e si recano alla macchina nei parcheggi bui senza farsi accompagnare da nessuno. C’è vita insomma, si vive come dovremmo fottutamente vivere tutti quanti. Cosa che non è più possibile fare in Italia. Ma su questo discorso ritornerò dopo.

Una società incredibile. Sapete quanto costa l’università a Tampere? Ottantacinque euro l’anno. I repeat: OTTANTACINQUE EURO ALL’ANNO. I libri sono gratis, ogni studente può consultare quel cavolo che gli pare, perché studiare, informarsi e accrescere la propria conoscenza è un diritto di tutti. E se abiti oltre un raggio di 5km dall’Università lo Stato ti rimborsa le spese di trasferimento. E poi uno non deve arrabbiarsi.

La città è piena di studenti e di giovani universitari, di persone, i caffé e i locali sono sempre aperti. Una cosa fantastica che ho scoperto per esempio, è questa: quando tu entri in un locale e ti siedi, nessuno viene dopo 3 secondi a pressarti chiedendoti l’ordinazione e facendoti pagare non appena la consegna al tavolo viene fatta. Ebbene no. Qui sono molto più avanti e cordiali, da un punto di vista opposto.

Si perché ti siedi, leggi, navighi su internet (wi-fi free ovviamente), fai quello che vuoi insomma. Poi quando hai voglia ti alzi, vai al banco e prendi da bere; se ordini da mangiare paghi e te lo portano al tavolo quando è pronto. Nessuno ti caccia. E se proprio un posto è strapieno, cosa alquanto rara ovunque di giorno, chi è lì da molto tempo, intuisce che deve lasciare il posto a qualcun altro, si alza e va via senza guardare male nessuno. Una cosa elementare se ci pensate, ma a cui non ero abituato. Intelligenza sociale, la chiamerei.

A portata di vita, anche se sei giovane. Arrivo allo studentato della nostra amica finnica il primo giorno, per appoggiare i bagagli. Non mi aspettavo chissà cosa, ma chissenefrega, ho dormito ovunque e sono gggiovane, forte (bello-alto-biondo-occhi azzurri). Un par de palle. Il palazzo è nuovo, si vede, in giro non c’è caos, ma biciclette parcheggiate fuori. L’ascensore ci mette 4 secondi esatti ad arrivare al quarto piano: è un Otis. C’è una porta che separa i pianerottoli dalle stanze numerate; arriviamo in fondo ed entriamo in casa di Liina.

Incredibile, un salone con cucina, divano, tavolo e balcone. Due stanze per due coinquiline. Luce, gas, acqua calda, forno, lavastoviglie, lavatrice e internet: tutto compreso. Caspita, costerà tantissimo. Trecento cinquanta euro al mese. TRECENTOCINQUANTA EURO AL MESE. Andate a fare in culo italiani. Per una stanza, una maledetta bettola a Milano, come minimo ti chiedono 600€ al mese. Poi bisogna vivere.

Era il più caro tra gli studentati della zona. La verità è questa, signori miei. Un mio compagno li in Erasmus che ospitava altri amici si trova a 15 minuti esatti (senza ritardi perché non esistono) di pullmann dal centro; il suo studentato era meno bello di quello dove dormivo io. Ma ha sempre compreso tutto. Però sapete quanto paga al mese di affitto? Duecento euro. DUECENTO EURO AL MESE. Dovete morire tutti, brutti bastardi.

A misura di vita. La ciliegina sulla torta era la sauna; sì, perché praticamente ogni palazzo in Finlandia ha almeno un paio di saune interne. Si segna su un foglio l’ora ed è fatta, non troverete mai nessuno che si infilerà dentro durante la vostra ora. Questo anche negli studentati, luoghi inesistenti e ghettizzati per gli studenti italiani. Ma in Finlandia non è così. Entri nello spogliatoio, ti chiudi, ti cambi e vai in sauna, con doccia compresa. Se sei fortunato puoi trovare anche ragazze o donne nude dentro, che la non si fanno tanti problemi. Non tutti o tutte, per carità. Certo, la prima volta rimani stupito, poi dalla seconda in poi non ci fai più caso. Giuro.

Altra cosa davvero interessante erano le finestre e le porte. Per migliorare lo scambio di calore e non sprecare riscaldamento inutile, ogni casa ha due porte e due finestre negli stessi punti. Una si apre all’esterno, l’altra all’interno; no, non è fatto per il rumore, perché credetemi, rumore fuori praticamente non ce n’è, tanto che la pioggia sembrava piacevole nel silenzio di Tampere. Ho capito il vero lato romantico della pioggia, ecco. Dico questo perché ce ne siamo resi conto tutti del boato di sottofondo che c’è nelle nostre città appena usciti dall’aeroporto di Bergamo, al ritorno.

Indovinate chi erano gli studenti messi peggio economicamente. Gli italiani ovviamente. Cosa ve lo dico a fare? Il fondo base europeo Erasmus è di 200€ e i miei compagni si barcamenano con quegli unici soldi e il cibo spedito dalle famiglie. Chi è fortunato riceve anche soldi. Per questo ci hanno implorato di portargli un po’ di provviste; vabbé, anche perché in cucina non ci batte nessuno, si sa. Tra l’altro, e qui chiedo a voi, non mi spiego una cosa. Dei compagni siciliani o campani, o più in generale del sud Italia, oltre alle 200€ versate dalla comunità europea, ricevevano dalle rispettive regioni altri 200€. E il discorso cambia, perché hai margine oltre l’affitto. Quando me lo raccontavano, pensavo alla Lega ed ai suoi elettori e ridevo come un pazzo.

Lavoro e divertimento. A questo punto penserete che la vita costerà tantissimo in Finlandia. No, miei cari. Non c’è nemmeno questa scusa. Certo, al supermercato le cose costano un filino più che da noi. Ma i finlandesi guadagnano comunque decisamente più soldi che gli italiani. Per dire, una ragazza di Catania lavora in un baretto e prende 14€ l’ora. QUATTORDICI EURO L’ORA, capito, pezzi di…imprenditori italiani? Quando il giorno è festivo pagano il doppio. Tra le altre cose, nessuno pretende di avere una qualità di vita titanica come in Italia.

Intendo dire che a nessuno frega di girare col macchinone, come fanno i pezzenti in Italia indebitandosi fino all’orifizio più nascosto. A nessuno frega di sfoggiare la casona arredata a colpi di mutui. Semplicemente di vive più che dignitosamente. Con tutte le comodità, senza strafare. E nessuno giudica le persone come la nostra mentalità provincialotta suggerisce al nostro minuscolo cervello lobotomizzato. Perché la vita è una sola, ricordatevelo.

Non ho la macchina, prendo un mezzo pubblico. I pullman sono in orario, si fermano davanti alla fermata e l’autista ti fa il biglietto al momento, timbrando il suo cartellino magnetico al cambio del turno. E mentre si acquista il biglietto, nessuno dietro si lamenta, ti ruzza o ti punta il suo fallo nelle chiappe perché vuole andare chissà dove, per passare. I mezzi sono puliti, in ogni fila di sedia c’è il tasto per prenotare la fermata. Certo, le corse costano più che in Italia, ma se fai l’abbonamento te la stracavi.

.: LA FINLANDIA E’ DAVVERO BELLA, MA A PENSARCI BENE…: I CONTRO.

La gggente è davvero strana. Scena ripetuta in ogni locale: entriamo e da bravi italiani ordiniamo e consumiamo, chiacchierando e gesticolando come nostro solito. Ad un certo punto ci accorgiamo che intorno a noi tutte le persone sedute consumano sì, ma NON parlano tra loro. Ogni tanto qualcuno bisbiglia qualcosa. Questo in settimana e la domenica, perché il venerdì e il sabato è tutta un’altra cosa, ma arriverò anche a questo. “Però, singolari questi finlandesi”, pensiamo.

Ognuno tira dritto per la propria strada e non da troppo retta a chi ha intorno, è nel loro carattere. Ma attenzione, non confondete la cosa con la freddezza. Per loro è normale, siamo noi che siamo abituati ad un certo tipo di comportamenti. Per dire, il nostro compagno ci ha detto che ha coniosciuto più ragazze grazie a noi in 3 giorni che in 4 mesi che è lì. Avremo pur qualche vantaggio ad essere italiani, no?!

In merito ho da segnalare un episodio. Stiamo sulle palle a gran parte del maschio medio finlandese. Tanto che la prima sera in un locale un gruppetto di fenomeni ha spintonato un amico dal nulla e ha minacciato un altro. Purtoppo ero ancora in coda fuori per entrare con altri due amici, altrimenti sono sicuro che sarebbe venuto fuori un macello. Fortunatamente, quando altri due compagni sono andati a chiedere spiegazioni da bravi tamarri, la cosa si è sistemata. Se poi dici che sei siciliano, non osano dirti proprio niente. Fidatevi.

Volete sapere perché non gli stiamo proprio simpatici? Semplice. Perché gli fottiamo le donne, nel vero senso del termine. Non so perché, ma alle finlandesi piacevo particolamente. Te ne rendi conto quando a più di una ragazza, guardandoti in modo inconfondibile, chiedi di ridarti i pantaloni… D’altronde se pensate solo a bere, cari maschietti finnici, di certo non guadagnate punti. E qui veniamo al tasto dolente.

Una bottiglia per amico. Non mi era mai capitata una cosa simile. Dal venerdì sera al sabato notte inoltrato, la gente va in giro con la bottiglia in mano. Tutti, giovani ed adulti, donne e uomini, come se stessero tenendo in mano un pezzo di carta. Birra a fiumi e personaggi che si trasformano da morti viventi agli amiconi di sempre. Quando infatti sono ubriachi, i finlandesi tenteranno di abbracciarvi e cantare qualsiasi cosa con voi, perché sanno che siete italiani. Apro una parentesi qui: ho chiesto a due ragazze di spiegarmi da cosa capiscono che siamo italiani. Un motivo è per la gestualità, l’altro non posso dirvelo.

Insomma l’alcol in Finlandia è un problemone, tanto che le birra, ma soprattutto i superalcolici al supermercato costano tantissimo. Anche se il vetro delle bottiglie devi riportarlo, così ti ridanno la cauzione. Nei locali i cocktail vengono fatti col misurino, su quello non si sgarra. Un amico sovrappensiero ha ordinato un negroni e quando ha dovuto pagare gli è venuto un infarto: 12 euro. La birra media però costava 3,80€. Indovinate quante ne abbiamo bevute.

Due giorni di pazzia ci possono stare. Vedere ragazze ubriache in giro non è così piacevole. Idem gente che vomita fuori da alcuni bar. Ma la cosa incredibile è che avviene tutto solo il venerdì ed il sabato. La domenica no, perché il lunedì si lavora: è stupefacente notare la netta separazione che i finnici riescono a dare alla vita lavorativa ed a quella privata. Diventano altre persone, ma magari senza travestirsi come succede qui da noi.

Però vedete, all’uscita dei locali a tarda notte, nessuno guida. Si va a piedi, sbronzi o meno, con la bottiglia in mano, idem le donne. Perché non c’è criminalità e non avvengono particolari reati: è una delle rare volte in cui in discoteca nessuno mi ha chiesto se avevo fumo, pasticche o qualsiasi altra sostanza chimica. Insomma, lì si fidavano della mia faccia. L’unico problema che ho sentito da qualcuno è dato dalle armi; sembra infatti che non sia molto difficile ottenere il porto d’armi, quindi se giocate fuori casa evitate di provocare. Non si sa mai.

Il clima ed il cibo, ma mica tanto. C’erano zero gradi, come da noi in inverno inoltrato. Ma è un freddo secco, tipo quello della montagna. E le giornate in questo periodo dell’anno durano in modo identico al nostro. La storia cambia in inverno e in estate ovviamente. Le statistiche sui suicidi rimangono alte, ma sono in calo e collegabili con la diffusione delle armi da fuoco.

Altro mistero è cosa mangiano i finlandesi. So solo che una sera ho cucinato dei cavatelli al pomodoro e le due ragazze che ci ospitavano si sono scofanate due piatti, dicendo che erano buoni. Mica male. Per il resto mangiano in giro hamburger e panini di ogni genere. Con quello che bevono dovrebbero essere obesi, invece non è così.
Al supermercato bene o male trovate tutto, anche se ho visto poca carne rossa e, se trovate la pasta, non costa poco. Circa 2-3 euro insomma.

.: A GRANDE RICHIESTA.

Capitolo donne. Per voi amici maschietti, visto che me lo avete chiesto in tanti, scriverò anche questo paragrafetto. La prima sera eravamo in un locale con serata internazionale e di finlandesi non ce n’erano. Una beffa. Il sabato invece eravamo nel posto giusto: posso dirvi tranquillamente che 2 finlandesi su 3 che vedete passare sono carine, ma anche molto carine. La media è più alta che in Italia, devo confidarvi questo segreto con buona pace delle donne, anche se in questo modo rischierò di far emigrare un vasto numero di baldi giovini. Ovviamente la maggior parte è costituita da bionde, ma ci sono anche alcune more, per non parlare di quelle coi capelli neri e gli occhi azzurri (con questo paragrafetto mi sono guadagnato una bella ramanzina dalla fidanzata, ma vabbé, per voi questo ed altro…).

Se sei arrivato fino a qui voglio farti sapere che questa esperienza mi ha segnato e sta cambiando il mio modo di vedere la vita, il mio futuro. A partire dal fatto che mi sono pentito di non aver fatto l’Erasmus.
E’ come se avessi aperto gli occhi di colpo, se fino a settimana scorsa tutto andava a rallentatore, in slow motion. Ed ho capito che non era reale, perché è l’Italia che non è reale.

Va bene, in Finlandia ci sono solo 5 milioni di persone, ma non mi pare assurdo pretendere una via di mezzo.

Mi sento come uno che ha perso un sacco di tempo, come una persona a cui hanno rubato fino ad ora tonnellate di tempo che non tornerà mai più. Per questo non credo a quello che ho visto e che vedo ora, un po’ come Neo in Matrix, per tenere questa linea metaforico-fantastica.

Ma dopotutto ho solo 25 anni, e posso ancora decidere di dare una svolta alla mia vita. Perché voglio davvero sentirmi libero e per la prima volta – in soli 3 giorni – mi sono sentito incredibilmente libero delle mie scelte, dei miei spazi e del mio tempo. Ma non in Italia.

Ho compreso che non sono fatto per vivere così come sto facendo, ma soprattutto non sono stato creato per vivere tutta la vita nel posto dove sono nato.


Violenza, repressione e assassini

ottobre 23, 2008

Francamente devo ammettere che qualcosa si sta muovendo. E’ ancora uno strato basso, poco coordinato, ma ci sono cenni vitali. Sono felice che gli studenti, categoria a cui ancora appartengo, stiano protestando e pensino di combattere per il proprio futuro.

Lo scempio mediatico a cui stiamo assistendo e a cui siamo assuefatti da fin troppo tempo sta scricchiolando, almeno ora. Prima Berlusconi e poi oggi Cossiga arrivano ad incitare alla violenza ed alla repressione. Ma per la gente è tutto normale.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì»

Queste dichiarazioni sono comparse sul Quotidiano Nazionale di oggi.
E la cosa che mi da più fastidio è “vedere tutto ciò archiviato sotto la vì di vecchiorincoglionito, invece che sotto la a di assassino“. Sì, perché “uno dei protagonisti delle più oscure pagine della Repubblica si è costituito. Ed ha raccontato, lucidissimo, come si radicalizzano i conflitti, come si manipola l’opinione pubblica, come si stupra un movimento. Come, in definitiva, si decapitano le legittime aspirazioni di una intera generazione“.

Magari è furbo e lo fa per mettere in guardia tutti quanti su come in realtà vanno le cose in questo paese. Ma non è così purtroppo. Perché il popolo italiano è un popolo senza memoria. Senza palle. E non sa che cosa sia la libertà.

Cossiga potrebbe parlarci di Gladio, Ustica, Kappler, Moro e di tutte le nefandezze di cui si è macchiato. Ma nessuno glielo chiederà mai. Sarà per questo che io provo una gran voglia di andare in piazza per coprire l’assordante silenzio del mainstream berlusconiano.

E anche se molti scioperano ancora per perdere un fottuto giorno di scuola, lavoro o quello che vi pare, bisogna farlo, tutti quanti. Dopotutto la società italiana chi favorisce? Chi sono i veri vincenti?
Un laureato o un ricercatore sono gli sfigati, un tronista o una velina sono vincenti. Insegnanti, genitori e figli.

Ma sono sicuro che questa sera uscirà il famigerato “sei” al SuperEnalotto; davvero credete che sia stato un caso che, proprio in questo periodo, avvenga una cosa simile? Eppure giocano tutti, persino dall’estero. Chissà quanto ha incassato lo Stato, nevvero?

Vedrete, questa volta qualcuno sbancherà vincendo i 100 milioni, così per l’ennesima volta, tutti si dimenticheranno di tutte le sconcerie che – da quando è salito questo governo – stanno distruggendoci lentamente.
Credo che solo chi non ha niente da perdere rischia. Ecco perché oggi tutti quanti se ne fottono.

Berlusconi: “Mai pensato alla polizia nelle scuole”. Meno male che c’è youtube.


Democratici solo a parole

settembre 23, 2008

Le primarie dei giovani del PD non sono legali e non si sono svolte in un contesto di legalità.
La storia è questa: Giulia Innocenzi è la coordinatrice degli Studenti Coscioni per la Libertà di Ricerca.
È nota per aver istituito il servizio “SOS Pillola del Giorno Dopo”, che aiuta ad ottenere la ricetta chi se la vede rifiutare da qualche medico inadempiente le proprie funzioni.

Giulia si è candidata alle primarie per essere eletta come Segretaria dei giovani del PD, che probabilmente si terranno nel prossimo mese di ottobre.
Il condizionale è d’obbligo, in quanto non c’è nulla di chiaro o definito in merito ai termini di candidatura e/o partecipazione.

Lei ha quindi scritto una lettera a Walter Veltroni, “invitandolo a intervenire per ripristinare la legalità e dettare regole chiare e certe per partecipare alle primarie”; come volevasi dimostrare, Veltroni non ha risposto, così come non ha mai avuto alcun rapporto o contatto coi suoi elettori (ma questo è un altro discorso). Probabilmente si trova ancora in America e sta cercando, su consiglio di Michael Jackson, di cambiare colore della pelle, per diventare come Obama.

Poi però arrivano voci, da ben informati, secondo le quali le elezioni sarebbero fissate per il 17 e il 18 ottobre e che per parteciparvi si dovevano raccogliere, entro il 25 settembre (quindi in pochissimi giorni) 600 firme in 5 diverse regioni. Il sito del PD non menziona la vicenda, né tantomeno fornisce i moduli per l’iscrizione.

Giulia Innocenzi ha quindi spedito una seconda lettera a Veltroni, invitandolo a chiarire e rendere trasparenti le regole di partecipazione. Diciamo che uno va a pensare che le cose vengono fatte in questo modo per far sì che vengano eletti nomi già decisi a tavolino, di partito per così dire. E visti i risultati delle precedenti primarie di DS e PD, non ci sarebbe da stupirsi.

Questo partito non solo non fa opposizione, è inesistente e tradisce ogni giorno le attese dei propri elettori, evitando qualsiasi contatto con la realtà, ma a quanto pare non ambisce nemmeno a soddisfare le promesse minime di rinnovamento e rispetto delle regole su cui tanto ci avevano rotto le scatole in campagna elettorale.

Mettiamocelo in testa una volta per tutte: il PD, nello stato in cui è ora, non serve a niente. O meglio, serve a Berlusconi per continuare a governare senza problemi.


Morire Giovani

agosto 6, 2008

http://www.flickr.com/photos/valerius25/463968859/ - i diritti sono di proprietà dell'autore

Sono un fottuto pessimista. Lo so, davvero. Ma non ci posso fare niente: nel dubbio, non faccio altro che supporre o intravedere il peggio dietro l’angolo. Parlo in generale, detto per inciso. Per una volta, facciamo che la politica c’entra poco. Anche se loro lanciano costantemente un unico messaggio a noi “ragazzi”: è meglio farci morire da giovani.

Scuola, università disorganizzata, stage o non stage, l’importante è che non sia pagato; crediti formativi, laurea, poi forse lavoro; lavoro precario, guadagni poco, zero certezze, niente casa, niente libertà. E intanto gli anni passano e tu sei ancora lì, in casa con mamma e papà. Senza una pensione, senza una prospettiva o una possibilità, insomma senza futuro.

E così via, anche se in questo momento vorrei concentrarmi più sulle sensazioni e gli stati d’animo che sul viscerale vissuto del concreto quotidiano: dopo un po’ stanca anche me.
Cioé come mi viene in mente, penserete, di scrivere cose simili proprio mentre sto per partire per un viaggio? Beh, quando arrivano le ferie, vuole comunque dire che l’estate sta finendo.

Più che vivere la vita mi sembra di subirla, come se stessi guardando costantemete il mondo da dietro una finestra, osservando gli altri intenti a vivere, trascorrere il tempo e decidere ciò che vogliono della propria esistenza.

Come se fossi imprigionato in una realtà ovattata che tiene incatenata la mia voglia di libertà. Me la sento dentro che spinge forte, spesso fa a pugni con i miei pensieri: convivo con un forte senso di inquietudine generale, assieme a quella enorme sensazione di vuoto che non so come riempire.

La cosa triste, o strana se volete, è che non ho idea di che decisione possa prendere in merito a qualsiasi cosa per cambiare lo stato delle cose, in primis la Mia Vita. E’ questa passività disarmante che mi sento addosso che mi distrugge, come se non riuscissi a reagire, a rialzarmi mai.

E ho paura del Tempo, di star perdendo quantità industriali di Tempo che non tornerà mai più. Tipo che tra 10 anni mi sveglierò un giorno pensando tra me e me “ma che cacchio di diavolo ho fatto fino ad ora? Dov’era il mio cervello quando ancora tutto era una scommessa, una roulette russa di esperienze da fare?” E in quel momento – se mai arriverà – sentirò un tuffo al Cuore, lo so.

Perché sarà troppo tardi.


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