Sciopero!

settembre 30, 2006

…scioperano i giornalisti…precari, per farsi sentire.

Perché non scioperiamo anche noi? Sciopero io, lavoratoreaprogettoflessibile, perché non potete farlo anche voi altri lavoratori precari?

Visto che i giornalsiti scioperano ma non ci considerano, se non in caso di cataclismi probabili, potrebbe toccare a noi.

Qualche giorno senza:

  • servizi clienti
  • bonus regalati
  • schiavetti da sfruttare
  • recupero crediti
  • ecc..

Secondo voi che reazioni ci sarebbero? Qualcuno muoverebbe un dito? Pensate ad esempio senza assistenza telefonica cosa succederebbe.

Cosa dite? Ci licenziano poi?

Chissenefrega! Di lavori schifosi come quelli che facciamo, con contratto a progetto, senza ferie o malattie pagate, senza certezze e con pochi soldi in busta paga…ne troviamo quanti ne vogliamo. C’è tutto meglio di un contratto a progetto!

Quindi fatevi rispettare (avete molto poco da perdere…) e..visto che nessuno si fa sentire, perché non prendere un’iniziativa?!


Il bue che da del “cornuto” all’asino…

settembre 26, 2006

..anche loro sono precari. Che gli piaccia o meno, freelance, assunti a tempo determinato, anche loro sono precari. Tutti possiamo esserlo o diventarlo. Pensateci.

E provano a farsi sentire qualche volta protestando, come accade in questi giorni. Anche se sui giornali di questi giorni ho trovato poco spazio al problema e probabilmente in tv avrete sentito poco o niente, vorrei farvi notare una cosa.

Per il sistema Italia, il problema lavoro, fermo su una concezione vecchia di secoli probabilmente, dovrebbe essere all’ordine del giorno e al primo posto tra le “promesse da mantenere”. Almeno provarci…o forse, almeno parlarne sarebbe già qualcosa.

Ma chi dovrebbe parlarne? I politici, certo; ma in Italia la politica non esiste: esiste solo il cabaret. Detto questo, chi dovrebbe fare qualche indagine e provare a insidiarsi, mettere il dito nel mondo del precariato, della gente senza un futuro, provare a spiegare agli italiani che ci sono problemi ben più gravi di chi parteciperà al reality di turno?

Sì, i giornalisti. Quelli che dovrebbero parlarne e non ne parlano, quelli che per “paura di ripercussioni politiche” o del direttore di turno, stanno zitti.

Oppure alzano la voce solo quando fa comodo a loro? Per carità, è giusto così, ognuno pensa ai fatti suoi e nessuno regala niente a nessuno. Però potrebbero provare a fare il proprio lavoro ogni tanto e parlare di cose concrete, util al paese.

Tutti potrebbero beneficiare di un miglioramento delle condizioni di lavoro: l’Italia potrebbe crescere e guardare avanti, fare un passo verso il domani, cosa rarissima.

Il bue che da del “cornuto” all’asino: perché non cogliere l’occasione per parlare di tutti i precari e di farsi sentire fino a quando non si ha una risposta concreta? Perché parlare solo dei propri problemi una volta che si ha l’occasione? Comodo, vero?

Di certo, io non ho la soluzione, ma credo che pronunciare la parola precariato o spiegare cosa si intende veramente per “lavoratori flessibili” non sarebbe male.

E anche qui quando se ne accorgeranno…sarà tardi e dovranno sottostare alle loro condizioni.

Che ne dite? La solita lamentela del solito utopista che sa tutto o forse qualcuno che parla di qualcosa di concreto?

Ai posteri l’ardua sentenza.


Vendo il mio corpo per un posto di lavoro

settembre 25, 2006

Avrete dato un’occhiata a questo blog e vi sarete fatti qualche domanda credo. Riassumendo: “Mi chiamo Sara, sono di Roma ed ho compiuto trenta anni il novembre scorso. [...] Migliaia di ragazzi italiani sono nella mia stessa situazione e non c’è nessuno, nè governo nè sindacati, nè destra nè sinistra, che stia muovendo un dito per rimediare a questo scandalo. L’unica soluzione che riesco a trovare è vendere me stessa. Esatto, alla persona che mi offrirà un contratto reale, a tempo indeterminato con uno stipendio minimo di milleduecento euro, concederò una e soltanto una notte di sesso.”

Bene, a parte (come tutti i moralizzatori saranno pronti a spiegarci e ad insegnarci nonché spiegarci come sdegnarcene) l’aspetto del “vendersi” per milleduecento euro (che non è roba da poco, qualcuno, poco garbato e con poca intelligenza potrebbe farle notare che sui viali paga meno, soprattutto se ha una divisa) che è un altro discorso, sono le paole di disperazione ed i motivi che hanno spinto questa ragazza ad arrivare a questo punto. Vendersi per un po’ di soldi per poter vivere e mangiare.

Esempio di signoraggio passivo? Proposta di auto-schiavitù?

No, denuncia sociale. A cui nessuno ovviamente saprà rispondere, se non in stile “studio aperto”, che oltre ad insegnarci come vestirci (è un telegiornale) e a spiegarci cosa fanno 7-8 troiette sotto le scrivanie (è un telegiornale) potrebbe farci un bel servizio. Immagino già come. Voce triste, un po’ malinconica e racconto della storia di una ragazza disperata portata a prostituire il suo corpo e poi…ecco l’intervista ad un bravo imprenditore pronto a darle un bel lavoro (magari in cambio di qualche bottarella anche se non si dice); e poi la giornalista felice che subito ci racconta come stia diventando una moda darla via per trovare lavoro, che tutte ormai lo fanno (con la hit del momento di sottofondo). Quindi è giusto farlo, tutte lo fanno, ecco risolto il problema. E subito dopo un ANSA che ci spiega la nuova proposta di qualche ministro “illuminato”: “Proposta di legge: alle donne non servirà diploma o laurea. Gli basterà darla via per lavorare!”; e se una è brutta fatti suoi, vada all’estero. In Italia si sta bene e sono tutti belli e bravi, quindi non c’è posto per loro. Problema risolto, per il telespettatore non esiste una questione lavoro, ma esisteranno “troiette pronte a tutto per lavorare” seguita da un’esclamazione tipo “ma che vada a lavorare in miniera quella li che cerca solo i soldi!”. Eh certo! Ecco come ribaltare qualcosa di serio. Questo era un esempio spiccio, e spero l’abbiate intuito, utile a capire come ne parlino i media se ne parlano per sbaglio. Il problema non esiste è solo nella mente della poveretta di turno.

“Ho provato una grande rabbia per questa situazione di cui al governo sembra non fregare niente, ma comunque sentivo il bisogno di fare qualcosa per scuotere l’indifferenza generale, un gesto estremo che potesse servire a puntare i riflettori sui problemi di noi giovani precari senza un futuro.

La rabbia da sola infatti è fine a se stessa, senza azioni è sterile e non porta a niente.

Molti quotidiani hanno parlato della nostra situazione: alcuni realmente interessati al reale problema sollevato, altri con l’unica squallida preoccupazione di scrivere un pezzo morboso in cui poter inserire in un punto a caso dell’articolo il nome della Gregoraci.

Un importante telegiornale era interessato a parlare della storia con me, purtroppo poco dopo si è tirato indietro perché il direttore, di un preciso schieramento politico, aveva paura di ripercussioni negative.[...]

se in Italia per trovare lavoro,  c’è bisogno di aprire un blog ed offrire sesso in cambio di un contratto con delle garanzie, c’è qualcosa che non va, vuol dire che il sistema è malato.”

 

Già, parole sante, dure e crude verità. Ma sui giornali cosa leggete? E sui tg? Pensate serva a qualcosa?

Negli altri paesi servono diplomi, lauree…qui invece se la dai via e se “lavori sotto le scrivanie” lavori, vai avanti.

Che ci sia qualcosa di strano?

Evidentemente no, visto che la tv ci dice sempre che “tutto va bene”…pensate se andasse male!

 

 

 

P.S.= quasi quasi mi vendo anche io (anche se sono maschietto)…ma non so se la mia ragazza sarebbe d’accordo. Forse dipende da che stipendio ci guadagnerei! :P


Il primo lavoro

settembre 22, 2006

..Al massimo uno stage. Leggendo questo articolo ho deciso di proseguire la parentesi dedicata al lavoro, a chi si sta avvicinando al posto di lavoro, a chi viene canonicamente sfruttato durante il periodo dello stage senza nemmeno vedere una lira, sperando che un domani forse “ti assumeranno”. In realtà sappiamo bene tutti che raramente è così.

Sì, perché il 26 per cento delle imprese utilizza proprio la forma del tirocinio per introdurre un neolaureato all’interno della forza lavoro. Senza contare che un altro 21 per cento dei direttori del personale propone il contratto a tempo determinato mentre il contratto a tempo indeterminato spetta a solo al 16% dei nuovi assunti.”

Le aziende ci dicono che vogliono conoscere meglio, con calma, chi lavorerà per loro; ma sappiamo benissimo che spessissimo questa è una scusa banale. Sì, perché quando un giovane va a fare uno stage non ha pretese: abbassa il crapone, come è giusto che sia ed esegue. Fotocopie, vai di qua e di la, fai questo e quello. E nemmeno un grazie arrivederci nel 90% dei casi. Tanto si tratta di fresca manodopera da sfruttare a piacimento e gratuitamente. E come si legge nell’articolo, molti stage finiscono in questo modo: “Io dopo aver frequentato un master sono finita in un’azienda di Milano dove non sono stata inserita in un progetto formativo. Piuttosto ho dovuto fare un po’ di tutto correndo da un lato all’altro. Ero quella che la sera usciva per ultima. Alla fine non mi hanno neppure salutata o ringraziata. Tutto finito lì”.

Cavolo, chissà quante cose avrà imparato..! Ora, la nostra stagista è pronta per inserirsi perfettamente nel mondo del lavoro!

Tutte le porte sono aperte. Sì, in Italia per i raccomandati.

Se sei furbo, intelligente e vali qualcosa non appena ricevi offerte dall’estero scappi: sei maggiormente valorizzato, fai il più delle volte quello per il quale hai studiato ma soprattutto sei pagato molto di più. Invece in Italia si pensa a fregarsene e a fregare, a sfruttare il più possibile, sentendosi in dovere di farlo e credendosi più furbi.

Peccato che un bel giorno le risorse di schiavi moderni finiranno e i nostri signorotti si divertiranno a contare le loro monete da soli.

E allora sarà tardi……….

L’Argentina non è lontana.

P.S.= vorrei sapere anche cosa ne pensate voi di quello che scrivo…con qualche commento magari! :D 


La Gavetta

settembre 20, 2006


Il Fallimento dell’Italia. Leggo finalmente sul sito di repubblica un articolo agghiacciante oltre che allarmante.

Qui si parla di intere generazioni sull’orlo del baratro, sul bordo di un futuro in caduta libera. Ma detto sinceramente, chi se ne preoccupa? Chi ne parla senza tanti giri di parole o tanta retorica, incipriato, e badando allo “spiccio”?

Nessuno.

Splendido, quindi non pensiamoci e non parliamone, come già avviene: di conseguenza il problema non esisterà. E torneremo quindi a fare gli immigrati, a scappare con le valigie in mano negli altri paesi del mondo. Perché no? Saremo costretti a farlo, soprattutto se le aziende in questo paese continueranno come sempre – cosa che non avviene negli altri paesi – a mantenere un atteggiamento menefreghista verso i più deboli socialmente, cioé i giovani e i precari. Se le aziende terranno sempre in un atteggiamento di perenne attesa tutti i giovani o gli stagisti, pensando più che altro a sfruttarli durante lo stage, visto che sono li gratuitamente a fare beneficenza, e quindi continueranno ad adottare un comportamento assurdo e vergognoso dal punto di vista sociale (cosa che invece negli altri paesi è tra le prime come importanza; il come si pone e come è vista un’azienda nella società è fondamentale) finiremo male, molto male.

E come sempre quando se ne accorgeranno, tra un parlare di cose inutili e l’altro per scopi elettorali e schifosi, sarà toppo tardi. La barca sarà affondata; e siccome non sono il capitano, peferisco abbandonarla prima che abbia fame, molta fame. Dispiace dirlo, perché siamo italiani e amiamo il nostro paese, per questo ce la prendiamo. Ma nello stesso tempo, non ci sono parole per esprimere, esprimersi e imporre i problemi veri in faccia a chi di dovere, che risulta sempre un buffo burattino.

Come se non bastasse leggo su un blog commenti che farebbero rivoltare un paese, scendere la gente in piazza, protestare, non sottostare a come ci vogliono (vedi Francia qualche mese fa).

Poi mi ricordo di abitare in Italia, paese in cui la gente prende ferie per partecipare ad un provino del Grande Fratello, paese in cui la gente fa i debiti per fare una settimana di vacanza, giusto per non dover dire che per un anno starà umilmente a casa.

Concludo l’esternazione di uno che non ne può più con qualche estratto dai commenti del suddetto blog:

  • “[...] Penso: qui il tempo passa io invecchio(sono ancora sotto gli enta)ma non cambia nulla. Partiamo. Irlanda dopo 2 mesi utilizzati per imparare l’inglese facendo lavoretti qua e la spedisco i primi curriculum a varie multinazionali. Tempo una settimana assunzione con contratto a tempo indeterminato ma la stessa azienda esiste anche in Italia ma non fa altrettanto. Spagna quattro mesi per imparare lo spagnolo varie domande assunzione a tempo indeterminato. Quando capirà chi ci rappresenta che siamo veramente nell’era della globalizzazione. Se in italia le uniche prospettive sono contrattini sottopagati si SCAPPA appena uno ne ha la possibilità e si ritorna forse solo da vecchi.”
  • “Vivo e lavoro all’estero e nello specifico a Londra. Sono approdato qui a 27 anni dopo una laurea e 3 anni di lavoro/stage mal pagato e di pessima qualita’. Attualmente ho un lavoro a tempo indeterminato con uno stipendio di ottimo livello nel settore informatico. Per chi dice che Londra e’ costosissima faccio osservare che Milano, Roma o Napoli con l’avvento dell’euro sono diventate invivibili (soprattutto con meno di 1000 euro al mese).[...] I nostri nonni/bisnonni emigrarono in cerca di una vita migliore e l’Italia di oggi come allora non offre nulla, niente per cui valga la pena di restare. Sono sicuro che quando gli sciacalli non avranno piu’ nulla da consumare del nostro bellissimo e amatissimo paese forse si potra’ tornare ma per il momento meglio pensare solo alla propria sopravvivenza.
  • Il problema alla fine siamo noi, che accettiamo queste condizioni impossibili, se tutti si unissero, avremmo probabilmente qualche possibilità per raggiungere condizioni “decenti” nell’impiego (manuale e no), sarebbe ora che i giovani prendano in mano la situazione e combattano in nome dei propri diritti, invece la situazione odierna è MORS TUA VITA MEA anche se questa vita è all’insegna dello schiavismo & sfruttamento.[...]“

Ebbene sì, sarebbe ora che noi giovani facessimo qualcosa: sono d’accordo. Ma io ora cosa faccio?!?!?! Che potere ho?

E chi dovrebbe fare qualcosa e potrebbe farlo…a cosa pensa? Ad intitolare vie a persone morte…?
Per piacere, un po’ di contegno.


Riflessioni

settembre 19, 2006

Riporto alcune riflessioni di Gegio… Meditate gente…e commentate!

“[...]Il gruppo in cui faccio volontariato è composto in maniera eterogenea e in 10 giorni è stato difficile non imbattersi nelle diverse idee delle diverse genarazioni presenti. La prova di come il nostro status sociale sia poco conosciuto e poco compreso l’ho avuta al momento del pagamento della “vacanza”. Nel nostro gruppo si fa una distinzione tra “volontari studenti/disoccupati” e “volontari lavoratori”. Una distinzione concettualmente corretta se non fosse che l’Italia è socialmente cambiata negli ultimi 20 anni; la figura dello studente era una figura sociale ben definita e il lavoratore idem; ora invece ci sono differenti studenti e differenti lavoratori. Abbiamo gli studenti che hanno quasi 30 anni che lavorano e che guadagnano più di un lavoratore a progetto, ci sono gli imprenditori, ci sono i classici dipendenti, ci sono i giovani lavoratori di 22/23 anni che hanno appena iniziato il lavoro e che quindi hanno poche ferie, ma ci sono anche i neolaureati e neolavoratori di 28 anni ai quali piacerebbe sposarsi entro una certa età e che quindi pensano già a mettersi da parte il gruzzolo, ma ce ne sono altre tipologie e ne siete a conoscenza.

A parte il fatto che chiedere ad un disoccupato di pagare una vacanza di volontariato stona in maniera pazzesca (secondo il mio orecchio mentale) poiché in questo modo non si considerano le varie tipologie di lavoratori; essendo io un lavoratore precario cronico (non per scelta) e avendo un contratto a progetto che non prevede il pagamento delle ferie, mi chiedo e chiedo in giro: “è giusto che debba pagare cifra piena?”. La maggior parte delle persone presenti con me alla vacanza e che sono all’oscuro di come gira il nostro ‘mondo da precari’ rispondono: “si, perchè lavori!”; quindi segue spiegazione: ho spiegato di come non ci pagano il meritato riposo estivo, di come scegliere di riposarsi sia rischioso per il futuro rinnovo del contratto ma anche banalmente di quanto poco guadagna un precario lavoratore a progetto di un call center. La cosa allarmante è che lo stato reale delle cose, il nostro stato cari miei precari, è così ASSURDO che non viene nemmeno concepito dalle personi ‘normali’.

E’ da questa percezione che comprendo di come sia possibile, ahimè, poter fare una distinzione semplice di due classi sociali (studenti e lavoratori) perchè, sempre ahimè, non si può trovare soluzione per un problema impensato…in quanto impensabile. Detto in soldoni e buttandola sul ridere cònio il paragone: noi precari siamo gli asini che volano!!!

Questa è la mia esperienza che fortunatamente trova comprensione e disponibilità nel presidente dell’associazione GRUPPO INTERVENTO ONLUS che comunque dà la possibilità di compiere queste nobili azioni (il volontariato) senza sottomettersi all’infamia del ‘dio denaro’; per questo sono contento e non mollo nella lotta per dimostrare che le cose così non funziano; non mollo con voi (sul blog) e non mollo con il mondo.

Ho riussunto in queste poche parole di come la nostra realtà è vista da chi non la vive, dimostrando che il mondo non è ignorante…è solamente all’oscuro di tutto!”

P.S.= fatevi un giretto su http://www.gruppointervento.org/


Cogli l’attimo fuggente

settembre 15, 2006

Due sere fa mi reco al lavoro per le 18.00, come tutti i giorni e…sorpresa: sono tutti in “sala briefing” cioé in una stanzetta dove si fa in genere formazione per qualche servizio nuovo per cui stare al telefono.

Bene, di solito i cosiddetti briefing durano sì e no 15 minuti (e ovviamente non ci avvisano mai) quando ce n’è uno; se si tratta di un servizio o di un progetto un po’ più complesso può anche durare qualche giorno ma, udite udite: non sono pagati. Mai pagati.

Quindi: arrivo al lavoro; vado in sala briefing. Alla domanda quanto dura oggi il corso? mi sento rispondere “un’ora e mezza o due!”. Silenzio.

Due ore senza essere pagati. E nessuno ci ha avvisato o chiamato prima, nessuno ha avuto il buonsenso di farlo. Ma sei li, cosa fai, te ne torni a casa? Dimmelo prima che stasera non lavoro e non sono pagato! Sì, ma allora cosa sono venuto li a fare?

Il tocco di classe c’è stato qualche mese fa, in cui abbiamo fatto un corso di formazione di 3 giorni per una notissima (soprattutto in questi giorni) azienda di telefonia. Se eri assente un giorno solo te ne tornavi a casa e non lavoravi. Idem se arrivavi in ritardo per qualsiasi motivo.

Voi direte “beh, chissà quanto eri pagato all’ora!”. No. Il bello è che per 3 giorni di corso non ci hanno pagati! Eravamo li gratuitamente! E se mi ammalavo..avevo fatto beneficenza!

Ora io dico: mi “rubi” del tempo? Mi porti via delle ore in cui potrei fare tutt’altro? Perché non me le devi pagare? Perché non me lo devi dire prima?

Perché puoi fare tutto quello che vuoi con chi è precario? Perché mi devo incazzare inutilmente?

E soprattutto, perché chi prova a spiegarmi il servizio da fare non è preparato e non sa nemmeno parlare in italiano? E’ comodo, sì, non fa domande. Però non riesce ad esprimere un concetto e in questo modo nessuno capisce cosa fare! Non c’è un nesso corretto nella spiegazione! Al telefono poi gli insulti li prendiamo noi. Se succede qualcosa paghiamo noi. E…poi pronuncia frasi con “chiamare alla..”! E se gli faccio una domanda sta zitto/a un secondo…e va oltre SENZA RISPONDEREEE!!! Non è incredibile? Forse ha le superiori, chi lo sa…ma devo ascoltarlo/a!

Incredibile guardate, non so come spiegarvi quale frustrazione colpisca chi lavora nei call center e chi è precario. Questo perché poi mi faccio prendere dalla foga emotiva di un’episodio che ho vissuto e quindi non sono più obiettivo, e anche la mia spiegazione ne risente. Vi chiedo scusa se mi sono fatto trasportare un attimo.
Quindi cogliete l’attimo fuggente, fate come un mio amico-collega. Lui, che fa un servizio opposto al nostro, e cioé in-bound, ha dovuto fare un’ora e mezza di briefing per non si sa quale motivo. Il bello è che dopo è tornato al suo vecchio lavoro! E giustamente incazzato, si chiedeva “perché” gli han detto di farlo.

Io una risposta ce l’ho: per quell’ora e mezza, non è stato pagato.

Non ha colto l’attimo fuggente!

Ma ora giro la domanda a chi può darmi qualche risposta (vedi sindacato): è legale tutto questo?!?!?!


I signori “Nessuno”

settembre 13, 2006

Ho scovato per caso questo appello di circa due anni fa, lanciato dai lavoratori precari dell’Alitalia.

All’epoca, sono addirittura “stati ricevuti in Campidoglio dal Sindaco di Roma Walter Veltroni, dal Presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra e dal Presidente della Regione Lazio Francesco Storace” [...]. Andando avanti nella lettura, ritroviamo come sempre il punto comune a tutti quanti e cioé lo status, il male di vivere dei precari che rappresentano “il dramma di chi come loro, precari e senza diritti, sta per subire gli effetti del ridimensionamento della Compagnia di Bandiera. Il piano dell’Amministratore Delegato non lascia speranze alle migliaia di lavoratori con contratti a tempo determinato, neppure a coloro che da anni prestano servizio in Alitalia.”

Inutile dire che vi basta sostituire “Alitalia” con il nome della vostra azienda o di un’azienda qualsiasi per scoprire la comunanza di tutti nel fatto di essere precari. Ma il punto della questione viene ora ed anche qui non si scopre (purtroppo) nulla di nuovo; infatti I precari non vengono neppure nominati: sono considerati semplici contratti in scadenza, personale da “smaltire” senza alcun problema.

Ed è verissimo! Ditemi quante volte avete sentito parlare al tg della questione Alitalia, dei licenziamenti, degli scioperi, dei conseguenti disagi causati (per validi motivi). Bene, ora ditemi quante volte avete sentito parlare dei lavoratori del call-center di Alitalia, dei lavoratori assunti con un contratto a progetto di Alitalia, dei lavoratori con contratto a tempo determinato assunti ad Alitalia.

Zero? Giusto, infatti come recita il comunicato, siamo considerati dei semplici contratti in scadenza, con nessun tipo di diritto da far tutelare. Siamo come dei rifiuti da smaltire quando le cose vanno male.

Siamo un ripiego, una scusa, un surplus utile all’azienda per avere agevolazioni fiscali e su cui non fare affidamento, su cui non contare.

Siamo i signori Nessuno.

N.B.= Di esempi simili ne abbiamo moltissimi, sulla stessa pagina dell’appello alitalia per esempio

P.S.= So che aspettate l’intervista di lavoratoreflessibile, ma quello ha sempre da fare…forse dovete pregarlo :P


Gli schiavi elettronici

settembre 10, 2006

Gironzolando per il web, sono finito su esternalizzati.it ed ho scovato un bel rimando ad un articolo.

Mi limiterò a farvelo leggere perché al suo interno sono riassunti tutti gli aspetti assurdi ed incomprensibili di questo status di essere e vivere, nonché lavorare.

 

“Fonte: Repubblica.it

POLITICA

Chi sono e quanto guadagnano i giovani senza posto fisso

Un esercito di 250mila atipici, tutti “schiavi elettronici della new economy”

Call center, il girone dei nuovi Cipputi

Al telefono per sette euro l’ora

di BARBARA ARDÙ

 

ROMA – La fabbrica creava alienati. Quegli uomini alla Charlie Chaplin di Tempi moderni che continuavano a stringere un bullone anche quando era suonata la sirena dell’uscita. Il call center partorisce invece uomini e donne stressati.

 

Ritmi di lavoro e perenne incertezza sul futuro sono i suoi ingredienti. Che messi insieme o mal miscelati possono diventare esplosivi. Per andare in bagno bisogna attendere che scatti il semaforo verde. Tra una telefonata e l’altra non c’è riposo, neanche un minuto. E ogni volta che si prende in mano la cornetta c’è un contatore che avverte quando è ora di chiudere la comunicazione. Un controllore “anonimo”, ma infallibile, che forse fa rimpiangere il vecchio ufficio tempi e metodi di tayloriana memoria che misurava, cronometro alla mano, l’efficienza di Cipputi alla catena di montaggio.

 

I nuovi Cipputi sono loro, gli operatori di call center, 250mila persone in tutta Italia (80mila occupati con contratto a progetto secondo Assocontact, l’associazione di categoria). Molti lavorano al Sud, perché è lì che le aziende, in tutto 700, trovano conveniente installare i call center. Rispondono al telefono in media per cinque ore al giorno, secondo un’indagine di Rifondazione comunista. Guadagnano tra i 5 e i 7 euro l’ora. All’azienda ne costano 9-10 euro se la lavorano a progetto, 16 se hanno un contratto a tempo indeterminato.

 

Sono per lo più giovani, venti, trent’anni, ma anche quaranta e quasi tutti hanno un titolo di scuola media superiore, qualcuno ha in tasca anche la laurea. Sono assillati, secondo l’indagine di Rifondazione, da mobbing, ripetitività delle mansioni, mancanza di prospettive e condizioni ambientali di lavoro. Subiscono pressioni di ogni genere. Dalle ferie negate, al consiglio di non ammalarsi, perché rischiano di non essere riconfermati, alle chiamate per Pasqua, Natale, i mesi estivi.

 

Fanno tutti la stessa cosa, parlano al telefono. Ma c’è una sottile distinzione. Ci sono gli inbound, cioè coloro che rispondono alle domande delle persone che telefonano e gli otbound, quelli che invece alzano la cornetta per chiamare persone cui sottoporre domande per indagini di mercato. I primi, secondo l’ultima circolare del ministero del Lavoro, possono aspirare a un contratto a tempo indeterminato. Gli altri, invece, potrebbero essere inquadrati anche come lavoratori a “progetto”. Una distinzione che fa una certa differenza. Di sicuro sono tutti scontenti.

 

Francesco, il nome è di fantasia, è impiegato da dieci anni alla Atesia, l’azienda obbligata dagli ispettori del lavoro di Roma, ad assumere a tempo indeterminato 3200 lavoratori attualmente a progetto. Ha 40 anni, è sposato e lavorando per 5 ore al giorno guadagna intorno ai 600 euro al mese. Viene pagato in base al numero di telefonate fatte. Talmente tante che alla fine la concentrazione sparisce. “Dopo aver risposto a 120 chiamate in quattro ore spesso esco dall’ufficio salgo in macchina e ho delle difficoltà a guidare”, ha raccontato Margherita alla Cgil che ha intervistato dodici lavoratori dei call center di Genova.

 

Tutti “schiavi elettronici della new economy”, come li definisce Claudio Cugusi, nel suo libro Call center, indagine impietosa su una categoria con contratti di lavoro dove a un certo punto compare un comma che recita: “gravidanza, malattia e infortunio sono causa di sospensione del rapporto di lavoro”.”

 

(25 agosto 2006)

 

P.S.= Oggi è il mio compleanno…fatemi gli auguri! :P


Le Marionette

settembre 8, 2006

Nell’articolo uscito sul “Giornale di Vimercate” si narra di una storia, una storia vera che accade nei giorni nostri. Ovviamente come tutte le storie comincia con un…

“C’era una volta…un posto bellissimo, a Concorezzo (MI), in cui tanti baldi giovani nanetti cantavano e chiacchieravano con strumenti all’avanguardia a forma di mezzaluna che gli permettevano di comunicare con tantissime persone. Questi giovani erano tantissimi, a centinaia…e in numero doppio rispetto alle postazioni presenti con questi strumenti fantastici facevano a gara per alternarsi e poter lavorare. Di questa centinaia di gnomi volenterosi, solo una decina aveva il permesso di frequentare assiduamente questo splendido posto. Gli altri erano come tanti folletti che andavano e venivano casualmente, di tanto in tanto, senza sapere il perchéeilpercome: erano folletti di una nuova epoca; erano folletti a progetto, dei piccoli nanetti flessibili.

“Come facciamo a comprarci il cibo se lavoriamo sì e no per un periodo breve e sottopagato?” esclamavano in molti. “Non so, qualcuno prima o poi penserà anche a voi, miei cari compari…a noi poco importa di quello che ci accade intorno: stiamo bene così” ribattevano in coro quei pochi nanetti denominati dipendenti, da qualcuno. Erano fortunati, subordinati ma poco informati. Certo, non erano belli come i nanetti flessibili, che erano lavoratori autonomi e in teoria non sottostavano a nessuno, però sapevano ascoltare tante belle storie perché per loro la paghetta mensile…era sempre uguale!

Ma un giorno un nanetto-flessibile si arrabbiò e la sua voce si oscurò: MC era il suo nome e molto a cuore aveva la sua postazione. Raccontò a tutti quanti che chiunque doveva e poteva godere di maggiori garanzie e diritti; spiegò che le cose sono anche fatte per essere cambiate. Non per forza accettate.

E fu allora che ai capi cattivi di quel posto splendido, solo in apparenza, venne un po’ paura: ma da quel momento per MC e i suoi compari cominciò la tortura.

“Ma nulla cambierà se la storia qui finirà..!”. Quindi non farla finire e non ti spaventare delle minacce di qualche capetto: sarai sempre pronto a qualche nuovo progetto!”

N.B.= qui potete scaricarvi e leggervi gli articoli con tutti i dettagli sulle società; eccovi qualche fatto, qualche risposta per cominciare: ora non ci abbandonare!

P.S.= Ora vado a telefonare, altimenti arrivo tardi e mi tolgono un quarto d’ora, se arrivo solo un minuto dopo: avete capito bene, uneuroecinquanta in meno…che barboni!


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