Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep. 3] la trappola dello stage

Da una ricerca di Repubblica è merso che in Italia, tra gli stagisti, 4 laureati su 10 sono senza paga e molti lavorano anche più di 48 ore a settimana, gratis. Come si fa a non essere ottimisti quindi sul futuro che aspetterà al nostro paese? La futura classe dirigente infatti nella maggior parte dei casi non è inserita in nessun progetto o contesto formativo, che tradotto in parole povere vuol dire che non ti fanno imparare niente o, peggio, ti fanno fanno fare le fotocopie oppure ti usurano fino all’ultimo giorno per poi ringraziarti con un bel calcio nel sedere; e via con un altro stagista, finché legge non ci separi. Le aziende italiane infatti sono gestite per la gran parte da vecchi che non sanno manco spedire una mail, figuriamoci se sono capaci di gestire nuove partnership e nuove collaborazioni con università e ricercatori o se arrivano a capire che per investire nel futuro e far crescere l’azienda stessa forse è meglio valutare qualcuno sì, per qualche mese, pagandolo e facendolo sentire un essere umano (sì, lo è anche se è un laureato, vi giuro che non abbiamo antenne verdi o cose del genere), per poi magari assumerlo, cominciando a far fruttare questo investimento. “Ma no dai, è meglio prendere un altro stagista e sfruttarlo, così faccio risparmiare all’azienda 2 lire e faccio bella figura con l’amministrazione e l’ad”.

L’allarme sull’abuso degli stage è stato lanciato dalla Commissione Europea ovviamente: sognatevi che ad accorgersi sia stato qualche politico italiano. Come sapete la Legge Maroni, quella che ha portato milioni di giovani a regredire di almeno 50 anni a vantaggio della bocca di Berlusconi che poteva così raccontare le sue storie sui posti di lavoro in più (“un contratto firmato oggi, e due contratti firmati domani” era uno dei vari motti di un co.co.pro), sta distruggendo non solo intere generazioni prima che finiscano la scuola ma hanno segnato profondamente la vita futura del nostro paese. Perché è inutile darsi da fare solo da un lato se poi dall’altro si va verso la direzione dei settantenni o dei politici di turno. Con buona pace della maggior parte della popolazione italiana che, ricordiamolo, è vecchia (dentro).

La gran parte di loro ha meno di ventisei anni, possiede almeno un titolo di laurea, e non riceve neppure un euro per lavorare, o imparare a lavorare, anche fino a 48 ore a settimana. Più della metà degli stagisti ha ripetuto, o è stato costretto a ripetere, l’esperienza più di una volta e, alla fine di quei mesi trascorsi in azienda, un terzo di loro ha dovuto amaramente confessare che lo stage non è servito a nulla. Ma soprattutto, la maggior parte di loro non ha avuto, durante il tirocinio, alcun progetto formativo

Praticamente lo stage non è altro che una riga in più da aggiungere al curriculum: «quanto all’esito occupazionale, a quasi sei stagisti su dieci non è stato proposto alcun contratto (il 55 per cento), al venti per cento è stata proposta una collaborazione a progetto, al dieci per cento un contratto a tempo determinato e al sei per cento un contratto a tempo indeterminato». Ad altre invece è stato proposto un posto sotto la scrivania del capo.

[…] “Lo stage è troppo spesso un lavoro mascherato da tirocinio; non si tratta di volontariato, ma di una formazione che deve essere pagata e deve dare valore aggiunto al tirocinante. Inoltre non è possibile che ci siano giovani che saltano da uno stage all’altro senza avere un lavoro vero. Questo diventa dumping sociale e va combattuto.” […] “Basta con il lavoro mascherato da tirocinio; basta con i rimborsi mancati, i rinnovi senza garanzie e i passaggi da un’azienda all’altra senza mai ottenere un lavoro vero.”
Chissà se un giorno ci saranno mai la rivolta degli stagisti o la rivolta dei co.co.pro.. Cosa accadrebbe? Panico nelle aziende per mancanza di persone che sanno fare fotocopie e proteste tra le persone che bombardano i vari servizi clienti per mandarli affanculo per un qualunque motivo. E il giorno dopo? Niente, tutti a casa licenziati. E via con altri disperati da prendere.
Perché la solidarietà sociale ed il patto generazionale dovrebbe anche essere questo: lottare uniti contro chi vuole assolutamente imporre un modello di società basato sullo sfruttamento sociale dei più deboli.

Gli Episodi precedenti:

6 risposte a Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep. 3] la trappola dello stage

  1. […] * Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep. 4] Noi la Rivoluzione non l’abbiamo mica fatta * Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep.3] La trappola dello stage * Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep.2] Non ci resta che piangere * Italia, il nuovo paese […]

  2. she scrive:

    spero che questo sa di conforto a qualcuno: a costo di lavorare in un fst food io ho deciso di NON ACCETTARE PIU’ stage o progetti chedirsivoglia.
    non ho una famiglia che mi mantenga.
    ho un affitto pendente ma voglia di fare e bravura (la laurea ce l’ho ma nn conta) e non mi fermerò finchè nn sarò apprezzata per questo

  3. sonounprecario scrive:

    She tu hai coraggio… Ammetto che io non accetterei mai di lavorare in un fast food. Giuro.
    Non riesco a concepire il fatto che ho studiato e fatto alcuni sacrifici di tempo, denaro, ecc…per fare poi certi lavori a certe paghe.
    Diavolo ho studiato anche per questo.
    Perché devo accontentarmi?
    Però sì, son d’accordo con te sul non accettare stage e/o contratti a progetto sottopagati. Dovrebbero farlo tutti.

  4. Francesco scrive:

    Solo in un paese allo sbando totale come l’Italia viene consentito ai datori di disporre di personale GRATIS o CON PAGHE MISEREVOLI, mascherando il rapporto dipendente con uno stage , con un contratto co.co.pro o tramite l’inserimento in cooperativa (altra carie del nostro disastroso sistema).
    E’ inutile sprecare parole. Controlli inesistenti, giustizia approssimativa, sindacati assenti, politici criminali. Questi gli ingredienti di un nuovo terzo mondo di degrato morale prima ancora che economico.
    Soluzioni non ce ne sono, non ce ne saranno, a meno di una ribellione di massa (con probabile guerra civile) o una più pacifica emigrazione verso uno stato civile.

  5. sonounprecario scrive:

    Hai notato che non si parla più di legge biagi, né dall’una né dall’altra parte? Ormai la precarietà è stata sdoganata, ufficializzata e resa legale per permettere agli imprenditoruncoli italiani che non pagano le tasse di arricchirsi felici, sulle spalle dei più deboli.

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