Giornalismi all’italiana

Il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, compie 100 anni e per questa occasione il 23 aprile inizieranno le celebrazioni al Quirinale col capo dello Stato.

Sfileranno anche molti esponenti politici, anche se non si sa bene cosa debba festeggiare il sindacato di uno degli ordini più clienterali, più parassiti e più servi che esistano: probabilmente ne è complice. Un sindacato dell’unico ordine dei giornalisti esistente nei paesi occidentali non si è mai infatti sognato di parlare di conflitto di interessi, di percezione della realtà alterata nell’unico paese in cui un losco figuro detiene televisioni, giornali ed opinione pubblica.

In compenso si parlerà di Birmania, Tibet e Cina, dicono. Anche se quasi nessun giornalista di quelli che contano ha osato alzare un dito contro le Olimpiadi o ha pensato, non dico di boicottarle, ma almeno di trattarle in altri modi. O di rifiutarsi di commentarle. In Italia quindi è come se l’informazione non avesse problemi, come se fosse libera e come se i giornalisti avessero accettato, dopo qualche anno, che i tempi sono cambiati, che esistono i blog, che esiste la Rete, che è nato il citizen journalism, che i contenuti ormai sono fatti anche dalle persone che vivono dentro i fatti. Ma non è così. Diamogli tempo, dategli tempo (ma quanto ancora?): nel frattempo il NY è già free da mesi.

Però dai, il Corriere ha aperto i commenti (…!) e Repubblica ha una rubrichina in cui ogni tanto dà il contentino e linka a caso un po’ di blogger. Eccoci qua quindi, i giornalisti hanno compreso le nuove dinamiche e si sono aperti ai cambiamenti.

Tra gli invitati al party ci sarà anche il Ministro del Lavoro Damiano che probabilmente ricorderà ancora una volta come la Legge 30 sia stata applicata in modo sbagliato, ma che non vada abolita; per questo, Natale, il presidente della Fnsi, spiega che si sono immaginati come loro interlocutore un precario: “bisogna coniugare l’importanza della memoria con la capacità di rispondere a chi oggi chiede al sindacato lavoro e tutela dei diritti”, dice. Già: i giornalisti dell’Ordine infatti fanno davvero centinaia di inchieste sui giovani, sui precari, sul loro stipendio e sulle loro aspettative per il futuro.

Forse è per questo che gli editori non spingono mai per parlare di certe cose o trattare alcuni argomenti. Perché ci sono già tantissimi giornalisti pronti a soddisfare le esigenze dei lettori italiani (parlando di soubrette e starlette varie magari) e tanti altri sempre fieri di tenere alta la bandiera dell’etica nell’informazione (i vari Vespa, Mentana, Farina, Fede, ecc…).

Ma il 25 aprile ci sarà anche il secondo V-Day. Da mesi infatti Grillo sta spammando l’evento con post, comunicati e video sul suo blog, nonostante dopo le elezioni abbia scritto qualche post alquanto strano; forse il ritorno del cosiddetto “testa d’asfalto” lo ha fatto sentire un po’ in colpa: in questo post ad esempio si legge “Voi siete Beppe Grillo. Ragionate con la vostra testa.”

È questo di cui parlo, è questo il delegare. È proprio perché ragiono con la mia testa che io sono io e non Beppe Grillo. E questo evidentemente al comico non è ancora chiaro o meglio, fa comodo; è lo stesso motivo per cui abbiamo permesso a certe persone di governarci. C’è uno simpatico che grida più forte e dice cose più o meno ovvie e di conseguenza ci sono tanti altri che annuiscono col testone, belando. E perdono la concezione del tempo e dello spazio, perché non siamo capaci di andarci piano, di avere pazienza e ragionarci su. O bianco o nero, il grigio non viene concepito. Giù il piedone sull’accelleratore, se i politici fanno tutti schifo e uno mi dice quello che voglio sentirmi dire, io lo seguo e non voglio sentire ragioni.

Insomma non si discute la lodevole iniziativa, mi fa un immenso piacere leggere Grillo quando tira fuori certi argomenti ambientali, politici, economici, ecc…, però il resto poi starebbe a Noi. Lo ripeto perché non si sa mai. E vi dico, ci ho messo un bel po’ anche io a capire che forse forse esageravo ed era meglio farsele da soli le idee, ringraziando chi ti forniva l’input.

Probabilmente un giro in piazza me lo farò, leggendo le varie proposte di iniziativa popolare, perché sono d’accordissimo ad abolire l’Ordine dei giornalisti, ma eviterei facili soluzioni quando si parla di finanziamenti ai giornali. Perché eliminando a priori ogni tipo di finanziamento ai giornali, pensateci bene, accadrebbe che sopravviverebbero soltanto i grandi giornali, quelli della confindustria, quelli dell’editore più potente, quelli che vivono di grande pubblicità (quelli della famiglia Mediaset ad esempio). Lo aveva già spiegato efficacemente Piero Ricca in un suo post.

I mali del giornalismo italiano infatti sono altri: non serve a niente azzerare partiti, giornali e giornalisti, «in nome della “democrazia diretta” e dell’informazione autoprodotta in Rete.» Non si può, servono delle mediazioni. Per esempio, dovremmo parlare della concentrazione del potere mediatico (in particolare televisivo – i giornali sono letti da poche persone) in poche mani, lo strapotere della pubblicità sui contenuti, la lottizzazione della Rai, l’assenza di un’ovvia incompatibilità fra cariche pubbliche e proprietà di media vari.

Perché senza incentivi distruggeremmo ogni tipo di realtà parallela che voglia risultare alternativa a quella esistente; spesso gli incentivi aiutano a spezzare certi monopoli. Ragionate con la vostra testa.

E poi, bisognerebbe anche parlare di questa benedetta “perdita dell’aura” da parte dei giornalisti in generale (concetto che ho tentato di spiegare nella mia tesi di laurea che forse un giorno pubblicherò per farmi irridere da tutti voi chiaramente), del fatto che i nostri invece non abbano poi molta voglia di leggere e tenersi aggiornati, non sappiano o non vogliano interpretare. E ancora, copiano e incollano alla bellemeglio e in molti casi invece si adattano ai gusti dati dal progressivo azzeramento mentale di milioni di cittadini italiani, trasformati in «sudditi non pensanti».

Quindi stiamo attenti quando ci travestiamo da folla.
Che poi possiamo davvero diventare pericolosi…

6 risposte a Giornalismi all’italiana

  1. Graziano scrive:

    L’unico V-day andato in porto con successo è stato quello di totti.

  2. The Snatcher scrive:

    Condivido pienamente le tue esternazioni riguardanti l’inutilità di un ordine dei giornalisti organizzato in questo modo, ovvero come una corporazione molto chiusa e refrattaria all’ingresso di forze giovani. D’altra parte, il mestiere di giornalista ormai è diventato quasi un affare di famiglia, che si tramanda di padre in figlio, tanto che è difficilissimo per un giovane laureato entrarvi senza essere prima sfruttato e molto spesso illuso in mala fede.
    Il giornalismo italiano sconta adesso la sua arretratezza culturale; come hai giustamente rilevato, i nuovi canali di divlulgazione ancora faticano ad essere adottati e compresi nelle loro enormi potenzialità, inoltre molti giornalisti, che non esito a definire “radical chic” (e tra cui metto, anche se magari sarò criticato, Marco Travaglio, che pure stimo) si sentono un po’ troppo, diciamo così, superiori, estranei alla massa, da cui anzi prendono le distanze. Di conseguenza, non riescono a comunicare in maniera trasversale, restando legati ad una nicchia. Altri invece (i vari Emilio Fede, Cristina Parodi, Vespa, ecc.) pensano solo al rendimento commericale, e quindi parlano di quello che la gente vuole sentirsi dire: belle donne, calcio, gossip, e via trashando. E il giornalismo vero? Quello che non strizza l’occhio a nessun potere, che se ne frega degli amori del presidente francese e pensa a raccontare la verità, anche e soprattutto quella scomoda? Probabilmente è sparito, oppure, come spero, cerca di sopravvivere in rete.

    Tu difendi la legge sul finanziamento all’editoria; oggi, basta avere la firma di due parlamentari per creare un giornale che riceverà un finanziamento pubblico anche se non vende. E’ una situazione di un tale spreco e di una tale furberia all’italiana che non può più essere tollerata. O si introducono criteri più selettivi, che limitino i contributi solo a testate reali e credibili, o la si abroghi del tutto. Sul fatto che con l’eliinazione del contributo si limiterebbe l’informazione, io ti dico: un giornale letto solo dagli apparati di un partito aiuta la gente a comprendere il mondo?

  3. sonounprecario scrive:

    @Graziano
    LOL!

    @The Snatcher
    Sono d’accordo con te per la prima parte, anche se devo dire che secondo me Travaglio non è tanto “un radical-chic”, ma essendo quasi un caso più unico che raro, finisce per sembrarlo. Cioé in realtà il lavoro del giornalista sarebbe anche quello di indagare, tirare fuori fatti e commentarli. Qui non lo fa più nessuno, i 3-4 che lo fanno quindi sono eletti a troppo estranei alla massa.
    Già, ma quale massa? Quella che guarda i Fede, i Mentana, ecc… Ah, ecco.

    Sulla legge del finanziamento all’editoria: non è che la difendo, anzi. Non l’ho specificato troppo nel post così sviluppiamo il dibattito. Comunque sia, so bene che il finanziamento pubblico ha alimentato un odioso sistema di frodi e privilegi. Sulla carta però l’impegno dello Stato a favorire la pluralità dell’editoria non deve essere distruto, anzi.
    Ritengo che il meccanismo andrebbe rivisto e modificato attraverso una serie di controlli correttivi molto severi e pensati, connessi magari (chenneso) alla qualità e all’indipendenza di ogni singola testata.
    Cioé non puoi presentarmi il finanziamento pubblico come unico male dell’informazione italiana.
    Perché sai già che cosa accadrebbe.

  4. Sono capitata per caso su questo blog, e ho subito beccato un post che mi ha fatto drizzare le antenne. Sono una giovane giornalista, che da poco ha concluso le peripezie del praticantato e dell’esame di Stato ed è stata iscritta all’Ordine.
    Personalmente sono convinta che tutti gli Ordini professionali siano un po’ anacronistici e molto inefficienti, e che se venissero aboliti sarebbero in pochi a sentirne la mancanza. Gli Ordini dovrebbero vigilare sul buon comportamento (deontologicamente corretto) dei loro iscritti… Ma chi davvero lo fa? Si sa che, in Italia ancor più che altrove, cane non mangia cane.
    Comunque sono d’accordo con molte delle riflessioni del padrone di casa, Alessandro, e di Snatcher. C’è una grossa fetta di giornalisti, diciamo tra i 40 e i 60 anni, che si rifiuta di mettersi al passo coi tempi, di accettare le nuove tecnologie, internet, la realtà dei bloggers. Sono giornalisti che spesso hanno cominciato a lavorare con le macchine da scrivere, e che dunque non vogliono accettare che intorno a loro l’informazione sia cambiata. La penuria di posti di lavoro (oggi ottenere un contratto è un miraggio) e il sistema di cooptazione che (nel giornalismo come in tutti gli altri ambiti professionali) sostituisce quello del merito, fanno il (triste) resto. Le redazioni, come ha giustamente sottolineato il giornalista Gigi Furini nel suo ultimo libro “Volevo solo lavorare” (dedicato al mobbing in una redazione giornalistica), sono il più delle volte delle gabbie di matti.
    Ma voglio ricordare, ad Alessandro e a tutti gli altri, che il giornalismo vero c’è ancora, eccome se c’è. E se qualcuno si sintonizza su RaiTre ne può avere ogni domenica sera la prova: Report è un programma che dimostra che c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di informare i cittadini senza piegarsi a nessun potere, a nessuna intimidazione, a nessuna lusinga.

    Eleonora
    http://www.repubblicadeglistagisti.blogspot.com/

  5. Graziano scrive:

    Super LOL per Totti!

  6. […] Avevo provato ad avvisarvi: ora avete scoperto in che mani siamo. […]

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