Forever Young

 

Oggi è stata una giornataccia, una di quelle che vuoi far scivolare via in fretta.Più di altri giorni infatti ho capito cosa significherà vivere qui per uno della mia generazione o uno di quella che verrà.

È una giornata tipo per molti e forse per altri va anche peggio; non sono qui per lamentarmi, so che c’è tanta gente che se la passa molto più male di me. Comunque, mi sveglio al mattino e vado all’Università a rispondere all’appello per l’esame, poi a metà mattina ti chiamano dal lavoro che c’è un’emergenza e devi tornare; “via di corsa” pensi. Metropolitana, macchina, coda e intanto ti mangi un panino (mentre guidi) come pranzo (e io con un panino non mi riempio manco morto, anzi mi viene più fame..). Sei in ufficio e fai quello che devi fare, poi ecco l’ora dell’emergenza: dopo 30 km arrivi dall’altra parte, da Milano a Lecco (quasi) e per tutto pomeriggio fino alle 18 (5 ore senza pausa) fai l’operaio in un grande magazzino di un cliente in cui domani avrà luogo l’inaugurazione. Ma sì, dai, alla fine per 500 euro al mese è giusto farlo, è un favore…oggi farò anche questo.

All’entrata la scena che mi si presenta è delirio puro: cavi da tutte le parti, operai che gridano e discutono in modo acceso tra loro, pezzi sparsi… “Fatti coraggio sonounprecario, tu sei qui solo per montare dei pannelli, degli adesivi mega su delle vetrate e dei pre-spaziati e sei qui come operaio solo perché lavori per un’azienda medio-piccola e oggi servivi qua”. Non mi faccio spaventare, perché l’operaio l’ho già fatto ed è stata una grande lezione di vita. Oggi però ho sperimentato cosa voglia dire fare l’operaio esterno anche dentro un ufficio, con gli impiegati che ti guardano come se fossi uno scarto sociale; divertente verificare questi comportamenti comuni. Alla fine è una delle poche e piccole soddisfazioni che può avere un impiegato. Insomma, mi sono fatto 4 risate tra me e me.

Ho un rispetto enorme per tutti gli operai italiani, la loro è una vitaccia e te ne rendi conto ancora di più leggendo le statistiche sulle “morti bianche”. Dopo aver rischiato di far cadere il mio collega dalla scala finiamo finalmente il nostro lavoro, distrutti e con un gran mal di schiena. Mezz’ora dopo sono ancora in ufficio, controllo la posta e faccio le ultime cose, poi a casa. Sono le 19. Devo lavarmi, mangiare e poi mi rimangono circa 3, 4 o 5 ore per vivere, per uscire o fare quello che voglio.

“Di che mi lamento? Giornate come la tua ce ne sono migliaia”. Forse sono una persona che pensa troppo, ma che facilmente ha intuito da tempo che per tutta la vita cavarsela vorrà dire non-vivere; attenzione non sto parlando della voglia di non sgobbare o fare niente ma semplicemente mi chiedo: “ma sul punto di morte, a che cazzo sarà servito tutto questo? Chi mi ridarà tutto questo tempo, e perché non ho vissuto la mia vita quando potevo?” Ok, forse sono domande stupide ed io sono alquanto pessimista-razionale-realista-nichilista, non lo so. Probabilmente l’aver perso più di un amico a 20-22 anni ha lasciato profondi segni. Perché non è possibile morire a 20 anni e non è possibile vivere per 60 anni godendosi 2-3 settimane all’anno di vacanza (se va bene) e 3-4 ore al giorno. Per mangiare, non per essere liberi.

Se nasci miliardario sei fortunato, se non fai un cavolo o studi e basta (e non fai un cavolo) sei figlio di papà. Questo perché quando sei giovane tutti ti obbligano a fare qualcosa, per non fare brutta figura, ma nessuno ti costringe a fare niente, spiegandoti che quegli anni, davvero, non torneranno più.

Share:Technorati icon

6 risposte a Forever Young

  1. pietroizzo scrive:

    Caro (posso chiamarti caro, vero?), ti dirò una cosa se vuoi banale ma sentita: ti sono vicino. Che non è nemmeno questione di precario o non precario, operaio o impiegato, inizio carriera o fine carriera. E’ proprio il difetto nel sistema: si potrebbe fare tutto e anche di più in tre-quattro ore al dì. Il lavoro non dovrebbe mangiare più tempo di così. Mai. Ma se così fosse non potremmo dire che guadagnamo il pane con IL SUDORE DELLA FRONTE. E soprattutto avremmo troppo, troppo tempo per (orrore) PENSARE. Quelle quattro-cinque ore al giorno (che io rubando al sonno allungo fino a sei-sette ore) devono servire a mangiare fare l’amore leggere guardare film uscire camminare fare sport visitare mostre bloggare relazionare vedere gli amici telefonare fare le commissioni fare le faccende riparare i lavandini (se hai un figlio devono essere dedicate al 95% al figlio) etc etc etc. Chi ha i soldi se la cava pagando altri per fare tutto questo (beh magari non c’è nessuno che paga perchè qualcuno mangi o scopi al posto suo, ma poco ci manca) ed alimentando un sistema malato. Gli altri siamo noi. Un altro mondo, è possibile?

  2. Stakastagista scrive:

    Ciao Alessandro,
    noi non ci conosciamo, abbiamo alcuni contatti in comune eppure non ero ancora mai capitata sul tuo blog…insomma in ritardo ma contenta di averti scoperto e pensare che abbiamo parecchie cose in comune!
    Anch’io cerco di dividermi tra università e 3 pseudo-lavori (pseudo perchè sono lavori veri e impegnativi, ma con retribuzione nulla o quasi). Che vitaccia! Anch’io come te spesso penso a quanto poco tempo riesco a dedicare al divertimento e alle relazioni interpersonali…ci vorrebbero giornate di 48 ore, non male vero?😉
    Tornerò a trovarti…anzi sai che ti dico…ti aggiungo tra i blog che leggo!

  3. sonounprecario scrive:

    @Pietro
    Ma secondo me è proprio qui al Nord (e più in generale in Italia probabilmente) che siamo troppo esagerati. Non è possibile che la vita sia soltanto questo: lavorare, lavorare e lavorare. Essere obbligati a farlo per mangiare capito, non per permettersi la porsche. Per il resto la tua analisi è perfetta, è come se la gente non dovesse permettersi di fermarsi, pensare e riflettere.

    @Stakastagista
    Ciao..ti ringrazio =)
    P.S.= chi sono i contatti in comune? ;P

  4. Stakastagista scrive:

    Il primo in classifica è il prof. Sofi, ma anche altri del tuo blogroll.
    Poi studiamo entrambi a scienze della comunicazione, anche se io a Roma e tu a Milano e infine da non sottovalutare il l’argomento comune che trattiamo nei nostri blog! Ciao ciao, al prossimo post.😉

  5. Eremita fobico scrive:

    Ogni volta che ho svolto qualche lavoro, una vocina nella mia testa mi diceva: “Ma questa è una cosa che avrebbe potuto fare benissimo un robot o una scimmia ammaestrata”. Così ho sviluppato alcune incrollabili convinzioni, che ribadisco spesso nel mio blog:
    1. Il lavoro così come è attualmente concepito, organizzato e strutturato è del tutto innaturale per l’essere umano e rappresenta solo un inutile spreco di umanità.
    2. Se degli uomini devono fare lavori da robot, tanto vale farli fare direttamente ai robot.
    3. Allora il miglior contributo che la tecnologia può dare oggi al progresso della civiltà umana è produrre robot capaci di lavorare al posto nostro.
    4. Ma questo non avverrà mai perché gli ingegneri sono troppo occupati ad inventare cose del tutto inutili come l’iphone.
    5. Di conseguenza saremo sempre costretti a fare lavori da robot e a comportarci come macchine, sperando che ci rimanga almeno un’oretta al giorno per fare gli uomini, così da non perdere del tutto la nostra umanità. Ma purtroppo più mi guardo in giro, più mi sembra che la stiamo inesorabilmente perdendo la nostra umanità.

  6. sonounprecario scrive:

    @Eremita
    Io non sarei così integralista sulla tecnologia. Se venissimo sostituiti in toto dai robot…chi ci pagherebbe più per lavorare? Chi pagherebbe gli operai?
    .
    Certo, se poi parliamo dell’innaturalità e della concezione errata di lavoro allora sono d’accordo con te, visti da fuori probabilmente sembriamo marionette. E sembriamo burattini anche quando in fila indiana ma disordinata andiamo ad affollare i centri commerciali prima di natale per comprare ad ogni costo, schiavi del regalo per forza.
    Siamo uguali prima e uguali, ripetitivi e robotici anche dopo, nel consumare e nello spendere.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: