Il terremoto è lo specchio del paese (parte 1): il peggio galleggia ancora in superficie

aprile 15, 2009

Ho riflettuto molto prima di scrivere questo post. Un po’ perché non sono un geologo o un geofisico, ma soprattutto perché in certi momenti è difficile trovare le parole giuste. Momenti in cui ci sentiamo tutti coinvolti più o meno direttamente, toccati non solo da un’umana sofferenza per la morte di centinaia di persone, ma anche da un dolore indotto dalla forza delle immagini e, appunto, dalla quantità di retorica usata nelle parole. Un po’ come ho solennemente fatto in queste poche righe. Del resto sapete benissimo anche voi che non amo particolarmente il politically correct: insomma mi piace prendere una posizione, far sapere il mio punto di vista analizzando la situazione. Cercherò quindi di essere il meno “presidente della Repubblica” possibile.

Il terremoto italiano fa più male.
Partiamo con ordine, a terremoto avvenuto: secondo Alessandro Martelli, che insegna “costruzioni in zona sismica” all’università di Ferrara, dirige la sezione “prevenzione rischi naturali” all’Enea ed è presidente dell’Associazione nazionale di ingegneria sismica, “un terremoto di grado 7, nell’Appennino meridionale provocherebbe tra i 5 e gli 11 mila morti, in Giappone 50. Un sisma ancora più violento (intensità 7,5) in Calabria causerebbe tra le 15.000 e le 32.000 vittime, appena 400 in una città densamente popolata come Tokyo”. Perché? “In Giappone un terremoto come quello dell’Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale, e invece da noi l’applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione”. Perché?
È troppo facile – a disastro accaduto, teniamolo ben presente – affidarsi alle promesse, al ricostruiremo, sistemeremo, indagheremo. Proprio perché siamo il paese del futuro semplice condito dal forse, finiamo per permettere che muoiano persone innocenti. E dopo, solo dopo, forse…si farà qualcosa.

Costruire per gli altri e per il paese, non solo per sé stessi.
Lo sappiamo tutti: noi italiani non abbiamo coscienza sociale e non mostriamo interesse per il nostro paese, salvo poi lamentarci che tutto va male, come effettivamente va. Sì perché per milioni di persone, lavorare vorrebbe anche dire servire il proprio paese, i propri coetanei, la propria comunità, i propri figli e chi verrà domani; l’ho già spiegato molte volte: essere patrioti non vuol dire soltanto tifare Italia ai mondiali o dire di votare a destra.
Provate a pensare alle parole che vengono usate in questi contesti. Da noi si parla quasi sempre di disastri colposi o di “segreti”, che avrebbero le altre nazioni, per costruire in modo corretto. Ma la realtà è che il mondo negli ultimi decenni è andato avanti dappertutto, fuorché qui. I motivi sono mille o più, li conosciamo…ma continuiamo a non evitarli. Perché noi abbiamo la capacità di credere di andare avanti senza cambiare nulla, nel modo di pensare, agire e comportarsi nel sistema esterno che ci circonda.

È così quindi che quando guardiamo al Giappone, ma anche alla California, al Messico, alla Turchia, alla Nuova Zelanda, ecc…scopriamo che governi e amministrazioni locali investono in tecnologie moderne per costruire, non solo le case, ma anche gli edifici pubblici: basti pensare ai cuscinetti antisismici disposti alla base degli edifici, “all’uso di acciai molto piu’ elastici del normale, alla fibra di carbonio che avvolge i pilastri e li rende più resistenti alle fratture”, o addirittura ad altri apparecchi più sofisticati (cioé i dissipatori), simili agli ammortizzatori di un auto e disposti tra un piano e l’altro degli edifici più a rischio.
Secondo Rui Pinho, che insegna meccanica strutturale all’università di Pavia ed è responsabile del settore rischio sismico all’European Centre for training and research in earthquake engineering, “non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismica”; in effetti le prove si avrebbero in paesi ad elevato rischio sismico come Giappone e California, dove terremoti più potenti e di grado ancora più elevato di quello abruzzese provocano danni limitati. Se poi aggiungiamo le opinioni dei sismologi, secondo le quali questo terremoto non sarebbe stato nemmeno così grave (la stessa scala Richter che misura l’energia sprigionata da un terremoto infatti non lo ha classificato per pericoloso), forse bisognerebbe fermarsi un attimino e fare una pesante disamina che vada ben oltre lo sciacallaggio mediatico che continua imperterrito ad andare in onda e che vede come protagonisti tutti i politici, in primis Silvio Berlusconi. Loro infatti sono lì a sfilare sulla passerella formata dalle macerie, sforzandosi di piangere di fronte alle telecamere.

La rivoluzione culturale non è soltanto roba per intellettualoidi.
Quando si parla di rivoluzionare un paese o di rivoluzione culturale, so bene che viene da storcere il naso: in Italia è normale rabbrividire o impaurirsi di fronte al diverso e a ciò che non si conosce; quale esempio migliore della parola cultura, quindi? Il problema però deriva dal fatto che cambiare e migliorare sono due concetti insiti nella parola rivoluzione e in quel culturale ci starebbe tutta l’imbarazzante italianità da sopprimere. Si perché da queste parti servirebbe proprio una rivoluzione radicale e totalitaria nell’edilizia, ma anche una rivoluzione totale nella morale pubblica.
In Giappone nel terremoto del giugno dello scorso anno, classificato come 7.2 della scala Richter, ci sono stati solo 13 morti. Paragonato al sisma dell’Abruzzo, quello di Iwate-Miyagi dello scorso anno ha liberato 30 volte più energia: com’è possibile che un terremoto molto più debole in Italia provochi molte più vittime e molti più senzatetto? Per di più, nessuna delle vittime giapponesi a causa di crolli, nossignori, ma per una frana. Chissà se qualcuno tra i colpevoli costruttori italiani ha sentito anche una sola piccola scossettina nel di dietro. Così, per contrappasso. Ma ne dubito. Purtroppo in Italia si costruisce con la sabbia di mare o con materiali più scadenti per risparmiare e guadagnare più soldi…tanto, chi controlla? Chi fa rispettare le leggi vigenti in materia di edilizia? E poi, cosa volete che succeda. Le disgrazie succedono sempre agli altri, no?
Tornando al Giappone (ma l’esempio potrebbero essere anche tante altre nazioni), è necessario ricordare che lì è obbligatorio costruire palazzi, strutture pubbliche, ferrovie e via dicendo secondo rigidi criteri sismici che non si possono derogare. Niente deroghe, niente condoni, niente “dai, adesso (cioé dopo il crollo) sistemeremo”. Per di più i rigidi controlli esistono, così come le pene; in Italia invece i controlli sono scomparsi, sgretolati pezzo per pezzo al fine di favorire la corruzione endemica nel dna di questo paese sepolto persino da madre natura.

I controlli servono per controllare, ma chi controlla i controllori?
Se in Giappone e negli altri paesi i governi fanno progressivi e periodici controlli sulla stabilità e sulla sicurezza degli edifici (per inciso, noi non li eseguiamo nemmeno al momento della costruzione: praticamente non esistono ispezioni nei cantieri o severe verifiche, se non in casi straordinari o in pochi casi campione), nel Belpaese abbiamo esempi catastrofici: dallo stato penoso e trentennale della Salerno-Reggio Calabria a quello delle ferrovie, dalle infrastrutture alle scuole che crollano e così via. Gli esempi sono molteplici e spesso vengono raccontati e riportati come scandali vergognosi. Proprio perché se ne parla – e basta – sempre a disastro avvenuto.
Nel paese del Sol Levante, forse il miglior esempio a livello mondiale, non solo si costruisce “antisismico” ma, in periodo di crisi, i controlli sulla stabilità sono stati incrementati per offrire nuovi posti di lavoro. Che idea, eh? Certo, in Giappone i terremoti sono più frequenti, lo so, ma l’Italia è un paese con attività sismica elevata. Di conseguenza dobbiamo guardare ai migliori, non affidarci alla sorte.

Per essere sicuri infatti noi i geologi, e da un po’ di tempo anche gli architetti e gli ingegneri, li mandiamo a spasso. Anzi, nel migliore dei casi gli offriamo un posto in un call center o male che vada li spediamo all’estero, a proteggere e tutelare altri. Diciamo le cose come stanno: comuni, province e regioni diventano frequentemente parcheggi per nullafacenti o “figli di” nell’ottica di un mercato di voti sempre florido: il metodo testato e utilizzato dai nostri politici e dalla nostra società è il clientelismo, che sostituisce meritocrazia e giustizia sociale. A queste pratiche viene poi associata una pesante lottizzazione dei posti di lavoro, così da mantenere le posizioni di comando e far sì che lo sfacelo si protragga nei secoli dei secoli. Relegando ogni usanza civile e logica ad occupare il posto dell’eccezione che conferma la regola.

Le case degli italiani, gli edifici pubblici e la “Casa dello studente”: una situazione disastrosa.
Partiamo da una considerazione. Si parla tanto di leggi necessarie e di leggi antisismiche misteriose.
La verità è che abbiamo già diverse leggi antisismiche, alcune stilate sull’onda della deprecazione causata dalla morte dei 26 bambini nella scuola di San Giuliano. Ma, stranamente, proprio il governo Berlusconi con Scajola ha fatto di tutto per rimandarle e alla fine sono state spostate nel 2010. Perché nessuno ne parla?

La realtà italiana è infatti costituita da milioni di edifici a rischio. Circa 4 milioni di case sono state edificate prima del 1945; si tratta di abitazioni in cui il calcestruzzo è ormai alterato dal tempo e il cemento armato – ove presente – è spesso sbriciolato. Case che molti vogliono mantenere in eterno anche se soggette a rischio di crollo: sostanzialmente si tratta di mine sopra le teste dei loro proprietari. Se poi vogliamo arricchire la ricetta con l’avidità di costruttori senza scrupoli, il gioco è fatto.
Purtroppo però la situazione va peggiorando. Il governo Berlusconi ha infatti avviato attraverso diversi provvedimenti, varie scappatoie inerenti la Legge Merloni, una su tutte quella riguardante la sicurezza sui cantieri e nella costruzione di opere pubbliche. Senza contare i continui rimandi in materia antisismica, appunto. Sostanzialmente la costante cultura dell’essere fuorilegge, la protervia sulle depenalizzazioni, i condoni, la deroga dell’illecito e così via, hanno raggiunto livelli inquietanti. Certo, non che quelli prima di lui siano stati tanto migliori, ma tant’è.

Con questi presupposti, come possiamo anche solo pensare di voler costruire strutture pericolose per l’umanità intera come le centrali nucleari? Ricordate: il contesto sarebbe un paese come il nostro con costruttori come i nostri, senza controlli o controllori. Va bene, forse vado troppo oltre: torniamo ad un livello precedente, parliamo di edifici che dovrebbero essere bene di tutti e usati da studenti o giovani. Come, per esempio, la casa dello studente.
La casa dello studente nasce nel 1965 come edificio privato, poi adibito ad uffici e infine ceduta all’Università. Diventa così studentato e mensa, dunque edificio pubblico, ma senza mai averne avuto i requisiti. E infatti è venuta giù, sulle teste di decine di giovani; perché i più giovani vanno ad abitare in strutture più vecchie e di conseguenza più economiche. Eccolo qua il paese vecchio per vecchi. Ma la situazione è identica ovunque.
Inviterei per esempio i politici e gli opinionisti pontificatori a visitare e a constatare lo stato di fatiscenza delle maggiori Università italiane, il totale degrado dei già pochissimi palazzi universitari e l’abbandono a cui sono sottoposte le scuole, cioé i luoghi che – assieme agli ospedali – dovrebbero essere i più sicuri per antonomasia. Fare il confronto con la situazione di altri paesi è sinceramente troppo svilente: chiunque abbia visitato una città europea o altri paesi si sarà reso conto dell’abissale distanza siderale.
Pensiamo poi alle scuole, vittime di tagli indiscriminati dei vari Governi, di crolli che di solito avvengono nel terzo mondo, di totale mancanza di sicurezza e via discorrendo. Evidentemente il numero di giovani morti non è stato sufficiente. Gran parte delle scuole italiane è a rischio. Non hanno certificazioni di prevenzione antincendio, scale di sicurezza, danno segni di crollo. Ma il Ministro Gelmini approva senza fiatare l’ordine di tagli che viene da Tremonti. È questa la vera responsabilità e la vera coscienza dei nostri politici?

Come sarà fatta l’inchiesta sulla Casa dello Studente quando i suoi documenti sono probabilmente stati sotterrati dal crollo? Chi controllerà, visto che la regione Abruzzo afferma di non sapere nemmeno se questi documenti esistono? E infine, chi avrà il coraggio di denunciare lo scempio legato all’Ospedale crollato a l’Aquila, sconosciuto persino al catasto? Ma ci pensate? Un ospedale che crolla nel 2009.

La Ricostruzione, tra Berlusconi, la politica ed Impregilo.
Sostanzialmente il messaggio del nostro presidente del consiglio alla nazione è che ci penserà lui alla ricostruzione. Certo, sicuramente ci penserà lui assieme ai suoi amici furbetti ed al suo piano casa a ricostruire tutto quanto. Per Berlusconi infatti il terremoto non è che una manna piovuta dal cielo. Lo so, è brutto dirlo, ma così è. E la verità è che continuiamo ad eleggere persone non adatte a gestire certe situazioni.
Siamo infatti arrivati al punto che i curricula di parlamentari e ministri sono orribili, peggiori rispetto a quelli di tanti detenuti di San Vittore. E chiaramente a nessun partito sfiora minimamente l’idea di ricorrere ad una logica epurazione, per il semplice motivo che chiunque abbia un qualche potere politico è coinvolto per la sua parte in ruberie e corruzione. Questa gentaglia va a braccetto verso il peggio, un peggio che sembra non avere mai fine e in cui ci sono dentro tutti, bene o male. Per questo possiamo gridare con orgoglio di avere una democrazia monca, in cui il concetto di sovranità è inesistente e in cui un’oligarchia di capipartito stabilisce i candidati da votare, infilandoci parenti, amici di, se non amanti, veline, dipendenti, avvocati, generali corrotti, mafiosi condannati. Eppure basterebbe che gli italiani fossero solo un po’ più informati, così che molte situazioni paranormali scomparirebbero.
Il fatto che le preferenze di lista non siano concesse al popolo sovrano da nessun partito è la prova lampante della totale mancanza di democrazia, terremotata anch’essa da una catastrofe che si chiama partitocrazia, gerontocrazia, conflitto generazionale o quello che vi pare. Ed è in questo bel contesto che si situa l’Impregilo.

Impregilo, quell’azienda cha ha causato incrementi di spesa esponenziali per i lavori della TAV, col risultato di danni ambientali enormi; la stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria che ha chiesto ed ottenuto un prolungamento di altri 3 anni per la consegna dei lavori; quelli che hanno vinto l’appalto per la costruzione dell’inutile ponte di Messina, promesso alla mafia e che verrà costruito in una zona sismica; coloro che probabilmente si occuperanno di realizzare le centrali nucleari sul suolo italiano. Impregilo, quell’organizzazione i cui vertici sono indagati per reati di ogni genere. E volete sapere chi ha costruito l’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila sgretolatosi come un castello di sabbia? Bravi, proprio loro.
Per farla breve, Impregilo è il braccio di cemento armato di ogni governo. È praticamente monopolista delle Grandi Opere, degli inceneritori, delle autostrade. I suoi ex amministratori delegati sono stati rinviati a giudizio a Napoli per lo scandalo dei rifiuti; purtroppo sono specializzati in ospedali: oltre a quello dell’Aquila hanno costruito anche gli ospedali di Poggibonsi, Lecco, Menaggio, Destra Secchia, Careggi, Modena, della Versilia e Cerignola. Il consiglio, se per caso vi trovaste nelle vicinanze di uno di questi edifici, è quello di toccarvi le palle.

I pericoli non derivano solo dai terremoti, aka “prevenire è peggio che curare”.
E se il Vesuvio si svegliasse? Quanti morti ci sarebbero? Il bello è che intorno al vulcano si continua a costruire in allegria. Si stima che la popolazione situata nella fascia più pericolosa, cioé quella che garantirebbe una simpatica morte immediata, magari con la certezza di una bella statua per i posteri, sia di poco inferiore al milione di abitanti. Nella zona gialla, quella in cui la morte sarebbe probabilmente rimandata di qualche minuto, gli abitanti sarebbero ben oltre il milione e mezzo. Cosa facciamo, aspettiamo che il vulcano si risvegli?
L’importante insomma è aspettare, muoversi dopo, il faremo e ci penseremo. In Italia non esiste il concetto di prevenzione o non si pensa quasi mai a prevedere i possibili rischi, preparandosi per ogni evenienza.
Il paese è in ginocchio e il terremoto non sta facendo altro che aggravare la situazione. Passatemi questa sarcastica superstizione: mi sembra di leggere un segnale mistico e continuo, come se tutte queste scosse ci volessero suggerire che non si può più andare avanti così. E se arriva persino la natura a dircelo, sono guai.

Vorrei infine concludere questo lungo post con una piccola nota positiva. Che ovviamente porta con sé un po’ di sana retorica televisiva. È proprio in occasione di simili disastri naturali che gli italiani si mostrano uniti, grazie ad un forte spirito di solidarietà; basterebbe poco per indirizzare e rilanciare queste forze nel verso giusto, ci vorrebbe davvero un piccolo sforzo per fare quel passo successivo che conduce alla maturazione di una civiltà.
Peccato però che poi, dopo qualche giorno, ci si scanni e ci si prenda a botte per una partita di calcio.
Con tanti saluti alla grande e terremotata fratellanza italiota.


Nemmeno nei primi banchi?

gennaio 12, 2009

Finalmente ho trovato un filmato che cercavo da diverso tempo.
Risale al 9 dicembre del 2004, quando Berlusconi si trovava con Vespa a presentare uno dei suoi libri, “Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi”. Titolo azzeccato, quantomeno nella contiguità storico-politica, seppur con modalità differenti.

Ma non sto scrivendo questo post per far notare come un dipendente della tv pubblica – Vespa – ad ogni uscita editoriale per la casa editrice scippata dal padrone, sia lì a farsi pubblicizzare da uno che, appunto, oltre a “fare l’editore”, fa anche il presidente del consiglio. Ebbene no.

So anche che vi starete chiedendo come sia possibile rispettare il diritto di informazione per i cittadini da parte di uno che lavora in Rai ma scrive libri e confeziona trasmissioni su misura per il padrone; comunque sia, per questa volta, gliela faremo passare liscia.

Tornando al video, Berlusconi non fa altro che ammettere ingenuamente una delle sue tante verità. Ci sta dicendo quello che pensa di gran parte degli italiani, come ci tratta e a che stregua considera i suoi elettori (lo zoccolo duro, la casalinga di Voghera, eccetera eccetera). Poi dite che esagero:

Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media…e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi.

Ovviamente Bruno Vespa non può che annuire accanto a lui. Perché lui scrive proprio per questo pubblico.
Quando vi dico che a loro un popolo – che poi proprio un popolo vero e proprio non è - come quello italiano gli fa comodo, anzi comodissimo, e che la riforma scolastica che hanno attuato punta ancora di più ad appiattire le menti e a spingere i futuri cittadini a delegare ogni singola decisione alla figura del padre autoritario, non credo di essere così lontano dalla realtà.

Anche se questa volta, un po’ d’accordo con Berlusconi (nonostante sia lui una delle cause principali di questa regressione) potrei proprio esserlo.


In Via dei Matti numero zero (2008 dance rmx)

novembre 24, 2008

Era una casa molto carina *
senza soffitto, senza cucina;
non si poteva entrarci dentro
perché non c’era il pavimento.

Non si poteva andare a letto
in quella casa non c’era il tetto;
non si poteva far la pipì
perché non c’era vasino lì *.

Ma era bella, bella davvero
in Via dei Matti numero zero *;
ma era bella, bella davvero
in Via dei Matti numero zero.

* Giusto, tagliamo i fondi alla scuola pubblica per darli alle private (come fatto nel 2001, sempre dal governo Berlusconi)
* L’ultima volta in cui una scuola è crollata sulla testa degli allievi (una scuola, quello che dovrebbe essere l’edificio in assoluto più sicuro insieme agli ospedali) è accaduto ad Haiti, il paese più povero dell’Emisfero Nord, pieno Terzo Mondo.
* La scuola non ha più fondi anche perché i trasferimenti di fondi dallo Stato agli Enti Locali sono stati tagliati pesantemente, perfino nell’edilizia scolastica (e i comuni non hanno più manco l’ICI)
* La Provincia di Torino (amministrata dal centrosinistra) ha stanziato per l’edilizia scolastica 10 milioni di Euro, che è poco meno di quanto il Governo ha messo a bilancio per tutte le scuole d’Italia sommate (!)
* La domanda è quindi: come conciliare e giustificare i tagli indiscriminati alla scuola di fronte a scempi di questo genere? Giusto, voltandosi dall’altra parte e preparandosi a pararsi il culo, come il governo sta facendo.


Legalizziamo l’eutanasia per Alitalia e i giornalisti italiani

novembre 14, 2008

La cordata Alitalia

Osservavo attonito in questi giorni alcuni servizi nei tg, che ormai riesco a guardare solo per pochi minuti, visto il penoso livello raggiunto dall’informazione italiana.
Argomento principe ancora una volta è Alitalia, tra scioperi, cordate e sindacati che si piegano al gioco degli interessi forti (quindi non tutelano i lavoratori, ma loro stessi…vero Cisl e Uil?).

Tralasciando per un attimo la questione Alitalia, notavo come il 99% dei servizi – dati come prima o seconda notizia ovviamente – fosse completamente identica in ogni canale televisivo. La qual cosa è l’ennesima testimonianza della pochezza del giornalismo made in Italy.

Sostanzialmente ogni servizio viene aperto da un/una giornalista che col microfono si affretta a drammatizzare sulle gra-vis-si-me conseguenze dovute allo sciopero dei dipendenti Alitalia. Immediatamente il/la giornalista si gira verso un paio di persone accanto a lui/lei facendo questa domanda: “anche lei doveva partire e non è riuscito vero?”. Ovviamente “il disperato” di turno non fa altro che lamentarsi sottolineando l’intento della domanda, cioé che questi cattivoni-fannulloni, scioperano per fare un dispetto agli italiani, pappappero.

Non è così. Innanzitutto giornalisti, lo dico a voi, lo sciopero esiste ed è proprio fatto per creare disagio. Sveglia. Probabilmente è una delle poche armi potenti rimaste ai lavoratori; e diavolo, ti avviso che farò sciopero, ho anche questa decenza. Non dovresti saperlo, altrimenti che senso ha scioperare, scusa? Non è che uno fa sciopero per non cambiare niente, in quel caso è meglio prendere ferie.

Seconda cosa. Provate a fare informazione per una volta, tirate fuori le cifre. Spiegate quante persone ad oggi prendono Alitalia per viaggiare. Su forza, fuori i numeri. Ah, facciamo caso anche al periodo dell’anno, che non siamo in agosto. Dite anche quanto costa volare con Alitalia.

Successivamente, informateci anche su cos’ha detto la UE in merito al famigerato prestito ponte. Come, non lo sapete? Bruxelles ha semplicemente spiegato che i 300 milioni di euro di prestito all’Alitalia sono aiuto di Stato, quindi a carico dello Stato. Cioé a carico nostro. Chi li pagherà i miliardi di euro bruciati per non aver voluto vendere la compagnia ad Air France? I precari o i disoccupati? Scegliete voi.

La verità è che i media, assieme ai numerosi luoghi comuni con cui si governa questo paese, hanno deciso che la colpa dev’essere scaricata sui piloti e sugli assistenti di volo. Dopo extracomunitari=capro espiatorio e lavoratori statali= fannulloni, ora l’equazione si sposta verso altre categorie di lavoratori.

E’ semplice: basta demonizzarli finché a furor di popolo, quando anche nei centri commerciali l’opinione diffusa durante i discorsi dell’italiano medio diventa “questi dell’Alitalia hanno rotto le palle”, arrivi a licenziarli. Problema risolto, sindacati ed esuberi dimenticati.

Diciamo le cose come stanno. A me non è mai interessato salvare una maledetta compagnia in costante perdita, un buco nero da sempre sulle spalle di tutti, per poterla regalare agli amici della fantomatica cordata, quelli senza soldi, quelli rinviati a giudizio, quelli che sono stati anche in carcere.

Ogni paese civile e moderno avrebbe avuto la decenza di far fallire Alitalia. E in un paese normale i giornalisti parlerebbero (per esempio) della vergognosa riforma scolastica-universitaria, delle proteste che vanno avanti da quasi un mese in ogni luogo d’Italia e di tante altre cose.

Avrei preferito finanziare, contribuire ed investire sull’istruzione piuttosto che su Alitalia. Perché tutti hanno diritto di conoscere, sapere e ricevere una corretta informazione, nel 2008.
Questo ovviamente in una democrazia in cui gli abitanti vengono chiamati “cittadini”.

Lo sapete bene anche voi, governare e controllare un popolo di ebeti è molto più facile.


Violenza, repressione e assassini

ottobre 23, 2008

Francamente devo ammettere che qualcosa si sta muovendo. E’ ancora uno strato basso, poco coordinato, ma ci sono cenni vitali. Sono felice che gli studenti, categoria a cui ancora appartengo, stiano protestando e pensino di combattere per il proprio futuro.

Lo scempio mediatico a cui stiamo assistendo e a cui siamo assuefatti da fin troppo tempo sta scricchiolando, almeno ora. Prima Berlusconi e poi oggi Cossiga arrivano ad incitare alla violenza ed alla repressione. Ma per la gente è tutto normale.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì»

Queste dichiarazioni sono comparse sul Quotidiano Nazionale di oggi.
E la cosa che mi da più fastidio è “vedere tutto ciò archiviato sotto la vì di vecchiorincoglionito, invece che sotto la a di assassino“. Sì, perché “uno dei protagonisti delle più oscure pagine della Repubblica si è costituito. Ed ha raccontato, lucidissimo, come si radicalizzano i conflitti, come si manipola l’opinione pubblica, come si stupra un movimento. Come, in definitiva, si decapitano le legittime aspirazioni di una intera generazione“.

Magari è furbo e lo fa per mettere in guardia tutti quanti su come in realtà vanno le cose in questo paese. Ma non è così purtroppo. Perché il popolo italiano è un popolo senza memoria. Senza palle. E non sa che cosa sia la libertà.

Cossiga potrebbe parlarci di Gladio, Ustica, Kappler, Moro e di tutte le nefandezze di cui si è macchiato. Ma nessuno glielo chiederà mai. Sarà per questo che io provo una gran voglia di andare in piazza per coprire l’assordante silenzio del mainstream berlusconiano.

E anche se molti scioperano ancora per perdere un fottuto giorno di scuola, lavoro o quello che vi pare, bisogna farlo, tutti quanti. Dopotutto la società italiana chi favorisce? Chi sono i veri vincenti?
Un laureato o un ricercatore sono gli sfigati, un tronista o una velina sono vincenti. Insegnanti, genitori e figli.

Ma sono sicuro che questa sera uscirà il famigerato “sei” al SuperEnalotto; davvero credete che sia stato un caso che, proprio in questo periodo, avvenga una cosa simile? Eppure giocano tutti, persino dall’estero. Chissà quanto ha incassato lo Stato, nevvero?

Vedrete, questa volta qualcuno sbancherà vincendo i 100 milioni, così per l’ennesima volta, tutti si dimenticheranno di tutte le sconcerie che – da quando è salito questo governo – stanno distruggendoci lentamente.
Credo che solo chi non ha niente da perdere rischia. Ecco perché oggi tutti quanti se ne fottono.

Berlusconi: “Mai pensato alla polizia nelle scuole”. Meno male che c’è youtube.


A difesa della scuola pubblica: il discorso di Calamandrei del 1950

ottobre 22, 2008

Con oggi comincio un tour a difesa della scuola italiana che sta velocemente cadendo contro i colpi di un governo pseudo-fascista.
Non importa se le uniche risposte che il governo ha saputo dare a tutte le proteste sono state “repressione” e “polizia”. Noi, come cittadini italiani abbiamo il dovere di difendere la scuola, per i nostri figli e per coloro che verranno.

Insegnanti e studenti non dobbiamo più avere paura. È finito il tempo in cui bisogna per forza sentirsi superiori a qualcun altro ed accettare tutto quanto. Sono finiti i tempi in cui dobbiamo aspettare che qualcuno faccia l’interesse comune, che un leader dell’opposizione faccia davvero il leader dell’opposizione. Basta. Ba-sta.

Dobbiamo reagire. E lo dico anche a voi genitori, sì voi che vi lamentate che la scuola fa schifo e non funziona per partito preso o perché lo sentite dire, come fa il Governo, che in una scuola non ci è mai entrato, che non sa.

Voi, quelli che quando ci sono consigli di classe o riunioni non ci siete mai; ho ancora in mente le decine di facce sconsolate di mia madre – un’insegnante di Liceo, sì – quando mi racconta che l’ultima volta, su classi di 25-30 persone, i genitori presenti erano soltanto 3. E non c’è più la scusa del lavoro, dell’insegnante fannullone. Perché le riunioni ora vengono fatte ad orari comodi anche per chi lavora fino a tardi. 19, 19.30, quando vi pare. Quindi se non ve ne frega un beato cazzo di vostro figlio o della scuola, poi non lamentatevi se non funziona qualcosa. O se cadete dal fico, se un insegnante vi fa notare che vostro figlio è un ebete.

Ho deciso di proporvi un estratto di un noto discorso di Piero Calamandrei del’11 febbraio 1950, pronunciato al III congresso dell’Associazione a difesa della scola nazionale. Non so se è la storia che si ripete o se in Italia sia facile prevedere come vanno le cose, visto il passato. Ma leggetevelo tutto, è un discorso incredibile, un viaggio nel tempo che ritrae un presente che presto sarà triste realtà.

“[...] Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...]“.

Basta, è ora di alzare la testa e incazzarsi davvero. Domani e venerdì sarò nella mia università, la Statale di Milano; cercherò di raccontarvi cosa sta succedendo.
Perché non voglio più sentire parlare del 1968. Il millenovecentosessantotto appartiene ai nostri genitori, non a Noi. Ora tocca a noi dimostrare che siamo grandi davvero.
Sta a noi ora far ricordare per sempre questo 2008.


Punti di Vista

ottobre 21, 2008

E’ divertente notare come, alle 12 di oggi – martedì 21 ottobre 2008 – le home page di Repubblica.it e Corriere.it diano spazio solo agli interessi che rappresentano.

Per dire, su Repubblica viene dato (giustamente) grande risalto alle proteste degli studenti e degli insegnanti, mentre sul Corriere non c’è traccia di tutto questo.

Spazio che però c’è sempre per “l’isola dei famosi” e le dichiarazioni a piacere di qualsiasi esponente del pdl.


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