Precario Jumping

giugno 26, 2007

Tre milioni e mezzo di precari che nel 58 per cento dei casi percepiscono una retribuzione lorda di 10.000 euro l’anno

E questi sono i casi buoni. Adesso poi va di moda parlare di “correttivi”, piccole modifiche allo scempio provocato dalla Legge Biagi che non servono ad altro che ai politici per dire che “hanno rispettato il programma”. Che nessuno conosce o ha letto probabilmente.

Sì perché proporre 3 anni minimi vuol dire che quando sta per scattare il termine per l’assunzione (cioé stanno per scadere i 3 anni appunto), si interromperanno i contratti a termine e il lavoratore dovrà ricominciare da un’altra parte. E così via, perché le aziende italiane amano fare questi giochetti.
Il problema sarebbe in realtà questo: bisognerebbe spiegare ad alta voce che le aziende non possono continuare a fare contratti a progetto nei quali lo scopo del progetto è la vendita quando la vendita è l’attività ordinaria dell’azienda stessa. E’ ovvio; bisognerebbe andare a monte del problema. Se invece si va a Montezemolo del problema, sentiamo stronzate del tipo:

Si deve avere il coraggio di dire la verità, e la verità ci dice che le norme che hanno introdotto flessibilità contrattata nel mercato del lavoro dal Pacchetto Treu alla legge Biagi hanno dato buoni risultati in termini di sviluppo e occupazione e se uno strumento funziona non è accettabile modificarlo solo per ragioni ideologiche o di bandiera.

Frasi che dette in Confindustria fanno battere le mani agli amichetti imprenditori che non pagano le tasse e in più sfruttano dei lavoratori in evidente debolezza, ma frasi che il personaggio in questione non avrebbe i co**ioni di dire, che so io, davanti a centinaia di operai nelle fabbriche. E’ bello giocare a fare l’industriale-imprenditore che ha capito tutto tirando acqua soltanto al proprio mulino senza rendersi effettivamente conto dello stato in cui versano i lavoratori precari italiani.

Oggi precari sottopagati, domani senza pensione e poveri costretti a mangiare alla mensa della Caritas.

Vorrà dire che andremo tutti insieme a citofonare a casa di Montezemolo, che aggiungerà un po’ di posti a tavola; dopotutto, se sposti un po’ la seggiola, sei comodo anche tu.

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Letizianeve e i 571 precari

giugno 23, 2007

//www.insiemepermilano.org/

 

In questi giorni su tutti i mezzi di informazione, sulla carta stampata, sul sito del Comune di Milano, stiamo leggendo del grande risultato ottenuto dal Comune di Milano in merito alla stabilizzazione dei precari.
Vorremmo però evidenziare alcune cose, perché non ci stiamo ad essere oggetto di propaganda, sia da parte del comune, sia da parte delle organizzazioni sindacali confederali.
Ancora nessuno è stato assunto, anzi i tempi si preannunciano lunghi, ma soprattutto stiamo assistendo a dei veri e propri proclami utili solo al tradizionale chiacchiericcio politico italiano.
Intanto ci sono più di duecento colleghi disoccupati, in quanto non gli è stato rinnovato il contratto, nonostante vi siano molti servizi che ora versano in grosse difficoltà a causa della mancanza di personale. Il solito ragionamento italiano: piuttosto produco meno, offro meno servizi e faccio incazzare i clienti, però ho risparmiato due lire guadagnandone anche meno.
A proposito di organizzazioni sindacali invece, dobbiamo evidenziare che Cgil, Cisl e Uil per ben tre volte non avevano firmato l’accordo, in quanto i numeri erano insufficienti; al quarto incontro hanno firmato con gli stessi numeri: chi ha firmato evidentemente ha avuto qualche incentivo. L’accordo verrà reso pubblico dopo la verifica NON DEI PRECARI MA DEGLI ORGANISMI INTERNI DELLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI. Bella democrazia.
Questo verbale, nel richiamare l’art.558 della legge Finanziaria, prevede nel triennio 2007-2009 la stabilizzazione di 444 precari. Secondo i calcoli fatti dal Comune di Milano i soggetti che hanno i requisiti previsti dalla Finanziaria sono 571, quindi saranno esclusi dalla stabilizzazione 127 precari.
La trasparenza è uno dei principi fondamentali ai quali devono attenersi gli Enti Locali, mentre invece in questi calcoli notiamo la mancanza totale di trasparenza e correttezza. Che garanzie hanno i precari che i conteggi siano stati fatti in modo corretto, quando nessuno conosce i criteri che sono stati seguiti? I 127 che come gli altri 444 hanno maturato i requisiti previsti dalla Finanziaria, perché verranno esclusi? Il Comune e le organizzazioni sindacali stanno pensando ad una nuova lotteria, un concorso a premi basato su delle vite inutili politicamente, che avrà come premio l’assunzione, a meno che, come nella tratta degli schiavi, verranno esclusi i meno belli, i meno giovani, ecc…
I precari in servizio presso il Comune di Milano sono 1.200 e ancora non è stato predisposto alcun bando. Freddi numeri elencati da dirigenti del Comune pagati in un mese, quanto noi percepiamo in più di un anno di lavoro. Il Comune di Milano ha infatti speso solo per quest’anno circa 50 milioni di euro per i dirigenti. Con un dirigente si pagano almeno 10 precari. A cosa servono tutti questi dirigenti? Agli sportelli ci vanno i precari, sia a metterci la faccia che a prendersi gli insulti. Il numero di stabilizzazioni di precari in tre anni, non copre neanche il numero dei soggetti che sono andati in pensione nel 2006: che forse ciò significhi che il Comune di Milano voglia esternalizzare alcuni servizi?”

La pazienza degli italiani e dei precari più in generale è sempre minore. La corda è troppo tirata, l’ora per le prese per il culo deve finire.

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Basta compenso fisso, solo “incentivi”

maggio 14, 2007

Da un paio di settimane, nel mio call center, l’azienda ha deciso (da sola, le persone che dovrebbero fare rappresentanza sindacale sono inquadrate e totalmente inutili) che non saremo più pagati 6 euro lordi fissi l’ora, ma solo con incentivi.

Le motivazioni addotte sono state, usando testuali parole: “il legislatore ci impone di metterci al pari con gli altri call center, vi dobbiamo assumere così, è legge”. Stronzate. Il legislatore infatti dovrebbe imporre di assumere i lavoratori inbound, che sono a tutti gli effetti subordinati; stop. In realtà, anche noi outbound saremmo subordinati (abbiamo un superiore, sottostiamo ad un preciso orario, ecc…) ma le cose non vengono mai dette fino in fondo.

Sta di fatto in realtà che l’azienda non ha più soldi (non sono problemi nostri, e non sono fatti nostri se ci lavorano imbecilli che non hanno le capacità per gestire l’azienda stessa ma si preoccupano soltanto se torni con qualche secondo di ritardo oppure corrono per far vedere che lavorano molto per rispondere e portare un cordless che suona al capo menomato), e la cosa viene mascherata in questo modo: ha chiuso infatti anche una sala (del 187 telecom) piena di persone (molte lasciate a casa, altre trasferite), un’altra sala in cui si lavoravano editoriali (abbonamenti vari per esempio) e nella mia sala stessa (dove si lavora per tim) sono presenti molte persone in meno

Parlando del compenso, ogni nostra chiamata sarebbe pagata tra i 19 e gli 80 centesimi (cioé 0,19 e 0,80). Diciamo che le chiamate “nella media” però si attestano tra i 20 e i 45 centesimi. Un vero e proprio sfruttamento, probabilmente illegale, schiavistico e coperto dall’azienda. Mi chiedo a questo punto dove diavolo sono e a cosa servono i sindacati. Calcoli alla mano, due ragazzi già assunti con questo contratto (il mio e quello degli altri scadrà il 31 maggio, fino a quel giorno sono “tranquillo”) guadagnano poco più della metà rispetto a quello che guadagnavano prima. Sempre al lordo. Per farvi capire quanto è la metà vi mostro l’esempio: noi operatori guadagnamo 6 euro lordi l’ora. Moltiplicati per 3 ore di lavoro serale fanno 18 euro lordi. Ok, ora fate la metà e aggiungeteci qualche centesimo. In questo modo tra l’altro l’azienda spinge ancora di più a lavorare “a cottimo” e malissimo, puntando sulla quantità e non sulla qualità. Insomma, chi ci rimetterebbe sarebbe il cliente. Non possiamo sempre e solo essere noi operatori sottopagati ad avere buonsenso…! Non avete idea della mole di chiamate che una persona dovrebbe fare per guadagnare COME prima (almeno il doppio, cosa pressoché impossibile, a meno di dire “pronto…arrivederci”!).

Abbiamo quindi intenzione di muoverci, sentire i sindacati, informandoci tra la rete sociale di nostra conoscenza… Secondo voi cosa dovre/dovremmo fare? Vi sembra una cosa sensata? Qualcuno può darci una mano?

Il signoraggio continua.

P.S.= il nome del call center incriminato è “Televoice”. Stategli il più lontano possibile.


Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu (la verità ti fa male, lo so)

maggio 2, 2007

Da Corriere.it

Ieri Andrea Rivera (non so chi sia nemmeno io) ha “duramente attaccato la chiesa” come i media ci suggeriscono. Attaccato? Duramente? Nelle sue parole leggo solo sarcastiche citazioni di cose riscontrabili e realmente accadute:

“Il Papa ha detto che non crede nell’evoluzionismo. Sono d’accordo, infatti la chiesa non si è mai evoluta”.
“Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana. E’ giusto così: assieme a Gesù Cristo non c’erano due malati di SLA, ma c’erano due ladroni”.

Ovviamente, i tre moschettieri di CGIL, Cisl e Uil hanno subito spiegato in coro che è una cosa davvero ripugnante ricordare le parole del papa. Non tanto perché abbia avuto il coraggio di dirle, ma perché “…in un paese civile la libertà religiosa e della Chiesa è altrettanto importante della libertà politica e sindacale”. A parte il fatto che questi, invece di fare IL sindacato, vanno ad arricchire la collezione gerontocratica politica italiana, posso dire che durante il primo maggio, temi di questo genere dovrebbero essere affrontati; forse Rivera ha sbagliato nella scelta delle argomentazioni (Pinochet e Welby) anche perché la Chiesa infatti è così evoluta, così avanti che i reali problemi dei nostri tempi non osa citarli o trattarli. Per loro infatti non esistono precari, guerre, malattie, per loro noi stessi non esistiamo; il mondo è come un grande libro di favole raccontato oralmente. Anzi, i mali che affliggono il mondo sono esclusivamente riassumibili in un continuo attacco ad unioni civili o ai gay. Roba per gente illuminata.

Detto questo, è ormai facilmente notabile che siamo anche l’unico paese in cui, prima di fare gli interessi dei lavoratori e dei più deboli, i sindacati pensano alla politica per sé stessi, in linea con l’inciucio in cui stiamo finendo allegramente: tutti insieme appassionatamente in un partito, d’amore e d’accordo. Con i politici (che in realtà in Italia non esistono) sempre più impuniti e intoccabili. Sotto di loro una moltitudine di gente a cui, di Bagnasco, di questo partito democratico e dell’harem di Berlusconi non frega proprio un cazzo.

P.S.=non oso dare giudizi su chi abbia concepito la scaletta del concerto di ieri e abbia deciso cantanti, presentatori e frasi-appello da lanciare, nel vuoto, ogni tanto. 


Domanda retorica

maggio 1, 2007

Secondo voi perché di queste cose e dei precari si parla solo in queste occasioni oppure…per un giorno solo?

Chi risponde vince un contratto a progetto.


All’appello i “prof” non rispondono

aprile 24, 2007

L’insegnante non c’è? E’ malato? E’ assenteista? Nessuno lo sostituisce. I presidi non hanno soldi, la scuola tanto meno; piuttosto che formare le nuove generazioni o migliorare un servizio utile a far crescere tutti (per coloro che hanno voglia) si sprecano soldi per incentivare cose come il digitale terrestre, oppure si parla di “tesoretto”, così, per giochicchiare un po’ col futuro della gente.

Sarà capitato a molti bambini o ragazzi di vedere assente il proprio insegnante (con gioia e gaudio) per qualche tempo ma non vederlo sostituito. E così i precari rimangono a casa. O, se vengono chiamati, non vengono pagati (si avete capito bene, nella scuola funziona ancora così: dopo 20 anni e passa non è cambiato niente)…e se saranno pagati, raggiungeranno questo status dopo qualche mese o anno se sei fortunato. Intanto vivi di speranze.

E i sindacati? Arricchiscono il repertorio delle barzellette italiane. Se la prendono coi presidi, che non hanno soldi, ma non sanno che molti presidi fanno già i salti mortali per mantenere in uno stato di decenza la scuola che dirigono. Non sono mica i presidi che decidono il budget di cui disporre. Che se la prendano col ministero, col Governo. No, denunciano i presidi. I sindacati italiani sono sempre originali, si distinguono da tutti gli altri, perché nessuno sa bene che cazzo servono a fare.

Quindi viva la Francia, paese da cui storicamente partono tutti i rivolgimenti sociali: avremmo molto da imparare da loro (il contratto di primo impiego è stato un esempio calzante, qui invece la legge biagi esiste ancora, anzi sta benissimo), anche ora dalle loro elezioni: guardate l’età dei candidati, ascoltate i problemi che trattano e verificate l’affluenza record francese.

Capito? Qui i sindacati minacciano i presidi. Dalle altre parti si sciopera ad oltranza, TUTTI. Non si lavora, la gente tira fuori le palle, ma non solo quando non funziona la tessera per vedere la partita su mediaset premium e allora chiami il call center per insultare l’operatore. La si va avanti fino a che non si ottiene un risultato concreto.


Telecom Day

aprile 16, 2007

//www.simplicissimus.it/2006/03/oggi_ho_ucciso_telecom_italia.html  immagine tratta da simplicissimus.it

Sulla vicenda Telecom ne abbiamo sentite tante. Scatole cinesi, debiti in miliardi di euro, voci di qua e di la…ma oggi è il giorno del giudizio, il T-Day.

A Rozzano (MI) oggi c’è l’assemblea dei soci, a cui parteciperà anche Beppe Grillo, in rappresentanza di non so quanti piccoli azionisti Telecom: insomma, per dire la sua, oggi dovrebbe partire la share action. Ha già ricordato in mattinata come anche oggi (corriere.it) «Tronchetti Provera non c’è. Non è venuto neanche questa volta. Chiederò dove sono finiti i 45 miliardi espropriati ai piccoli azionisti e perché questi non possono avere una rappresentanza vera»; (Repubblica.it) “Tronchetti non c’è, non è venuto neanche questa volta, la prima fu due anni fa a Siena in cui doveva parlare di etica dell’informazione con Andreotti!”. Insomma, quando si cita Andreotti, Tronchetti ed etica dell’informazione, il Corriere evita, non riporta, preferisce stare lontano dalle cose scomode da ricordare.

Non capisco però perché ancora oggi Tronchetti Provera venga considerato uno dei migliori manager italiani; forse per riempirsi la bocca e per omologarsi all’opinione pubblica quando si parla di una cosa che non si conosce viene appellato in questo modo. O forse perchè fa comodo farlo, come possiamo immaginare. Certo è che una persona che compra società, possibilmente senza spostare capitali (in stile Benetton per comprare autostrade, roba pubblica), riuscendo a indebitare un monopolio, mandarlo pressoché in bancarotta, scorporandolo…ma dividendo gli utili tra i grandi azionisti, per me non è un grande uomo. Persino Guido Rossi si è accorto che qualcosina che non va nel capitalismo italiano c’è e si è dimesso. Non per tutti i giornalisti però; la cordata del “tutto va come deve andare” è sempre la più presente.

Non so in quali mani potrà finire Telecom: spero non straniere e spero non berlusconiane (col supporto di Colaninno…!). Ci manca solo di consegnare nelle mani di un piduista, oltre a tre televisioni propaganda-pubblicitarie della sua esistenza politica un’azienda come Telecom; senza contare che il magnate messicano (o qualsiasi altro straniero probabilmente), licenzierebbe in massa 30 mila persone.

Insomma, i precari sarebbero quelli che la pagherebbero di più, come sempre.


Vita in Atesia (o in un call center italiano qualsiasi)

febbraio 15, 2007

Ricevo e pubblico il vero racconto di un protagonista, che vive in prima persona la vicenda Atesia. Leggendo la sua denuncia, ho riconosciuto in più punti la situazione mia, dei mie colleghi del call center in cui lavoro, minacciati per un’assenza, trattati come bestie da 5 euro e qualcosa lordi l’ora senza diritti e senzala tutela di qualcuno, qualcosa.

Spero abbiate la pazienza di leggerla tutta perché la descrizione non fa una grinza: fa venire i brividi perché è completamente vera. Ci sarà mai un giorno in cui tutti gli operatori di call center italiani avranno il coraggio di scioperare? Tanto che cosa perdereste? Un lavoro di merda come questo si troverà sempre; ma se per 1-2-3-4 giorni le grandi aziende non garantissero il servizio clienti…? Dite che potrebbe cambiare la situazione?

“In Atesia il collaboratore ha un orario da rispettare. Un turno all’interno del quale può scegliere liberamente se lavorare o meno. Se volesse lavorare in altri orari dovrebbe richiedere l’autorizzazione dagli assistenti di sala (ats). Generalmente si lavora 6 giorni su 7. Non esistono festività che chiudono l’azienda. Atesia, ovvero gli operatori di call-center, è attiva 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno.
Non è riconosciuto alcun pagamento per ferie o malattia. L’unico elemento di retribuzione è il contatto utile. Con questo si intende ogni attività (generalmente una telefonata ricevuta od effettuata) chiusa positivamente. La definizione dell’utilità del contatto è quella decisa dall’azienda sulla base della durata della chiamata o delle risposte ricevute dal cliente. In sostanza è un lavoro a cottimo. Il cottimo però è condizionato perché non è il lavoratore che decide quante chiamate effettuare o ricevere ma è l’azienda che decide i volumi di lavoro. In teoria un lavoratore potrebbe prestare il suo tempo (elemento vincolante della quantificazione della retribuzione secondo la Costituzione) e non ricevere nulla in cambio. La realtà non si discosta molto da questa ipotesi. Spesso, per logiche aziendali oscure, i volumi di lavoro sono bassi e si guadagnano anche meno di 10 euro lordi al giorno.
Quello che succede di frequente è che a prescindere dal volume generale di lavoro, la distribuzione di esso non è equamente distribuita tra i lavoratori. Quello che avviene concretamente è che l’azienda ha la possibilità di dirottare un numero maggiore o minore di chiamate su un lavoratore anziché su un altro. Inoltre all’interno di un stessa commessa l’azienda può assegnare a suo piacimento una campagna migliore a chi preferisce. Ad esempio nelle outbound una telefonata per promuovere un servizio può essere pagata meno di quella per promuoverne un altro. Quindi due lavoratori che lavorano la stessa quantità di chiamate avranno guadagni differenti. E’ chiaro quindi il potere, che si spinge fino al ricatto, che l’azienda ha sui lavoratori per imporre determinati comportamenti.

Altro che collaborazione! Il ricatto e l’intimidazione ha negli assistenti di sala (ats) i suoi principali esecutori. Nel posto di lavoro l’attività viene coordinata dagli ats, in realtà spesso a loro volta precari (un po’ la logica del kapò). In teoria, secondo il contratto, dovrebbero fungere da riferimento per il collaboratore per le problematiche inerenti allo svolgimento del lavoro. In pratica quello che avviene è che la loro principale attività è quella di controllo. In modi a volte anche autoritari impongono l’attività e le sue modalità di svolgimento.

Tornando alla retribuzione essa viene cambiata dall’azienda in modo unilaterale, anche retroattivamente. Vi sono situazioni limite che sembra paradossale non possano essere sanzionate nonostante siano state oggetto di interrogazioni parlamentari. Ad esempio nella commessa Tim per un certo periodo, al lavoratore la telefonata di oltre 3 minuti viene pagata meno di quella che dura da 2 minuti e 40 fino a 3 minuti (ndr: aggiungo io, si parla di servizio inbound, cioé cliente chiama il 119, ha bisogno…ma l’operatore è costretto a fare in fretta per direttive allucinanti, ve lo assicuro). Oltre all’evidente danno per l’utente, dato che necessariamente su indicazione aziendale si tenderà a “tagliare” i tempi della chiamata, risulta palese l’incostituzionalità di un pagamento che avviene in aperto contrasto con la norma di proporzionalità tra tempo e retribuzione.
Nelle campagne inbound la chiamata fino a 20 secondi non è pagata. Stessa cosa se si superano 2.40 minuti, l’utile è sempre lo stesso, per cui succede spesso che vista anche la lantezza dei sistemi (ndr: aggiungo io, il sistema che si usa in Tim spesso non funziona, funziona male, funziona in parte o è talmente lento da dover interrompere l’attività, ecc…) la telefonata sia ben puù lunga (anche 10 e 20 minuti nei casi estremi). L’assurdità della situazione è che invece il committente comunque paga Atesia. Si lavora G R A T I S.
Oltre a tutto ciò la Legge 626 sulla sicurezza sul lavoro non viene asolutamente rispettata. Come operatori lavoriamo costantemente di fronte a monitor che non sono a norma di legge. L’igiene del posto di lavoro è spesso scadente. L’impianto di condizionamento non è sufficiente, d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. La struttura stessa è fatiscente e presenta spesso pavimenti dissestati e controsoffitti cadenti. In concomitanza con la brutta stagione piove all’interno della struttura compromettendo la praticabilità di alcune postazioni. L’inquinamento acustico dovuto alla mancanza di insonorizzazione non permette di svolgere le normali mansioni di lavoro, compromettendo la salute stessa di noi operatori; a qualcuno sarà capitato di chiamare il 119 e di averne prova, spesso infatti gli utenti che ci chiamano si lamentano perchè fanno fatica a sentirci. Gli strumenti tecnici forniti, necessari allo svolgimento corretto del lavoro (cuffietta di spugna e sopratutto beccuccio, un “prolungamento” del microfono che servirebbe ad amplificare la voce dell’operatore e isolare le centinaia di voci presenti in sala), sono inadeguati e difficilmente reperibili.
Per quanto riguarda la rappresentanza sindacale in Atesia, per i collaboratori, è costituita da Rsa. Quindi i sindacati nominano ed impongono le rappresentanze senza che i lavoratori possano votare i propri rappresentanti. La situazione è costante: lavoratori a cui sono negati continuamente diritti, anche quelli sindacali.
Atesia in questi anni è cresciuta esponenzialmente ma ha prodotto migliaia di lavoratori con guadagni infimi, nessuna garanzia, nessuna possibilità di assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Atesia scarica i costi del rischio d’impresa sui lavoratori, non assumendoli (c’è gente che lavora da 13 anni, prima con partita iva, poi cococo e ora cocoprò), e non stiamo parlando di una piccola impresa, ma del più grande call center d’Europa, tra i primi 10 al mondo, che fa parte di un gruppo il cui fatturato è di 750 milioni di euro nel 2006 e che grazie all’accordo tra amici (governo prodi, sindacati, azienda) vedrà condonarsi oltre 300 milioni di euro di contributi/ferie/malattie non versati in questi anni, riconoscendo ai lavoratori che accetteranno il contratto (4 ore a 550 euro lordi – e ti va già di lusso – su turni di 24h, cosa che rende impossibile cercare un altro lavoro, vista la turnazione, quindi l’inquadramento più basso, il minimo) gli ultimi 5 anni di contributi (non ferie malattie,maternità e tredicesime ovviamente), di cui la metà pagati dallo stato (denaro pubblico!!) e l’altra dall’azienda in 36 comode rate mensili.
Va aggiunto che se l’accordo verrà applicato (a tutte le aziende del gruppo così come previsto) i costi di gestione lieviteranno di 30 milioni di euro l’anno (dati forniti dll’azienda), quando sappiamo che gestiscono un giro annuo di 750 milioni e che il condono ne farà loro risparmiare 310.
Ovviamante questa verrà palesata come una grande vittoria sulla precarietà, quando invece altro non è che un condono tombale appunto…

Sì perchè chi accetterà il contratto dovrà prima firmare una liberatoria sul pregresso, e poi potrà essere assunto alle condizioni di cui prima.

Ovviamente i sindacati ci rassicurano che una volta assunti ci penseranno loro ad aprire una nuova contrattazione, cosa che non stanno facendo per quelli già assunti, i veri dipendenti insomma, cui l’azienda cambia le matrici arbitrariamente e illegalmente, licenziandoli poi o costringedoli alle dimissioni.
Oltre a questo va detto che E’ I L L E G A L E assumere tutti dipendenti part-time.
Non a caso l’ispettorato del lavoro nel verbale da ragione a noi lavoratori, e sconfessa quanti sostengono ancora che l’operatore di call center non sia subordinato a tutti gli effetti (anche di più perchè è più ricattabile, perchéin posizione di debolezza).”


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