Cavie da call center

ottobre 27, 2008

In ritardo, arrivo anche io a dire la mia su questa inchiesta vissuta in prima persona dal giornalista di Repubblica in merito alla vita media di un operatore di call center.
Taglio corto: non c’è niente di nuovo, non mi stupisce niente.

Sarà che le situazioni descritte le ho vissute in prima persona, sarà che – credetemi – quello di cui parla il giornalista di Repubblica è solo una parte, una punta di un iceberg, un niente di fronte ad un vero e proprio sfruttamento di persone legalizzato. Ai limiti della schiavitù moderna.

Certo, l’ingenuità e la debolezza sociale che contraddistinguono un buon 70% dei lavoratori di call center contribuiscono a far sì che pratiche di gestione delle risorse umane simili sopravvivano. Perché comunque per un giovane universitario è meglio tirar su due euro piuttosto che niente.

Ecco, parliamo quindi dei rapporti umani vigenti in questi posti. Volendo non ci sono mai ferie: sabati, domeniche, serate, Natale e feste varie. Chi pensate che risponda quando chiamate l’assistenza il 25 dicembre col vostro nuovo cellulare fiammante con cui non riuscite a telefonare?

Nella mia esperienza, non c’è stato nulla di motivazionale ai limiti della comicità, come vi sarà capitato di leggere o vedere nei film. Però, tra una chiamata automatica del sistema e l’altra non puoi nemmeno voltare la testa, figuriamoci parlare. Sei un robot assoggettato al sistema di gestione di chiamate.

E nonostante tu prenda pochi centesimi all’ora, davanti a te hai informazioni delicatissime, puoi accedere a dati sensibili privatissimi delle persone: hai il potere di guardare le loro chiamate, quando le fanno, a chi le fanno. Ma non solo. E se, per la legge sulla privacy appunto, chiedi conferma ai clienti dei loro dati, te ne senti dire di ogni. Ma gli insulti te li becchi comunque a priori, perché per loro tu sei Tim, Telecom, Vodafone, eccetera.

Ma non chiamatela scuola di vita o palestra. Secondo me è più un Fight Club, dove se sei forte e hai la capacità di farti scivolare addosso le cose, fregandotene, ce la fai. E disinteressatamente la tua vita va avanti. Devi usare la testa il meno possibile, giusto quello che serve per chiudere i contratti, possibilmente senza truffare nessuno, visto che nessuno te lo chiede.

Contratti firmati dopo un mese di lavoro ad un progetto, quando ormai hai già lavorato e quindi che fai; “capoccia” mezzi falliti che riversano le loro frustrazioni su di te, pause limitate, abusi e soprusi di ogni genere.

Ma ci sono anche dei lati positivi nella vita da call center: non hai ferie nè malattie pagate, quindi puoi stare a casa quanto vuoi.
E non tornare più.

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La Lettera di Dora dagli USA

ottobre 18, 2008

Due giorni fa aprendo la mail del blog ho ricevuto una piacevolissima sorpresa. Ho infatti trovato una mail di Dora, una lettrice del blog che ora vive negli Usa.
La sua lettera mi ha dato una scossa e spero che possa far provare anche a voi la stessa sensazione; per questo voglio ringraziare Dora: con le sue parole ci sta dicendo che da qualche parte, se lo vogliamo, un’alternativa esiste sempre. Ma soltanto se a rimboccarsi le maniche siamo noi.

«Ciao Alex,
sono Dora dagli USA. Ci siamo già sentiti in un commento ad uno dei tuoi post. Ho appena letto il tuo post sulla fuga di Saviano dall’Italia. Mi rattrista, mi rattristano le tue riflessioni e mi rattrista la sua decisione e sai perché? Perché mi ci ritrovo perfettamente.

Io sono qui in USA perché mio marito é americano e l’ho seguito quando l’ho sposato, non è che c’era molta scelta, l’Italia non ci offriva possibilità, l’America, tanto criticata dai moralisti italiani, invece ce ne offre tante.

In Italia ci vivevo ma ero arrabbiata, arrabbiata con tutto quello che non andava, proprio come te, mi ritrovo in quasi tutto quello che leggo nei tuoi post, e mi incazzo perché non vedo via di uscita. Ma poi penso, beh, io sono qui e ne sono uscita da quella merda, ora ho un lavoro, una casa, una famiglia, sono circondata dalla legalità dalla pulizia, dalla gente che rispetta le regole, dal rispetto degli altri e dalla voglia di rispettare gli altri. Ma perché tutto questo in Italia è impossibile? Non posso dire che sia radicato nei geni degli italiani, perché vedo gli italiani che vivono qui che sanno comportarsi bene, o forse quelli che vivono qui sono quelli che non riuscivano a vivere all’italiana e sono scappati? Non so.

Ci sarà una via d’uscita a questo schifo? Lo spero, perché io la mia Italia nonostante tutto la amo e la vorrei vedere risorgere, ma al momento sembra impossibile. A volte penso che per poter risorgere debba davvero toccare il fondo. Penso che la gente debba arrivare a non poter più nemmeno permettersi il pane, solo allora si renderà conto che le cose devono cambiare, ma come cambierebbero? In meglio o in peggio?

A volte ho paura che potrebbero cambiare in peggio e che i miei connazionali potrebbero diventare ancora più egoisti ed appoggiare ancora di più l’illegalità. Non so.
Per ora sono contenta di essere qui


Una vita da mediani

settembre 26, 2008

Ieri sono stato per l’ennesima volta a Milano, in centro, a dare l’ennesimo esame della mia vita. Ho provato a uscire dal guscio in cui mi trovavo, guardando da fuori la vita di una normale quotidianità produttiva milanese.

Non è la prima volta che lo faccio, intendiamoci: ormai vedere Milano solo per certi motivi e di corsa, mi fa venire la nausea. Ho realizzato una volta di più che la vita “normale” di milioni di persone fa schifo. Essere liberi e vivere davvero la vita per me è tutta un’altra cosa.

Parti al mattino, presto, ti spari l’infinita coda in macchina tra clacsonate, uomini che leggono il giornale e donne che si truccano o prendi il treno di corsa, in piedi e stipato in vagoni sporchi, molto caldi (perché sui mezzi non c’è inverno o estate che tenga), puzzolenti e dove le persone sono compresse ascella contro ascella o alitata contro alitata. Poi c’è la metropolitana, con il plotone di persone che marciano dalla fermata della stazione del treno alla banchina da cui infilarsi nella metro.

Si aprono le porte del vagone e fuoriesce la morte, impersonificata sottoforma di molecole di non-ossigeno. Posto in piedi e spazi vitali belli compressi, per carità: respirare di questi tempi è un lusso, fortuna che sono alto e un filo d’aria al di sopra di quella biosfera di odori e sapori rivoltanti che si va a creare dopo 5 secondi di vagone chiuso riesco ancora a trovarlo. Passata una mezz’ora per poche fermate – visti i tempi biblici di risalita della gente e chiusura delle porte a mo’ di ghigliottina – dove sei già stato fortunato se non hai perso l’uso dell’udito, dato il rumore del mezzo, scendi, finalmente, spintonando e chiedendo permesso a priori, mettendo in conto di schiacciare piedi, rischiare scippaggi vari o occhiatacce – per non dire insulti – da parte di donne bruttine che fingono di aver sentito la tua mano morta poggiarsi sulle loro cellulitiche chiappone, che altro non han visto se non una sedia che non le contiene.

Se ti va bene non piove e non devi prendere altri mezzi, quindi ti aspettano una decina di minuti a piedi prima di arrivare alla meta. Dopo un’ora, un’odiosa ora e mezza per fare pochi km in linea d’aria, ci sei e sei già stressato, pezzato, stronzo e corroso da un contesto che tutto è fuorché user-friendly.

Poi l’ufficio e i suoi problemi, l’università o quello che vi pare. Passa una giornata che non te ne accorgi, come se fossimo collocati in un continuum spazio-tempo di un’altra dimensione. Se va bene esci che sono le 18.30, se va male non vai a casa più, roba che fai prima a dormire sulla fotocopiatrice, stando attento a non farla partire.

Successivamente ricomincia il viaggio della speranza, quello del ritorno; se capita come ieri, per fare una – e dico una, diamine – fermata, ci metti un quarto d’ora, perché il treno è strapieno e ha problemi, roba che non potresti resistere per più di un minuto senza mascherina dell’ossigeno. Ti verrebbe voglia di tirare il freno di emergenza e suicidare tutti quelli intorno a te sotto i binari, ma non lo fai…semplicemente perché non riesci a muoverti.

Riscendi e ti fai schifo da solo: la pezzata ha contagiato maglietta/camicia, maglioncino/giacca e se ti va male che non hai levato il giubbetto sono guai. Arrivi a casa circa alle 20, ma prima vorresti passare dalla sede dei Ghostbusters per farti disinfettare con una leccata da Slimer. Ma no, non c’è tempo.

Doccia, poi cena e sono le 21.30. Hai ancora 3 ore per vivere ma cazzo, accendi la tv e c’è Distretto di Polizia e se ti va un po’ meglio una prima serata con Carlo Conti o Pippo Baudo. Spegni la tv e vuoi uscire con gli amici, ma fai presto e occhio al portafoglio, che ormai una media costa quanto un pieno per il mio scooter di qualche anno fa.

Sei stanco, stanchissimo, e anche i tuoi amici lo sono, quindi alla fine non esci, perché sei già col pigiama dai pantaloni a forma di Aladdin e le ciabatte a testa di animale, che se ti suda il piede li dentro, Dio solo sa cosa succede quando le sfili.

Che fai, a questo punto? Se sei single, dopo aver scanalato su canale 5 e aver visto le veline di striscia, passi al pc, seguendo una parabola simile a questa: Repubblica, Gazzetta dello Sport, blog di Suzukimaruti, blog di Pietro Izzo, metti-il-blog-di-un-nome-che-vuoi e…Pornotube (o Red Tube, ecc…). Pacchetto di fazzoletti alla mano, strizzi il collo al serpente, che da troppo tempo non vede una tana in cui rifugiarsi.

Se invece hai una fidanzata o peggio, una moglie, le lanci uno sguardo tipo Hannibal the Cannibal e la spingi, letteralmente, con spallate e colpi da auto-scontro, verso il letto, sperando che abbia voglia di fare l’Amore; peccato che appena la sdrai sul letto, nel tempo che ci impieghi a cambiare lato e sederti, lei già russa emettendo diversi cambi di tonalità. Sconsolato, ripensi ai tempi in cui ogni sera potevi permetterti il lusso di fare sesso con una ragazza diversa dall’altra; poi però ti svegli e ti accorgi che era un sogno nel sogno.

Assonnato, ti giri dall’altra parte e guardi le ore: sono le 6.50, 10 fottutissimi e fastidiosissimi minuti prima che suoni la sveglia.
Ed è già un altro giorno. Un altro giorno da non vivere.


Da grande voglio fare lo Spin Doctor di Gesù

agosto 28, 2008

Gesù
“…vi indicherò la strada giusta.”

Alla fine delle aziende che hanno gente brava e capace di comunicare e fare relazioni pubbliche in senso moderno ci sono. E io che pensavo che la ricerca da parte delle grandi compagnie di professionisti del settore fosse un po’ grossolana; di solito l’errore più comune commesso dai vertici aziendali è infatti quello di ritenere che chiunque possa gestire un qualsiasi tipo di crisi, sia essa piccola o grande.

Siccome il 90% delle persone in Italia non concepisce il significato delle scienze della comunicazione, di sicuro il corso di laurea dev’essere una minchiata colossale, per analfabeti, ebeti, falliti o giù di li. Però poi Vanna Marchi riceveva molte telefonate per i suoi prodotti, così come Media Shupping ora, ma questo è un altro discorso.

La realtà però, ahivoi, è un’altra. Specialmente all’estero, dove in genere non si dà nulla per scontato. Perché ormai conversare e rapportarsi con gli stakeholders o semplicemente con le persone, potenziali clienti o consumatori, è diventato fondamentale per qualsiasi organizzazione. E non tutti sanno farlo, anzi.

Ogni giorno infatti grandi aziende, organi di governo, portavoce di politici si trovano a dover fronteggiare qualsiasi tipo di “emergenza”. Prendiamo l’Italia, con le recenti gaffes (se così possiamo chiamarle, ma lasciamo perdere le reali motivazioni di fondo che lo portano a fare certe dichiarazioni…) di Alemanno sulla turista violentata o il caso Berlusconi, con le decine di dichiarazioni fasulle, ritrattate, ecc… Insomma quando controlli mezzi di comunicazione di massa è facile stoppare sul nascere le uscite più infelici. Ma se sei una grossa catena di supermercati e dentro ai surgelati trovano un topo morto, qualche dichiarazione, prima o poi, dovrai pur farla.

Se invece sei un senatore del PD sei fottuto. In ogni caso. Perché affidarsi a dei professionisti per comunicare quando…basta stare zitti e fermi per auto-distruggersi? Appunto.
Perché far sapere alla gente, magari con vie alternative e più economiche, le poche cose buone fatte, piuttosto che farsi prendere quotidianamente a male parole? Perché sono masochisti e gay passivi, quindi ci godono. Eccetera eccetera.

Fatte delle doverose promesse per farvi capire di cosa sto parlando (perché sicuramente non interesserà a molti), ho deciso – quasi definitivamente – ieri sera che cosa vorrei fare da grande. Diciamo in una percentuale che va dall’80 al 90%; cioé l’intervallo sembra ancora ampio, ma in realtà lascio ancora le restanti possibilità ad un’ipotetica vincità al super enalotto o, che so io, al benefattore miliardario di turno che mi telefona per confessarmi che sono il suo unico figlio, erede di non avete idea quanti soldi.

Vabbé. Comunque sia ero a Milano e – sniff, sniff – ho sentito aria, uno strano profumo di crisi. Ho incontrato Mauro (c’erano anche quelle sciacquette di Marilù, Aurora e Pippa Wilson…) e gli ho decisamente rotto le scatole facendogli un po’ di domande sul suo mestiere, usando il suo iphone come lampada da interrogatorio, giusto per metterlo un po’ sotto torchio.

Capite? No, lo so. A voi sembrerà una cagata micidiale tutto quello che sto scrivendo, ma il lavoro pensato, ragionato, un po’ creativo che mi sa di sfida è quello del relatore pubblico. Che non c’entra niente col PR della discoteca che vi fa entrare in lista, porca vacca. In Italia bisogna stare attenti e dire “RP”, perché la confusione è massima.

E ci ho pure pensato per qualche tempo. Non mi soddisfava appieno limitarmi a fare il pubblicitario per poi farvi spendere un sacco di soldi in prodotti in cui magari non credevo. Io voglio “massaggiare il messaggio”, dare la curva che voglio alla realtà. Mettere il mantello, una maschera e modificare anche lo spazio e il tempo con le parole. Un super-eroe della comunicazione moderna. Ma attenzione, tutto in modo obiettivo ed etico, ci mancherebbe; io non parlerei di bugie, al massimo di differenti punti di vista.

Volete un esempio analogo in merito? Allora vi racconto una breve storiella. C’era una volta un geek che stava giocando a Tiger Woods PGA TOUR 08, un videogioco di golf; ad un certo punto si accorge che c’è un glitch, un piccolo inconveniente nel gioco: Tiger Woods sembra colpire la pallina camminando sulle acque. In preda ad orgasmi social-medici, il geek mette on line il video prova su youtube. La cosa non è bella per la casa produttrice, che alla fine il gioco dovrà pur venderlo.

E allora cosa fa la EA? Mette on line un altro video con il vero Tiger Woods, decisamente ironico, che porta il messaggio e la comunicazione su un altro piano, per di più dimostrando attenzione per social media e community.

Quindi è ufficiale, voglio fare il consulente, un fastidiosissimo consulente.
Intanto consigliatemi, ditemi se per voi sono grave, se dovrei farmi curare. In caso contrario mi riterrò libero di propormi come consulente politico di Walter Veltroni. Sono pur sempre una faccia…nuova su cui scommettere, no?


Morire Giovani

agosto 6, 2008

http://www.flickr.com/photos/valerius25/463968859/ - i diritti sono di proprietà dell'autore

Sono un fottuto pessimista. Lo so, davvero. Ma non ci posso fare niente: nel dubbio, non faccio altro che supporre o intravedere il peggio dietro l’angolo. Parlo in generale, detto per inciso. Per una volta, facciamo che la politica c’entra poco. Anche se loro lanciano costantemente un unico messaggio a noi “ragazzi”: è meglio farci morire da giovani.

Scuola, università disorganizzata, stage o non stage, l’importante è che non sia pagato; crediti formativi, laurea, poi forse lavoro; lavoro precario, guadagni poco, zero certezze, niente casa, niente libertà. E intanto gli anni passano e tu sei ancora lì, in casa con mamma e papà. Senza una pensione, senza una prospettiva o una possibilità, insomma senza futuro.

E così via, anche se in questo momento vorrei concentrarmi più sulle sensazioni e gli stati d’animo che sul viscerale vissuto del concreto quotidiano: dopo un po’ stanca anche me.
Cioé come mi viene in mente, penserete, di scrivere cose simili proprio mentre sto per partire per un viaggio? Beh, quando arrivano le ferie, vuole comunque dire che l’estate sta finendo.

Più che vivere la vita mi sembra di subirla, come se stessi guardando costantemete il mondo da dietro una finestra, osservando gli altri intenti a vivere, trascorrere il tempo e decidere ciò che vogliono della propria esistenza.

Come se fossi imprigionato in una realtà ovattata che tiene incatenata la mia voglia di libertà. Me la sento dentro che spinge forte, spesso fa a pugni con i miei pensieri: convivo con un forte senso di inquietudine generale, assieme a quella enorme sensazione di vuoto che non so come riempire.

La cosa triste, o strana se volete, è che non ho idea di che decisione possa prendere in merito a qualsiasi cosa per cambiare lo stato delle cose, in primis la Mia Vita. E’ questa passività disarmante che mi sento addosso che mi distrugge, come se non riuscissi a reagire, a rialzarmi mai.

E ho paura del Tempo, di star perdendo quantità industriali di Tempo che non tornerà mai più. Tipo che tra 10 anni mi sveglierò un giorno pensando tra me e me “ma che cacchio di diavolo ho fatto fino ad ora? Dov’era il mio cervello quando ancora tutto era una scommessa, una roulette russa di esperienze da fare?” E in quel momento – se mai arriverà – sentirò un tuffo al Cuore, lo so.

Perché sarà troppo tardi.


Diversamente Occupati

luglio 30, 2008

Ho ricevuto via mail due vignette molto carine disegnate e pensate da Arnald. Come potete vedere qui sotto, tutti i personaggi hanno un sacchetto di carta in faccia, giusto per ricordarci che non siamo degni di poterci permettere un po’ di dignità, almeno non in questo paese.

Andate a fare un giro sul suo blog, che ci sono tante strips molto divertenti ma che fanno riflettere.
Che non avete mai tempo, lo so, e piuttosto che fermarvi 5 minuti a leggere preferite guardare.


Agevolazioni e contributi per l’acquisto di un pc con contratto a progetto

luglio 29, 2008

E’ da svariati mesi che dal pannello di controllo di questo blog noto una cosa interessante: uno dei post più letti e ricercati sui motori è quello riguardante le notizie sull’aggiornamento dei contributi per l’acquisto di un pc da parte di possessori di un contratto a progetto.

Essendo il post del novembre scorso, ho deciso di ridare una spolveratina all’argomento. Nel frattempo infatti sono cambiati governi, ministri, ecc… In realtà poi poco è cambiato; evidentemente Tremonti non si è ancora accorto che i cittadini più deboli potrebbero trarre un piccolo vantaggio acquistando un computer.

Premessa: il sito di riferimento per avere notizie in merito alle agevolazioni ed ai contributi sull’acquisto di personal computer per i lavoratori con contratto a progetto rimane questo.
Qui invece trovate le categorie dei beneficiari che possono usufruire dell’iniziativa, cioé:

  • residenti in Italia ed iscritti all’Anagrafe tributaria

  • titolari, all’atto dell’acquisto del PC, di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (ai sensi dell’articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165)
  • titolari di un contratto di lavoro a progetto (ai sensi dell’articolo 62 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, attuativo della legge delega 14 febbraio 2003, n. 30)
  • titolari di assegni per la collaborazione ad attività di ricerca (di cui al comma 6 dell’articolo 51 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni)
  • ai fini dell’iniziativa, si considerano validi anche i contratti scaduti tra il 1° gennaio 2007 e il sessantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto 8/6/2007 (come modificato dal Decreto 5 ottobre 2007)
  • persone che non hanno già usufruito delle precedenti iniziative “VolaconInternet” (progetto PC ai giovani) e “Un c@ppuccino per un PC”, promosse dal Dipartimento per l’innovazione e le tecnologie della Presidenza del Consiglio dei Ministri

  • Il limite di età dei 25 anni non esiste più, quindi basta sostanzialmente essere un lavoratore co.co.co. o a progetto. Il contributo di 200 Euro è valido per tutti coloro che soddisfano i suddetti requisiti; avete tempo fino al 31 dicembre 2008.

    Qui trovate invece la lista di gran parte dei rivenditori che aderiscono all’iniziativa. Per esperienza personale vi dico che molti negozi, pur aderendo, non sono presenti in lista; non è quindi escluso che il vostro negozio di computer preferito che si trova proprio sotto casa, nonostante non pubblicizzi l’iniziativa, aderisca. Chiedete al titolare o chi per lui insomma.

    Questo perché ho usufruito dell’iniziativa nel dicembre 2007 e qualche giretto nei negozi l’ho fatto; è valido sia per l’acquisto di un pc che di un notebook (ma non per apparecchi come l’Asus Eee, furbacchioni, qui trovate le caratteristiche che deve soddisfare il prodotto che volete acquistare). E sì, i 200 euro ve li stornano subito al momento dell’acquisto, devono farlo, quindi non fatevi fregare. Se per esempio il prezzo del pc è di 1.000 Euro, all’atto dell’acquisto dovete pagarne 800.

    Infine, per inciso, se proprio volete farvi un regalo e spendere un po’ di soldi, evitate di comprarvi un dannato televisore a schermo piatto, ormai diventato lo status symbol del più barbone. Scherzi a parte, se potete permettervelo, avete un’ottima occasione per comprarvi un computer. Anzi, compratevi un Mac magari, detto con tono non troppo integralista, giusto perché anche l’occhio – ma non solo – vuole la sua parte.

    Scoprirete per esempio che il mondo è ben altro che quello che vi fanno vedere quotidianamente. E che su questa Terra ci sono tantissime persone e tantissimi luoghi, anche virtuali, che vale la pena di conoscere.
    Per essere più liberi oserei dire.