Peer to pirl

ottobre 6, 2007

La fonte è riportata nel link dell'immagine stessa

Dopo i vari fatti degli ultimi giorni (9.250$ di multa per ogni brano scaricato), dopo le chiusure di vari siti, forum o mirror dedicati al p2p nell’ultimo mese sorge spontanea una domanda: perché le Major sono così sicure che la strategia del terrore sia quella giusta? Perché non imparare invece a sfruttare i nuovi canali? Tanto io i cd e i dvd non li ho mai comprati, se non per qualche sporadico regalo, figuriamoci se mi metto a farlo ora. Non pagherò mai dai 20 euro in su per comprarmi un cd o un dvd che vuoto vale meno di un euro.

In merito a questo spinoso argomento consiglio sempre un’ottima lettura, che spiega sin dalle origini il copyright, il copyleft e tanti altri aspetti, tra cui il passato non tanto remoto in cui le Major sono state salvate dalla bancarotta perdendo un noto processo contro l’home video. Allora infatti si parlava di musicassette e videocassette, ora ovviamente di altri supporti. Le major infatti devono ringraziare l’home video ma ora dovrebbero semplicemente capire che le strade, i canali di fruizione sono cambiati, si stanno rapidamente trasformando. Le cause non sono una buona pubblicità, credetemi: con il passaparola infatti si può fare un danno maggiore.

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Il papa è per il p2p

settembre 23, 2007

Da MelaBlog

È ufficiale, il papa è a favore del peer to peer:

[…] Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti.

Se l’ha detto il papa, le major sono avvisate; Gentiloni potrebbe prendere la palla al balzo per proporre l’abolizione del decreto Urbani.
È attesa, nella prossima omelia, un discorso-guida per il settaggio del “papaMule” e una corretta configurazione del filtro ip, onde evitare server spia della RIAA.

Cristiani di tutto il mondo, condividete, siate un po’ comunisti ed open-source nella vita. E vedrete che probabilmente comincerete a smettere di diffondere intolleranza ed odio verso chi non la pensa come voi. Poi forse, in questo mondo, potrebbero anche esserci meno guerre.

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La carta d’identità del “Telefoninux”

luglio 10, 2007

//www.openmoko.com      //www.openmoko.com/

Da lunedì scorso è cominciata la vendita del primo telefono open-source che come sistema operativo utilizzerà Linux.

Nome. Il suo nome è Neo 1973 ed è il primo smartphone che utilizzerà “OpenMoko”, piattaforma basata appunto su Linux. Caratteristica principale del telefono è ovviamente l’essere aperto a qualsiasi modifica, sia a livello hardware che software. Geek e nerds di tutto il mondo scatenatevi.

Stato civile. Sembra che il costo oscillerà tra i 300 dollari della versione tranquilla e i 450 dollari della versione “hacker” advanced, cioé quella in cui ti spediscono a casa una valigetta con tutto l’occorrente per esplorare hardware e software (siamo tra i 220 e i 330 euro); certo, non toccherete solo con dito unto ma anche con pennino (non panino!), e soprattutto si potrà smanettare ed installare software di terze parti. Già da molti è stato infatti ribattezzato come diretto concorrente dell’iPhone (sulle funzioni non c’è paragone, lo dico ai fan di Apple ad ogni costo, nonostante la prima versione dell’iPhone sia un po’ una ciofeca), specialmente perché la filosofia del telefono, così come viene espressa dal progetto stesso, è quella di hackerare, cioè andare contro tutte quelle piattaforme chiuse e sigillate che non permettono nemmeno un minimo di personalizzazione (mi sembra una bella presa in giro dire di essere 2.0 mettendoci un servizio integrato per youtube e ciaopep).

Professione. Di certo questo prodotto non potrà diffondersi facilmente sul mercato; all’inizio, a mio modesto parere, sarà acquistato ed usato da una piccola nicchia di smanettoni e geeks curiosoni. I punti forti del suo operare stanno alla base: la filosofia open-source e la completa e più estrema personalizzazione che permetterà ad ogni utente di avere “il suo telefono”, un Neo 1973 uguale, ma diverso da ogni altro.

Connotati. Le caratteristiche del Neo Base sono visibili qui, mentre quelle del Neo Advanced qui. Interessanti la scelta di un processore a basso consumo, i due accelleratori 3D che consentono al’interfaccia di cambiare automaticamente a seconda di come viene orientato il dispositivo e la presenza di uno slot USB 1.1 client e host che permette tra le altre cose l’installazione di periferiche e la gestione delle stesse dal dispositivo.

Segni Particolari. Open-source; non mi stancherò mai di dirlo. Ad ottobre probabilmente verrà messa in commercio una versione avanzata che fara drizzare le orecchie agli hackers (802.11 b/g WiFi, Samsung 2442 SoC, SMedia 3362 Graphics Accelerator, 2 3D Accelerometers, 256MB Flash…): e allora, giu tutti a cercare hot spots o reti wifi in cui infiltrarsi, magari solamente per twitterare.

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Beneficenza open-source

maggio 10, 2007

L’Associazione per il software libero, dopo aver ascoltato la ridicola proposta di microsoft (“245.766 euro all’anno, poco più di 20.000 euro al mese da suddividere in tre Centri di Ricerca “tramite terze parti, sulla base delle necessità specifiche di prodotti hardware, software, servizi di supporto tecnico e attività formative” – questa cifra rappresenta lo 0,0007 % del fatturato della suddetta corporation, pari a 44.282.000.000”) di voler investire 737.300 euro nei tre centri italiani, si è messa prima le mani nei capelli, poi si è rimboccata le maniche e, conti alla mano, ha fatto una proposta irrinunciabile.

Conti alla mano infatti, non solo l’investimento sarebbe superiore, ma in termini di risparmio, usare software libero e/o open-source, vorrebbe dire risparmiare non so quanti milioni di euro in licenze, aggiornamenti ed acquisti di programmi vari di microsoft o altri grandi nomi. Insomma, sarebbe una cosa molto intelligente, un gesto sensato verso i contribuenti ma soprattutto un esempio portato direttamente ai cittadini, che potrebbero cominciare a scoprire che anche se un programma non costi centinaia di euro o più possa essere molto valido, se non migliore e specialmente migliorabile.

“Al fine di realizzare quanto sopra indicato, l’Associazione per il Software Libero si impegna a mettere a disposizione del Governo, per un periodo di cinque anni, attività formative, materiale didattico, soluzioni tecnologiche e software, direttamente o delegando aziende italiane che lavorano nell’ambito del software libero, per un valore complessivo dell’ordine di 10.000.000 (dieci milioni) di euro all’anno.”

Per di più sarebbero soldi italiani investiti in universit, aziende e cervelli italiani. Un’occasione fantastica anche davanti agli occhi del mondo, per dare il giusto spazio alla filosofia open-source ma non solo. Valorizzeremmo il nostro paese, cosa non da poco. E i soldi risparmiati potrebbero essere utilizzati per altri scopi.

Un piccolo ma significativo esempio avviene già da tempo in una scuola di Bolzano: insieme agli esperti, hanno gradualmente sostituito i sistemi operativi e i programmi didattici offerti agli alunni con software open-source, e quindi modificabile o adattabile allo studente stesso (per lo meno potenzialmente). A voi il video di Report:

Speriamo che il Governo, nel disagio generale, dia un segnale netto, un input italiano almeno questa volta.


Emi…cadde una Apple sulla testa.

aprile 2, 2007

//www.1000bit.net/ - La fonte è presente nel link dell'immagine stessa

Oggi su Repubblica leggo che Emi avrebbe raggiunto un accordo con Apple per poter vendere le canzoni sullo store di iTunes senza Drm (Digital Rights Management una sorta di SIAE trasformata in lucchetti digitali). Che tradotto vuole semplicemente dire che sarà in teoria possibile copiare ed ascoltare le canzoni acquistate (da iTunes) in qualsiasi lettore mp3.

A me pare invece una sorta di compromesso (…non so ma mi è venuta in mente la terribile immagine di Bill Gates che appare su uno schermo dietro a Jobs. Forse esagero…); nel 2005 infatti le posizioni erano queste. E a febbraio di quest’anno il caro Steeve (Jobs) aveva spedito la letterina a babbo natale major bacchettandoli sulla loro ingordigia economica. Le posizioni troppo open di Jobs erano un po’ troppo fastidiose, ma senza dubbio lungimiranti (già): in più siccome si chiamano major e non siae, non sono totalmente rimbecillite (dopo un po’ di tempo hanno capito che l’home video le ha salvate dal tracollo un bel po’ di anni fa per esempio) ed ogni tanto intuiscono che forse bisognerebbe compiere qualche passetto nel verso giusto: piccolo per le major, grande per noi, almeno in teoria.

Sì, perché dietro quegli 1.29 dollari invece di 0.9 (per un mp3, ebbene sì, moltiplicatelo X 12-15 canzoni di un cd vario per esempio) mascherati da una “qualità migliore” secondo me c’è semplicemente la scusa per fare più soldi. Insomma, ti do il contentino, ma dammi qualche soldino! Questo per dire che Jobs è avanti ma…è anche furbo, giustamente: “Vendere musica digitale senza Drm è un passo obbligato per l’industria musicale – ha dichiarato il Ceo di Apple Steve Jobs – e la Emi guida ancora una volta l’industria con un’innovazione che lascerà il segno. Il catalogo reso disponibile da oggi non solo è senza Drm. Ma anche di una qualità superiore. Penso che gli utenti di iTunes saranno contenti di pagare appena 30 centesimi in più per le loro canzoni. Ovviamente, sarà sempre possibile acquistare le stesse canzoni, ma di qualità inferiore, con i Drm. Vogliamo dare alla gente possibilità di scegliere. Questa è la libertà digitale”. No, la libertà digitale per me non è questa.

Apprezzo il piccolo sforzo e comunque sia…continuo ad avere fiducia nel lavoro..di Jobs (questo nuovo iRack è proprio una pacchia!).


Ri-Progettare

marzo 13, 2007

Qualcuno, seguendo la filosofia del BarCamp, si da da fare e prova a riprogettare il neo-nato ma già odiato italia.it discutendone, con idee e iniziative annesse.

Perché prima di buttare 45.000.000 di euro, senza considerare gli 80.000 per il bellissimo logo che dovrebbe presentarci agli occhi del mondo e rilanciare il nostro turismo, forse era meglio parlarsi, chiarire come il web stava ed è cambiato e cosa potrebbe risultare utile nella costruzione di un portale simile. Non un css, non un feed RSS…

Italia.it è lo specchio dell’Italia reale: sperperi ingiustificati, mangia-tu-che-mangio-anche-io, soldi a palate dati in mano a persone incompetenti, che fanno sparire i propri nomi ma non hanno fatto i conti con la blogosfera, e ritardo nell’ultimazione di un progetto.

I politici non hanno ancora capito (per fortuna probabilmente), e forse dovremo aspettare ancora 3 generazioni almeno, che cosa sia il web e che forse bisognerebbe chiedere pareri a chi ogni giorno contribuisce a sviluppare Internet, dal basso. Non basta portare un camion di soldi ad uno studio per fare un portale che debba rappresentare gli italiani. Non è mica il blog burlesco di De Gregorio.

Questa è l’ennesima testimonianza che stiamo andando sempre più verso una cultura partecipativa. Ognugno da il suo piccolo contributo perché specializzato nel proprio campo; si discute, la partecipazione è libera, open-source, orizzontale.

Posso solo fare un appunto a quelli di “RItaliaCamp”: “obbiettivi” lo scriverei con una “b” in questo caso…


Liberalizzazioni 2.0

febbraio 5, 2007

..Pensavo, parallelamente al capitolo della tesi che finiva, visto che siamo in periodo di liberalizzazioni: “perché non liberalizziamo anche l’Ordine dei Giornalisti?”

So bene che esiste un dibattito ma…solo nella blogosfera. I pochi giornalisti che dibattono e intuiscono che qualche cambiamento in atto ci sia sono pochissimi. Spesso sono anche gli unici che curano un blog. Probabilmente è soprattutto per quello che ancora in rari casi (qui in Italia), se non per stupidate (vedi segnalazione di video strani o coca cola+mentos) il passaparola della blogosphere non arriva a toccare i media tradizionali.

Un po’ perché la cara e vecchia tv ha un potere devastante sulle masse, con le sue immagini, i suoi meccanismi di presa sul pubblico collaudati dai Puffi in poi, e un po’ perché bisognerebbe cominciare ad abbattere quella sorta di xenofobia tecnologica verso ciò che ha più di 12 tasti (e quindi non compare in tv) e cominciare a parlare seriamente di una valida democrazia nell’informazione e nei contenuti.

Tralasciando le varie teorie fumose e fuffose sul web 2.0, proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere abolendo l’Ordine dei Giornalisti ed instaurando un feedback ragionevole per lo meno sui quotidiani on line:

  1. I giornalisti si suicidano in massa buttandosi giu dagli edifici di Mediaset gridando “Abbà Padre”: troppo pittoresco
  2. I giornalisti verrebbero quotidianamente “smerdati”, per usare un termine idoneo al caso, nelle loro traduzioni alla bell’e meglio evitando di verificare fonte e veridicità della notizia: garantito al 100%
  3. Le più “grandi firme” ci ricorderebbero retoricamente, come solo loro sanno fare, quanto siamo caduti in basso, quanto erano belli i tempi in cui si scriveva con carta e penna e ci si sporcava di inchiostro, quanto era bello raccontare la direzione del potere del momento e che l’invasione di questi diari personali da quattro soldi ha fatto crollare la credibilità verso l’informazione: lo so, credibilità e informazione italiana non c’entrano una beata fava
  4. Un po’ di persone a caso potrebbero scoprire i processi di filtraggio subiti dalle notizie e capire che fare il giornalista non era poi così difficile: di certo lo è fornire la verità e distinguere i fatti dalle opinioni; roba da yankee
  5. Ditemelo voi

…il sogno poi sarebbe quello di inventarsi in qualche modo una tvsfera o come cacchio volete chiamarla: non credo che sms inviati e letti in “sovrimpressione” c’entrino molto. “Pasquale ti amo by Carmela – Vi prego mandatelo in onda” (spesso con orrori ortografici) mi sa poco di feedback da blogosfera.

Ci pensate? Una tv democratica che viene dal basso degli utenti… Beh forse la cosa un po’ mi spaventerebbe: immaginate se tutto il pubblico televisivo, compreso quello di buona domenica, uomini e donne e co. avesse voce in capitolo. Brrr no, meglio censurare forse; per questo probabilmente non siamo ancora pronti.

Non si vuole portare via il lavoro ai giornalisti (nella maggior parte dei casi ci pensano già loro a rendersi ridicoli verso chi qualche domanda leggendo certi pezzi se la pone) o prendersi soltanto il merito della firma: semplicemente contribuire, in modo open-source, allo sviluppo dell’informazione e dei contenuti, rendendoli più “personali”, sviluppandoli e arricchendoli, ponendo fine a certi pezzi schifosi e falsi che in paesi come gli USA vengono spazzati via in poco tempo. New York Times e altri “giornaletti” se ne sono accorti, molti hanno fatto esperimenti di personal journalism, hanno ammesso che in molti casi il contributo dei blog è stato difficile da superare…qui cosa aspettiamo? Ci crogioliamo e ci chiudiamo a riccio nella speranza di mantenere quel vantaggino gnégnégné dato dall’iscrizione all’albo?

Scioperare quando fa comodo sì, fare il proprio lavoro mai più: questo l’Ordine…dei giornalisti 2.0.