Il consorzio dei precari

Via gtalk ieri Daniele Salamina mi ha passato un articolo interessante di Giuseppe Cubasia su Punto Informatico.

Sostanzialmente Cubasia si chiede cosa si possa fare per cambiare la realtà del lavoro in Italia, non solo nel settore dell’IT, aggiungerei io. Come uscire dal fantastico mondo degli assunti a tempo in-determinato (nel senso che oggi sei assunto e domani non si sa, cosa avevate capito?!) o dalle miserissime paghe degli 800-1000 euro (quando va bene)?

Torniamo indietro nel tempo per un istante: quante volte ho detto che la soluzione a tutto potremmo e dovremmo essere Noi? Lo so, ormai vi avrò fatto venire la nausea ripetendolo. Ma dentro quella frase ci sono innumerevoli sfaccettature, quindi vi prego, andate oltre, scavate un po’ filosoficamente, semioticamente, ecc…tra i vari livelli del significato (faceva molto Sgarbi dirlo, quindi l’ho detto). Come “Noi” ad esempio, intendo noi insieme, uniti, roba da cambiare radicalmente la mentalità ed il pensiero comune che è uno dei più corti a livello mondiale; se potessimo misurare la lunghezza del raggio dei nostri pensieri il pi-greco per calcolarlo andrebbe rivisto verso il basso: noi italiani infatti ci limitiamo a guardare al nostro cerchiolino, al nostro spazietto che ci interessa, salvo poi lamentarsi se qualcuno con noi non usa nemmeno la vaselina.

La soluzione quindi potrebbe anche essere quella di consorziarsi, per poter avere potere decisionale e – perché no – contrattuale. Io lo chiamerei patto generazionale, quella sorta di accordo comune non scritto che proponga un fermo “no” alle paghe misere. Facciamo un esempio: un’azienda propone a Giovanni uno stage pagato 400 euro al mese e Giovanni si rifiuta; a questo punto l’azienda propone questo stage anche a Marco che si rifiuta, e così via con tutti gli altri. Poi però arriva Luca che accetta, tanto “sta bene di famiglia” e i suoi lo mantengono fino a quando vuole. Ecco, per assurdo è anche colpa nostra in questo senso, ci abbassiamo e ci siamo abbassati, abbiamo insomma accettato che facessero la legge 30 e ci sfruttassero sottopagandoci a piacimento.

Proviamo ora ad immaginare, nel nostro ipotetico percorso, che l’azienda X non trovi più nessuno stagista che faccia sporchi lavori a 400 euro al mese, ma trova solo Giovanni, Marco e co. che ne chiedono giustamente almeno 1000-1200. “Dopotutto abbiamo studiato e ci siamo laureati, non siamo mica alla festa del pirla”, pensano. Cosa accadrebbe? Accadrebbe che tutti i giovani, “consorziati” logicamente ma magari in modo inconsapevole, avrebbero la certezza che nessuno sarebbe più disposto a svendersi abbassando il prezzo del proprio lavoro, rischiando la fame.

Questo meccanismo accade bene o male in ogni categoria professionale (con le dovute eccezioni nate con i nuovi tipi di lavori legati ad Internet, in cui definire un compenso risulta ancora difficile per vari fattori), ma non coi giovani che anche per cause di forza maggiore, mancanza di aiuti e di tutele varie, sono spesso costretti ad accettare lavori dal compenso irrisorio: per uno che si rifiuta ce n’è altri 50 felici di farsi sfruttare.

Se però – ipoteticamente – su un milione di giovani precari italiani, 500.000 si rifiutassero di lavorare a carte condizioni, rendendo praticamente impossibile per un’azienda trovare nella sua zona qualcuno che accetti condizioni ai limiti della schiavitù moderna, allora sì potremmo invertire i meccanismi. Perché 500.000 persone in meno significano «per le aziende progetti falliti, penali da pagare, interessi con le banche, fornitori da saldare. Insomma, si mette una ditta con le spalle al muro, esattamente come ora vivono i precari». Diciamo che comincieremmo ad avere potere di mercato, perché influenzeremmo vari equilibri nelle economie di molte città; e soprattutto non verremmo considerati soltanto come dei bambocci con cui giocare.

Ne guadagnerebbe anche la qualità del lavoro, stimolando la cosiddetta meritocrazia tanto bistrattata in Italia. Perché facendo crescere il costo dei giovani sul mercato, «crescerà anche l’esigenza sulla qualità della stessa»: sostanzialmente l’azienda, dovendo pagare qualcuno non tanto, ma giustamente, sceglierà davvero qualcuno tra i più bravi, visto che i più economici tenderanno a sparire (il ragionamento spendo meno oggi non funziona più, chi lo fa ha perso in partenza).

Questa cosa andrebbe spiegata a tutte le centinaia di migliaia di giovani sparsi in tutta Italia, anche se gran parte di noi se ne sbatte bellamente di tutto ciò che lo circonda, convinto che prima o poi qualcuno penserà a lui e lo sistemerà, chiedendogli semplicemente un voto. È un cane che si morde la coda, lo so, ma provarci non costa nulla.
Certo, se esistesse anche qualcuno pronto a tutelare gli interessi delle fasce più deboli da colpire, sarebbe bello. In questo senso non ho ancora capito a cosa servano i sindacati in Italia se non a far fallire Alitalia o a tutelare gli interessi dei vecchi; se il segnale non arriva dalle istituzioni, se nessuno cancella la legge Maroni (quella del contratto a progetto, Biagi c’entra poco), tocca a noi. Svegliamoci, non solo quando dobbiamo parlare di moviola in campo.

Se le aziende italiane sono così messe male ed incapaci da offrire soltanto un lavoro a progetto, allora esigiamo un compenso più che adeguato per la Nostra Vita.
Perché, come ha scritto Giuseppe Cubasia nel suo articolo, «esiste una sola vita, come esiste un solo progetto importante: Noi stessi».

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7 risposte a Il consorzio dei precari

  1. Daniele ha detto:

    Ci sono anche diversi altri post di Giuseppe Cubasia interessanti. Ti consiglio di spluciare bene i suoi vecchi post, potrebbero venire fuori interessanti riflessioni.

    “Questa cosa andrebbe spiegata a tutte le centinaia di migliaia di giovani sparsi in tutta Italia, anche se gran parte di noi se ne sbatte bellamente di tutto ciò che lo circonda, convinto che prima o poi qualcuno penserà a lui e lo sistemerà, chiedendogli semplicemente un voto”.

    Da evidenziare! Concordo con quello che hai scritto…
    .

  2. alesstar ha detto:

    eh, te ci hai ragione, mica no.
    epperò non so quanto sia fattibile.
    io sempre cercato di fare lavori che andassero d’accordo con quello che studio e mi facessero curriculum, e anche quando ho fatto la segretaria- le pulizie nello studio medico, ho cercato di trarne quello che potevo ai fini dei miei interessi. però comunque, che tu abbia il papi che ti mantiene o meno, arrivi al punto che i 400 euro li accetti, che poi, a roma, 400 euro sono un cocopro part time e magari uno stage, che sta a 200, quando va bene e non è gratis. mi son sempre rifiutata di fare la commessa e la cameriera, perchè ti sfruttano, ti cacciano e poi vaglielo a dire a un’agenzia di pubblicità che sei la persona giusta che cercano. adesso che son disponibile anche al call center, altra cosa che ho sempre evitato, non mi vogliono nemmeno lì.
    io ci sto anche a fare “cartello”, ma se le aziende non mi chiamano, come faccio a rispondere “no, grazie, a me non mi sfrutti” ???

  3. Graziano ha detto:

    @alesstar : è l’Italia.

  4. Francesco d'Elia ha detto:

    Scusa ma una volta trovata una base di persone di questo genere si fonda una società, non si pianifica come continuare a stare ai cazzi degli altri e a prederlo sempre e comunque di dietro.. O no..??

    Gli americani si incontrano al bar e fanno Google o Facebook, mentre gli italiani si raccontano quanto sono sfigati..

    E vero che da loro è più facile ma qui ci provano davvero in pochi..

    Meglio continuare ad avere dei “capi”..

    Bhò..

  5. alesstar ha detto:

    @graziano: già. l’italia dei siti e dei giornali pieni di annunci di stage non pagati/pagati una miseria che però non fanno selezione e non chiamano chi invia il curriculum.

  6. Naima ha detto:

    è più facile pensare di organizzarsi dal basso contro i contratti a progetto che “chiedere”/votare per un progetto politico che li cancelli?

  7. sonounprecario ha detto:

    @Daniele
    Vero, ho dato un’occhiata 🙂

    @Alesstar
    Non c’è solo il problema del “mi chiamano”, il problema grosso è che, appunto, quando ti chiamano lo fanno con l’idea di sfruttarti pagando il meno possibile. Quello è lo scopo principale, cioé il fatto di non vedere nessuno come una risorsa per il futuro. Quando si dice la mentalità… (N.B.: meno male che non ti prendono al call center, ogni lavoro è meglio di quello).

    @Francesco
    Se si trovano insieme un gruppo di precari che cippa possono fare? Aprire una partita iva e vivere di…speranze? Cioé, se tu hai un’idea che risponde al nome di “google” è un conto, ma soprattutto negli Usa è il sistema che è diverso. Ci sono investitori esterni che danno anche centinaia di migliaia di dollari, appunto li investono rischiando, per un’idea. Sono dei talent scout alla ricerca di fortuna, che qui non esistono. Al massimo qui, se hai una buona idea, devi stare attento che non te la fottano.
    Tra spese e tasse un giovane che stimoli ha a camminare da solo?!

    @Naima
    Purtroppo è così, sembra assurdo, ma la maturità di una generazione si misura anche da queste cose.

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