Mammà e papà, è tutta l’Italia che fa Kakà

gennaio 26, 2009

Bambini Gaza guerra
Nella foto, “No, Ricky non piangere. Appena trovo mamma, papà e sorella sotto le macerie racconterò loro la tua straziante storia”

Ansa: “Scelta di cuore”
SportMediaset: “Dicono che venerdì Ricardo abbia pianto. Dicono che sia scosso, che questa situazione sia più grande di lui e che l’abbia travolto.”
La Stampa: “Abbracci e lacrime”

IL DRAMMA.
“A ventisei anni non dovrebbe esserci nessun motivo per soffrire. A ventisei anni, il solo obiettivo di una vita dovrebbe essere quello di progettare un futuro denso di soddisfazioni, carico di aspettative liete, e magari con un bel contratto a progetto su cui far poggiare un mutuo centenario. Invece, purtroppo, talvolta capita che il destino si abbatta con drammi spietati su esistenze ancora troppo giovani per poterli affrontare.

Kakà: “Dio mi ha indicato la strada“. Dio, accetta una critica: anche noi siamo appassionati di calcio, ma con tutto quello che c’è da fare, che cazzo ti metti a perder tempo col calciomercato del Manchester City?

Ciò che è successo nelle ultime settimane a Ricardino Kakà, detto Ricky, deve spingere ad una rivalutazione in chiave relativistica di tutte le sventure che riempiono le pagine di cronaca dei settimanali. Quanto valgono le lacrime di genitori disperati, strette intorno al capezzale di figli agonizzanti o la pioggia di bombe che a Gaza ha colpito gente seduta sul water, al confronto del flagello che ha imposto a Kakà di dover valutare una maledetta offerta faraonica da 150 milioni di euro per 5 anni? No signori, come hanno spiegato i giornali tirando le somme di questa dolorosa storia: i soldi non sono tutto.
È una lezione che anche i più cinici devono ricordarsi, apprendendo la grande lezione offerta dalle lacrime ostentate di quel grande uomo di Ricardo Kakà: i soldi non sono tutto, si può vivere benissimo con 10 milioni di euro all’anno più sponsor ed essere felici. Da avversari battiamo le mani a questo esempio di piangente filantropia.”

CI SONO UN PALESTINESE, UN ISRAELIANO, UN BRASILIANO E UN ITALIANO…
Nella settimana in cui Berlusconi ha raccontato una barzelletta sugli ebrei nel lager, una fresca fresca riguardante la violenza sulle donne e il papa ha tolto la scomunica a un negazionista nazista, mi sono sentito in dovere di chiudere il cerchio ed analizzare la situazione italiana di questo primo mese di gennaio, così, per testare il famoso indice di regressione mentale, mai stato a livelli così alti.

D’altronde, cosa si può fare di fronte alle proteste di un gruppo di tifosi? Niente appunto, cedere. Perché quando protesta un gruppo di gente con le bandiere della squadra di calcio, niente può fermarli; se invece protestano mamme e bambini, studenti, lavoratori di ogni sorta, chissenefotte. Per toccare un po’ di sano populismo demagogico poi, tenderei a far notare come basti un calciatore miliardario per far scendere in piazza pressoché istantaneamente - sotto l’acqua, che di solito è un elemento che scoraggia la partecipazione – diverse decine di persone, che magari non hanno il lavoro, guadagnano pochi euro e non arrivano a fine mese.

Di storico, alla fine, è rimasto il gran rifiuto. Kakà ha detto no, ai soldi dello sceicco e al Manchester City. E il Milan, pazzo di gioia ha colto al volo l’occasione per riaccoglierlo in casa e trasformarlo nel simbolo di un altro calcio. Ha vinto anche l’amore folle ed educato dei tifosi: da sabato sera l’hanno assediato di cori e di striscioni, di affetto e di lettere struggenti. Riccardino Kakà, che non è un mercenario qualsiasi, che ha dei valori, che è uno che prega, s’è lasciato vincere dall’amore del suo popolo. E a nottefonda, prima di parlare ai microfoni con milanchannel, si è affacciato al balcone della sua casa: c’erano i tifosi sotto la pioggia che cantavano, lui li ha salutati e li ha ringraziati lanciando loro una maglia col numero 22.

La racconterei un po’ in questo modo: c’erano una volta un politico furbo che cercava di riprendersi un po’ di consenso, ricchi arabi, tv ridicole condite da media-servi e 200 beoti sotto l’acqua a dare sfogo alla loro creatività per costruire lo striscione più simpatico che la tv potesse riprendere. Se fosse una favola comincerebbe così.
Che bello vedere un paese dove la gente protesta per un miliardario che gioca a pallone ma se ne fotte alla grande di tutto il resto. E noi che siamo qui a discutere…ma di cosa poi? E perché? Cioé adesso parliamoci chiaro.
Io non sono come loro; va bene, sarò arrogante in questo caso e mi attirerò critiche prevedibili, ma non mi sento proprio di appartenere o assomigliare a queste persone o a queste altre, per dire. Insomma sono anche io un tifoso di calcio, ma non esageriamo per cortesia. In Italia si parla più di moviola che di ammortizzatori sociali per i giovani precari. Ma in che cazzo di paese vivo? Evidentemente state tutti bene e la crisi non si sente.

L’ESEMPIO DA SEGUIRE.
Se la guerra è «la continuazione della politica con altri mezzi», in Italia il calcio è diventato la continuazione della politica con altri mezzi. La panzana mediatica costruita ad arte da Berlusconi ed il suo entourage per guadagnare qualche punticino (ha stilato un sondaggio per sapere cosa avrebbe causato il vendere ed incassare o il contrario) ha fatto venire a galla tutta la pochezza di noi italiani, prima tifosi, consumisti e sudditi piuttosto che cittadini. Eppure sembrava fatta per quelle cifre stratosferiche (e gonfiate): però alla fine «Kaka ha deciso di restare, i soldi non sono tutto»; ricordatevi bene questa frase, la risentirete quando la crisi si farà sentire sul serio.
Per dirla tutta, la faccia è salva e i 2 punti percentuali di consenso che avrebbe perso Berlusconi sono al sicuro. Il portafoglio di Kakà anche, perché per la quinta volta in 7 anni, il suo ingaggio verrà alzato (anche se Mediaset non lo dice e a Dio gli aumenti non li chiede).

Tralasciando però l’aspetto calcistico del caso, di cui non mi occuperò qui, e tralasciando la solita questione del conflitto di interessi (“per il quale Silvio Berlusconi è capo del governo, imperatore assoluto del suo partito, proprietario di televisioni, di case editrici, di giornali – tra cui riviste da gossip con vendite da capogiro – presidente di una squadra di calcio, proprietario terriero e tanto altro ancora”), così che a seconda dei casi il nostro pres-del-cons può indossare l’abito più conveniente e profittevole nella borsa giornaliera del consenso, vorrei fare un discorso più ampio, che vada al di là del chiacchiericcio.

Cioé, abbiamo un presidente del consiglio che telefona in una trasmissione televisiva presieduta da Aldo Biscardi e che tra gli ospiti vede la presenza di Capezzone…per annunciare alla nazione che Kakà rimarrà al Milan, la sua squadra. E la gente ci crede, va in giro a raccontare della fiaba, la storia che ha sentito alla tv, quella condita dai bei sentimenti che non ci sono più – al giorno d’oggi. Quando fa comodo però ci sono: volti sorridenti, il giornalista tifoso che si sforza di piangere e di commuoversi per la gioia, ma non ci riesce e via discorrendo.

ZERO PIU’ ZERO FA SEMPRE ZERO.
Ma non è tutto: mentre Gordon Brown interveniva sulle banche per far fronte alla crisi economica, il suo collega francese Sarkozy tentava di intercedere per la guerra a Gaza ed Obama organizzava le sue proposte… Berlusconi era a colloquio con Fiorello.
Per i giornali infatti, il fatto che il Presidente del Consiglio convochi un uomo di spettaccolo per convincerlo a non passare a una televisione concorrente a quella di cui è proprietaria la sua famiglia, è una cosa normale, perché ci siamo abituati alla totale anormalità della realtà in cui viviamo.

Il problema è che la proporzione tra le scemenze che dice Berlusconi, quello che fa e le reazioni, le azioni e i pensieri dei riceventi danno sempre come risultato uno zero cosmico da retrocessione.
E il risultato sarebbe lo stesso anche se lo chiedessi a Dio. Ma se non sei miliardario, a Dio non appartieni mica: al massimo quando sei precario, ti viene voglia di imprecare.


Butta dentro dottò

gennaio 7, 2009

Ieri Cannavaro, che in teoria sarebbe il capitano della nazionale, ha dato saggio delle sue grandi qualità intellettuali dichiarando che “Gomorra non fa bene all’Italia”. Rimango basito, un po’ perché Cannavaro (napoletano e miliardario) che parla in certi termini di Camorra e Italia fa sorridere, un po’ perché va più in là e fa dichiarazioni sui matrimoni tra gay.

Ad un primo impatto rimango impietrito quindi, poi vabbé penso tra me e me che saranno i tempi nuovi, questa modernità strana che fa sì che anche i calciatori più impensabili arrivino a dire qualsiasi cosa e che qualsiasi cazzata venga ripresa. Del resto poi mi dò un pizzicotto e penso anche “Ehi, ma tu vivi in un paese dove Berlusconi è presidente”. Eppure ci ricasco, son qui che mi stupisco.

Successivamente mi riprendo e la butto sull’ironico, precipitandomi a commentare su Interistiorg il fatto. Ma loro, che sono dei geniacci rilanciano, spiegando che sì, Cannavaro ha ragione: “Gomorra non giova all’immagine dell’Italia”. Noi infatti vogliamo più film sulla pizza. In effetti poi spararsi il Neoton in vena è uno spot meraviglioso, che giova molto ad uno sportivo.
Poi arriva anche il post sul nuovo film di Fabio Cannavaro: “una capricciosa al due”. Giù il cappello, è da oscar; lì dentro c’è tutta l’Italia odierna.

Insomma anche Cannavaro è una delle tante immagini italiane. Uno potrebbe aspettarsi che un miliardario napoletano investa in beneficenza, che tiri fuori tanti ragazzi napoletani da certe situazioni e via discorrendo. E magari lo fa, per carità. Ma non accetto che si neghi l’esistenza (o peggio, la si nasconda) della camorra.
Perché se l’italiano è considerato mafioso, non è certo colpa di Saviano.

Questa volta però credo che pochissimi la pensino come lui, come ho letto in giro per la blogosfera. O almeno me lo auguro. Il problema è che in Italia quando escono certe dichiarazioni, il tizio in questione non viene preso, sollevato di peso, messo da parte e magari colpito un po’ con altri argomenti. Qua invece ci fanno i dibattiti in prima pagina, facendo passare l’idea che i panni sporchi si lavano in casa senza dire niente. Eccola lì, la famosa visione del padre autoritario che ci propongono le tv da 20 anni.

Probabilmente Cannavaro è convinto di aver migliorato l’immagine italiana all’estero col “po, po po po po poo”, vincendo il mondiale.
Maledetto sia Saviano quindi: è per colpa sua che non possiamo vantarci della camorra.


«Gazebizzati»

dicembre 20, 2007
Non ho mai parlato di calcio su questo blog e me ne guarderò bene dal farlo visto che non è proprio il luogo adatto. Anche se in questi giorni ne avrei a valanga di cose da dire (capitemi, sono interista e di sinistra), viste le ulteriori intercettazioni e gli altri sviluppi emersi che non hanno fatto altro che dimostrare perché certa gente 2 giorni prima abbia messo le mani avanti:
Non esistendo più da tempo, in questo Paese, un’etica e neanche un’etichetta condivisa, l’intero sconquasso di Calciopoli, come già era avvenuto per la più pregnante Tangentopoli, è stato retrocesso da Scandalo Nazionale a opinabile regolamento di conti tra club rivali. Fino all’autorevole e definitiva esternazione di ieri l’altro del presidente del Milan Berlusconi, al quale per liquidare Calciopoli è bastata una mezza frasetta di scherno tra un comizio volante, una galanteria alla Canalis e un antipasto. Neanche la fatica di un’intervista o una conferenza stampa: per liquidare come una inutile buffonata la giustizia sportiva, all’uomo più ricco del Calcio e della Nazione è bastata una battuta di un secondo, lo stesso tempo e la stessa fatica che si impiega a togliersi una briciola dal bavero.
Il paese si riflette anche e soprattutto in questi casi, in queste cose. Da un po’ di tempo infatti la politca italiana è stata letteralmente “gazebizzata”; non esistono più i confronti seri, i dibattiti, le discussioni, le proposte, non esiste più la politica stessa: per la fortuna dell’Ikea esistono i gazebo, luoghi riparatori e di ritrovo per anonomasia in cui dimostrare, dare credito, firmare, appoggiare, mostrarsi alle telecamere, raccogliere voti e condurre battaglie. Per dire, il mio vicino di casa ne ha messo fuori sul marciapiede uno per raccogliere firme affinché qualcuno gli tagli il prato una volta alla settimana. È questa la modernizzazione della politica, è questo il futuro partecipativo che ci aspetta.
Come si fa a capire il confine tra lecito e illecito se, per esempio, la misura dei diritti e dei doveri è totalmente sostituita da quella dei favori e degli sgarri? Il Moggi che apparve in lacrime davanti alle telecamere nei giorni di Calciopoli, annunciando il suo ritiro dal calcio e dicendo che gli avevano “rubato l’anima”, era un evidente refuso del romanzo all’italiana. Si poteva sospettare che gravasse su di lui qualcosa di simile alla vergogna, o quanto meno al disagio. Non che ci si aspetti il harakiri, qui da noi: fortunatamente, e detto senza alcun sarcasmo, sappiamo sempre anteporre alla nostra rovina e al nostro disonore un piacere di vivere che ad altre latitudini evidentemente difetta. Però, ecco, ce ne fosse mai uno che, pur convinto in cuor suo di essere una vittima delle toghe nerazzurre, stimasse più opportuno defilarsi un attimo, cambiare aria e luoghi, rifarsi un equilibrio lontano dai riflettori.

Ma no, macché, l’anima rubata a Moggi è stata rintracciata in pochissimo tempo, in fondo riconsegnata quasi a furor di popolo da tifosi e amici, da giornali e televisioni che lo hanno recuperato socialmente, e soprattutto dall’autoassoluzione che è la risorsa nazionale più inconsumabile. Crederci innocenti e vittime eterne di torti e persecuzioni, sia come individui che come categorie, lobbies, caste e famiglie, è quanto ci rende immortali, se lo segnino bene quelli del New York Times.

Moggi in realtà è una metafora moderna (presto questa voce apparirà nell’enciclopedia). Al posto del suo nome potrebbero essercene moltissimi altri e il risultato non cambierebbe. Quindi, in una società gazebizzata e priva di alcun tipo di etica, morale o giustizia, anche delle intercettazioni, anche delle voci vere e dirette vengono facilmente strumentalizzate a piacere, dimenticate e criticate.
Ascoltare Saccà che, sfoderando un leccaculismo incredibile, fastidioso persino al triste “capo”, dire a Berlusconi che non gli ha mai chiesto niente perché è troppo civile, quando in diretta gli sta facendo dei nomi di starlette qualsiasi fa sorridere; come a sua volta ci fa fare 4 risate il buon vecchio Silvio che attacca la Rai (con la solita tattica dello sviare il polverone altrove) affermando che in Rai, appunto, lavorerebbe soltanto “chi si prostituisce o chi è di sinistra” (quindi, seguendo il ragionamento, gente come Vespa si prostituirebbe, forse ha ragione Berlusconi). Parole dette da chi, nella telefonata con Saccà, “suggerisce” il nome di alcune avvenenti attrici. Ma lui ha ed è stato «gazebizzato» (e si è anche scottato con la borsa dell’acqua calda, diamine!), quindi tutto è lecito.
E allora vuoi scandalizzarti se qualche politico milanese da 4 soldi decide di autotassarsi per comprare un calciatore? Non bastava finanziarlo col digitale terreste o con altre vie indirette, ora servono i gazebo per comprare Ronaldinho, altrimenti non vale la pena muoversi per niente. Mi dispiace quasi far notare ai politici milanesi dai faraonici stipendi che la gente fatica a comprare il pane e la pasta, a far benzina e ad andare avanti, visti i rincari; mi dispiace perché poi sembra che io scriva le stesse cose, che io faccia demagogia e che io parli di aspetti scontati. Ma questi non se ne rendono conto, perché…anche loro sono stati «gazebizzati».
Gazebizzati anche tu, a casa o con gli amici e sul tuo blog campeggerà miracolosamente la scritta «You’ve officially been gazebized!».


Violenza Interattiva

novembre 13, 2007

Da Gazzetta.it

Premi il tasto e partecipa anche tu. Che i media italiani non fossero all’altezza lo sappiamo da anni, ma soltanto in questo periodo, in questi giorni di delitti, omicidi e tragedie accidentali o meno ce ne rendiamo conto in tutta la sua forza. Parlerò dell’avvenimento di domenica, senza dare giudizi su chi è stato e cosa è realmente accaduto, anche se sparare da una carreggiata all’altra ad altezza uomo è quantomeno folle (pensate se avesse colpito un guidatore in mezzo all’autostrada) e certo, la tragedia poteva benissimo essere evitata anche se, dall’altro lato, i tifosi di opposte fazioni non erano certo li a scambiarsi convenevoli (ma secondo me nemmeno ad ammazzarsi visto che erano due macchine).

La responsabilità dei media italiani. La successione di sfilate di tifosi con striscioni, violenze e scontri con la polizia, partite interrotte, guerriglie urbane, ecc…potevano essere evitate? Probabilmente sì. Premessa, non attribuisco colpe dirette (anche se…) ma piuttosto parlerei di gravi responsabilità che nel 2007 forse andrebbero considerate.
Come hanno subito titolato a caratteri cubitali tutti i quotidani on line e i telegiornali? “MORTO TIFOSO DELLA LAZIO”, “UCCISO ULTRA’ LAZIALE” o altri titoloni sensazionalistici, con tanto di foto rubate dal blog del ragazzo morto, pratica ormai di moda e in voga dagli ultimi omicidi che vedono protagonisti ragazzi giovani. Come in un reality-show post mortem. In Italia infatti non è permesso nemmeno morire ammazzati. Sì perché da ora in poi, se possedete un blog in cui scrivete pensieri, opinioni sul mondo che vi circonda (o semplicemente se scrivete che vi siete fatti una canna) e postate foto personali, state attenti…un giorno potrebbero venire usate contro di voi, la vostra famiglia, i vostri amici. Pensate se io morissi ammazzato da un fanatico di forza italia (che poi è il mio vicino di casa, ndr): verrebbero qui sul mio blog e tirerebbero fuori che, secondo quello che scrivevo, ero un sovversivo, un anarco-insurrezionalista, un potenziale rapitore di conigli di blogger e quindi me la sono cercata; vedendo le foto invece direbbero che ero un megalomane, facevo festini e chissà cos’altro. Tutto per una notizia, per vendere, per lo scoop, per avere più click di un altro quotidiano, per arrivare prima che le dichiarazioni ufficiali moderino i toni, suscitando inutili e pericolosissimi allarmismi. In ogni caso per misurarselo, sempre e comunque in una ipotetica classifica dei “mediababel” che in tv si chiama Auditel e ti fa guadagnare soldi pubblicitari, nella stampa si chiama pay-per-click o quel cavolo che volete.

La maturità dei media italiani. “Ultrà”, “violenze”, “stadi”, “omicidio”, “guerriglia”, “guarda”, “foto”, “video”, “sondaggio”, “follia”, “rabbia”, “sparare”, “colpire”, “antipolizia”: questi solo alcuni dei termini più in voga in queste frenetiche ore, ovviamente in grassetto, STAMPATELLO, COLORATE, tutte belle cliccabili e fomentatrici; come dei tag subliminali che bombardano le nostre teste ogni volta che accade qualcosa. Siamo dentro una notizia, possiamo guardare la morte in faccia, il ragazzo morto sorridere vivo in discoteca e le scritte colme di rabbia dei genitori, questo indipendentemente da quello che sia successo, indipendentemente dalla dimensione assunta dalla notizia e degli avvenimenti. Partecipate insieme a noi, commentate, votate il sondaggio: “secondo te l’agente ha sparato da 190 o 200 metri? Invia un sms all’123456″. Mai come oggi i media italiani hanno offerto uno spettacolo peggiore, alimentando qualche cosa che nelle prime ore aveva toni ben diversi. Ricordo infatti domenica mattina di aver letto dal sito dell’ansa il primo aggiornamento, che parlava di tifoso juventino che aveva sparato ad un laziale (appena recupero il link lo posto). Capito? In realtà poi quello che è accaduto è tutt’altro. Pensate a cosa poteva succedere, giornalisti; pensate per una volta alle conseguenze delle vostre parole, del vostro tono di voce, delle vostre immagini di “guerriglia urbana”. Pesate il tutto e immaginate che il prossimo morto ammazzato sia vostro fratello, figlio, marito… Rendetevi conto dell’importanza del vostro ruolo di filtro e diffusione, ragionate cazzo. Perché scrivete “ucciso un ultrà laziale” e non semplicemente “MORTO UN RAGAZZO DI 28 ANNI”?! Già, “fa più notizia”.

Il grillo parlante dei giornalisti non esiste. A cosa serve l’ordine dei giornalisti? Ed entrare nel privé durante particolari avvenimenti? Perché non interviene in questi casi dimostrando buon senso? Non è vero che i giornalisti fanno sempre il proprio lavoro, non ci voglio credere o meglio, come fanno a chiudere sempre un occhio davanti a certi fatti e a pensare soltanto all’eco del loro demagogico grido? Forse in Italia è troppo facile fare il giornalista, perché dopo tutto non è obbligatorio frequentare nessuna scuola particolare, nè tantomeno essere laureati; ci sono persone che parlano davanti a un pubblico di milioni di persone di ogni tipo, razza, estrazione sociale, formazione culturale: hanno idea di cosa possa significare usare certi termini piuttosto che altri? Conoscono le potenziali conseguenze che ha la televisione, che hanno il tipo di immagini usate sugli spettatori? Probabilmente no ed è gravissimo; forse pretendere una patente per lavorare in televisione o nei mass-media è troppo ma non è nemmeno possibile far sì che qualsiasi asino possa definirsi opinionista e diffondere particolari punti di vista senza considerare valutazioni come “ehi ma cosa cazzo sto dicendo?”.
La stessa cosa avviene in politica: in Italia non esiste una particolare scuola che forma i futuri dirigenti politici, siano essi di sinistra o destra (a seconda della loro visione); come nel vostro paese può candidarsi l’idraulico (non me ne vogliano gli idraulici), a capo del governo può arrivare un piazzista. Già, ma cosa sa tutta questa gente di politica, come può risolvere problemi di milioni di persone se nemmeno conoscono la storia, la società, ecc…? Come possono pensare di parlare di fermare la violenza se non sono in grado di “trattarla”? E le stesse domande possiamo farle pensando alla gran parte dei giornalisti.

Porte chiuse. “Ma caro sonounprecario, chi diavolo sei tu per fare tutte queste domande?” Non ne ho idea ma il fatto che i blog e più in generale Internet comincino a venire considerati anche come fonti da cui attingere solo nel caso di tristi avvenimenti non mi consola, né tantomeno mi rincuora leggere di arresti preventivi in stile minority report perché un pirla di 16 anni qualunque ha pubblicato su youtube un video di cattivo gusto per acquistare un po’ di fama o divertirsi (altrimenti che dovrebbero fare a zoro?). Dico questo perché poi ci rimetteremmo tutti quanti se un domani limiteranno l’accesso ai social media o a molte loro funzionalità a causa di chi, per un po’ di ritorno, usa indebitamente strumenti alla portata di tutti. Rischiando che qualcuno alla lunga arrivi ad affermare l’equazione secondo cui un mezzo di comunicazione che diventa “per tutti” sicuramente può diventare molto pericoloso.

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Defacciato Vaticano.com

novembre 11, 2007

Sono circa le 17.20 di domenica 11 novembre 2007. Degli idoli hanno defacciato Vaticano.com, che in questo momento si presenta in questo modo:

Grazie a ColdCoder e Xroot (anche se non so chi siano) che in una brutta domenica di sport e violenza mi hanno tirato un po’ su il morale.

*** EDIT: come mi ha ricordato Giovy lo specifico: vaticano.com non è il sito ufficiale del Vaticano (non l’ho mai scritto infatti) ma semplicemente una sorta di portale turistico del Vaticano usato a scopi commerciali. È comunque un sito vaticano.

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Show mediatico

ottobre 17, 2007

Ieri Berlusconi ha inaugurato un nuovo modo di fare politica: questi due sono gli screenshot del Corriere e della Gazzetta dello Sport delle 17.50 di ieri.

 

Non vi nascondo il mio stupore nel notare “come cacchio stiamo messi” per dirlo volgarmente. Il livello della nostra informazione è più che patetico; ogni settimana infatti su gazzetta.it c’è una videochat, ma non è mai successo che la Gazzetta si tingesse a mo’ di “edizione straordinaria”. Le videochat della gazzetta funzionano così: tu puoi fare una domanda, il moderatore modera escludendo insulti e parolacce…e chi porta avanti il dibattito con l’ospite di turno sceglie gli interventi. Ecco, ieri nessuna delle mie domande (erano sportive, giuro…!) è passata, nossignori. Sono piùcchepassate però moltissime domande politiche o battute su Prodi e co.: “presidente a quale giocatore di calcio paragonerebbe Prodi e perché?”. Sì, dalla Gazzetta dello Sport. E mentre Berlusconi sventolava fiero il suo famoso foglio carico di statistiche inventate al momento (ricordate al dibattito pre-elettorale con Prodi?), giungevano domande cosmiche, come “presidente, tra vincere coppa dei campioni, coppa del mondo di club, scudetto e coppa italia o mandare a casa il Governo Prodi entro giugno, cosa sceglierebbe? (Risposta: “non si confonde mai il sacro, che è il calcio, con il profano, che è la politica”). Ma non dimentichiamo anche la chiacchierata sull’apertura al dialogo con Veltroni, e le solite affermazioni sul malgoverno condite dagli immancabili e collaudati insulti (che coraggio dopo i suoi 5 anni), citando statistiche che solo lui conosce e può riferire (soltanto 2 italiani su 10 vogliono che rimanga questo governo”…! Fate il calcolo). E poi chi fa il teatrino sono gli altri.

Non è da tutti fare politica dalla sede della Gazzetta dello Sport, usando il Milan, con foto sorridenti, pose garbate e volontà e potere di dire quel cavolo che si vuole (non parlo delle sciocchezze ed inesattezze uscite). Eppure in Italia è possibile e non è la prima volta che accade.

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