Ospite di Grazia

maggio 27, 2009

Su gentile invito di Francesco Neri, questa settimana sarò ospite del blog di Grazia.

Qui la mia breve presentazione e qui il mio primo contributo.
Visti i commenti, avrò il mio bel da fare, ma sapete bene che non sono uno che si tira indietro.


Il terremoto è lo specchio del paese (parte 2): i veri sciacalli sono altri

maggio 3, 2009


Nel video, i giornalisti del tg1 ringraziano – felici – il terremoto

Sostanzialmente, mi piacerebbe che la pacchia finisse per tante persone. Esseri responsabili di azioni e comportamenti nefasti che innescano nella nostra società usi, costumi e cataclismi misurabili in termini di pensieri propri. Inesistenti.

È che scrivendo post di questo genere, il rischio è quello di vedersi affibiato il ruolo del personaggio che finisce col fare la figura del saccente, quello che “lo sapeva”, eccetera. In realtà sono una persona normalissima, una delle tante che appartiene orgogliosamente a quell’oscurità sommersa. Un abitante della Rete insomma. Che ha tanta voglia di pensare, informarsi e sentirsi “individuo”, concetto ormai caduto in disuso da queste parti. Ogni giorno infatti il contesto in cui viviamo cerca di farci sentire dei diversi o dei deviati solo perché non partecipiamo al televoto, non sappiamo niente sugli ultimi reality e guardiamo poca tv.

Ma “ehi”, mi sento di dire a tutta la ciurma di (non) stare tranquilli, che non è così: il mondo che pensiamo, osserviamo e descriviamo picchettando su un’umile tastiera esiste ed è verità anche se non ce lo mostra la televisione; le cose – belle o brutte che siano - esistono e gli avvenimenti accadono anche se nessuno ne parla o, appunto, ce li fa vedere da qualche parte.

In questa seconda parte di post sul terremoto vorrei quindi concentrarmi su alcuni aspetti misteriosamente sfuggiti ai più. Mentre i media sono ancora impegnati a raccontarci la drammaticità della vicenda abruzzese, con interviste degne di un bambino dell’asilo, immagini del primo bambino nato dopo la tragedia, il primo matrimonio o la nonnina centenaria che ne ha viste di tutti i colori a cavallo dei secoli, il mondo continua a girare. Sempre dalla parte opposta alla nostra si intende. E purtroppo, le scosse in Abruzzo proseguono, così come il conteggio dei morti, misteriosamente interrottosi qualche settimana fa. La cosa è strana, specialmente perché Bertolaso (uomo messo da Berlusconi, sia chiaro) – in ogni disastro – è in genere utile solo a raccogliere vittime, contarle e al massimo a far recapitare tombe a domicilio, che si fa prima. Eppure egli è capace di mettere in riga ministri e sottosegretari, pretendere, minacciare. Il segreto della sua forza è nei flussi di denaro che è in grado di gestire. Cifre impossibili da calcolare.


Alcune piccole differenze tra l’indegno modo di fare giornalismo italiota e quello di una nota tv tedesca

Prima di arrivare a parlare del numero delle vittime che non torna, è necessaria una premessa, che come sempre spiega tante cose. Aspetti sepolti e che tali rimarranno, volutamente o meno. Per colpa di chi, lo deciderà ognuno di noi. Mentre gran parte degli abitanti dell’Aqulia e dei paesini colpiti dal terremoto continua a rimanere nelle tende infatti, prosegue ininterrottamente la processione, la via crucis dei nostri fantasmagorici giornalisti, lì non tanto per documentare, quanto piuttosto per seguire i politici: vi invito calorosamente a guardare i video prima di proseguire la lettura.

Se dopo averli visti non avete frantumato a martellate lo schermo, proviamo a delineare brevemente cosa sono stati capaci di proporci coloro che dovrebbero informare e rendere più libera la collettività:
a) riportare sulle pagine dei quotidiani on line immagini taroccate di terremoti e catastrofi naturali da altre parti del mondo, enfatizzando vogliosamente la tragedia; b) ringraziare il terremoto per gli ascolti; c) non essere mai stati all’altezza di raccontare sobriamente il terremoto, intervistando con metodi dilettantistici persone che hanno perso tutto – compreso le vite di persone care; d) zero inchieste, servizi o contenuti interessanti (salvo rare eccezioni) che aiutassero a mettere in luce le vere magagne e le gravi responsabilità di alcuni sulle centinaia di morti; e) infine, dove diavolo erano i giornalisti nei mesi precedenti? Sono mesi che in Abruzzo ci sono scosse, e mai nessuno ne ha parlato.

La verità è che gli abruzzesi sono stati mandati a morire scientemente. Perché in questi maledetti mesi nessun piano di emergenza era stato approntato. Quando bastava un’evacuazione. O forse bisognava approfondire certi studi e capire perché solo certe persone sostengono che i terremoti non si possano prevedere a priori, o quantomeno capire perché a questa gente non interessa progettare dei piani di sicurezza. Poi però vai a vedere chi produce i sismografi in Italia e di chi sono quelli dell’INFV e ti dai delle risposte. E qui mi fermo, per rispetto alle vittime.

Fate pena giornalisti, ogni giorno di più: come fate a guardarvi allo specchio? Come fate a leggere senza batter ciglio quei maledetti fogli scritti e concordati durante i tg? Vi rendete conto che voi siete direttamente coinvolti e responsabili della vergogna in cui ci siamo trasformati? Com’è possibile che persone come voi lavorino a questi livelli e vengano considerate professionisti dell’informazione? Mi scuso con le poche eccezioni, ma tant’è.

Il problema è che c’è una qualcosa di gravissimo che non torna, come accennavo in precedenza: il numero delle vittime. Il grido di disperazione e di verità sulle vittime è partito da Anna, che sta vivendo sulla propria pelle il terremoto. Leggete il suo blog: troverete tante verità sepolte.
Basti pensare che ad Onna (che è stata praticamente cancellata) ci sono circa 350 abitanti e più o meno hanno contato 50 morti; l’Aquila invece conta 72.946 abitanti e ci hanno detto che i morti sono poco circa 290, compresi quelli di Onna. E da quel momento, dopo i funeralli fantoccio con i ministri in primo piano, stop ai conteggi: i morti non servivano più a niente. Quello che i due medici hanno riferito ad Anna, e cioé che tanti dei ricoverati negli ospedali morti a seguito del terremoto non sono stati conteggiati fra le vittime, è un’altra prova dello scempio. Traete voi le conclusioni.

La realtà dice infatti che i morti effettivi sarebbero circa un migliaio. Tra le altre cose, oltre alla logica, ci sarebbero vari elementi che spingerebbero verso un numero decisamente più elevato di vittime: “il centro storico dell’Aquila è da abbattere e ricostruire. E questo lo dicono in tanti. I morti, i feriti e gli sfollati sono stati contati, più o meno precisamente. E questo lo dicono tutti. Adesso vi dirò qualcosa che non dice nessuno.
Gli scantinati e i seminterrati del 90% del centro storico erano stati affittati. In nero. Dentro c’erano clandestini, immigrati, extracomunitari, come italiani qualsiasi. Spesso ammassati. Ci sono ancora. Decine o centinaia di persone che non risultano all’anagrafe, che non compaiono nelle liste dei dispersi, che non esistono. I proprietari delle case che si sono messi in salvo non ne denunciano la presenza. Non gli conviene. Nessuno li cerca. Nessuno li piange. Da vivi non esistevano, non esistono neppure da morti. Spazzati via di nascosto, come la polvere sotto al tappeto. In fondo, perchè darsi tanta pena per loro? Una tomba ce l’hanno già. E questa volta non gli è costata niente. Gliel’abbiamo data gratis.
All’Aquila sono in molti a saperlo. Ora, lo sapete anche voi.”

Perché nessuno vuole approfondire queste evidenze? Perché sono ormai pochissimi coloro che ancora sanno fare i giornalisti; la stragrande maggioranza si limita ad eseguire ordini del superiore inquadrato nelle logiche partitiche e politiche italiane.
Quindi perché lamentarsi se non si parla di protezione civile o della reale situazione che subiscono i terremotati nelle tendopoli? Queste sono le uniche e vere voci di cui possiamo fidarci: quelle della presa diretta, del “lo sto testando sulla pelle”. Tutto il resto è finzione, sappiatelo. Penso che chiunque abbia assistito almeno una volta a come venga preparata un’intervista; credete davvero che in tv facciano vedere quello che non gli fa comodo?

Ora che l’opinione pubblica ha spianato anche il terreno per diffondere l’idea benevola della ricostruzione, delle fantomatiche “New Town” berlusconiane, qualcuno dovrà spiegarmi altre cose che non tornano e che ho già trattato in parte nel post precedente.
Come possiamo pensare di ricostruire correttamente e in fretta città intere se oggi in Italia, nel 2009, ancora crollano i ponti dopo una settimana di pioggia? Come si può pensare di costruire centrali nucleari o opere tanto mastodontiche quanto inutili come il ponte sullo Stretto? Come possiamo stare tranquilli negli edifici pubblici o girare per strada se dopo qualche giorno di acquazzoni, le strade si distruggono? Come può, una città come Milano, andare in tilt giorno e notte perché salta la corrente e i tram non funzionano più? E il bello è che ci vendono l’Expo 2015 come una vittoria per tutti, uno splendido colpaccio made in Italy. Poi però ti informi e scopri che Milano ha vinto a mani basse sconfiggendo addirittura la temibilissima Smirne: erano le uniche due città candidate!

L’Expo 2015 di Milano è infatti l’ennesima cattedrale nel deserto, un’opera megagalattica che ha acceso già l’ingordigia di molti; il problema è che Milano non è in grado ed è incapace di sostenere un progetto simile, specialmente con questa giunta. Stiamo parlando di una delle città trainanti dell’economia italiana che viene costantemente ridicolizzata ogni qualvolta piove, nevica o viene il raffreddore a qualche operaio. Tanto che difficilmente si potrà realizzare ciò che è stato promesso e sbandierato.
Però si fa l’Expo, non il depuratore; si fa l’Expo, ma non si sistemano scuole, università, case o ospedali, che se fate un giro al Niguarda o in un qualsiasi ospedale di Milano sembra di uscire dal regno delle Muffe.

Tutto questo avviene nel momento in cui nessuno sta più parlando della crisi: sembra che tutti se ne siano misteriosamente dimenticati. E intanto le aziende continuano a chiudere, a licenziare o a ricorrere alla cassa integrazione.
Ma orsù dunque, pubblico pagante, siate fiduciosi: tra veline, magnacci, “papi” e scugnizzi, lì in mezzo ci sarà pur uno che saprà il fatto suo e ci tirerà fuori dai guai, no?


Il terremoto è lo specchio del paese (parte 1): il peggio galleggia ancora in superficie

aprile 15, 2009

Ho riflettuto molto prima di scrivere questo post. Un po’ perché non sono un geologo o un geofisico, ma soprattutto perché in certi momenti è difficile trovare le parole giuste. Momenti in cui ci sentiamo tutti coinvolti più o meno direttamente, toccati non solo da un’umana sofferenza per la morte di centinaia di persone, ma anche da un dolore indotto dalla forza delle immagini e, appunto, dalla quantità di retorica usata nelle parole. Un po’ come ho solennemente fatto in queste poche righe. Del resto sapete benissimo anche voi che non amo particolarmente il politically correct: insomma mi piace prendere una posizione, far sapere il mio punto di vista analizzando la situazione. Cercherò quindi di essere il meno “presidente della Repubblica” possibile.

Il terremoto italiano fa più male.
Partiamo con ordine, a terremoto avvenuto: secondo Alessandro Martelli, che insegna “costruzioni in zona sismica” all’università di Ferrara, dirige la sezione “prevenzione rischi naturali” all’Enea ed è presidente dell’Associazione nazionale di ingegneria sismica, “un terremoto di grado 7, nell’Appennino meridionale provocherebbe tra i 5 e gli 11 mila morti, in Giappone 50. Un sisma ancora più violento (intensità 7,5) in Calabria causerebbe tra le 15.000 e le 32.000 vittime, appena 400 in una città densamente popolata come Tokyo”. Perché? “In Giappone un terremoto come quello dell’Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale, e invece da noi l’applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione”. Perché?
È troppo facile – a disastro accaduto, teniamolo ben presente – affidarsi alle promesse, al ricostruiremo, sistemeremo, indagheremo. Proprio perché siamo il paese del futuro semplice condito dal forse, finiamo per permettere che muoiano persone innocenti. E dopo, solo dopo, forse…si farà qualcosa.

Costruire per gli altri e per il paese, non solo per sé stessi.
Lo sappiamo tutti: noi italiani non abbiamo coscienza sociale e non mostriamo interesse per il nostro paese, salvo poi lamentarci che tutto va male, come effettivamente va. Sì perché per milioni di persone, lavorare vorrebbe anche dire servire il proprio paese, i propri coetanei, la propria comunità, i propri figli e chi verrà domani; l’ho già spiegato molte volte: essere patrioti non vuol dire soltanto tifare Italia ai mondiali o dire di votare a destra.
Provate a pensare alle parole che vengono usate in questi contesti. Da noi si parla quasi sempre di disastri colposi o di “segreti”, che avrebbero le altre nazioni, per costruire in modo corretto. Ma la realtà è che il mondo negli ultimi decenni è andato avanti dappertutto, fuorché qui. I motivi sono mille o più, li conosciamo…ma continuiamo a non evitarli. Perché noi abbiamo la capacità di credere di andare avanti senza cambiare nulla, nel modo di pensare, agire e comportarsi nel sistema esterno che ci circonda.

È così quindi che quando guardiamo al Giappone, ma anche alla California, al Messico, alla Turchia, alla Nuova Zelanda, ecc…scopriamo che governi e amministrazioni locali investono in tecnologie moderne per costruire, non solo le case, ma anche gli edifici pubblici: basti pensare ai cuscinetti antisismici disposti alla base degli edifici, “all’uso di acciai molto piu’ elastici del normale, alla fibra di carbonio che avvolge i pilastri e li rende più resistenti alle fratture”, o addirittura ad altri apparecchi più sofisticati (cioé i dissipatori), simili agli ammortizzatori di un auto e disposti tra un piano e l’altro degli edifici più a rischio.
Secondo Rui Pinho, che insegna meccanica strutturale all’università di Pavia ed è responsabile del settore rischio sismico all’European Centre for training and research in earthquake engineering, “non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismica”; in effetti le prove si avrebbero in paesi ad elevato rischio sismico come Giappone e California, dove terremoti più potenti e di grado ancora più elevato di quello abruzzese provocano danni limitati. Se poi aggiungiamo le opinioni dei sismologi, secondo le quali questo terremoto non sarebbe stato nemmeno così grave (la stessa scala Richter che misura l’energia sprigionata da un terremoto infatti non lo ha classificato per pericoloso), forse bisognerebbe fermarsi un attimino e fare una pesante disamina che vada ben oltre lo sciacallaggio mediatico che continua imperterrito ad andare in onda e che vede come protagonisti tutti i politici, in primis Silvio Berlusconi. Loro infatti sono lì a sfilare sulla passerella formata dalle macerie, sforzandosi di piangere di fronte alle telecamere.

La rivoluzione culturale non è soltanto roba per intellettualoidi.
Quando si parla di rivoluzionare un paese o di rivoluzione culturale, so bene che viene da storcere il naso: in Italia è normale rabbrividire o impaurirsi di fronte al diverso e a ciò che non si conosce; quale esempio migliore della parola cultura, quindi? Il problema però deriva dal fatto che cambiare e migliorare sono due concetti insiti nella parola rivoluzione e in quel culturale ci starebbe tutta l’imbarazzante italianità da sopprimere. Si perché da queste parti servirebbe proprio una rivoluzione radicale e totalitaria nell’edilizia, ma anche una rivoluzione totale nella morale pubblica.
In Giappone nel terremoto del giugno dello scorso anno, classificato come 7.2 della scala Richter, ci sono stati solo 13 morti. Paragonato al sisma dell’Abruzzo, quello di Iwate-Miyagi dello scorso anno ha liberato 30 volte più energia: com’è possibile che un terremoto molto più debole in Italia provochi molte più vittime e molti più senzatetto? Per di più, nessuna delle vittime giapponesi a causa di crolli, nossignori, ma per una frana. Chissà se qualcuno tra i colpevoli costruttori italiani ha sentito anche una sola piccola scossettina nel di dietro. Così, per contrappasso. Ma ne dubito. Purtroppo in Italia si costruisce con la sabbia di mare o con materiali più scadenti per risparmiare e guadagnare più soldi…tanto, chi controlla? Chi fa rispettare le leggi vigenti in materia di edilizia? E poi, cosa volete che succeda. Le disgrazie succedono sempre agli altri, no?
Tornando al Giappone (ma l’esempio potrebbero essere anche tante altre nazioni), è necessario ricordare che lì è obbligatorio costruire palazzi, strutture pubbliche, ferrovie e via dicendo secondo rigidi criteri sismici che non si possono derogare. Niente deroghe, niente condoni, niente “dai, adesso (cioé dopo il crollo) sistemeremo”. Per di più i rigidi controlli esistono, così come le pene; in Italia invece i controlli sono scomparsi, sgretolati pezzo per pezzo al fine di favorire la corruzione endemica nel dna di questo paese sepolto persino da madre natura.

I controlli servono per controllare, ma chi controlla i controllori?
Se in Giappone e negli altri paesi i governi fanno progressivi e periodici controlli sulla stabilità e sulla sicurezza degli edifici (per inciso, noi non li eseguiamo nemmeno al momento della costruzione: praticamente non esistono ispezioni nei cantieri o severe verifiche, se non in casi straordinari o in pochi casi campione), nel Belpaese abbiamo esempi catastrofici: dallo stato penoso e trentennale della Salerno-Reggio Calabria a quello delle ferrovie, dalle infrastrutture alle scuole che crollano e così via. Gli esempi sono molteplici e spesso vengono raccontati e riportati come scandali vergognosi. Proprio perché se ne parla – e basta – sempre a disastro avvenuto.
Nel paese del Sol Levante, forse il miglior esempio a livello mondiale, non solo si costruisce “antisismico” ma, in periodo di crisi, i controlli sulla stabilità sono stati incrementati per offrire nuovi posti di lavoro. Che idea, eh? Certo, in Giappone i terremoti sono più frequenti, lo so, ma l’Italia è un paese con attività sismica elevata. Di conseguenza dobbiamo guardare ai migliori, non affidarci alla sorte.

Per essere sicuri infatti noi i geologi, e da un po’ di tempo anche gli architetti e gli ingegneri, li mandiamo a spasso. Anzi, nel migliore dei casi gli offriamo un posto in un call center o male che vada li spediamo all’estero, a proteggere e tutelare altri. Diciamo le cose come stanno: comuni, province e regioni diventano frequentemente parcheggi per nullafacenti o “figli di” nell’ottica di un mercato di voti sempre florido: il metodo testato e utilizzato dai nostri politici e dalla nostra società è il clientelismo, che sostituisce meritocrazia e giustizia sociale. A queste pratiche viene poi associata una pesante lottizzazione dei posti di lavoro, così da mantenere le posizioni di comando e far sì che lo sfacelo si protragga nei secoli dei secoli. Relegando ogni usanza civile e logica ad occupare il posto dell’eccezione che conferma la regola.

Le case degli italiani, gli edifici pubblici e la “Casa dello studente”: una situazione disastrosa.
Partiamo da una considerazione. Si parla tanto di leggi necessarie e di leggi antisismiche misteriose.
La verità è che abbiamo già diverse leggi antisismiche, alcune stilate sull’onda della deprecazione causata dalla morte dei 26 bambini nella scuola di San Giuliano. Ma, stranamente, proprio il governo Berlusconi con Scajola ha fatto di tutto per rimandarle e alla fine sono state spostate nel 2010. Perché nessuno ne parla?

La realtà italiana è infatti costituita da milioni di edifici a rischio. Circa 4 milioni di case sono state edificate prima del 1945; si tratta di abitazioni in cui il calcestruzzo è ormai alterato dal tempo e il cemento armato – ove presente – è spesso sbriciolato. Case che molti vogliono mantenere in eterno anche se soggette a rischio di crollo: sostanzialmente si tratta di mine sopra le teste dei loro proprietari. Se poi vogliamo arricchire la ricetta con l’avidità di costruttori senza scrupoli, il gioco è fatto.
Purtroppo però la situazione va peggiorando. Il governo Berlusconi ha infatti avviato attraverso diversi provvedimenti, varie scappatoie inerenti la Legge Merloni, una su tutte quella riguardante la sicurezza sui cantieri e nella costruzione di opere pubbliche. Senza contare i continui rimandi in materia antisismica, appunto. Sostanzialmente la costante cultura dell’essere fuorilegge, la protervia sulle depenalizzazioni, i condoni, la deroga dell’illecito e così via, hanno raggiunto livelli inquietanti. Certo, non che quelli prima di lui siano stati tanto migliori, ma tant’è.

Con questi presupposti, come possiamo anche solo pensare di voler costruire strutture pericolose per l’umanità intera come le centrali nucleari? Ricordate: il contesto sarebbe un paese come il nostro con costruttori come i nostri, senza controlli o controllori. Va bene, forse vado troppo oltre: torniamo ad un livello precedente, parliamo di edifici che dovrebbero essere bene di tutti e usati da studenti o giovani. Come, per esempio, la casa dello studente.
La casa dello studente nasce nel 1965 come edificio privato, poi adibito ad uffici e infine ceduta all’Università. Diventa così studentato e mensa, dunque edificio pubblico, ma senza mai averne avuto i requisiti. E infatti è venuta giù, sulle teste di decine di giovani; perché i più giovani vanno ad abitare in strutture più vecchie e di conseguenza più economiche. Eccolo qua il paese vecchio per vecchi. Ma la situazione è identica ovunque.
Inviterei per esempio i politici e gli opinionisti pontificatori a visitare e a constatare lo stato di fatiscenza delle maggiori Università italiane, il totale degrado dei già pochissimi palazzi universitari e l’abbandono a cui sono sottoposte le scuole, cioé i luoghi che – assieme agli ospedali – dovrebbero essere i più sicuri per antonomasia. Fare il confronto con la situazione di altri paesi è sinceramente troppo svilente: chiunque abbia visitato una città europea o altri paesi si sarà reso conto dell’abissale distanza siderale.
Pensiamo poi alle scuole, vittime di tagli indiscriminati dei vari Governi, di crolli che di solito avvengono nel terzo mondo, di totale mancanza di sicurezza e via discorrendo. Evidentemente il numero di giovani morti non è stato sufficiente. Gran parte delle scuole italiane è a rischio. Non hanno certificazioni di prevenzione antincendio, scale di sicurezza, danno segni di crollo. Ma il Ministro Gelmini approva senza fiatare l’ordine di tagli che viene da Tremonti. È questa la vera responsabilità e la vera coscienza dei nostri politici?

Come sarà fatta l’inchiesta sulla Casa dello Studente quando i suoi documenti sono probabilmente stati sotterrati dal crollo? Chi controllerà, visto che la regione Abruzzo afferma di non sapere nemmeno se questi documenti esistono? E infine, chi avrà il coraggio di denunciare lo scempio legato all’Ospedale crollato a l’Aquila, sconosciuto persino al catasto? Ma ci pensate? Un ospedale che crolla nel 2009.

La Ricostruzione, tra Berlusconi, la politica ed Impregilo.
Sostanzialmente il messaggio del nostro presidente del consiglio alla nazione è che ci penserà lui alla ricostruzione. Certo, sicuramente ci penserà lui assieme ai suoi amici furbetti ed al suo piano casa a ricostruire tutto quanto. Per Berlusconi infatti il terremoto non è che una manna piovuta dal cielo. Lo so, è brutto dirlo, ma così è. E la verità è che continuiamo ad eleggere persone non adatte a gestire certe situazioni.
Siamo infatti arrivati al punto che i curricula di parlamentari e ministri sono orribili, peggiori rispetto a quelli di tanti detenuti di San Vittore. E chiaramente a nessun partito sfiora minimamente l’idea di ricorrere ad una logica epurazione, per il semplice motivo che chiunque abbia un qualche potere politico è coinvolto per la sua parte in ruberie e corruzione. Questa gentaglia va a braccetto verso il peggio, un peggio che sembra non avere mai fine e in cui ci sono dentro tutti, bene o male. Per questo possiamo gridare con orgoglio di avere una democrazia monca, in cui il concetto di sovranità è inesistente e in cui un’oligarchia di capipartito stabilisce i candidati da votare, infilandoci parenti, amici di, se non amanti, veline, dipendenti, avvocati, generali corrotti, mafiosi condannati. Eppure basterebbe che gli italiani fossero solo un po’ più informati, così che molte situazioni paranormali scomparirebbero.
Il fatto che le preferenze di lista non siano concesse al popolo sovrano da nessun partito è la prova lampante della totale mancanza di democrazia, terremotata anch’essa da una catastrofe che si chiama partitocrazia, gerontocrazia, conflitto generazionale o quello che vi pare. Ed è in questo bel contesto che si situa l’Impregilo.

Impregilo, quell’azienda cha ha causato incrementi di spesa esponenziali per i lavori della TAV, col risultato di danni ambientali enormi; la stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria che ha chiesto ed ottenuto un prolungamento di altri 3 anni per la consegna dei lavori; quelli che hanno vinto l’appalto per la costruzione dell’inutile ponte di Messina, promesso alla mafia e che verrà costruito in una zona sismica; coloro che probabilmente si occuperanno di realizzare le centrali nucleari sul suolo italiano. Impregilo, quell’organizzazione i cui vertici sono indagati per reati di ogni genere. E volete sapere chi ha costruito l’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila sgretolatosi come un castello di sabbia? Bravi, proprio loro.
Per farla breve, Impregilo è il braccio di cemento armato di ogni governo. È praticamente monopolista delle Grandi Opere, degli inceneritori, delle autostrade. I suoi ex amministratori delegati sono stati rinviati a giudizio a Napoli per lo scandalo dei rifiuti; purtroppo sono specializzati in ospedali: oltre a quello dell’Aquila hanno costruito anche gli ospedali di Poggibonsi, Lecco, Menaggio, Destra Secchia, Careggi, Modena, della Versilia e Cerignola. Il consiglio, se per caso vi trovaste nelle vicinanze di uno di questi edifici, è quello di toccarvi le palle.

I pericoli non derivano solo dai terremoti, aka “prevenire è peggio che curare”.
E se il Vesuvio si svegliasse? Quanti morti ci sarebbero? Il bello è che intorno al vulcano si continua a costruire in allegria. Si stima che la popolazione situata nella fascia più pericolosa, cioé quella che garantirebbe una simpatica morte immediata, magari con la certezza di una bella statua per i posteri, sia di poco inferiore al milione di abitanti. Nella zona gialla, quella in cui la morte sarebbe probabilmente rimandata di qualche minuto, gli abitanti sarebbero ben oltre il milione e mezzo. Cosa facciamo, aspettiamo che il vulcano si risvegli?
L’importante insomma è aspettare, muoversi dopo, il faremo e ci penseremo. In Italia non esiste il concetto di prevenzione o non si pensa quasi mai a prevedere i possibili rischi, preparandosi per ogni evenienza.
Il paese è in ginocchio e il terremoto non sta facendo altro che aggravare la situazione. Passatemi questa sarcastica superstizione: mi sembra di leggere un segnale mistico e continuo, come se tutte queste scosse ci volessero suggerire che non si può più andare avanti così. E se arriva persino la natura a dircelo, sono guai.

Vorrei infine concludere questo lungo post con una piccola nota positiva. Che ovviamente porta con sé un po’ di sana retorica televisiva. È proprio in occasione di simili disastri naturali che gli italiani si mostrano uniti, grazie ad un forte spirito di solidarietà; basterebbe poco per indirizzare e rilanciare queste forze nel verso giusto, ci vorrebbe davvero un piccolo sforzo per fare quel passo successivo che conduce alla maturazione di una civiltà.
Peccato però che poi, dopo qualche giorno, ci si scanni e ci si prenda a botte per una partita di calcio.
Con tanti saluti alla grande e terremotata fratellanza italiota.


Essere omosessuali non è una colpa, nemmeno una malattia

marzo 18, 2009

Va bene, il festival di San Remo con le solite, prevedibili e pianificate polemiche è finito già da un bel pezzo e mai mi sognerei di parlare della manifestazione in sé: state tranquilli.
Al di là delle solite battute sul festival però, da qualche settimana ci siamo abituati ad ascoltare quelle su uno strano personaggio, cioé Povia. E di questi tempi, certe cose vanno prese sul serio.

San Remo, l’Italia, Povia e i gay. In questo caso faccio parte di quei bacchettoni che reputano alquanto imbarazzante un paese che manda in finale una canzone che parte dal presupposto che l’omosessualità sia una malattia o addirittura una devianza. Berlusconi non è altro che l’uomo perfetto al momento giusto per questa nazione.

Sono gay perché mia mamma lo vuole. Sostanzialmente Povia afferma nella sua canzone che questo Luca sia “diventato” gay a causa della famiglia disastrata. Un po’ come dire che l’omosessualità sia una conseguenza di traumi e non uno stato naturale concepito dalla natura, quindi qualcosa che non si sceglie come i gusti del gelato.
Evitando di ricorrere ai noiosissimi segoni mentali riguardanti la ricerca scientifica, si può facilmente dire che Povia non fa altro che cavalcare senza biancheria intima pregiudizi agghiaccianti che rimandano alla classica “colpa” della famiglia: sei un criminale? Allora avevi un padre squallido. Sei un truffatore? Chissà che cosa faceva tuo fratello da piccolo. Sei gay? Eh, tua madre non la racconta giusta.

Non sono omofobo, ho tanti amici gay a testimoniarlo. Questa è la classica frase sintomatica del livello medio con cui gli italiani trattano l’omosessualità e il razzismo nei confronti dei gay. Nel pezzo tanto amato da milioni di italiani infatti, il cantante afferma apertamente che il povero Luca se la faceva con gli uomini perché reagiva traumaticamente e dolorosamente alla pesante condizione famigliare. Che poi, anche io sono figlio di genitori divorziati, come tantissime altre persone. E mio padre lo vedo poco tuttora. I miei gusti sessuali però non c’entrano davvero niente con tutto questo.
Credo che nessuna madre o nessun padre, si sogni di spiegare o insegnare al proprio figlio maschio cosa gli deve piacere: “figliuolo, la vedi questa? Si chiama fica; ecco, vedi di fartela piacere”. Diavolo, non me l’ha insegnato nessuno che mi dovevano piacere le donne; mi piacciono e basta. Lo ripeto, non è una cosa che si sceglie. Etero, omosessuali (o quello che vi pare) ci si nasce. Questa posizione, che tra l’altro è la peggiore, perché non si limita a non accettare l’omosessualità, ma di fatto la nega come opzione, relegandola nel campo delle disgrazie e delle sciagure peggiori, è forse una delle più omofobe che ci siano.

Non sapevo ci fosse un perché nell’essere eterosessuali. Povia ovviamente – dopo varie pressioni e polemiche utili solo a guadagnare popolarità – non la chiama direttamente malattia: per lui è più una devianza sociale, come il drogarsi perché la famiglia è assente. Di certo non si salva con la sua paraculaggine dicendo “nessuna malattia, nessuna guarigione”.
Il testo concepisce subdolamente l’omosessualità (e quindi uno degli aspetti della sessualità umana) come uno stato culturale e non naturale. Ma chiunque abbia studiacchiato un po’ di psicologia o antropologia culturale sa che è una cagata pazzesca. Il vergognoso presupposto che viene posto a priori è dato dal porre un “perché” all’omosessualità. C’è un “perché” nell’essere eterosessuali?

Le persone nascono, ma non diventano. Qualsiasi persona dotata di senno avrebbe evidenti dubbi nel pensare che gay si diventa per qualche strano motivo. La stessa cosa vale per altre casistiche: gialli, rossi, neri o…Povia si nasce.
Nessuno nei media tradizionali si è sognato di parlare approfonditamente del testo di questa aberrante canzone; nessuno ha avuto il coraggio di dire che gli italiani sono tolleranti fin quando non si trovano davanti un gay, un extracomunitario o qualcosa che esuli dal sicuro e limitato modello cattolico medievale. Si poteva parlare di cose serie, attuali, magari confrontandosi. Invece si continua ad etichettare (da ignoranti) le diveristà secondo il nostro (ignorante) metro.
Io sono etero, e nessuno per questo si sogna di dirmi “povero cristo, ha avuto un’infanzia difficile”.

Un crescendo da sballo. La verità recitata dai cartelli di Povia era pressoché questa: c’è una mamma soffocante che ti vuole tanto bene, e per questo ti fa diventare frocio. Il fatto che il cantante abbia inserito termini come malattia e guarigione in un climax spaventevole come quello creato ad hoc nel brano, è decisamente scandaloso. Sì perché viene richiamata indirettamente l’idea della “conseguenza”, della “colpa”, del “vittima di”. Peché per questa gente essere omosessuali (ho detto essere!) è l’esatto risultato matemagico di un preciso percorso di vita. Tipo che se sbagliate strada, zac, siete di colpo gay.

Oggi di che sesso sei? Mah, sono incerto. Cantare di fronte ad un paese come il nostro che chi è omosessuale sarebbe in genere una vittima dell’incertezza sessuale, è pericoloso. Sarebbe come affermare che certe persone sono vittime di milanesità, di calabresità, di napoletanità o dell’essere donne bionde (vabbé ok, questo è un altro discorso…). La differenza è molto sottile, ma è evidente il fatto che ci sia già un giudizio a monte, cioè che saltellare da un orifizio all’altro (usando precauzioni, per carità) senza farsi troppe domande sia una questione di educazione e cultura. In realtà è natura. E la scienza non fa altro che ripetercelo, se proprio abbiamo dei dubbi. In caso chiedete agli animali.
Probabilmente bisognerà farci l’abitudine a questi punti di vista, visto l’andazzo di questo tempo berlusconiano. Riflettono il momento, lo stato mentale diffuso in Italia. Insomma se arriva un personaggio che dice che l’omosessualità è una disgrazia ed ottiene tutto questo successo, forse non sarebbe il caso di dire che questo è un paese di omofobi?

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Il succo del Povia pensiero definisce un gay in divenire, in base a quello che vive, mangia, respira e sente. Come dire che chi va con lo zoppo impara a zoppicare. E chi gira con un gay, beh, prima o poi…
Ovviamente è liberissimo di crederlo e di cantarlo, così come la chiesa è libera di gridare al mondo che essere gay è peccato e così come i nostri governanti possono dire quel belino che vogliono, rimangiandoselo. Riassumendo: sono tutti liberi di fare quello che desiderano, ma allora anche io sono libero di scrivere che chi la pensa così è una persona bruttarella. E di questo passo, non sono più tanto convinto di voler mettere al mondo dei figli in questo paese.
Raccontare di una persona che è stata tanto male, ma adesso è finalmente contenta come una pasqua perché si è rituffata nello status che viene considerato “norma”, è uno dei tanti modi per dire che gli altri, quelli deviati, sono sfortunati, tristi (e conducono una vita pessima proprio per colpa dei “normali”, guarda un po’), cosa che noi etero invece non siamo.
La cosa tragica però è che i gay non accettati dalla famiglia spesso ci provano davvero a fare gli etero per amore dei propri cari e di conseguenza sembrano indecisi. In realtà lo fanno perché il contesto e la società in cui sono inseriti li porta a reprimersi, turbandoli all’inverosimile. Quando invece la natura sessuale è soltanto una.

Il mondo è bello perché è vario. Vorrei chiudere questa sorta di manifesto personale, che mi ha permesso di dire liberamente la mia sugli omosessuali, con un paradosso. Provate a pensarci: se il mondo fosse dominato dagli omosessuali e a te che sei eterosessuale fosse impedito o reso alquanto difficile esprimere la tua identità sessuale, naturale e sentimentale, forse non troveresti fuori luogo le critiche. Chi non è coinvolto in prima persona infatti ritiene che il problema non esista, che si tratti solo di una stupida canzone.
Siccome c’è liberta d’espressione, ogni persona può scrivere le canzoni che vuole. Però è responsabile di quel che scrive. E se scrive una canzone omofoba è razionale pensare che sia omofobo.

L’atteggiamento peggiore che potremmo tenere è proprio quello accondiscendente, della serie “massì, cosa vuoi che sia”.
Nel mondo che sogno, sull’omosessualità non ci sarebbe da avere un’opinione o un giudizio. Esiste da sempre ed è una delle tante forme della sessualità umana. Nascondersi dietro l’idea diffusa che gli omosessuali siano classificabili tramite il comportamento è schifoso.
Perché essere omosessuali non è una colpa e nemmeno una malattia.


“Voi siete quelli che”: la tv che insegna odio e violenza

marzo 10, 2009

Questi sono i rischi che si possono correre oggi ad essere un rumeno che vive in Italia. Il risultato è che tutta questa bella gente si sentirà in dovere di riversare le proprie frustrazioni e i propri problemi sul capro espiatorio di turno.

Sarebbe bello che qualche giornalista felice del tg confezionato su misura, dai contenuti orientati solo alla logica dello share, una via di mezzo tra l’incredibile ma vero ed una fobia totale orientata a terrorizzare persone anziane, si sentisse minimamente responsabile nella costruzione di questa macchina dalle potenziali conseguenze di portata sociale devastante.

Sì perché ormai anche i muri lo sanno: lo sparuto pubblico di riferimento che ha ancora il coraggio di guardare ogni sera il tg, viene immaginato in modo abominevole. Con logiche totalitarie.
Poco istruito, poco informato, assolutamente privo di capacità critica e pressoché impotente di fronte a quello che gli viene vomitato nelle orecchie e sputato negli occhi. Di solito infatti le immagini che accompagnano certi servizi, servono a veicolare particolari concetti nelle menti comuni.

L’unica reazione scatenata in genere è lo spalleggiamento di quella che viene considerata la morale comune, l’opinione pubblica dittatoriale, quella che porta ad addurre motivazioni come “rumeni di merda, li ammazzerei tutti”.

Questa insomma è la nuova società che hanno voluto e che stanno plasmando. Tutto questo, mentre dopo soli 2 mesi del 2009, si arriva circa a già 400.000 nuovi disoccupati. Senza dimenticare le centinaia di aziende che stanno già ricorrendo alla cassa integrazione o alle rotazioni.

In mezzo a tutto questo caos il Governo continua a non muovere nemmeno un dito. Nel senso che continua a governare con le chiacchiere, le promesse e i luoghi comuni tanto amati dalle mai sazie coscienze italiane.
JP Morgan ha stimato una percentuale di fallimento del nostro paese così alta da classificarci “first to default basket” entro i prossimi 3 anni.

Siamo quindi il peggio del peggio. Gli ultimi della classe, i parassiti del trenino di Eurolandia. Abbiamo una società squallida che non fa altro che peggiorare, proprio in un momento in cui dalle altre parti ci sono occasioni per fare meglio, scommettere e crescere, imparando dagli errori.

Ora, non so bene cosa potrà accadere di qui a 3 anni, ma di sicuro non avremo problemi di stitichezza.


La cura di Tremonti

marzo 3, 2009

Giovedì scorso davanti a circa 4 milioni di telespettatori, il ministro dell’economia Tremonti, ha affermato che “in questo periodo non bisogna leggere i libri di economia, ma la Bibbia”.
Tenetevi forte, quando l’ho sentito, anche io ho avuto qualche difficoltà a reggermi in piedi. Poi però ho chiesto conferma su FriendFeed pochi minuti dopo e mi sono accorto che non ero l’unico ad aver ascoltato quell’affermazione.

Meno male che la borsa a quell’ora era già chiusa. Pensate, un ministro dell’economia che dice di leggere la Bibbia per risolvere i problemi economici. E nessuno che gli dice niente mentre lo ascolta. Come minimo si rimane senza parole, perché ti sta dicendo in faccia che non ha idea di cosa fare, “si salvi chi può”, speriamo che avvenga un miracolo.

I suoi elettori però non hanno la minima idea della situazione economica in cui versa l’Italia; il ministro invece non si rende conto, è completamente in balia del caso. E dovrebbe dirigere l’economia del paese. C’è da farsela addosso, anche se è tardi. Non si tratta solo di incompetenza, ma anche di sano masochismo.

Tempi pagamenti paesi europei

Quante persone si ricordano delle cartolarizzazioni, del condono fiscale del 2002 che (incredibile!), ha fatto sì che il 20% dei condonati evadesse pure quello, della finanza creativa, della Robin Hood tax, della sua idea di protezionismo di un anno fa ora smontata da tutti e di tanto altri scempi che ci hanno condotto ad una voragine di miliardi di euro nei conti pubblici?

Poche, pochissime purtroppo. La soluzione? Leggere la Bibbia, alla faccia degli studiosi di economia e in barba a tutti gli economisti mondiali che saprebbero ridicolizzare Tremonti in 3 minuti.
Basterebbe solo mostrargli qualsiasi cosa, persino questi grafici che vedete qui, utili a far notare le usanze di pagamento delle aziende italiane. Una roba imbarazzante all’ennesima potenza, immagine dell’impotente immobilità delle aziende italiane. Lui però vi dice di leggere la Bibbia.

Non hai il lavoro? Chiedilo al tuo parroco. Potrete sempre fregare qualche monetina dal cestino delle offerte.

Pagamenti principali paesi ue


Diritti virtuali

febbraio 28, 2009

Il cosiddetto piano di rinascita democratica, parte essenziale del programma piduista, consisteva in un assorbimento degli apparati democratici della società italiana dentro le spire di un autoritarismo legale che avrebbe avuto al suo centro l’informazione.
I suoi obiettivi essenziali consistevano in una serie di riforme e modifiche costituzionali onde «…rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori».
In particolare andavano programmate azioni di Governo, di comportamento politico ed economico, nonché di atti legislativi, per ottenere ad esempio nel settore scuola di «…chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio – posto di lavoro…»

Queste righe che leggete sopra sono tratte dal piano di Rinascita della P2. Se mai aveste voglia di mettervi a leggerlo, magari tutto quanto, oltre a provare dei brividi lungo la schiena, riscontrereste tutte le mosse fatte fino ad ora da Berlusconi ed i suoi governi. Potreste perfino divertirvi a capire quali saranno i prossimi provvedimenti, intuendo il perché di certe modifiche.

Premesso questo, è arrivata la notizia secondo la quale verrà di fatto abolito uno dei diritti fondamentali dei lavoratori, conquistati nel corso delle varie rivoluzioni industriali (anche in termini di vite umane): il diritto allo sciopero. Le scuse di cui sentirete parlare in questi giorni saranno le solite, e gireranno attorno al concetto brunettiano dell’era ora “di finirla con questi statali fannulloni che creano solo disagi”. Mischiando così differenti concetti che in realtà non hanno niente a che fare con questo provvedimento liberticida.

Siamo tutti favorevoli ad una regolamentazione sensata degli scioperi, ma sinceramente sentire il ministro Sacconi pronunciare le parole “sciopero virtuale”, che equivale ad andare al lavoro senza prendere lo stipendio, mi fa incazzare. Perché dopo essersi resi conto che non si sta guardando una puntata del Drive In, si intuisce che ci stanno prendendo in giro, direttamente, per l’ennesima volta.

Se un tempo si scioperava non entrando in fabbrica e manifestando per giorni, oggi vengono usati i cittadini come pretesto per creare disagi, anche se spesso giusitificati: in effetti il disagio contro chi non c’entra è l’unica arma a doppio taglio rimasta nelle mani dei lavoratori. Sia per mancanza di sindacati con le palle, appunto, che per questioni di contesto. Comunque sia, in ogni caso, a rimetterci sono sempre i più deboli.

Vi svelerò un segreto: esistono già leggi che regolamentano gli scioperi. “La «procedura di “raffreddamento” e conciliazione» che Sacconi ha buttato lì come fosse il deus ex machina ce l’abbiamo da anni, come anche esistono le fasce protette dove i lavoratori dei trasporti devono garantire il servizio. La legge attuale dovrebbe essere la 146/1990, integrata con la 83/2000″.

Uno degli espedienti utilizzati da questo governo è far credere alle persone che le leggi che già esistono non siano sufficienti, dando costantemente e indirettamente delle picconate alla Costituzione, di modo da continuare ad erodere i pochi diritti rimasti. Con questa nuova legge infatti, lo sciopero potrà essere indetto solo da chi rappresenta almeno il 50% dei lavoratori (sostanzialmente da nessuno, considerata la situazione odierna) oppure previo referendum interno. Risate: se ci pensate bene, non è che oggi chiunque poteva svegliarsi la mattina e proclamare uno sciopero “da tenersi tra due settimane”; serve ovviamente una certa rappresentatività.

Creare nuove leggi ad hoc, modificate a piacimento, perché nessuno rispetta o fa rispettare le leggi che già sono in vigore ora, non ha senso. E non è democratico ovviamente.
Tutti ci arrabbiamo quando per andare al lavoro ci mettiamo il doppio del tempo a causa di uno sciopero, ma chiedetevi perché certe categorie stiano scioperando e perché a pagare siano sempre i cittadini. Se riflettete, vi accorgerete che la colpa non è dei lavoratori.

In altri paesi che siamo abituati a definire civili, gli scioperi vanno avanti settimane. In Francia, per esempio, gli operai mensilmente – versando una piccola parte del proprio stipendio – arricchiscono un fondo comune utile proprio in questi casi, quando bisogna difendere i propri diritti o aiutare chi rimane senza lavoro o in cassa integrazione.

Il 2009 sarà un anno disastroso per tutti i lavoratori. Centinaia di aziende stanno chiudendo o costringendo i propri lavoratori alla cassa integrazione. Pochi però ne parlano, figuriamoci i tg.
Questo provvedimento quindi serve proprio per evitare che continue masse di precari o nuovi disperati, si riversino a protestare nelle strade. Si tenta imperturbabilmente di negare una realtà ormai impossibile da ignorare e nascondere.

“Casualmente” poi, Berlusconi se ne esce l’altro giorno con una delle sue solite gaffe con Sarkozy. Provate a pensare, nei prossimi giorni, di cosa parleranno i furbissimi giornali: nessuno dirà più nulla sulla legge che limita e di fatto cancella il diritto di sciopero.
Questo è il tipico diversivo per far passare inosservato uno dei provvedimenti più fascisti che ci siano, rapportato al 2009.

Sì perché il 3 aprile 1926 ci fu una legge che proibì il diritto di sciopero, una delle famose leggi fascistissime. Non so voi, ma io di differenze sostanziali non ne trovo poi così tante. Adesione preventiva, referendum obbligatori, imposizioni dittatoriali sui sindacati.

Passeremo sopra anche a questo scempio e gli italiani non capiranno che le conseguenze le pagheremo tutti e saranno salatissime.
Specialmente ora che il ministro Sacconi non dovrà più occuparsi di idratazione e alimentazione forzata.


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