La cura di Tremonti

marzo 3, 2009

Giovedì scorso davanti a circa 4 milioni di telespettatori, il ministro dell’economia Tremonti, ha affermato che “in questo periodo non bisogna leggere i libri di economia, ma la Bibbia”.
Tenetevi forte, quando l’ho sentito, anche io ho avuto qualche difficoltà a reggermi in piedi. Poi però ho chiesto conferma su FriendFeed pochi minuti dopo e mi sono accorto che non ero l’unico ad aver ascoltato quell’affermazione.

Meno male che la borsa a quell’ora era già chiusa. Pensate, un ministro dell’economia che dice di leggere la Bibbia per risolvere i problemi economici. E nessuno che gli dice niente mentre lo ascolta. Come minimo si rimane senza parole, perché ti sta dicendo in faccia che non ha idea di cosa fare, “si salvi chi può”, speriamo che avvenga un miracolo.

I suoi elettori però non hanno la minima idea della situazione economica in cui versa l’Italia; il ministro invece non si rende conto, è completamente in balia del caso. E dovrebbe dirigere l’economia del paese. C’è da farsela addosso, anche se è tardi. Non si tratta solo di incompetenza, ma anche di sano masochismo.

Tempi pagamenti paesi europei

Quante persone si ricordano delle cartolarizzazioni, del condono fiscale del 2002 che (incredibile!), ha fatto sì che il 20% dei condonati evadesse pure quello, della finanza creativa, della Robin Hood tax, della sua idea di protezionismo di un anno fa ora smontata da tutti e di tanto altri scempi che ci hanno condotto ad una voragine di miliardi di euro nei conti pubblici?

Poche, pochissime purtroppo. La soluzione? Leggere la Bibbia, alla faccia degli studiosi di economia e in barba a tutti gli economisti mondiali che saprebbero ridicolizzare Tremonti in 3 minuti.
Basterebbe solo mostrargli qualsiasi cosa, persino questi grafici che vedete qui, utili a far notare le usanze di pagamento delle aziende italiane. Una roba imbarazzante all’ennesima potenza, immagine dell’impotente immobilità delle aziende italiane. Lui però vi dice di leggere la Bibbia.

Non hai il lavoro? Chiedilo al tuo parroco. Potrete sempre fregare qualche monetina dal cestino delle offerte.

Pagamenti principali paesi ue


Mammà e papà, è tutta l’Italia che fa Kakà

gennaio 26, 2009

Bambini Gaza guerra
Nella foto, “No, Ricky non piangere. Appena trovo mamma, papà e sorella sotto le macerie racconterò loro la tua straziante storia”

Ansa: “Scelta di cuore”
SportMediaset: “Dicono che venerdì Ricardo abbia pianto. Dicono che sia scosso, che questa situazione sia più grande di lui e che l’abbia travolto.”
La Stampa: “Abbracci e lacrime”

IL DRAMMA.
“A ventisei anni non dovrebbe esserci nessun motivo per soffrire. A ventisei anni, il solo obiettivo di una vita dovrebbe essere quello di progettare un futuro denso di soddisfazioni, carico di aspettative liete, e magari con un bel contratto a progetto su cui far poggiare un mutuo centenario. Invece, purtroppo, talvolta capita che il destino si abbatta con drammi spietati su esistenze ancora troppo giovani per poterli affrontare.

Kakà: “Dio mi ha indicato la strada“. Dio, accetta una critica: anche noi siamo appassionati di calcio, ma con tutto quello che c’è da fare, che cazzo ti metti a perder tempo col calciomercato del Manchester City?

Ciò che è successo nelle ultime settimane a Ricardino Kakà, detto Ricky, deve spingere ad una rivalutazione in chiave relativistica di tutte le sventure che riempiono le pagine di cronaca dei settimanali. Quanto valgono le lacrime di genitori disperati, strette intorno al capezzale di figli agonizzanti o la pioggia di bombe che a Gaza ha colpito gente seduta sul water, al confronto del flagello che ha imposto a Kakà di dover valutare una maledetta offerta faraonica da 150 milioni di euro per 5 anni? No signori, come hanno spiegato i giornali tirando le somme di questa dolorosa storia: i soldi non sono tutto.
È una lezione che anche i più cinici devono ricordarsi, apprendendo la grande lezione offerta dalle lacrime ostentate di quel grande uomo di Ricardo Kakà: i soldi non sono tutto, si può vivere benissimo con 10 milioni di euro all’anno più sponsor ed essere felici. Da avversari battiamo le mani a questo esempio di piangente filantropia.”

CI SONO UN PALESTINESE, UN ISRAELIANO, UN BRASILIANO E UN ITALIANO…
Nella settimana in cui Berlusconi ha raccontato una barzelletta sugli ebrei nel lager, una fresca fresca riguardante la violenza sulle donne e il papa ha tolto la scomunica a un negazionista nazista, mi sono sentito in dovere di chiudere il cerchio ed analizzare la situazione italiana di questo primo mese di gennaio, così, per testare il famoso indice di regressione mentale, mai stato a livelli così alti.

D’altronde, cosa si può fare di fronte alle proteste di un gruppo di tifosi? Niente appunto, cedere. Perché quando protesta un gruppo di gente con le bandiere della squadra di calcio, niente può fermarli; se invece protestano mamme e bambini, studenti, lavoratori di ogni sorta, chissenefotte. Per toccare un po’ di sano populismo demagogico poi, tenderei a far notare come basti un calciatore miliardario per far scendere in piazza pressoché istantaneamente - sotto l’acqua, che di solito è un elemento che scoraggia la partecipazione – diverse decine di persone, che magari non hanno il lavoro, guadagnano pochi euro e non arrivano a fine mese.

Di storico, alla fine, è rimasto il gran rifiuto. Kakà ha detto no, ai soldi dello sceicco e al Manchester City. E il Milan, pazzo di gioia ha colto al volo l’occasione per riaccoglierlo in casa e trasformarlo nel simbolo di un altro calcio. Ha vinto anche l’amore folle ed educato dei tifosi: da sabato sera l’hanno assediato di cori e di striscioni, di affetto e di lettere struggenti. Riccardino Kakà, che non è un mercenario qualsiasi, che ha dei valori, che è uno che prega, s’è lasciato vincere dall’amore del suo popolo. E a nottefonda, prima di parlare ai microfoni con milanchannel, si è affacciato al balcone della sua casa: c’erano i tifosi sotto la pioggia che cantavano, lui li ha salutati e li ha ringraziati lanciando loro una maglia col numero 22.

La racconterei un po’ in questo modo: c’erano una volta un politico furbo che cercava di riprendersi un po’ di consenso, ricchi arabi, tv ridicole condite da media-servi e 200 beoti sotto l’acqua a dare sfogo alla loro creatività per costruire lo striscione più simpatico che la tv potesse riprendere. Se fosse una favola comincerebbe così.
Che bello vedere un paese dove la gente protesta per un miliardario che gioca a pallone ma se ne fotte alla grande di tutto il resto. E noi che siamo qui a discutere…ma di cosa poi? E perché? Cioé adesso parliamoci chiaro.
Io non sono come loro; va bene, sarò arrogante in questo caso e mi attirerò critiche prevedibili, ma non mi sento proprio di appartenere o assomigliare a queste persone o a queste altre, per dire. Insomma sono anche io un tifoso di calcio, ma non esageriamo per cortesia. In Italia si parla più di moviola che di ammortizzatori sociali per i giovani precari. Ma in che cazzo di paese vivo? Evidentemente state tutti bene e la crisi non si sente.

L’ESEMPIO DA SEGUIRE.
Se la guerra è «la continuazione della politica con altri mezzi», in Italia il calcio è diventato la continuazione della politica con altri mezzi. La panzana mediatica costruita ad arte da Berlusconi ed il suo entourage per guadagnare qualche punticino (ha stilato un sondaggio per sapere cosa avrebbe causato il vendere ed incassare o il contrario) ha fatto venire a galla tutta la pochezza di noi italiani, prima tifosi, consumisti e sudditi piuttosto che cittadini. Eppure sembrava fatta per quelle cifre stratosferiche (e gonfiate): però alla fine «Kaka ha deciso di restare, i soldi non sono tutto»; ricordatevi bene questa frase, la risentirete quando la crisi si farà sentire sul serio.
Per dirla tutta, la faccia è salva e i 2 punti percentuali di consenso che avrebbe perso Berlusconi sono al sicuro. Il portafoglio di Kakà anche, perché per la quinta volta in 7 anni, il suo ingaggio verrà alzato (anche se Mediaset non lo dice e a Dio gli aumenti non li chiede).

Tralasciando però l’aspetto calcistico del caso, di cui non mi occuperò qui, e tralasciando la solita questione del conflitto di interessi (“per il quale Silvio Berlusconi è capo del governo, imperatore assoluto del suo partito, proprietario di televisioni, di case editrici, di giornali – tra cui riviste da gossip con vendite da capogiro – presidente di una squadra di calcio, proprietario terriero e tanto altro ancora”), così che a seconda dei casi il nostro pres-del-cons può indossare l’abito più conveniente e profittevole nella borsa giornaliera del consenso, vorrei fare un discorso più ampio, che vada al di là del chiacchiericcio.

Cioé, abbiamo un presidente del consiglio che telefona in una trasmissione televisiva presieduta da Aldo Biscardi e che tra gli ospiti vede la presenza di Capezzone…per annunciare alla nazione che Kakà rimarrà al Milan, la sua squadra. E la gente ci crede, va in giro a raccontare della fiaba, la storia che ha sentito alla tv, quella condita dai bei sentimenti che non ci sono più – al giorno d’oggi. Quando fa comodo però ci sono: volti sorridenti, il giornalista tifoso che si sforza di piangere e di commuoversi per la gioia, ma non ci riesce e via discorrendo.

ZERO PIU’ ZERO FA SEMPRE ZERO.
Ma non è tutto: mentre Gordon Brown interveniva sulle banche per far fronte alla crisi economica, il suo collega francese Sarkozy tentava di intercedere per la guerra a Gaza ed Obama organizzava le sue proposte… Berlusconi era a colloquio con Fiorello.
Per i giornali infatti, il fatto che il Presidente del Consiglio convochi un uomo di spettaccolo per convincerlo a non passare a una televisione concorrente a quella di cui è proprietaria la sua famiglia, è una cosa normale, perché ci siamo abituati alla totale anormalità della realtà in cui viviamo.

Il problema è che la proporzione tra le scemenze che dice Berlusconi, quello che fa e le reazioni, le azioni e i pensieri dei riceventi danno sempre come risultato uno zero cosmico da retrocessione.
E il risultato sarebbe lo stesso anche se lo chiedessi a Dio. Ma se non sei miliardario, a Dio non appartieni mica: al massimo quando sei precario, ti viene voglia di imprecare.


Fa freddo e nevica, quindi il riscaldamento globale non esiste: il cambiamento climatico e il giornalismo all’italiana

gennaio 14, 2009


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Sinceramente provo una vergogna immensa per coloro che scrivono certe cose per il Giornale e Libero. La copertina del Giornale e gli articoli apparsi anche su Libero versione cartacea, hanno infatti dell’incredibile. Certo, la crociata da parte dei due quotidiani va avanti da antica data, ma tant’è.
Mi riferisco agli incredibili e falsi pezzi sul clima di settimana scorsa (comparsi l’8 gennaio).

Se ne è parlato anche qualche sera fa su Friend Feed, in toni piuttosto accesi. Ebbene, ho definito questi giornalisti dei cialtroni, in quanto partono dal presupposto che parlare del tempo metereologico e di 30 cm di neve a Milano equivalga a parlare di clima e cambiamento climatico. La realtà purtroppo è un’altra.
Perché il 2008 è stato il settimo anno più caldo degli ultimi 200.

.: Previsioni de noantri

Ma non solo. Mentre in Italia qualche giorno di nevicate trasformava la meteorologia in politica, il Worldwatch Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca americani, stava stampando lo State of the world 2009, interamente dedicato al caos climatico e alla sua cura. E i risultati sono semplicemente disastrosi, alla faccia dei commenti dell’uomo della strada, giusto per definire il livello giornalistico di quei pezzi; insomma il meccanismo è piuttosto semplice: vedono la neve fuori e dicono, “ecco qua, dove sarebbe il famoso riscaldamento globale?” Ed ovviamente ragionare in questo modo è una puttanata colossale, passatemi il termine.

.: Le conseguenze sono misurabili

Per quanto riguarda le emissioni infatti, si è passati dai 22,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica del 1990 ai 31 miliardi del 2007: +37%. A cui vanno aggiunti i 6,5 miliardi di tonnellate che derivano dalla deforestazione. E se il livello dei mari continua ad innalzarsi, spostando a volte le misurazioni annue da centimetri a metri (!), a preoccupare sono i cosiddetti tipping points e cioé i punti di non ritorno, momenti in cui il processo di cambiamento del clima compie un salto brusco e irreversibile nella scala temporale che interessa l’umanità. Un esempio riguarda la corrente del Golfo: l’afflusso massiccio di acqua dolce derivante dalla perdita dei ghiacci artici potrebbe bloccare o rallentare questa corrente causando un’ondata fredda sulla Gran Bretagna e sulla Scandinavia; un altro deriva dall’acidificazione degli oceani, che minaccia molte delle forme di vita marine. Male che vada ci mangeremo i pesci già conditi col limone insomma.


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.: Il problemino delle fonti

Ma torniamo agli incredibili articoli dei due grandi quotidiani: c’è una prova semplicissima che li smaschera e fa crollare miseramente tutte le loro fandonie contro l’umanità, e cioé la prova delle fonti. Nessuno dei nomi che riportano è conosciuto dalla comunità scientifica internazionale e non esistono riferimenti a fonti, dati, prove empiriche di quello che dicono. Quindi è inconcepibile che divulghino certe assurdità con una tale leggerezza. Ma non solo, il bello haddavenì.

Greenreport (leggete, viene anche spiegata la storiella dell’aumento dei ghiacci al polo Sud!) ha infatti scoperto che dietro alla notizia non c’erano nuove pubblicazioni di centri di ricerca, ma solo alcune dichiarazioni di Bill Chapman, ricercatore dell’istituto citato, sul blog di Michael Asher, un giornalista USA noto per appartenere al partito di chi non crede al riscaldamento globale (i cosiddetti “climate skeptics”), che aveva in seguito scritto un articolo apparso il primo gennaio su “Daily tech”, “in cui si lanciava nel paragone tra l’estensione ghiacciata ai poli del 1979 e quelli del 2008″.

.: Una bufala colossale

Quelli di Greenreport, armati di matita elettronica, sono andati a controllare i dati relativi alla famigerata banchisa, monitorati a livello di comunità scientifica accreditata proprio dall’Arctic climate research center, fin dal 1979, anno di inizio delle misurazioni satellitari. E sorpresa, all’atto pratico, l’estensione massima della banchisa nel 2008 è pressoché identica a quella minima del 1979. Quindi dire che l’estensione (quasi) minima del 1979 è uguale a quella (quasi) massima del 2008 è una cosa, dire che “i ghiacci sono tornati ai livelli del 1979” è tutt’altra cosa; così come affermare che la notizia è stata diffusa dall’Università dell’Illinois (vedi più in alto).

Tra l’altro, se proprio volete farvi due risate, a seguito di queste baggianate, persino l’Arctic Climate Research dell’Università dell’Illinois si è sentito in dovere di spiegare in un commento, che l’indicatore utilizzato – l’area globale marina coperta da ghiacciai – non è il più rilevante per misurare differenze tra il 1979 ed il 2008. Questo perché “quasi tutti i modelli climatici prevedono una diminuzione dell’area marina coperta dal ghiaccio nell’emisfero Settentrionale, mentre per l’emisfero Sud le previsioni sono più incerte. Alcuni studi recenti arrivano ad affermare che l’area marina ghiacciata nell’antartide possa inizialmente aumentare come risposta al riscaldamento atmosferico: l’aumento dell’evaporazione provocherebbe un aumento delle precipitazioni nevose sul Polo Sud”.

L’unica verità purtroppo è che tra il 1979 ed il 2008 si è registrata una diminuzione dell’area coperta dai ghiacci al Polo Nord di un milione di chilometri quadrati, solo parzialmente compensata dall’aumento dell’area coperta dai ghiacci al Polo Sud (0,5 milioni di Km quadrati).

.: Interessi politici ed economici

Come spiegava Gilioli qualche tempo fa, più o meno tutti nel mondo si sono accorti che il baraccone industriale messo in piedi negli ultimi 200 anni ammazza il pianeta e i suoi abitanti se continua a marciare solo con combustibili fossili ed energie non rinnovabili: se n’è accorto Sarkozy, se n’è accorta la Merkel, se n’è accorto Mc Cain. Figuriamoci Obama, che ha proposto le fonti alternative come una delle vie per uscire dalla crisi. Questi invece cercano di fare pressioni con lobbying di basso livello e advocacy da 4 soldi, così da permettere ai furbetti di continuare a fare porcate.

E’ davvero semplice percepire l’interesse politico-economico (che tradotto significa “continuare ad inquinare a spese umane per guadagnare soldi”) di chi vuole negare il global warming. Molto meno percepibile invece è l’interesse di chi il global warming lo ha postulato. Vanz, su FF, ha detto la frase giusta: “è più probabile che il 97% degli scienziati di tutto il mondo sia pagato dalle multinazionali del petrolio per mentire, o che il mondo scientifico ritenga in modo virtualmente unanime che il riscaldamento globale è causato dall’uomo?”.

.: Le cose non si sistemano da sole!
Lasciamo perdere per un istante questi pseudo-giornalisti che partono dal presupposto che il global-worming sia una sciocchezza senza citare nessuna fonte. Mi preme ricordarvi però che tutto non si aggiusta da solo come vogliono farci credere.
Quelle dei nemici dell’ambiente (e per inciso della nostra e della loro stessa salute!) sono argomentazioni Ikea, perché smontabili quante volte volete: gli effetti previsti dal riscaldamento sono infatti progressivi e l’aumento della temperatura si misura sulle serie di anni e decenni, non sui “primi 11 mesi del 2008″.

Quindi che dovremmo fare? Apparentemente le soluzioni le abbiamo sotto gli occhi e sono facili da capire. Per esempio consumare meno e in modo più intelligente, convertirci alle fonti rinnovabili e alternative (tra queste il nucleare non è contemplato, leggete qua), cominciare finalmente a costruire secondo le regole dell’autosufficienza termica, eccetera.

Voglio concludere questo post chilometrico dandovi un consiglio. Se credete che una settimana di neve possa risolvere anni o decenni di disastri fate pure, non c’è problema. Se volete continuare a camminare per i viali delle grandi città respirando di tutto, fate pure. Se volete mettere al mondo bambini sapendo che avranno un’alta probabilità di morire giovani per tumori alle vie respiratorie, un po’ come noi, siete liberissimi di farlo. Però lasciate anche la libertà di scelta a chi preferisce vivere in modo più eco-sostenibile (non è una brutta parola, anche se alla tv ve lo fanno credere), offrendo maggiori possibilità e incentivi (per dire, questo Governo infatti ha cancellato le sovvenzioni per chi convertiva al solare, perché noi siamo l’Italia).

Chi scrive certe oscenità (sto ancora ridendo per l’equazione tempo metereologico = clima…) galattiche per me è un cialtrone, sì; e il quotidiano per cui le scrive non è altro che un’aggravante.
Perché il fine è evidente. E in questo modo, tutti quanti finiremmo per perdere l’unica cosa che davvero ci accomuna: la vita.


Relight Mylano

dicembre 15, 2008

In tempi come questi ci sarebbe bisogno di un po’ di austerity. Del resto siamo in crisi economica, si parla di recessione e la gggente al tg – intervistata – dice che a Natale spenderà meno. E se lo dice la tv, alla fin fine uno ci può anche credere.
Va a finire che ci si aspetta qualche esempio anche dai comuni e dalle città, che mandino un segnale di responsabilità e maturità alle persone.

Questo ovviamente non è il caso del comune di Milano. Anche quest’anno la giunta di ciellina di centro-destra si è distinta per un’altra particolarità, oltre che per litigi, decisioni incomprensibili e polemiche demenziali.
Sì perché questa città è governata ormai da non so quanto da questa giunta e da non so quanto infatti, Milano è diventata solo ed esclusivamente un posto che le persone vedono come luogo triste in cui lavorare, non vivere.

Fin qui niente di nuovo, direte voi. “Se lavura, chi a Milan”. Già ma una riqualificazione dell’immagine di Milano non sarebbe poi così male (specialmente in vista del fantomatico Expò del 2015). E qui veniamo allo scempio; sì perché con la scusa del Natale, delle Feste e del consumismo fetish-farlocco, quello dei negozi iper-addobbati ma pur sempre vuoti (chiedere ad amici commessi per credere), la giunta in ottobre aveva deciso di quintuplicare i fondi per le luminarie natalizie.

Da 200 mila euro si è passati a ben 1 milione di euro. Ottocento mila euro in più rispetto all’anno scorso. Ora, non voglio fare populismo di bassa levatura, ma tenderei a far notare – ai milanesi soprattutto – che per tre settimane (un mese, se preferite), la città è diventata una taroccata totale, visto che nel giro di pochi metri e poche vie ci sono stili diversi, colori differenti; tutto un po’ a caso, un po’ qua e un po’ là.

L’importante è il messaggio cristiano, cioé quello secondo il quale la festa più importante dell’anno si avvicina, quindi siate allegri, siate buonisti che è Natale, e spendete più che potete: siamo pur sempre nell’era dell’ottimismo.

“Un pot pourri alla milanese di luci frammentate e disomogenee, senza un progetto unitario, un´idea comune”. Come se non bastasse i negozianti, in aggiunta ai soldi del Comune, nelle vie più note ed affollate spenderanno un milione e mezzo di euro per altri addobbi.
Problema estetico e di inquinamento luminoso a parte, pensandoci bene, con tutti questi soldi (bruciati per 4 sole settimane, tenetelo ben presente) si poteva per esempio:

  • comprare dei tram nuovi;
  • mettere panelli fotovoltaici sopra ad un scuola;
  • comprare macchinari per l’ospedale; aiutare economicamente molte famiglie o molti giovani milanesi;
  • costruire una pista ciclabile di 10 km;
  • restaurare palazzi;
  • sistemare un università;
  • mettere pannelli solari sopra una scuola;
  • pagare la benzina delle volanti per un anno;
  • mettere i doppi vetri negli edifici pubblici, installare lampadine a basso consumo;
  • eccetera, aggiungete voi.
  • Non ve ne frega niente dei soldi? Pensate all’ambiente almeno. Cioé io sto qui a fare la raccolta differenziata con impegno, pago profumatamente la pattumiera, la bolletta della luce e tutto il resto. Ho lampadine a basso consumo, spengo sempre le luci che non utilizzo, la tv, uso l’acqua con oculatezza. E voi invece? Brindate allo spreco. E invece di comprare qualche tram nuovo, visto che ogni volta che se ne prende uno si è stipati come le mosche su un cumulo di letame, con 800 mila euro (!), ne addobbate tre vecchi per trasformarli in fenomeni da baraccone.

    Già si vedono ovunque fili e lampadine pendere dagli alberi, con centraline abbarbicate ai tronchi, figli di un amplesso elettrico che, kitsch a parte, rende l’atmosfera natalizia davvero opprimente ed insopportabile. Col rischio che se un barbone si mette a fare la pipì su una centralina, salti in aria tutto quanto.

    Anche a Milano il Natale, quando arriva arriva. Ma è in questi casi che la metafora che suggerisce la città industriale, quella che a detta di tutti è la locomotiva economica dell’Italia, fa trasparire la finzione di un sistema che avrà ancora poca vita.
    E quando ce ne accorgeremo, sarà sempre troppo tardi per spegnere una luce che sta acciecando le nostre menti e riaccenderne tante che le tengano sveglie.


    La Lettera di Dora dagli USA

    ottobre 18, 2008

    Due giorni fa aprendo la mail del blog ho ricevuto una piacevolissima sorpresa. Ho infatti trovato una mail di Dora, una lettrice del blog che ora vive negli Usa.
    La sua lettera mi ha dato una scossa e spero che possa far provare anche a voi la stessa sensazione; per questo voglio ringraziare Dora: con le sue parole ci sta dicendo che da qualche parte, se lo vogliamo, un’alternativa esiste sempre. Ma soltanto se a rimboccarsi le maniche siamo noi.

    «Ciao Alex,
    sono Dora dagli USA. Ci siamo già sentiti in un commento ad uno dei tuoi post. Ho appena letto il tuo post sulla fuga di Saviano dall’Italia. Mi rattrista, mi rattristano le tue riflessioni e mi rattrista la sua decisione e sai perché? Perché mi ci ritrovo perfettamente.

    Io sono qui in USA perché mio marito é americano e l’ho seguito quando l’ho sposato, non è che c’era molta scelta, l’Italia non ci offriva possibilità, l’America, tanto criticata dai moralisti italiani, invece ce ne offre tante.

    In Italia ci vivevo ma ero arrabbiata, arrabbiata con tutto quello che non andava, proprio come te, mi ritrovo in quasi tutto quello che leggo nei tuoi post, e mi incazzo perché non vedo via di uscita. Ma poi penso, beh, io sono qui e ne sono uscita da quella merda, ora ho un lavoro, una casa, una famiglia, sono circondata dalla legalità dalla pulizia, dalla gente che rispetta le regole, dal rispetto degli altri e dalla voglia di rispettare gli altri. Ma perché tutto questo in Italia è impossibile? Non posso dire che sia radicato nei geni degli italiani, perché vedo gli italiani che vivono qui che sanno comportarsi bene, o forse quelli che vivono qui sono quelli che non riuscivano a vivere all’italiana e sono scappati? Non so.

    Ci sarà una via d’uscita a questo schifo? Lo spero, perché io la mia Italia nonostante tutto la amo e la vorrei vedere risorgere, ma al momento sembra impossibile. A volte penso che per poter risorgere debba davvero toccare il fondo. Penso che la gente debba arrivare a non poter più nemmeno permettersi il pane, solo allora si renderà conto che le cose devono cambiare, ma come cambierebbero? In meglio o in peggio?

    A volte ho paura che potrebbero cambiare in peggio e che i miei connazionali potrebbero diventare ancora più egoisti ed appoggiare ancora di più l’illegalità. Non so.
    Per ora sono contenta di essere qui


    Niente paura: ci salverà Super Enalotto

    ottobre 9, 2008

    Il mondo sta andando letteralmente a puttane, ma l’Italia ed il governo italiano preferiscono non reagire alla crisi e non spiegare davvero come stanno le cose.

    Negli Usa invece, un trentacinquenne americano di origine indiana gestirà i settecento-miliardi-di-dollari per cercare di far fronte al disastro finanziario. In un età in cui ormai la maggior parte degli italiani è ancora a casa con la mamma.

    Nell’Italia in cui gli esempi per farcela sono il gioco dei pacchi, quelli a premi, le lotterie, ecc…e nell’Italia in cui le notizie più lette del mese sono queste, secondo i tg e gli opinionisti più esperti l’unica salvezza e le uniche speranze sono da riporre in un grande eroe dal jackpot altissimo: Super Enalotto.

    Quindi chissenefrega, italiani: attendiamo, davanti alla tv seduti sul divano con la coperta sopra le gambe, l’epocale patatrac.

    Al posto del rosario questa volta, avremo in mano una schedina con 6 numeri cerchiati.


    Paga papa

    ottobre 8, 2008

    Niente considerazioni. Ma provo un’immane vergogna dinnanzi al mondo intero per le frasi pronunciate da questo strano personaggio:

    “Ehi, sono vestito di bianco ed ho un cappello a punta, quindi conosco il volere di Dio!
    Quando dovete pagare, nominatelo invano, mettete tutto sul suo conto. Tanto i soldi non hanno valore. Mi raccomando però, ricordatevi dell’otto per mille a giugno.”

    I soldi non contano, quindi diamoglieli pure, no?


    Alegher, alegher, ch’el bùs de’l cùl l’è negher

    ottobre 3, 2008

    “Ma gli elettori leghisti, quelli che Roma ladrona e bla bla, non dicono manco una parola sui 640 milioni di euro che il loro governo ha appena stanziato per tappare i buchi di Roma e Catania? No, dico, non si sentono un pochino fessi?”

    No, non si sentiranno mai fessi. Non con questa destra; gli elettori della lega non si faranno mai queste domande, anzi.
    Questi episodi ottengono l’effetto opposto da queste parti, credetemi.

    I famosi e stereotipati – ma non troppo, perché purtroppo nella maggior parte dei casi è vero – vecchietti lumbart o giù di lì, a sentirli di questi tempi, hanno il dente più che avvelenato nei confronti dello straniero.

    Per caso stamattina sono capitato su telelombardia, scanalando durante la colazione; ero curioso di ascoltare: arrivano chiamate in studio di lombardi che vogliono dire la loro su tutto e tutti. Su 10 chiamate, 6 sono donne anziane, 3 sono uomini anziani e uno non si rende conto di essere in diretta.

    Di questi 9, a occhio e croce, l’80% esordisce con un “l’è ura de finila, ostia, con sti estracomunitari chi” (trad., “è ora di finirla con questi extracomunitari”), “che ci portan via il lavoro e…poi li difendono sempre, a casa nostra! Noi non abbiamo soldi, a loro invece danno la casa e tutto il resto!”; ma no, io non sono razzista, che ho figli, nipoti, faccio beneficenza, ecc…e per me non c’è colore di pelle che tenga, che non si dica eh.”

    Il restante 20% infarcisce il concetto con frasi su romani o meridionali, dicendo che “sti comunisti hanno rotto le palle”. Vox populi si direbbe; un popolo che pensa davvero di avercelo duro. Ma in realtà ha paura, una paura fottuta di svegliarsi e rendersi conto che tutto quello in cui credono - la superiorità assoluta della razza padana, per dire - si regge su un castello di credenze fasulle. Che spesso finiscono con bancarotte, falsificazioni di bilanci, tangenti, divorzi, scandali a sfondo sessuale e così via.

    Poi vabbé, i padani si sono dimenticati anche della questione Malpensa, figuriamoci se badano a certi finanziamenti figli del precedente governo Berlusconi, che promise all’amministrazione di Catania prestiti per costruire infrastrutture, poi mai pagati.

    Per questo la Lega continuerà a guadagnare voti. E in coppia con Berlusconi a farne le spese sarà tutta Italia; mentre scrivo queste parole infatti, il Governo ha approvato il federalismo fiscale. E anche la colpa di tutto questo sarà di qualche “negro”.


    Sottoscrizione per l’acquisto di Alitalia 2.0

    settembre 24, 2008

    Non so voi, ma io partecipo e sottoscrivo volentieri la cordata per salvare Alitalia lanciata da Interistiorg, uno dei miei siti preferiti (per dire, anche se non siete tifosi interisti, leggetevi i bollettini e le pagelle, che vi pisciate dalle risate).

    Quindi forza, fuori uno scudo. Perché una volta acquisita Alitalia, potrò decollare dal mio giardino ed atterrare, un chilometro più in là, nel parco della villa di Berlusconi, derapandogli sul naso col volume dello stereo a manetta e il braccio fuori dal finestrino.

    Poi riparto e vado dove mi pare facendo benzina a spese vostre: col cavolo che mi sparo le code dei weekend, barboni. Che secondo me, se ogni blogger sottoscrivesse l’appello e facesse cacciare 5€ a tutti i suoi lettori, Alitalia ce la compreremmo davvero. C’è gente che ha migliaia di lettori e abbonati, se proprio vogliamo fare i pignoli.

    Un’Alitalia più democratica, gestita dal basso. Così in basso da volare sulla Salerno-Reggio Calabria.
    Poi sai che litigate la mattina per sedersi o appoggiare le cartelle; faremo più fatica con la mano morta, ma ne varrà la pena. Tanto chi cavolo ci fermerà più se non allacceremo le cinture?


    Fiumicino, c’avemo n’problema

    settembre 19, 2008

    Da Corriere.it

    Alcuni di voi si saranno stupiti perché da un po’ più di tempo del solito non parlo di Berlusconi o di politica più in generale.
    La scusa del tempo che manca è vera, perché in questo periodo sono sotto esame e lavorando, lo spazio per bloggare si riduce ad un lumicino.

    Il vero motivo però è un altro. Cioé io di cose su Berlusconi, sulla situazione attuale dell’Italia e via dicendo ne ho tante da scrivere, perché purtroppo ogni giorno ce n’è una nuova da raccontare. Però ora, più del solito, sono sconsolato e afflitto. E dire che mi ero già rassegnato.

    Da Corriere.it

    Insomma quello che voglio dire è che mentre qui siamo in balia del caos più totale, (Alitalia sta fallendo, enne-mila lavoratori rimarranno a piedi e Berlusconi – nonostante la colpa del fallimento di Alitalia derivi principalmente dal suo canonico menefreghismo per il prossimo – scarica colpe a destra e a manca, quando basterebbe fargli questa domanda: “Ma AirFrance non andava bene? Ci davano soldi, senza doversi svendere, e gli esuberi erano comunque minori!”), quello che dovrebbe essere il principale leader dell’opposizione, dove si trova?

    Da Corriere.it

    Prima di rispondere al quesito, una breve parentesi. Anche in questo caso, Berlusconi e la sua schiera di “para+aggiungi-il-termine-che-vuoi“, godono dell’immunità derivata dalla tecnica di governo che stanno attuando da quando sono in carica. Cavalcare i luoghi comuni, le paure e le varie rabbie della gente. Per farvi capire, secondo la stragrande maggioranza degli italiani, la colpa della debacle di Alitalia sarebbe dei sindacati, che evidentemente godono nel farla fallire. Nel frattempo, papà Silvio piazza anche Marina nel c.d.a. di MedioBanca. Ci sarà pure qualche conflitto di interessi da qualche parte, o no? Niente, silenzio dell’opposizione anche in questo caso.

    Da Corriere.it

    Veniamo al dunque. Dov’è Veltroni? E’ a fare il fichetto nei salottoni chic dell’Upper-West-Side di Manhattan. Siete contenti, elettori del PD? Questi il contatto con la realtà non l’hanno perso, semplicemente perché non l’hanno mai avuto. Non si rendono conto, sono dei perdenti nati.

    Da Corriere.it

    Di Pietro invece ieri era in mezzo alla gente, come fa sempre. In mezzo ai piloti, alle hostess e via dicendo, arringando la folla con un megafono. Stava spiegando ancora una volta che l’operazione del governo su Alitalia non è un salvataggio, ma una colossale porcata. La peggiore nella storia dei rapporti, già di per sé poco edificanti, tra un certo capitalismo di relazione e la politica. Il governo ha fatto coriandoli del codice civile, delle norme europee e di quelle antitrust”.

    Spiegatelo ad alta voce a tutti quelli che conoscete: l’operazione che voleva propinarci il Governo avrebbe eliminato ogni debito ed ogni rischio da Alitalia, lasciando poi in regalo a sedici famiglie amiche (la cosiddetta cordata) tanto grasso che cola (a picco ormai), era una fregatura. Marchio, un’enorme flotta aerea, monopolio assoluto su tutte le rotte italiane, tutto gratis praticamente. Che grandi imprenditori quelli italiani; zero rischi, solo guadagni. Capitani così eroici che attraverso allo Stato avrebbero banchettato sulle nostre spalle, con accordi, appalti, tariffe gonfiate e debiti.

    Sì, perché il prezzo di questo immenso dono, tra debiti di Alitalia ed elevati costi sociale degli esuberi, lo avrebbero pagato gli italiani: già ma quanto? Si parla di almeno un miliardo di euro.

    Chissà cosa ne pensano i democratical-chic.


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