Quando il posto di lavoro non CePu

maggio 16, 2008

Il banner dei precari di Cepu

Pubblico una lettera pervenutami da iprecaridicepu.net:

“Ti scrivo a nome dei collaboratori a progetto di grandi scuole e cepu di Bologna, io lavoro al nidil-cgil della mia città.
Come puoi vedere anche dal nostro sito iprecaridicepu.net, mercoledi scorso abbiamo fatto il primo sciopero della storia di questa azienda. Non è stato semplice. Il clima in azienda è duro, la paura diffusa, i contratti scadono a giugno e non è detto che a settembre vengano rinnovati. Chi osa ribellarsi, è solito che venga punito così.
Ora però che a Bologna si è mosso qualcosa, anche in altre città qualcosa si sta muovendo.
Entro fine giugno dobbiamo raggiungere il nostro obiettivo, cioè la stabilizzazione.
è possibile. Prima dello sciopero avevamo un obiettivo: farci dare un incontro dall’azienda, e l’abbiamo avuto. Ora occorre fare di tutto perchè si parli di questa lotta, perchè più se ne parla più saranno i lavoratori di cepu e grandi scuole che ne verranno informati, più se ne parla e più l’azienda avrà voglia di chiudere la partita.
Per questo ti chiediamo di mettere online un nostro banner in segno di solidarietà e appoggio, lo trovi sul sito.”

Insomma mentre in tutte le grandi città italiane campeggiano gigantografie pubblicitarie di Cepu e Grandi Scuole, con famosi testionial strapagati, c’è gente invece che rischia di non poter più lavorare, se non a condizioni disumane.

Simone spero che facendo girare la cosa, problemi come questo arrivino ad essere discussi da chi di dovere. Conosco abbastanza bene la situazione (in decine di call center funzionano così le cose, se non peggio), quindi coraggio, tenete duro e non abbassatevi a dire sì ad ogni costo.

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Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep. 3] la trappola dello stage

dicembre 17, 2007

Da una ricerca di Repubblica è merso che in Italia, tra gli stagisti, 4 laureati su 10 sono senza paga e molti lavorano anche più di 48 ore a settimana, gratis. Come si fa a non essere ottimisti quindi sul futuro che aspetterà al nostro paese? La futura classe dirigente infatti nella maggior parte dei casi non è inserita in nessun progetto o contesto formativo, che tradotto in parole povere vuol dire che non ti fanno imparare niente o, peggio, ti fanno fanno fare le fotocopie oppure ti usurano fino all’ultimo giorno per poi ringraziarti con un bel calcio nel sedere; e via con un altro stagista, finché legge non ci separi. Le aziende italiane infatti sono gestite per la gran parte da vecchi che non sanno manco spedire una mail, figuriamoci se sono capaci di gestire nuove partnership e nuove collaborazioni con università e ricercatori o se arrivano a capire che per investire nel futuro e far crescere l’azienda stessa forse è meglio valutare qualcuno sì, per qualche mese, pagandolo e facendolo sentire un essere umano (sì, lo è anche se è un laureato, vi giuro che non abbiamo antenne verdi o cose del genere), per poi magari assumerlo, cominciando a far fruttare questo investimento. “Ma no dai, è meglio prendere un altro stagista e sfruttarlo, così faccio risparmiare all’azienda 2 lire e faccio bella figura con l’amministrazione e l’ad”.

L’allarme sull’abuso degli stage è stato lanciato dalla Commissione Europea ovviamente: sognatevi che ad accorgersi sia stato qualche politico italiano. Come sapete la Legge Maroni, quella che ha portato milioni di giovani a regredire di almeno 50 anni a vantaggio della bocca di Berlusconi che poteva così raccontare le sue storie sui posti di lavoro in più (“un contratto firmato oggi, e due contratti firmati domani” era uno dei vari motti di un co.co.pro), sta distruggendo non solo intere generazioni prima che finiscano la scuola ma hanno segnato profondamente la vita futura del nostro paese. Perché è inutile darsi da fare solo da un lato se poi dall’altro si va verso la direzione dei settantenni o dei politici di turno. Con buona pace della maggior parte della popolazione italiana che, ricordiamolo, è vecchia (dentro).

La gran parte di loro ha meno di ventisei anni, possiede almeno un titolo di laurea, e non riceve neppure un euro per lavorare, o imparare a lavorare, anche fino a 48 ore a settimana. Più della metà degli stagisti ha ripetuto, o è stato costretto a ripetere, l’esperienza più di una volta e, alla fine di quei mesi trascorsi in azienda, un terzo di loro ha dovuto amaramente confessare che lo stage non è servito a nulla. Ma soprattutto, la maggior parte di loro non ha avuto, durante il tirocinio, alcun progetto formativo

Praticamente lo stage non è altro che una riga in più da aggiungere al curriculum: «quanto all’esito occupazionale, a quasi sei stagisti su dieci non è stato proposto alcun contratto (il 55 per cento), al venti per cento è stata proposta una collaborazione a progetto, al dieci per cento un contratto a tempo determinato e al sei per cento un contratto a tempo indeterminato». Ad altre invece è stato proposto un posto sotto la scrivania del capo.

[…] “Lo stage è troppo spesso un lavoro mascherato da tirocinio; non si tratta di volontariato, ma di una formazione che deve essere pagata e deve dare valore aggiunto al tirocinante. Inoltre non è possibile che ci siano giovani che saltano da uno stage all’altro senza avere un lavoro vero. Questo diventa dumping sociale e va combattuto.” […] “Basta con il lavoro mascherato da tirocinio; basta con i rimborsi mancati, i rinnovi senza garanzie e i passaggi da un’azienda all’altra senza mai ottenere un lavoro vero.”
Chissà se un giorno ci saranno mai la rivolta degli stagisti o la rivolta dei co.co.pro.. Cosa accadrebbe? Panico nelle aziende per mancanza di persone che sanno fare fotocopie e proteste tra le persone che bombardano i vari servizi clienti per mandarli affanculo per un qualunque motivo. E il giorno dopo? Niente, tutti a casa licenziati. E via con altri disperati da prendere.
Perché la solidarietà sociale ed il patto generazionale dovrebbe anche essere questo: lottare uniti contro chi vuole assolutamente imporre un modello di società basato sullo sfruttamento sociale dei più deboli.

Gli Episodi precedenti:


La storia di Erica

dicembre 3, 2007

Non servono commenti ulteriori alla storia di Erica. Narra di una favola vissuta nell’Italia moderna, una favola ai limiti dello schiavismo e del signoraggio puro, senza dimenticare le condizioni disumane in cui ha vissuto Erica; io l’ho letta tutta d’un fiato per poi rimanere senza parole: le parole di conforto infatti credo servano a poco o niente. Non credo sia una storia falsa; purtroppo ci sono troppi dettagli e troppi sentimenti che traspaiono. Questa volta quindi la storia non comincerà con un “c’era una volta”.

Leggi il seguito di questo post »


Egoismo Generazionale

novembre 5, 2007

La mia è una generazione caratterizzata dal “poco” e dal “troppo”: poche speranze troppo grandi, poco futuro troppo distante, pochi soldi… Una generazione strana, cresciuta con certi modelli, con certi valori, in entrambe i casi pochi e negativi.
I precari italiani stimati, senza contare chi lavora in nero o chi lo è perché ha la possibilità di lavorare soltanto saltuariamente sono almeno 2 milioni, un numero simile a quello degli altri paesi europei. Ma c’è un enorme problema di fondo: in Italia non esistono i cosiddetti ammortizzatori sociali e tra una disoccupazione e l’altra, il precario medio non vede un euro e non ha nessun tipo di vantaggio sociale, nonostante quando lavora è costretto a guadagnare pochissimo, grazie alla legge Maroni (o legge 30, chiamiamola col nome vero). Che sì, poteva aiutare molti giovani ad entrare nel mondo del lavoro, facendo esperienza ma accanto a questa legge forse andavano pensati questi simpatici ammortizzatori sociali. Parlando di welfare infatti siamo rimasti molto indietro se solo guardiamo agli altri paesi europei; basti pensare a paesi come Francia o Spagna in cui esistono ad esempio “fondi comuni”, piccole garanzie e tanti altri tipi di vie per aiutare i più deboli ma non per forza più stupidi.
L’attuale e circense governo di democristiano centro-sinistra aveva stilato un programma e in questo fantomatico programma aveva promesso “il superamento della legge 30″, speranza vanificata dopo la sottoscrizione del famigerato protocollo sul welfare, che ancora una volta di più ha rettificato la legge Maroni e ci ha reso una generazione tradita. Ma da chi? Certo, dai politici vecchi, che pensano a soluzioni temporanee per la loro esclusiva vecchiaia e che quindi non sono in grado di pensare al futuro di un paese vecchio con dei cambiamenti utili ai giovani e quindi alla nazione stessa, ma anche da persone a noi molto vicine. Zombie? Alieni? Niente di tutto questo.
Parlo dei nostri genitori, dei nostri nonni o di chi è andato in pensione da poco. Sì perché con lo scalone ora in pensione moltissimi andranno a 58 anni e non più a 60, una mossa geniale considerato le disastrose casse del fisco che si perpetuano dagli allegri governi craxiani e democristiani in poi, in un gioco di scaricabarili senza fine. Quanto costa questo cambiamento? 7,4 miliardi di euro. Ma da chi saranno pagati questi bei soldoni? Semplice, dai precari moderni, dai lavoratori che sono felici di essere apostrofati come flessibili. La dimostrazione sta nel testo del protocollo: i soldi saranno presi “dagli enti previdenziali”, “dall’aumento di aliquote contributive per gestione separata parasubordinati” e “parasubordinati non esclusivi”; tradotto in volgare significa che i precari pagheranno le pensioni baby dei parassiti che andranno in pensione a 58 anni.

Se non avete voglia di leggere i miei ragionamenti è spiegato tutto qui, nel video-servizio realizzato dall’ottimo Sortino per le Iene (consiglio vivamente la visione). Dispiace che cose di questo genere vengano trattate da programmi di intrattenimento (in seconda serata) come questo e non dalle patetiche e non-serie trasmissioni di approfondimento, ma cosi è se vi pare. “Ma cavolo sonounprecario, chi ci difende a noi precari?” La risposta è “non lo so, però secondo me superman e batman esistono, quindi confido nei supereroi”. Nel senso che sarà un caso, ma i sindacati difendono chi rappresentano, cioé i vecchi: più della metà degli odierni iscritti ai sindacati infatti è già in pensione. Una volta di più vi dico che siamo un paese vecchio, governato da vecchi che prendono decisione per i vecchi, perché rappresentano i vecchi.
Quindi la colpa è anche un po’ nostra che ci disinteressiamo di tante cose, pensando che siano ancora troppo lontane da noi per considerarle. Abbiamo il terzo peggior debito pubblico, non ci sono più soldi per le nuove generazioni, la “bella vita” l’hanno fatta le generazioni precedenti, che ce l’hanno fatta crescendo “a debito”.

Stasera quindi tutti a casa a incazzarci coi nostri genitori, la ramanzina gliela farete voi: spiegategli che cos’è l’egoismo generazionale.

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Abolitela

settembre 30, 2007

Per una volta la chiamerò con il suo nome: Legge Maroni. Giusto per evitare scontati teatrini sul nome di Marco Biagi.
Repubblica ha lanciato vari sondaggi sulle primarie del Partito Democratico e tra questi, settimana scorsa è comparso quello sul lavoro, nota dolente per la sinistra moderna. Infatti, alla domanda «cosa differenzia, oggi, il lavoro flessibile e precario, secondo Lei? Cosa pensa debba fare il PD per evitare che (soprattutto per i giovani) il primo scivoli nel secondo? A questo proposito, qual è il suo giudizio sulla legge 30?», hanno risposto i 6 noti candidati (Veltroni, Bindi, Letta, Adinolfi, Gavronski e Schettini).
Tutti hanno detto in breve la loro sulla “famigerata legge 30”, affermando cose più o meno sensate, ci mancherebbe. La Bindi parla di correzioni, ammortizzatori sociali, reinserimento e termine massimo entro il quale stabilizzare il contratto (domanda da profano: ma se ti lascio a casa una settimana prima della scadenza?!); Letta punta sul riscatto della laurea a costi bassi, sulla totalizzazione dei contributi, sui contributi figurativi; Veltroni ne parla più in generale, mediando come in un discorso elettorale. Dice che «la legge Biagi non ha creato la precarietà, né ha impedito la crescita dell’occupazione a tempo indeterminato», che può essere rivista […]» e che bisogna «dare tutele a chi oggi non ne ha». Che scoperta; ma non sono d’accordo nel dire che la Legge 30 non abbia dilatato il fenomeno della precarietà. È come dire che l’indulto non ha rimesso in libertà dei delinquenti.
Adinolfi invece per una volta mi stupisce e mi vede abbastanza d’accordo, forse perché – parole sue – la precarietà l’ha vissuta sulle spalle: «sono disponibile a entrare in un’azienda da precario, ma con il passare del tempo devo vedere i diritti, fino alla stabilizzazione in un arco di tempo certo. Altra modifica decisiva: i precari rischiano molto e allora quel rischio deve essere monetizzato. Devono guadagnare di più. L’azienda che se ne serve può mandarli via a fine contratto, ma mentre lavorano deve remunerarli maggiormente». Infine, Gavronski e Schettini fanno accenno ai correttivi e alla effettiva chiusura unita al nepotismo del mercato del lavoro.

Pensieri, parole, modifiche e correzioni; chi più ne ha, più ne metta. La legge 30 era ed è un punto fisso del programma dell’attuale governo e a parte tante chiacchiere, non si è ancora arrivati a niente. Perché, mi chiedo io?
Una cosa ho purtroppo riscontrato in tutte le dichiarazioni dei candidati alla guida del PD: nessuno ha mai parlato di abolire la legge Maroni. Le promesse elettorali di abolizione sono quasi scomparse. E giunti a questo punto, arrivare ad abolire la legge vergogna è praticamente impossibile. È sempre troppo tardi.

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Precario Jumping

giugno 26, 2007

Tre milioni e mezzo di precari che nel 58 per cento dei casi percepiscono una retribuzione lorda di 10.000 euro l’anno

E questi sono i casi buoni. Adesso poi va di moda parlare di “correttivi”, piccole modifiche allo scempio provocato dalla Legge Biagi che non servono ad altro che ai politici per dire che “hanno rispettato il programma”. Che nessuno conosce o ha letto probabilmente.

Sì perché proporre 3 anni minimi vuol dire che quando sta per scattare il termine per l’assunzione (cioé stanno per scadere i 3 anni appunto), si interromperanno i contratti a termine e il lavoratore dovrà ricominciare da un’altra parte. E così via, perché le aziende italiane amano fare questi giochetti.
Il problema sarebbe in realtà questo: bisognerebbe spiegare ad alta voce che le aziende non possono continuare a fare contratti a progetto nei quali lo scopo del progetto è la vendita quando la vendita è l’attività ordinaria dell’azienda stessa. E’ ovvio; bisognerebbe andare a monte del problema. Se invece si va a Montezemolo del problema, sentiamo stronzate del tipo:

Si deve avere il coraggio di dire la verità, e la verità ci dice che le norme che hanno introdotto flessibilità contrattata nel mercato del lavoro dal Pacchetto Treu alla legge Biagi hanno dato buoni risultati in termini di sviluppo e occupazione e se uno strumento funziona non è accettabile modificarlo solo per ragioni ideologiche o di bandiera.

Frasi che dette in Confindustria fanno battere le mani agli amichetti imprenditori che non pagano le tasse e in più sfruttano dei lavoratori in evidente debolezza, ma frasi che il personaggio in questione non avrebbe i co**ioni di dire, che so io, davanti a centinaia di operai nelle fabbriche. E’ bello giocare a fare l’industriale-imprenditore che ha capito tutto tirando acqua soltanto al proprio mulino senza rendersi effettivamente conto dello stato in cui versano i lavoratori precari italiani.

Oggi precari sottopagati, domani senza pensione e poveri costretti a mangiare alla mensa della Caritas.

Vorrà dire che andremo tutti insieme a citofonare a casa di Montezemolo, che aggiungerà un po’ di posti a tavola; dopotutto, se sposti un po’ la seggiola, sei comodo anche tu.

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Le tutele (non rispettate) della Costituzione per i lavoratori a progetto

marzo 17, 2007

http://www.pieroricca.org/2006/04/ foto tratta dal blog di Piero Ricca

Pubblico il commento di friend, che spiega chiaramente come molto spesso il lavoro “a progetto” mascheri un qualche cosa fuori legge:

“La legge 30 purtroppo è una legge che favorisce le aziende non detassandole ma dando la possibilità alle stesse di abbassare il costo del lavoro sul prestatore stesso (lo ammette anche l’ex ministro Maroni in una recente intervista: il contratto a progetto è stato “frainteso” dalle aziende rispetto ai presupposti su cui era nata la legge).

L’Art 36 della costituzione obbliga il datore a fornire uno stipendio che possa assicurare una vita libera e dignitosa!!!. In molte vertenze il giudice ha riconosciuto al lavoratore una integrazione dello stipendio (specie nei casi delle classiche 500-600 euro per 8 ore giornaliere) e il pagamento delle relative differenze dal mese in cui è stato posto in essere il contratto a progetto (escludendo i relativi intervalli tra uno e l’altro). Nel merito della quantità e qualità della prestazione sarà il giudice di merito (e non il datore) a decidere. Ovviamente “l’esperto” non si accontenta delle 500 (lorde) ma ne vorrà dai 1300 (nette) in su e poche aziende possono permettersi l’80% del personale a certi costi. Ecco perché in Italia non funziona nulla! Si assumono persone non professionali e/o non professionalizzate adeguamente dal datore (art.7 dlgs 368/01). Gli stessi lavoratori non sono incentivati in questo contesto; l’Italia è una società di servizi e non produce più (tutto o quasi è made in Cina dove la tutela del lavoratore è quasi 0; come poter competere con non viene pagato – aggiungo io- ma schiavizzato?): questo forse il problema.

Autocritica: i nostri genitori con le loro lotte hanno portato a casa importanti leggi sul lavoro. Noi giovani invece scendiamo in piazza solo se la juve o lazio rischiano la b o andiamo al mare invece di votare il referendum sull’estensione dell’articolo 18. Il mio consiglio/speranza è quella di una “lotta” civile a cui devono partecipare tutti. Lotta da espletare con vertenze che richiedono non solo la conversione del contratto ma in determinati casi, in via subordinata, anche l’integrazione e i relativi arretrati dello stipendio. Evitate di pensare se vi conviene o meno fare vertenza ma pensate che la lotta di uno affiancata a quella di altri può cambiare lo stato delle cose. E’ auspicabile infatti che se una azienda è carente in più vertenze, sarà poi la stessa a fare contratti a progetto di 850euro (lorde) invece che 500 o 600 (lorde).

Un cordiale saluto a tutti.”

Sarebbe interessante fare leggere la Costituzione (per lo meno i principi fondamentali, la prima e la seconda parte) nelle scuole (ma anche ai politici, ad alta voce). Ma si sa, l’educazione civica è una materia in disuso in Italia.