Cavie da call center

In ritardo, arrivo anche io a dire la mia su questa inchiesta vissuta in prima persona dal giornalista di Repubblica in merito alla vita media di un operatore di call center.
Taglio corto: non c’è niente di nuovo, non mi stupisce niente.

Sarà che le situazioni descritte le ho vissute in prima persona, sarà che – credetemi – quello di cui parla il giornalista di Repubblica è solo una parte, una punta di un iceberg, un niente di fronte ad un vero e proprio sfruttamento di persone legalizzato. Ai limiti della schiavitù moderna.

Certo, l’ingenuità e la debolezza sociale che contraddistinguono un buon 70% dei lavoratori di call center contribuiscono a far sì che pratiche di gestione delle risorse umane simili sopravvivano. Perché comunque per un giovane universitario è meglio tirar su due euro piuttosto che niente.

Ecco, parliamo quindi dei rapporti umani vigenti in questi posti. Volendo non ci sono mai ferie: sabati, domeniche, serate, Natale e feste varie. Chi pensate che risponda quando chiamate l’assistenza il 25 dicembre col vostro nuovo cellulare fiammante con cui non riuscite a telefonare?

Nella mia esperienza, non c’è stato nulla di motivazionale ai limiti della comicità, come vi sarà capitato di leggere o vedere nei film. Però, tra una chiamata automatica del sistema e l’altra non puoi nemmeno voltare la testa, figuriamoci parlare. Sei un robot assoggettato al sistema di gestione di chiamate.

E nonostante tu prenda pochi centesimi all’ora, davanti a te hai informazioni delicatissime, puoi accedere a dati sensibili privatissimi delle persone: hai il potere di guardare le loro chiamate, quando le fanno, a chi le fanno. Ma non solo. E se, per la legge sulla privacy appunto, chiedi conferma ai clienti dei loro dati, te ne senti dire di ogni. Ma gli insulti te li becchi comunque a priori, perché per loro tu sei Tim, Telecom, Vodafone, eccetera.

Ma non chiamatela scuola di vita o palestra. Secondo me è più un Fight Club, dove se sei forte e hai la capacità di farti scivolare addosso le cose, fregandotene, ce la fai. E disinteressatamente la tua vita va avanti. Devi usare la testa il meno possibile, giusto quello che serve per chiudere i contratti, possibilmente senza truffare nessuno, visto che nessuno te lo chiede.

Contratti firmati dopo un mese di lavoro ad un progetto, quando ormai hai già lavorato e quindi che fai; “capoccia” mezzi falliti che riversano le loro frustrazioni su di te, pause limitate, abusi e soprusi di ogni genere.

Ma ci sono anche dei lati positivi nella vita da call center: non hai ferie nè malattie pagate, quindi puoi stare a casa quanto vuoi.
E non tornare più.

3 risposte a Cavie da call center

  1. orybal scrive:

    Bella la tua idea di blog… anche se sai, noi precari stiamo malissimo ma oggi sono più impressionata dal fatto che esista ancora la schiavitù vera in Africa… io credevo fosse parola che si usa solo in senso metaforico. Invece – come puoi vedere da news raccolte nel mio blog – succedono robe che neanche nella fantascienza peggiore. Che sia fantascienza, realtà virtuale per non farci lamentare del nostro? O qua mi stanno facendo perdere il senso della realtà… ciao

  2. sonounprecario scrive:

    Grazie. E’ vero, in molti paesi esiste ancora la schiavitù vera; ma non solo in quei paesi, anche nei nostri: aguzzini che costringono bambini a lavorare e via dicendo sono solo un esempio.
    Diciamo che quella di cui parlo io è una schiavitù più soft, ma molto più subdola.

  3. felipegonzales scrive:

    Soltanto la foto fa impressione. Se poi immaginiamo il caos quando è piena e le buste paga da barboni…

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