A difesa della scuola pubblica: il discorso di Calamandrei del 1950

ottobre 22, 2008

Con oggi comincio un tour a difesa della scuola italiana che sta velocemente cadendo contro i colpi di un governo pseudo-fascista.
Non importa se le uniche risposte che il governo ha saputo dare a tutte le proteste sono state “repressione” e “polizia”. Noi, come cittadini italiani abbiamo il dovere di difendere la scuola, per i nostri figli e per coloro che verranno.

Insegnanti e studenti non dobbiamo più avere paura. È finito il tempo in cui bisogna per forza sentirsi superiori a qualcun altro ed accettare tutto quanto. Sono finiti i tempi in cui dobbiamo aspettare che qualcuno faccia l’interesse comune, che un leader dell’opposizione faccia davvero il leader dell’opposizione. Basta. Ba-sta.

Dobbiamo reagire. E lo dico anche a voi genitori, sì voi che vi lamentate che la scuola fa schifo e non funziona per partito preso o perché lo sentite dire, come fa il Governo, che in una scuola non ci è mai entrato, che non sa.

Voi, quelli che quando ci sono consigli di classe o riunioni non ci siete mai; ho ancora in mente le decine di facce sconsolate di mia madre – un’insegnante di Liceo, sì – quando mi racconta che l’ultima volta, su classi di 25-30 persone, i genitori presenti erano soltanto 3. E non c’è più la scusa del lavoro, dell’insegnante fannullone. Perché le riunioni ora vengono fatte ad orari comodi anche per chi lavora fino a tardi. 19, 19.30, quando vi pare. Quindi se non ve ne frega un beato cazzo di vostro figlio o della scuola, poi non lamentatevi se non funziona qualcosa. O se cadete dal fico, se un insegnante vi fa notare che vostro figlio è un ebete.

Ho deciso di proporvi un estratto di un noto discorso di Piero Calamandrei del’11 febbraio 1950, pronunciato al III congresso dell’Associazione a difesa della scola nazionale. Non so se è la storia che si ripete o se in Italia sia facile prevedere come vanno le cose, visto il passato. Ma leggetevelo tutto, è un discorso incredibile, un viaggio nel tempo che ritrae un presente che presto sarà triste realtà.

“[…] Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […]”.

Basta, è ora di alzare la testa e incazzarsi davvero. Domani e venerdì sarò nella mia università, la Statale di Milano; cercherò di raccontarvi cosa sta succedendo.
Perché non voglio più sentire parlare del 1968. Il millenovecentosessantotto appartiene ai nostri genitori, non a Noi. Ora tocca a noi dimostrare che siamo grandi davvero.
Sta a noi ora far ricordare per sempre questo 2008.

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Punti di Vista

ottobre 21, 2008

E’ divertente notare come, alle 12 di oggi – martedì 21 ottobre 2008 – le home page di Repubblica.it e Corriere.it diano spazio solo agli interessi che rappresentano.

Per dire, su Repubblica viene dato (giustamente) grande risalto alle proteste degli studenti e degli insegnanti, mentre sul Corriere non c’è traccia di tutto questo.

Spazio che però c’è sempre per “l’isola dei famosi” e le dichiarazioni a piacere di qualsiasi esponente del pdl.


links for 2008-10-19

ottobre 19, 2008
  • Per chi non è italiano è incredibile. Parlo del livello di popolarità del governo berlusconi; sembra infatti che l'indice di gradimento, nonostante crisi, razzismo, odio razziale e chi più ne ha più ne metta, continui a crescere.
    Come in una dittatura soft, dove al posto delle armi ci sono i media coi loro media-servi. E con gli italiani è tutto più facile.

Meglio mai che tardi

ottobre 19, 2008

Ma guarda un po’. L’authority per le comunicazioni si accorge che è il governo a dominare la scena dell’informazione dei nostri telegiornali. “Il predominio è più evidente nei notiziari Mediaset (incluso il Tg5 di Mimun, che insieme a Fede nega…!)“, ma anche il Tg2 non scherza, anzi.
L’Autorità per le Comunicazioni chiede ora alle reti pubbliche e private di riequilibrare.

Ma se ne accorgono solo ora, dico io? La prova dello stato imbarazzante in cui versa l’informazione ormai da troppi anni è dato anche dal fatto che nessun tg, se non quello de la 7, ha parlato di questa notizia. E la carta stampata non è da meno: oltre a Repubblica, solamente il Sole 24 Ore ha diffuso la notizia. Ansa, Corriere, Messaggero, La Stampa e così via, preferiscono parlare di cose “più italiane”.

L’unica verità è che non può esserci democrazia in un paese in cui l’informazione e la conoscenza si trovano nelle mani di pochi, manipolate all’inverosimile.
I dati sono sconcertanti, la disparità è doppia. E se studio aperto in questo periodo si sta occupando principalmente di screditare “l’ambiguo Obama”, come spesso lo definiscono, le altre reti mediaset sono un festival di parassitismo allo stato puro. Che c’è di nuovo, direte voi?

Niente, appunto. Questo è il vero problema.


La Lettera di Dora dagli USA

ottobre 18, 2008

Due giorni fa aprendo la mail del blog ho ricevuto una piacevolissima sorpresa. Ho infatti trovato una mail di Dora, una lettrice del blog che ora vive negli Usa.
La sua lettera mi ha dato una scossa e spero che possa far provare anche a voi la stessa sensazione; per questo voglio ringraziare Dora: con le sue parole ci sta dicendo che da qualche parte, se lo vogliamo, un’alternativa esiste sempre. Ma soltanto se a rimboccarsi le maniche siamo noi.

«Ciao Alex,
sono Dora dagli USA. Ci siamo già sentiti in un commento ad uno dei tuoi post. Ho appena letto il tuo post sulla fuga di Saviano dall’Italia. Mi rattrista, mi rattristano le tue riflessioni e mi rattrista la sua decisione e sai perché? Perché mi ci ritrovo perfettamente.

Io sono qui in USA perché mio marito é americano e l’ho seguito quando l’ho sposato, non è che c’era molta scelta, l’Italia non ci offriva possibilità, l’America, tanto criticata dai moralisti italiani, invece ce ne offre tante.

In Italia ci vivevo ma ero arrabbiata, arrabbiata con tutto quello che non andava, proprio come te, mi ritrovo in quasi tutto quello che leggo nei tuoi post, e mi incazzo perché non vedo via di uscita. Ma poi penso, beh, io sono qui e ne sono uscita da quella merda, ora ho un lavoro, una casa, una famiglia, sono circondata dalla legalità dalla pulizia, dalla gente che rispetta le regole, dal rispetto degli altri e dalla voglia di rispettare gli altri. Ma perché tutto questo in Italia è impossibile? Non posso dire che sia radicato nei geni degli italiani, perché vedo gli italiani che vivono qui che sanno comportarsi bene, o forse quelli che vivono qui sono quelli che non riuscivano a vivere all’italiana e sono scappati? Non so.

Ci sarà una via d’uscita a questo schifo? Lo spero, perché io la mia Italia nonostante tutto la amo e la vorrei vedere risorgere, ma al momento sembra impossibile. A volte penso che per poter risorgere debba davvero toccare il fondo. Penso che la gente debba arrivare a non poter più nemmeno permettersi il pane, solo allora si renderà conto che le cose devono cambiare, ma come cambierebbero? In meglio o in peggio?

A volte ho paura che potrebbero cambiare in peggio e che i miei connazionali potrebbero diventare ancora più egoisti ed appoggiare ancora di più l’illegalità. Non so.
Per ora sono contenta di essere qui


…e io invece sono precario

ottobre 17, 2008

Ignoranti, analfabeti, privi degli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea (soltanto meno del 20% degli italiani supera quel livello minimo di capacità alfabetiche, contro percentuali del 50% in Svizzera e Usa, 60% in Canada e 64% in Norvegia).

E lo sei anche tu che leggi (leggilo in modo acido!), se dopo aver cliccato sui due link proposti (che poi sono lo stesso articolo con commenti differenti), chiudi il browser perchè pensi che siano troppo lunghi. Troppo sbattimento vero? La soglia dell’attenzione per più di 30 secondi non regge? Sono i primi sintomi. Che portano alla morte. Cerebrale. Biiiiiiiip.

Ora capite perché gli facciamo comodo così? Ora capite perché siamo un popolo stregato dai nani, dalle ballerine, dalla tv, dai giochi, dai furbetti. Certo, abbiamo grandi colpe, ma ci hanno voluto portare a questo punto. Un popolo stupido, dei cittadini ebeti, sono meno pericolosi di un popolo informato e con la mente sveglia.

Trentacinque milioni e ottocento-ottantanove mila trecento-trentasette (35.889.337). Sono le persone che, secondo gli esperti, hanno bisogno di un sostegno all’alfabetizzazione. Dove? In Italia. Ricordiamo che all’ultimo censimento gli italiani residenti risultavano essere 59 milioni e 619.290. Secondo il Corriere della Sera, che riporta queste statistiche Istat e Unesco, gli analfabeti (cioè incapaci di leggere e di scrivere) sono sempre attorno ai 780mila ma è il popolo degli ‘analfabeti funzionali’ che cresce e che secondo l’Unesco colpisce un terzo degli italiani e ne mette a rischio un altro terzo“.

“Altri numeri spiegano il fenomeno: i privi di titolo di studio sono in Italia 5 milioni e 981.579; quelli che hanno la licenza elementare sono 13 milioni e 686.021; quelli con licenzia media 16milioni e 221.737. I laureati sono il 7.5 per cento. Essere ‘analfabeti funzionali’ significa non riuscire a scrivere dure righe di presentazione per cercare un posto di lavoro. C’è chi ha bisogno di un appoggio – spiega sempre il Corsera – per compilare un bollettino postale o per capire il senso di un testo anche breve”.

Tra i giovani il 21.9 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni non riesce a prendere il diploma di scuola media superiore. Secondo i primi risultati dell’indagine condotta dalla Ials (international adult literacy studies), quasi il 5% della popolazione italiana adulta non è in grado di affrontare qualsiasi tipo di questionario scritto. Si tratta di due milioni di persone. Il 33% di quelli che rispondono al questionario si ferma al primo gradino della scala di valutazione. Un secondo 33% fa un passo in più nella lettura e comprensione dei testi e raggiunge il secondo livello: abbozza qualche risposta. Dalla seconda analisi sempre della Ials l’analfabetismo funzionale di ritorno è pari al 20% tra i laureati e al 30% tra i diplomati.

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Se leggete i due articoli, non potrete che mettervi le mani nei capelli. Io non pensavo, non credevo fosse possibile. Ma siamo messi peggio delle stime, davvero. E poi dite che esagero quando scrivo che siamo un popolo destinato all’estinzione, a meno che ci rinchiuderanno da qualche parte, come fanno con le specie in via d’estinzione: “oh guarda figliolo, un italiano! Ma ora passiamo all’altra gabbia, che c’è un esemplare padano!”.

E ora, grazie alla riforma Gelmini le cose non potranno che peggiorare. Perché di questo passo articoli come questi non sapremo più né scriverli, né tantomeno leggerli.


Roberto Saviano non è più italiano

ottobre 16, 2008

‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me”.

In questi giorni di crisi sento più vicino a me il dolore di Roberto Saviano. Certo, dire che è un dolore che dovremmo sentire e condividere tutti è scontato, ma tant’è.
Leggere l’articolo, la lettera che sa più di addio e di un gettare la spugna dinnanzi ad un paese come l’Italia fa male ed è triste, molto triste.

In Italia infatti uno scrittore intelligente e capace come Saviano, viene condannato a morte dalla verità: un destino crudele, così come terribili suonano le parole dei suoi compaesani, dei suoi amici, assieme al silenzio di tutti gli italiani. Italiani, una gens collusa in ogni modo, dalla mentalità del fottere l’altro prima che fotta te in sù.

Tutto il contrario di tutto: invece che andare in giro a testa alta, sei tu quello costretto a fare una vita di merda, nascosto, insultato dalle scritte sui muri mai contro i boss, ma contro di te, solo come un cane, senza poter affittare una casa nel proprio paese d’origine, perché noi non siamo razzisti-mafiosi-collusi, ecc…, però sai non posso – capiscimi cumpà – affittare la casa a Roberto Saviano così come non vedo, non sento e non parlo.

Una volta che spiego che è il contesto in cui vivo, la quotidianità drogata del mio paese d’origine che non mi permette di fare la vita che voglio, sono a posto con la mia coscienza.
Un po’ egoisticamente infatti, penso che se tutti in certe parti rifiutassero certe usanze, invece che prenderle a modello di vita o addirittura come aspirazione da raggiungere, certe realtà non ci sarebbero. E Saviano che racconta queste realtà è un bastardo per molti suoi compaesani. Per questo la penso così.

Ma non è così. Sono i boss che dettano legge; sono loro che ti condannano a morte, non lo Stato che minaccia loro. Ed è Saviano che deve andarsene, in segreto, per tentare di vivere una vita dignitosa. Altrove.

Sapete qual è la mia speranza? Che anche noi arriveremo ad un punto in cui non sarà più possibile, manco a turarsi tutti gli orifizi, vivere in questa Italia di merda e saremo costretti a fuggire in massa verso speranze pur sempre più possibili di quelle ormai inesistenti delle nostre origini.

Perché voi forse non lo sapete, ma qui tutti stiamo rischiando di fare la fine di Roberto Saviano. Oddio, non fraintendetemi, il 99% di noi non ha le palle di fare quello che ha fatto lui, che manco ce lo meriteremmo; parlo, in piccolo, della vita di tutti i giorni, che non sarà più possibile vivere qui, per i più svariati motivi. Uno di questi è quello smarrimento, quella precarietà perenne di vita di cui parla anche Saviano.

Sperando che dalle altre parti, vedendo un italiano pizza, spaghetti, mafia e mandolino, non decidano di ghettizzarlo da qualche parte. Perché in questo modo la mafia moderna verrebbe esportata e si radicherebbe fortemente anche in altri paesi.

Insomma decidiamoci: chi fa più schifo? Noi o loro?