Parla il Blasco

Leggo il commento di Blasco al post sul ’68 e farsi coinvolgere o meno in Italia. Mi piace, quindi decido di riportarlo qui in toto per poter discutere sulle sue riflessioni che mi paiono un bel po’ azzeccate.

Durante i giorni delle mobilitazioni francesi avevo scritto un commento su un blog che tenevo in quel periodo. L’avevo scritto il 24 marzo, ma mi sento sostanzialmente di confermarlo (anche se, per come la vedo io, in questo momento le dinamiche in corso sono anche peggiori); ve lo riporto di seguito.Quello che in molti si stanno chiedendo in questi giorni è perchè in Francia stia accadendo quello che accade, mentre in Italia, dove la condizione dei precari è certo più problematica, pare non essere immediatamente percepibile il sintomo della rivolta.
Come al solito non esistono verità assolute e spiegazioni compiute, ma possiamo provare a mettere una dietro l’altra alcune considerazioni, seppur brevi, schematiche e confuse. Credo che l’unico elemento di certezza dal quale possiamo partire sta nel fatto che, anche se il fuoco francese non dovesse nell’immediato uscire dai confini dello stato-nazione, le mobilitazioni di questi giorni stanno parlando ai giovani ed ai precari di tutta Europa. Paris calling.1. E’ vero che i precari in Italia sono messi peggio e forse qui sta buona parte del problema. Maggior ricattabilità e una frammentazione indotta dalle decine di tipologie contrattuali (alcune delle quali talmente ideologiche da essere sostanzialmente inapplicate) a disposizione dell’impresa (privata e “privato-sociale”) e della pubblica amministrazione, non aiutano certo i precari ad organizzarsi e a far emergere la loro conflittualità (che esiste eccome).
2. In Francia la rivolta parte dalle università e si estende al mondo del lavoro; il cpe riguarda le giovani generazioni e gli universitari si sentono precari o precari in itinere; a sua volta il mondo del lavoro più tradizionale percepisce il rischio di un effetto domino che travolga tutto e tutti, rimuovendo la dicotomia precari/garantiti.
3. Le recenti mobilitazioni delle università italiane contro il ddl Moratti (mobilitazioni che non si vedevano da anni) portavano in grambo lo stesso germe. Anche gli studenti italiani si sentono precari e non è casuale che la loro protesta si sia unita a quella dei ricercatori. Non è però (non ancora) riuscita a contagiare la società, gli altri precari, il mondo del lavoro tradizionale; la dicotomia precari/garantiti (e chi sarà mai garantito poi?) non si presenta tanto come spaccatura a livello sociale, ma soprattutto come il prodotto del mancato intervento dei soggetti tradizionalemente in grado di ricomporre le lotte, le vertenze, il tessuto sociale.
Mentre gli studenti occupavano la Sapienza, dov’erano sindacato e sinistra politica? Alcuni erano in piazza, altri c’erano idealmente, molti erano di fatto dall’altra parte della barricata; pochi hanno percepito la necessità di provare ad aiutare gli studenti a “socializzare” la mobilitazione.
Piero Bernocchi dei Cobas è stato addirittura accusato da alcuni a “sinistra” (sinistra, decisamente una parola troppo lunga) di soffrire di sindrome da Peter Pan, perchè stava in piazza a fianco degli studenti.
4. Qui sta, credo, un altro pezzo importante del problema. Non che la gauche sia il massimo che si possa desiderare dalla vita, ha diversi limiti, molte contraddizioni: il Ps, pur con le note fronde interne, non scherza quanto a liberismo, il Pcf non sembra rappresentare un’alternativa compiuta, Lo soffre di un atteggiamento spesso settario, i Verdi sono una proiezione di Cohn Bendit e la Lcr, il soggetto decisamente più vivo e più interessante, conta su forze ridotte, pur essendo sostanzialmente in tutti i principali movimenti sociali. Comunque buona parte della sinistra francese e tutto il mondo sindacale sostengono in qualche modo la mobilitazione, spinti anche dalla capacità degli studenti di parlare al senso comune dei francesi, dai fattori di specifico di quella realtà, oltre che da calcoli di bottega che qualcuno non manca di fare.
In Italia invece il binomio flessibilità buona – precarietà cattiva attraversa il grosso della sinistra e del mondo sindacale; l’impostazione è chiaramente ideologica, perchè in realtà mi pare difficile scindere flessibilità e precarietà, non sono sovrapponibili, ma la prima mi sembra un aspetto sostanziale della seconda (urgente definire le categorie).
Anche le occasioni di unificare vertenze e conflitti che ci sono state negli ultimi anni non sono state colte, non per incapacità, ma, mi pare, per scelta precisa. Non c’è sostanzialmente troppa voglia di mettere in discussione l’ordine sociale, di mettere in discussione la concertazione e la probabile vittoria dell’Unione alle prossime elezioni rischia di essere di fatto la conferma di qualcosa di già conosciuto.
5. La Francia, è vero, è il paese delle rivoluzioni; ma la storia italiana ha qualcosa da invidiare in quanto a conflittualità? Di certo la Francia, nonostante le sue contraddizioni e i suoi paradossi (fra i quali il lepenismo), nell’ultima fase storica è il paese che più di tutti ha conosciuto momenti di mobilitazione radicale, esplosione di crisi sociali e anche risultati politici di peso (su tutti l’euroreferendum).
In Italia ci sono generazioni che sembrano piegate dal peso delle sconfitte storiche e altre che, anche giocandosi fino in fondo le occasioni capitate, non sono riuscite a portare a casa una vittoria.
L’impressione è comunque quella di un persistere di percorsi carsici, che periodicamente vengono a in superficie anche in modo molto netto.
Presumibilmente la prossima fase, quella del “governo amico” (e come è noto ci sono certi amici…), avrà un peso e delle ripercussioni destinate a durare. E’ certo il passaggio più difficile, ma potrebbe essere quello del salto di qualità.

Sinceramente, non credo al saltò di qualità, soprattutto dopo i commenti dei pagliacci del parlamento alla manifestazione di sabato…ma di questo parlerò in un altro post.

P.S.= qua di spunti per parlare ce n’è tanti, ringrazio Blasco per il contributo 😀

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One Response to Parla il Blasco

  1. sonounprecario ha detto:

    …io però non sarei così ottimista sul salto di qualità 😀
    Noi siamo un paese molto particolare, non c’entriamo praticamente niente con le altre nazioni europee, sia come società che come battaglie sociali, cultura e tante altre cose.

    Purtroppo siamo comunque considerati “Europa del Sud” per farti capire, quindi un paese di serie B, ma con la B maiuscola!

    Come dici tu, voglia di rimettere in discussione l’ordine sociale qui non c’è, tutti parlano ma se ne lavano le mani: nel senso che l’italiano medio guarda la tv e si fida di quello che sente da chi gli sta più simpetico o ricalca la sua scalcinata idea di politica, pensando che sicuramente, delegando con un voto, una “X”, i pagliacci seduti in parlamento, i propri interessi vengano tutelati.

    Non c’è niente di più sbagliato; la testimonianza più grande è stata data dalle ultime elezioni: durante la campagna elettorale tutti i politici si sono ricordati di tanta gente, stringevano mani, ecc…
    Dopo aver segnato con una “X” il simbolo di partito stop, non serviamo più a un bel niente.

    Siamo considerati bestie analfabete che servono solo a votare per mantenere il consenso.

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