Lo Spirito del Natale

dicembre 24, 2006

Tnx to gettyimages.com

..niente post “cattivi” e troppo impegnati oggi. Niente temi su cui dibattere e infervorarsi.

Stasera, poche ore prima della notte di Natale – quella che dovrebbe essere “magica” per vari motivi, quella che “lo spirito del Natale” (nascosto al centro commerciale), quella che ti fa tornare bambino – ho deciso semplicemente di essere banale.

…E a tutti i precari, a tutti i lavoratori flessibili, a tutti gli assunti a progetto, a chi non ha un lavoro, a chi sogna una società moderna e sviluppata, illuminata nelle menti; a chi ha chiesto a babbo natale di portare un lavoro nuovo, uno stipendio fisso, a chi spera che la malattia il lavoro non gli porti via; a chi si incazza per le tasse, a chi subisce soprusi e abusi, a chi chiede soltanto qualche certezza; a chi vorrebbe tornare bambino, a chi spera ancora in un futuro diverso, a chi ancora crede in qualcosa…e a tutti quelli di cui mi sono dimenticato…auguro un felice natale.

Se potete, mangiate, bevete e dimenticate. Anche se è tardi, vaff****lo alla televisione che vi dice di comprare ma vi ricorda che siete poveri; al diavolo tutto quanto, torniamo veramente bambini precari e sognatori almeno per una Notte e un giorno intero.

E tutti insieme facciamo un bel funerale civile alla chiesa precaria, senza certezze per il domani (ma con tanto oro alle mani alla faccia dei musulmani) e sempre più distante da “qualcosa in cui sperare”.

Buone feste a tutti voi e ricordate: ai problemi ci penseremo domani…come sempre del resto!

P.S.= questo il mio regalo per voi

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Le scritte “in piccolo” e i giovani di 35 anni

novembre 12, 2006

E’ tempo di imparare ad interpretare e a leggere tra le righe tutte le cazzate che ci sputano addosso (almeno ci provo, non ho e non voglio avere la presunzione di insegnare niente a nessuno).
Tempo fa ho sentito dire dal ministro (dello sport?!) Melandri: “Giovani, casa più facile e sgravi fiscali”. Le promesse, da non confondere con certezze, si susseguono in un crescendo da sballo. Tra gli altri obiettivi abbiamo: alleggerire i costi per l’alloggio per gli universitari fuori sede, favorire l’imprenditoria creativa (dopo la finanza…!!!) e stabilizzare il lavoro precario (spero non voglia dire “trasformare in certezza per il futuro anche il lavoro precario”…); detrazione delle spese per l’affitto di casa degli studenti universitari fuori sede.

Leggendo tra le righe: è’ il comma 20 dell’articolo 20 a prevedere la detrazione del 19 per cento – per un importo non superiore a 2.633 euro delle spese per l’affitto di casa pagato dagli studenti universitari fuori sede.”
Giro quindi la domanda ad uno studente fuori sede: quanto spendete annualmente di affitto? Senza contare che “per accedere a tale detrazione gli studenti devono essere iscritti a un corso di laurea di una università con sede in una provincia diversa da quella di residenza.”

Per di più, “la nuova finanziara prevede anche (art. 20, comma 19) che la riduzione a titolo di deduzione forfettaria passi dal 25% al 40% per quelle spese relative a redditi derivanti dalla utilizzazione economica di opere dell’ingegno, di brevetti industriali così come di software. La disposizione prevede il benficio esclusivamente per i giovani con un’età inferiore a 35 anni”. Ora, vorrei anche far notare un’altra cosa; qui si parla di giovani con un’età inferiore a 35 anni. Ma cosa si intende per giovani? Fino a che età si è considerati dei baldi giovinotti sotto la tutela di mammà e papà?

Prendiamo gli altri paesi europei: ci surclassano. A parte il fatto che l’Università in media dura 4 anni e hai finito, invece qui col 3+2 devi laurearti due volte – possibilmente in ritardo – ..a che età si ha la possibilità di andarsene finalmente da casa, avere un lavoro stabile e potersi permettere una casa? Sempre tardi, troppo tardi. Sono aumentati gli iscritti all’università con il “3+2” (tra poco diventerà 3×2..!), si alza quindi l’età in cui si finiscono gli studi, si rimanda tutto..e i giovani arrivano fino a 35 anni..!!!

Non sto dicendo che uno a 35 anni è vecchio fisicamente, sto parlando (e lo sapete bene), del fatto che a 35 anni dal mio punto di vista, la maggior parte delle persone dovrebbe essere sistemata e magari avere un figlio… Ma dopotutto è un cane che si morde la coda: siamo un paese vecchissimo, tra qualche anno i vecchi supereranno i giovani; lo Stato non ha soldi, tantomeno per le pensioni…ditemi come si farà? Non si fanno i figli, la crescita rasenta lo ZERO, si sollevata di qualche punticino per merito degli IMMIGRATI!

La “razza italiana” che si bullava delle potenze plutocratiche è in declino: persino la Chiesa, in qualche caso, lancia moniti per farci tromb**e di più e fare figli! Altrimenti chi andrà più in chiesa con tutti i consensi che perdono anno dopo anno? Chi indottrineranno? Come faranno a sopravvivere senza le offertine dei fedeli?

Quindi, la colpa è sicuramente delle donne: fanno troppo le preziose, non ci sono più le donne disponibili di una volta… Qualcuno bisogna pur incolpare!

Ah, per tornare a noi giovani: mi piacerebbe conoscere il parere di chi legge questo blog sulle questioni che pongo. Ma non rispondete a me, rispondete direttamente al On. Giovanna Melandri (Ministero per le Politiche giovanili e le attività sportive
Largo Chigi 19 – 00187 Roma – Tel. +39.0667791 Fax +39.0667795977 –g.melandri@governo.it ).

Una bella e veloce email: ditegli quanto vi pagano al call center e quanto spendete d’affitto, senza dimenticare di specificare…quanti anni avete.

Qui qualcosa, quadra sempre meno.


Pessimismo e Fastidio

novembre 10, 2006

 

Sette ragazzi su dieci sono pronti a lasciare il comune di residenza pur di trovare un impiego. Molti sono pronti anche a lasciare l’Italia e l’Europa. I risultati di un’indagine della Sapienza di Roma sui giovani italiani tra 20 e i 34 anni.”

Solo un italiano su tre pensa di riuscire a mantenere il lavoro nei prossimi due anni. Molto più alta la fiducia in Olanda, Danimarca e Regno Unito. E in Italia la probabilità percepita più bassa di ritrovare un posto di lavoro. I risultati dell’indagine di Eurobarometro su cosa pensano gli europei dell’occupazione e delle politiche sociali nel Vecchio Continente.”

Il Barometro delle professioni: la top 30 in Italia. Qual è quella più richiesta secondo voi? Incredibile, ma al primo posto troviamo l’operatore di call center! Che ogni anno aumenta vertiginosamente. Ma chissà come mai! Non riesco a spiegarmelo…

Forse non sono la persona più adatta per notarlo..ma mi sembra ormai evidente, dati alla mano, che in Italia, in questo ca**o di paese, ci sia qualcosina che non va.

Ma non devo essere io ad accorgermene!!!


Le risposte che NON contano

novembre 8, 2006

fonte immagine: Repubblica.it

Dopo la manifestazione dello scorso 4 novembre a Roma, in cui migliaia di precari italiani hanno finalmente protestato e fatto sentire la propria voce, ci si aspettava qualche dibattito, qualche interrogazione o discussione parlamentare, qualche domanda vera e scomoda da parte dei giornalisti, una presa di coscienza popolare sul problema precarietà.

No, niente di tutto questo.

Leggendo le dichiarazioni, le reazioni dei pagliacci seduti in Parlamento si è capito soltanto una cosa: all’opposizione interessava far passare il concetto che era una protesta “fatta solo contro il governo” da parte degli stessi elettori (…come se i precari fossero solo di sinistra! Chi è di destra non può essere precario?!?!?!); la maggioranza invece voleva far sapere che “non era una manifestazione contro di loro” (leggi tra le righe “distruggete la legge Biagi subito!”). Questo il risultato delle proteste, coi giornalisti ovviamente entusiasti nel giocarci sopra manco fosse gossip, come al solito.

La cosa bella è stata che nessuno, nemmeno un cane, si è degnato di parlare o sollevare il fatto che c’erano in piazza migliaia di persone che fanno i salti mortali per tirare a fine mese, che sono sfruttati col “signoraggio moderno”, sottopagati senza ferie né malattie pagate, con contratti che scadono e durano una settimana: materiale da utilizzare per scopi politici, o al massimo di propaganda televisiva, ma non sociali.

Così anche questa volta tutto è passato e niente cambierà: risposte ZERO.

Quindi datemi retta: se domani volete avere la possibilità di comprarvi 4 mura in cui vivere, cominciamo a ignorare la televisione e magari a NON votare più nessuno. Tanto ormai non è più possibile scegliere una persona, ma soltanto dare una preferenza (alias “meno peggio”) al partito: sono comunque convinto che se nessuno votasse, andrebbero lo stesso avanti a parlare di cose che in realtà, se ci pensate bene, non esistono.


Parla il Blasco

novembre 6, 2006

Leggo il commento di Blasco al post sul ’68 e farsi coinvolgere o meno in Italia. Mi piace, quindi decido di riportarlo qui in toto per poter discutere sulle sue riflessioni che mi paiono un bel po’ azzeccate.

Durante i giorni delle mobilitazioni francesi avevo scritto un commento su un blog che tenevo in quel periodo. L’avevo scritto il 24 marzo, ma mi sento sostanzialmente di confermarlo (anche se, per come la vedo io, in questo momento le dinamiche in corso sono anche peggiori); ve lo riporto di seguito.Quello che in molti si stanno chiedendo in questi giorni è perchè in Francia stia accadendo quello che accade, mentre in Italia, dove la condizione dei precari è certo più problematica, pare non essere immediatamente percepibile il sintomo della rivolta.
Come al solito non esistono verità assolute e spiegazioni compiute, ma possiamo provare a mettere una dietro l’altra alcune considerazioni, seppur brevi, schematiche e confuse. Credo che l’unico elemento di certezza dal quale possiamo partire sta nel fatto che, anche se il fuoco francese non dovesse nell’immediato uscire dai confini dello stato-nazione, le mobilitazioni di questi giorni stanno parlando ai giovani ed ai precari di tutta Europa. Paris calling.1. E’ vero che i precari in Italia sono messi peggio e forse qui sta buona parte del problema. Maggior ricattabilità e una frammentazione indotta dalle decine di tipologie contrattuali (alcune delle quali talmente ideologiche da essere sostanzialmente inapplicate) a disposizione dell’impresa (privata e “privato-sociale”) e della pubblica amministrazione, non aiutano certo i precari ad organizzarsi e a far emergere la loro conflittualità (che esiste eccome).
2. In Francia la rivolta parte dalle università e si estende al mondo del lavoro; il cpe riguarda le giovani generazioni e gli universitari si sentono precari o precari in itinere; a sua volta il mondo del lavoro più tradizionale percepisce il rischio di un effetto domino che travolga tutto e tutti, rimuovendo la dicotomia precari/garantiti.
3. Le recenti mobilitazioni delle università italiane contro il ddl Moratti (mobilitazioni che non si vedevano da anni) portavano in grambo lo stesso germe. Anche gli studenti italiani si sentono precari e non è casuale che la loro protesta si sia unita a quella dei ricercatori. Non è però (non ancora) riuscita a contagiare la società, gli altri precari, il mondo del lavoro tradizionale; la dicotomia precari/garantiti (e chi sarà mai garantito poi?) non si presenta tanto come spaccatura a livello sociale, ma soprattutto come il prodotto del mancato intervento dei soggetti tradizionalemente in grado di ricomporre le lotte, le vertenze, il tessuto sociale.
Mentre gli studenti occupavano la Sapienza, dov’erano sindacato e sinistra politica? Alcuni erano in piazza, altri c’erano idealmente, molti erano di fatto dall’altra parte della barricata; pochi hanno percepito la necessità di provare ad aiutare gli studenti a “socializzare” la mobilitazione.
Piero Bernocchi dei Cobas è stato addirittura accusato da alcuni a “sinistra” (sinistra, decisamente una parola troppo lunga) di soffrire di sindrome da Peter Pan, perchè stava in piazza a fianco degli studenti.
4. Qui sta, credo, un altro pezzo importante del problema. Non che la gauche sia il massimo che si possa desiderare dalla vita, ha diversi limiti, molte contraddizioni: il Ps, pur con le note fronde interne, non scherza quanto a liberismo, il Pcf non sembra rappresentare un’alternativa compiuta, Lo soffre di un atteggiamento spesso settario, i Verdi sono una proiezione di Cohn Bendit e la Lcr, il soggetto decisamente più vivo e più interessante, conta su forze ridotte, pur essendo sostanzialmente in tutti i principali movimenti sociali. Comunque buona parte della sinistra francese e tutto il mondo sindacale sostengono in qualche modo la mobilitazione, spinti anche dalla capacità degli studenti di parlare al senso comune dei francesi, dai fattori di specifico di quella realtà, oltre che da calcoli di bottega che qualcuno non manca di fare.
In Italia invece il binomio flessibilità buona – precarietà cattiva attraversa il grosso della sinistra e del mondo sindacale; l’impostazione è chiaramente ideologica, perchè in realtà mi pare difficile scindere flessibilità e precarietà, non sono sovrapponibili, ma la prima mi sembra un aspetto sostanziale della seconda (urgente definire le categorie).
Anche le occasioni di unificare vertenze e conflitti che ci sono state negli ultimi anni non sono state colte, non per incapacità, ma, mi pare, per scelta precisa. Non c’è sostanzialmente troppa voglia di mettere in discussione l’ordine sociale, di mettere in discussione la concertazione e la probabile vittoria dell’Unione alle prossime elezioni rischia di essere di fatto la conferma di qualcosa di già conosciuto.
5. La Francia, è vero, è il paese delle rivoluzioni; ma la storia italiana ha qualcosa da invidiare in quanto a conflittualità? Di certo la Francia, nonostante le sue contraddizioni e i suoi paradossi (fra i quali il lepenismo), nell’ultima fase storica è il paese che più di tutti ha conosciuto momenti di mobilitazione radicale, esplosione di crisi sociali e anche risultati politici di peso (su tutti l’euroreferendum).
In Italia ci sono generazioni che sembrano piegate dal peso delle sconfitte storiche e altre che, anche giocandosi fino in fondo le occasioni capitate, non sono riuscite a portare a casa una vittoria.
L’impressione è comunque quella di un persistere di percorsi carsici, che periodicamente vengono a in superficie anche in modo molto netto.
Presumibilmente la prossima fase, quella del “governo amico” (e come è noto ci sono certi amici…), avrà un peso e delle ripercussioni destinate a durare. E’ certo il passaggio più difficile, ma potrebbe essere quello del salto di qualità.

Sinceramente, non credo al saltò di qualità, soprattutto dopo i commenti dei pagliacci del parlamento alla manifestazione di sabato…ma di questo parlerò in un altro post.

P.S.= qua di spunti per parlare ce n’è tanti, ringrazio Blasco per il contributo 😀


Bar sport

ottobre 29, 2006

Parole, parole, parole…ma fatti? Zero. Lo scorso 26 ottobre il presidente della Repubblica Indiretta Napolitano ha lanciato un preciso monito: “Il Parlamento si occupi dei precari”. La dichiarazione è stata fatta dal Politecnico di Torino, durante l’inaugurazione del nuovo anno accademico. Il presidente si è poi augurato che questo problemuccio venga affrontato in Parlamento, “nella sede opportuna”.

Ora, premettendo che più che altro si parlava dei precari nelle Università, anche se direttamente il problema andava a toccare l’universo del precariato, vorrei far notare che probabilmente il Parlamento non è più “la sede opportuna” per discutere delle piaghe del paese, per tentare di affrontare e risolvere i problemi della realtà quotidiana di ogni singolo cittadino.

Infatti sento solo parlare di una decerebrata demente, con un Q.I. a non più di 2 cifre, che, ad un certo punto della storia, si ritrova a pisciare nel bagno con una collega che invece ha il “pipino”. Per la cronaca, si è accorta solo perché la faceva in piedi, non per altro.

Un problema incredibile: giornalisti in visibilio, notizie ai tg, interviste, e una nazione intera si dimentica persino dell’infedele e blasfema isola dei famosi; non importa se “il trans” abbia una Laurea a pieni voti e che solo pronunciando 5 parole potrebbe umiliare e deridere l’ennesima attrice-soubrette (che siede in Parlamento!!!) che compone quel grande partito-pubblicitario-televisivo-condannato-ex dc (ecc…) che è F.I. Non importa se quest’idiota le poche volte che finisce in tv a qualche patetico dibattito balbetta qualche parola leggendo fantomatici fogli, per poi venire subitamente zittita e presa in giro (spesso scatenando grasse risate) senza nemmeno rendersene conto; non importa se è un parlamentare che non sa cosa sia la CONSOB ma in teoria dovrebbe risolvere qualche questioncina con gli altri colleghi del Parlamento.

Ciò che interessa gli italiani è sapere come pisciano in Parlamento, con che intervalli, quante sgrullatine fanno i nostri ministri. Studio Aperto infatti, coadiuvato da un approfondimento di Lucignolo, trasmetterà presto un servizio intitolato “Gocce di verità”. Così poi tutti potranno fare tante chiacchiere da bar!

I problemi seri invece sono già finiti nel cesso da tempo. Ma non nel cesso pubblico, cioé il Parlamento: sono caduti nelle case degli italiani.

Metà di loro crede ancora che “loro lo facciano per noi”; invece penso che siamo Noi a doverci svegliare, cacciando a pedate questi pachidermi di vecchiume che stanno portando al fallimento non solo una nazione intera, ma anche milioni di persone.

D’ora in avanti la sede opportuna non dovrebbe più essere il Parlamento, ma l’intelligenza pubblica: la nostra testa, cioé la testa di tutti i cittadini. Dimostrando che vogliamo una vera democrazia diretta.

Una rete orizzontale, come internet, dove non ci sono apparenti gerarchie, ma solo nodi più importanti con più mezzi, non poteri.

Informazione libera, pensiero libero e conoscenza. Sono le armi di distruzione di massa più potenti che io conosca. Li possiamo smerdare tutti se solo lo vogliamo: politici, giornalisti scioperanti, opinione pubblica…

Abbiamo internet, usiamolo: loro ancora non lo sanno fare, pensano solo alla tv; divulghiamo, discutiamo, confrontiamoci, decidiamo…scavalchiamo i dinosauri, lasciamoli felici a giocare in Parlamento.

Sarebbe ora di crescere: è dal 1861 che siamo una nazione giovane…

P.S.= Martedì 14 Novembre 06 in occasione de “IL CENTENARIO DELLA CGIL”, alle ore 14.30 presso il Cinema Capitol di Via Pennati 10 (Monza MI) sarà presente G.Epifani, Segretario Generale CGIL. Mettetegli qualche pulce nell’orecchio: fatti, non pugnette. Siamo stufi delle parole, sarebbe ora di passare ai fatti.


I “Paria”

ottobre 16, 2006

Thanks to GettyImages.com

Che prospettive ha, secondo voi, chi oggi ha poco più di 20 anni? E chi ne ha meno?

E quando ci saranno (si spera) i vostri figli? Che diavolo succederà?

“[…] La ricerca ha concentrato particolare attenzione sui giovani, le donne e gli ultracinquantenni. Ovvero su coloro che più di altri si trovano, nella società postindustriale, a dovere fare i conti con i maggiori disagi quando si tratta di cercare lavoro, rimanere in azienda o provare a rientrare in quel mondo da cui in qualche modo si sono trovati a dover uscire. I “parìa” del mondo del lavoro, si trovano ad affrontare aspetti problematici sempre più spesso e, seppure sarebbe meglio riuscire a parlare solo di lavoratori senza attribuire loro “etichette”, ci si accorge, a vedere i risultati dell’indagine, che è sempre meno possibile.

Giovani. Nel 2005 solo un “under 25” su quattro era occupato e il tasso di disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno superava il 38 per cento. La ricerca di lavoro per i più giovani dura in media dieci mesi e quasi quattro giovani su dieci sarebbero pronti ad accettare qualsiasi lavoro, mentre il 58 per cento condiziona la propria disponibilità immediata a una congrua offerta economica. Conferma dell’importanza della retribuzione al momento di accettare un’offerta di lavoro viene dall’analisi delle ragioni che hanno spinto il 14% degli under 25 a rifiutare un’offerta di lavoro nell’ultimo mese. Il 48,5 per cento lo ha fatto perché gli è stata offerta una retribuzione inferiore alle proprie richieste mentre il 24,1% a causa di una forma contrattuale non adeguata alle attese. Ma le principali difficoltà nella ricerca di un lavoro per i giovani si concretizzano soprattutto di fronte al fatto che molte imprese chiedono un’esperienza professionale (vedi tabella) prima di dare loro un posto in azienda.

Quanto alle donne, tra le cause della loro ridotta partecipazione al lavoro ci sono soprattutto la necessità di prendersi cura dei figli e la mancanza di opportunità concrete di lavoro. Quattro donne su dieci dichiarano infatti di non lavorare perché devono prendersi cura dei figli e il 35% è scoraggiata dall’assenza di offerte di impiego. Il 43% delle donne così si è trovata a dovere rifiutare un’offerta di lavoro, nell’ultimo mese, perché i costi (mobilità, cura della famiglia e costo opportunità) superano di fatto i benefici che possono derivare dalla realizzazione professionale e dallo stipendio.

Disagevoli restano nel complesso le condizioni delle donne che lavorano. Tanto che una su cinque fa un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella di cui è in possesso a cui si aggiunge il fatto che le retribuzioni nette delle donne sono ancora significativamente inferiori a quelle dei colleghi uomini. Il gap è di 3.800 euro annui per la categoria dei dipendenti a tempo indeterminato (vedi tabella) pur avendo le donne titoli di studio più elevati. […] “

..E poi sinceramente, quando leggete queste cose, ci credete?

Non l’ha detto la “cattiva maestra televisione”, però…

P.S.= Per chi non sa chi siano i “paria”, vi rimando a Wikipedia: “[…] I paria sono detti gli “intoccabili”, vivono ai margini delle strade e vengono disprezzati dalla gente di casta. In India, oggi, sono la maggior parte della popolazione..”