Ambientalismo con la EsseLunga

giugno 22, 2008

More o Tumore? By Blog a Progetto

Ieri sono andato a fare un po’ di spesa all’EsseLunga. A parte lo scocciamento derivato dall’andare il sabato prima di cena a fare la spesa con altre millemila persone, ho notato una cosa alquanto strana (o forse sintomatica) alle casse.

Prendo un sacchetto bianco sotto al rullo della cassa della mia corsia, come in molti farete. Arrivo alla cassa e la signorina, gentilmente, mi chiede se preferisco avere la borsa gialla classica di plastica che mi avrebbe passato lei, visto che costa 4 centesimi invece che 10, come quella da me presa.

“Beh, mi dia quella gialla allora, grazie”, le dico sovrappensiero comportandomi da buon risparmiatore (o se preferite, ho fatto il braccine corte); poi con la coda dell’occhio, rimettendo via il sacchetto bianco, noto dalla consistenza che era biodegradabile, di quelli che si sciolgono facilmente, non inquinando l’ambiente insomma (quello giallo è fatto in polietilene vergine, cioé meno denso; inquina un po’ meno ma inquina lo stesso).

Capito? Per favorire l’ambiente ed incentivare i consumatori dando il buon esempio, ti fanno pagare meno il sacchetto di plastica classico. Eppure sul sito ufficiale, c’è anche una bella sezione dedicata all’impegno ambientale di questa grande catena di supermercati.

Persino in Cina sono stati proibiti i sacchetti di plastica: in Italia saranno proibiti dal 2010, così come previsto dalla Finanziaria del 2007 (articolo 1 comma 1129, 1130 e 1131). Già, ma perché proprio dal 2010 e non da subito? Smaltiamo quelli rimasti e basta, finiamo di produrli. Invece no, la produzione viene solo ridotta.

Tra l’altro, sono ben felice di pagare qualche centesimo per favorire l’ambiente, ma non capisco la moda - da qualche anno a questa parte - di dover pagare il sacchetto di plastica con scritto il nome del supermercato di turno. Cioé ti faccio pure pubblicità gratis! Facciamo una cosa dai, io ti pago il sacchetto, però poi lo Stato ti impone una tassa sulle confezioni, per far pagare i costi ecologici del loro smaltimento. Siete d’accordo, supermercati?

I sacchetti più diffusi sono fatti in polietilene, un materiale plastico derivato del petrolio; sono pressoché indistruttibili dispersi nell’ambiente, nel senso che, se sotterrati, rimangono nel suolo per secoli e l’unico modo di distruggerli è bruciarli, producendo però grosse quantità di Co2, scorie e rifiuti tossici vari.

Come accennato, sul mercato esistono due tipi di plastiche biodegradabili, ottenute a partire dall’amido di mais, di patate o di grano. A livello energetico questi ultimi costano molto meno e soprattutto sono biodegradabili. Ma noi li paghiamo di più, sapete perché? Perché non viene conteggiato il loro costo di smaltimento.

In Italia consumiamo oltre un quarto del totale dei sacchetti di plastica dell’Unione Europea, giusto per rispettare ogni trend negativo esistente, e siamo in fondo nell’attuazione di moderne pratiche ambientali.

Che dire, sicuramente l’esempio che ho fatto capiterà anche a tutti voi nei più svariati supermercati italiani, mi piacerebbe però sapere se esiste qualche eccezione in controtendenza. Me lo farete sapere nei commenti.

Insomma, rimaniamo in attesa che costruiscano in Italia, nel 2008, le prime centrali nucleari, che costringano (qui funzionano solo gli imperativi minacciosi) tutta la penisola ad attuare la raccolta differenziata (sempre nel 2008 ), che le multinazionali utilizzino meno materiali possibili per produrre le proprie scatole (contate quanti involucri rivestono certi prodotti, per dire), continuiamo ad aspettare.

Nel frattempo, per fare la spesa, utilizzate le borse della nonna, cioé quelle di juta, di stoffa, ecc…, che sono riutilizzabili pressoché all’infinito. Sarà anche scomodo portarsele dietro, ma viviamo in un’epoca in cui il consumo critico si fa sempre più strada tra le persone comuni. Almeno spero.
Non c’è che dire, le nostre nonne ne sapevano una cifra.


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