La Storia delle Cose

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Ho guardato attentamente “Story of Stuff”, un video che dovrebbero proiettare a Reti unificate in tutto il mondo. Su google video infatti è disponibile la versione intera in italiano (mentre su youtube è suddivisa in 3 parti che trovate sotto questo post) della quale che consiglio caldamente la visione (20 minuti potete spenderli, dai). Magari avete anche figli e con l’aiuto dei disegnini del video potreste scambiarci 4 chiacchiere invece che guardare la ruota della fortuna.

Un bel video. Chiaro, semplice, ben fatto e diretto. Certo, molti potranno contestare un paio di cose: per dire, se non ci fosse stata l’evoluzione dei processori, probabilmente non avremmo nemmeno visto questo video. Sul resto dei temi trattati però, non ho praticamente nulla da obiettare purtroppo. Sì, purtroppo, perché questa è la società a cui siamo giunti e che tutti hanno voluto.

Si parla di economia dei materiali, di un sistema lineare di sfruttamento del nostro pianeta, al cui processo però mancano le persone, considerate solo come variabile di consumo. Siamo consumatori e serviamo a quello, mettiamocelo ben in testa.

Ora, non voglio svelarvi tutti i racconti del mini-documentario, ma mi vorrei poi confrontare con voi, nei commenti su due tematiche in particolare, riguardanti il consumo di oggi, ancora poco “critico”. Parentesi: non fatevi spaventare dal termine consumo critico. Non vuol dire solo boicottare prodotti e multinazionali; consumare in modo intelligente significa semplicemente farlo in modo consapevole ed informato. Ci sono decine di variabili e sfaccettature, con cui però non vi annoierò ora.

L’autrice, Annie Leonard, fa menzione di due procedimenti legati al consumo globale che raramente consideriamo. Parlo dell’obsolescenza pianificata e dell’obsolescenza percepita.

L’obsolescenza pianificata è quel processo a cui ricorrono molti designer, progettisti, ecc…, che li fa discutere su quanto velocemente gli oggetti (non li chiamo feticci, che poi so cosa mi dite) possano avere problemi o rompersi facilmente, lasciando però una minima fiducia nel consumatore per far sì che ricompri lo stesso prodotto. Con la felicità del produttore, che preme in quella direzione, per raccontarla in modo spiccio.

In realtà però le cose non si rompono così in fretta. Ecco perché esiste anche l’obsolescenza percepita. Questa simpatica canaglia ci convince a buttar via una cosa che funziona ancora perfettamente. Come? Cambiando l’aspetto dell’oggetto, per esempio. E siccome dimostriamo la nostra importanza ed il nostro valore consumando, siamo ben felici di comprarci…l’iphone 3G al posto di quello 2G, no?

La moda è un altro esempio emblematico. Un anno vanno i pantaloni in un certo modo, un altro anno no; se tu rimani con un modello vecchio, fai capire alle altre persone che sei out, non alla moda: non hai contribuito alla cosiddetta “freccia d’oro”, come la chiama Annie Leonard. Quindi non vali come una persona che consuma costantemente. Qualcuno direbbe che “sei uno sfigato”.

Un ruolo fondamentale in questi processi è ovviamente rappresentato dai media, da cui siamo costantemente bombardati: messaggi subliminali come “la vostra macchina non va bene”, “il vostro telefono è vecchio”, eccetera eccetera, sono all’ordine del giorno. E qui, lo dico spesso, dovrebbe anche entrare in gioco l’etica di chi lavora nel mondo della comunicazione, ma questo è un altro discorso. Mascherare tutte le porcate dietro il termine professionismo, mi pare un po’ troppo da paraculi.

Nel video poi si parla anche del fatto che, pur possedendo centinaia di oggetti materiali, siamo sempre più infelici. Probabilmente perché non si ha più tempo per vivere davvero. Nonostante la vita di cui disponiamo sia una sola, abbiamo sempre meno tempo per amici, famiglia, ecc…: alcuni esperti hanno calcolato che lavoriamo per più tempo che nelle società feudali.

Già ma quali sono le due attività che vengono maggiormente praticate nel nostro tempo libero? Guardare la tv e fare shopping. Certo, gli Usa rimangono l’esempio principale della Leonard, viste le sue origini. In America infatti lo shopping occupa il triplo o il quadruplo del tempo in più rispetto all’Europa. E si arriva ad un cerchio apparentemente infinito:

  • * Facciamo un lavoro, magari due
    * Arriviamo a casa stanchi morti, ci sediamo sul divano.
    * Guardiamo la tv e la pubblicità ci dice che facciamo schifo perché non possediamo certe cose.
    * Quindi andiamo a comprarle, ma non basta. Dobbiamo lavorare di più per poterle pagare.
    * Conseguentemente torniamo a casa più stanchi, e uscendo meno guardiamo più tv che a sua volta ci incita ad andare più volte al centro commerciale. E così via.
  • Un cerchio senza fine, interrotto solo da infarti o crac finanziari, appunto. E poi, scusate, dove finiscono tutte queste cose che compriamo e che non sappiamo più dove mettere? Nella spazzatura, ovvio! E qui veniamo alla parte del video sui rifiuti.

    Insomma, di questo passo rischiamo di arrivare all’esaurimento delle risorse naturali. Per fare un esempio, negli Usa è rimasto soltanto meno del 4% delle foreste originarie ed il 40% dei cosi d’acqua non è potabile; sostanzialmente stiamo usando più cose di quanto ce ne spettino. Gli Usa più di tutti.

    Non voglio essere anti-americano, ma sono dati di fatto: gli americani rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma consumano il 30% delle risorse e creano il 30% dei rifiuti. Se tutti consumassero come gli americani avremmo bisogno di 4-5- pianeti. Il ragionamento e la risposta classica degli Usa è estendersi e soddisfare i bisogni consumistici indotti della propria popolazione prendendo e usufruendo di ciò che appartiene agli altri, dalle risorse ambientali a quelle energetiche. Nel migliore dei casi questo viene fatto attraverso una folle spesa militare, quando invece va male si ricorre alle bombe.

    Non vi sto dicendo di non comprare più niente e di non consumare. Ma di riflettere e agire con la testa, a cominciare dai nostri consumi, quelli di tutti i giorni. Piccoli o grandi che siano.
    Il mondo, le organizzazioni ed i governi sono comunque fatti dalle persone. Agiamo in prima persona e comincamo a pretendere, a discutere, ad essere attivi. Insegniamo ai più piccoli che non è vero che ormai cambiare le cose è impossibile. Solo chi lo pensa è perduto.

    Perché il mondo non è nato con questo sistema, siamo noi che l’abbiamo creato. E quindi posiamo e dobbiamo trasformarlo, se davvero vogliamo che le generazioni future abbiano una vita dignitosa.
    Senza “se” e senza “ma”. Non basta soltanto prendere la bicicletta e fare la raccolta differenziata per sentirsi un pace con la coscienza.
    Perché la storia delle cose siamo noi, dopotutto. E soltanto noi possiamo cambiarla, possibilmente in meglio.


    prima parte


    seconda parte


    terza parte

    4 risposte a La Storia delle Cose

    1. ugasoft scrive:

      ottimo post, a breve mi guarderò il video.

    2. Federica87 scrive:

      Grandissimo! Veramente dovrebbe essere trasmesso in tv!
      Comunque è vero, si rincorre uno status symbol trasmesso dai media che solo in pochi si possono permettere.
      Se penso al fatto che si fa tutto per i soldi, mi viene da vomitare. Meglio tornare al baratto.

    3. sonounprecario scrive:

      @Ugasoft
      Sì, guardalo che ne vale la pena, davvero

      @Fede
      Non verrà mai trasmesso in tv, lo sai anche tu…
      Più che altro io lo farei vedere alle scuole medie e al biennio delle superiori, visto che i concetti sono spiegati in modo chiaro, semplice e lineare.
      Bisogna investire sui giovani e sulla loro istruzione, non possiamo far crescere solo delle mandrie di caproni controllabili dalla televisione.

    4. […] creare bisogni e soddisfarli. Proprio di questo parla il documentario Storia delle cose. Scrive Blog a Progetto: L’autrice, Annie Leonard, fa menzione di due procedimenti legati al consumo globale che […]

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