Red bath mat

settembre 1, 2008

Ebbene sì, anche io sarò alla BlogFest (12-13-14 settembre), ma non chiedetemi quando. Sto valutando se riuscire a farmi sabato e domenica a Riva del Garda (ma esistono informazioni chiare in merito ai prezzi di pernottamento?), che il 10 settembre sarà il mio compleanno e dovrò pur festeggiare il primo quarto di secolo. Sigh e sob, il tempo passa anche per me.

Sicuramente parteciperò all’Adv Camp e possibilmente anche al FashionCamp ed al MediaCamp, vagando a zonzo in cerca di conoscenti, non-conoscenti e…ammiratrici (che non ci sono, ma fa figo dirlo, mi fa sembrare importante). Se per caso sei uno che ogni tanto ha il coraggio di leggermi e vuoi picchiarmi o semplicemente salutarmi, riconoscermi sarà facile: sono alto, biondo, occhi azz fai un giro su flickr e mi troverai con le facce più imbarazzanti possibili, non puoi sbagliarti. In caso, sono quello precario del gruppo.

Se non hai niente da fare in quel weekend, ci vedremo lì, a Riva del Garda; questo il programma della manifestazione. Se poi vogliamo riderci su esiste anche il Red Carpet, nel mio caso “Red bath mat” (tappeto rosso da bagno) per i Macchianera Blog Awards, in cui segnalare i blog preferiti divisi secondo varie categorie. Non si vince niente, ma se per sbaglio vuoi segnalarmi come migliore blog erotico, che so io, ricordati che devi indicare almeno 10 categorie.

Io cercherò di non segnalare i soliti noti, giusto per minare un po’ di certezze alla base del potere. Sì, mi piacciono le teorie di cospirazione. Ovviamente sono corruttibilissimo: in cambio di cibo e bibite offerte, voterei chiunque. Ah, se alloggerò la notte tra sabato e domenica in hotel, vorrei avvisare i blogger presenti nel mio stesso luogo di non stare tranquilli la notte.

Potrei entrare di soppiatto in camera e documentare le varie facce pasticciate dal sonno con videocamera e fotocamera; per essere gentile potrei bussare. Pubblicherei poi il tutto su flickr e youtube. E allora, in quel caso, sai che risate…


La Tv che diventa Tw

agosto 9, 2008

Dal Sole 24 Ore

Dopo il lancio di Democratica Tv da parte di Veltroni e del PD, arriva una triste notizia dall’ex direttore Medail: la tv della libertà chiude. Pochi ascolti giornalieri (6-7000 persone) e costi alti per uno struttura di ben 20 (!) persone. Che tradotto in parole povere, vuol dire che non se la filava nessuno.

Ma concentriamoci per un istante su questo apparente slancio web 2.0 di Veltroni: prima fa una dichiarazione in difesa della Rete, dicendo la sua sulla causa tra Mediaset, Google e Youtube, poi l’inaugurazione di una web-tv. Che abbia visto la Luce? No di certo.

Già Napolux ha ben delineato lo schema dei motivi di questo rinnovato interesse veltroniano verso Internet web: basta verificare gli account di twitter del PD e di Veltroni per intuire che vengono utilizzati solamente durante campagne elettorali o particolari avvenimenti legati al partito. Insomma, ancora non vengono comprese le vere potenzialità del mezzo, soprattutto nel lungo periodo: ehi consulenti politici, se vi dico relazioni pubbliche vi viene in mente qualcosa?

Vatti a fidare di un giovane laureato smanettone del web: no, meglio affidarsi alle cariatidi della televisione piuttosto che scommettere su un rapporto più diretto, orizzontale e democratico legato ad Internet ed ai nuovi media. Sia mai che ai cittadini venga voglia di partecipare attivamente.

Sì perché è sintomatico che quando un’organizzazione politica annuncia un nuovo esperimento legato al web, manco fosse una scoperta rivoluzionaria, abbia e voglia ancora avere a che fare con la tv. E i giornalisti riprendono la notizia come se ci trovassimo davanti ad un evento incredibile. Verrebbe da chiedersi: ma siamo noi i diversi che vivono in un’altra dimensione, o sono loro che…vivono in un passato che si sforzano di mantenere in vita?

Conosciamo già la risposta purtroppo. Ma il dettaglio più evidente, e se volete più grave dal nostro punto di vista, è il riscontrare il fatto che i politici non sono più capaci da molto tempo di parlare alle persone, in qualunque modo. Malati di berlusconite acuta, esistono solo in tv, dietro una maledetta scatola, ereitando tutti i comportamenti propri di altri generi televisivi: e la politica viene dimenticata. Esiste il cosiddetto effetto setaccio per esempio, per cui i media danno più visibilità ai candidati più telegenici e più graditi dal pubblico. Mentre siamo qui a dibattere e discutere, a scrivere migliaia di post più o meno interessanti, si scopre così che i contenuti non interessano più – ai molti.

Certo, mi piacerebbe anche conoscere il parere di altri blogger in merito, ma la mia paura è quella che i politici stiano trasformando la “tv” in “tw”, o t-web, come preferite. Ma ciò non è possibile, in quanto non è pensabile comportarsi in un medium diverso utilizzando le stesse dinamiche della tv tradizionale, specialmente perché qui è casa di tutti e noi tutti vogliamo partecipare, fruire e contribuire.

Ecco perché ritengo che la non ancora nata tv democratica potrebbe finire per risultare l’ennesimo flop firmato PD: basti pensare anche solo al PD, quello vero, che per sicurezza non si sbilancia mai. Il mio timore è quello che diventi esclusivamente una vetrina in cui pubblicizzare il personaggio di turno: ennò, non funziona così.

Loro – giusto per distinguerci – non lo sanno, ma noi siamo ‘leggermente’ diversi dal pubblico televisivo.
Perché noi siamo davvero democratici.


Rai IV, la vendetta

luglio 15, 2008

https://i2.wp.com/canali.kataweb.it/UserFiles/Image/TELEVISIONE2/rai4_big.jpg

Ieri ha debuttato sul satellite il nuovo canale Rai, il quarto per la precisione. Si parla da subito di un canale votato ai giovani, ragazzotti che navigano in Internet, sensibili “alle suggestioni della moderna comunicazione”, come spiega Carlo Freccero, che stupido proprio non è.

Sì ok, ma c’è subito un problema sintomatico del fatto che nella maggior parte dei casi le cose vengono fatte senza ben sapere come dovrebbero in realtà essere: Rai 4 non ha un proprio sito Internet, tantomeno un blog. E questo non è un errore da poco per un canale che ritiene il web come fonte “formidabile di raccolta” di materiali proposti dalla Rete. Ok, magari il sito uscirà, ma cosa fai? Lanci il canale nuovo senza il sito?! Sì.

In più, come spiega Dario Salvelli, usare il DTT come tecnologia per andare incontro ai giovani mi pare una discrepanza, un errore alquanto strategico. Cioé non mi puoi parlare di contenuti e rapporto che cambia se per vederlo serve il digitale terrestre. Perché non provare un progetto totalmente votato ad Internet come Current Tv, allora?

La verità è che da anni in Italia non viene più fatta, progettata o pensata televisione; si preferisce importare continuamente format triti e ritriti, reality inguardabili o al massimo creare tristissimi giochi a premi condotti da presentatori imbarazzanti. E gli ascolti calano, però non si dice.

Se Rai 4 punterà sui giovani (recuperando peraltro le risorse finanziarie dalla chiusura di RaiUtile, talmente utile che non la conosce nessuno), c’è da dire anche che nel 2009 prenderà vita Rai 5, di cui ancora non si sa nulla. Alcune voci di corridoio spiegano che si stia parlando di altri nuovi canali dedicati “alle eccellenze del Made in Italy e ai lavori del Parlamento”… Una palla totale insomma, parliamoci chiaro: quante persone potrebbero guardare costantemente canali simili? Perché non date un’occhiata ai dati sulle caratteristiche socio-culturali degli spettatori? E magari sui loro gusti? E via così.

RaiSat è uno dei pochi comparti della Rai ad essere in attivo e capace di autofinanziarsi, quindi perché non puntare decisamente sull’innovazione e la sperimentazione? Carlo Freccero potrebbe essere la persona giusta, ma capisco che rapportarsi con la dirigenza, che certe dinamiche faticherà a comprenderle sino a che non scopriranno che negli Usa saranno avanti di 10 anni, e convincerla è dura, durissima.

Il futuro però non è il digitale terrestre. Prendiamo le altre Reti pubbliche del resto del mondo? Quanti canali hanno? Uno o due al massimo; la BBC ad esempio ne ha solo due. Se la tv di Stato vuole davvero sviluppare il modificato rapporto coi propri fruitori e puntare sui contenuti digitali, perché non si affidano davvero al web? Ne guadagneremmo tutti in qualità e soprattutto in riduzione di costi.
Che in un contesto pubblico non è cosa da poco.


Plis, visit her

luglio 5, 2008

La Rete per M.V. Brambilla
[il logo di Italia.it invece lo avevo già disegnato nel marzo 2007, qui]

No, Rutelli non ci bastava. Dopo la tragicomica esperienza del Rutellone nazionale (anche se Italia.it l’aveva ereditato da Stanca, e probabilmente i soldi sono in gran parte finiti in tasca ai suoi compari di IBM), torna prepotentemente in auge il portale Italia.it. Se ne occuperà una nota esperta di Rete, calze a Rete, Michela Vittoria Brambilla:

«Ho assunto io la gestione del portale Italia.It. Non ve ne posso parlare ora, la storia è complessa e ho bisogno di un pò di tempo. Ma ho istituito un comitato per le nuove tecnologie anche per dare una risposta a questi problemi»

Secondo voi quanti italiani conoscono la vera storia, i veri sprechi e le varie vicissitudini del portale Italia.it? Pochissimi. Ma il problema è un altro. Chi viene chiamato a gestire e rilanciare certi progetti non ha le competenze adatte, non conosce nessun tipo di dinamica del web.

C’è questa moda, da qualche anno a questa parte, di gestire tutto attraverso parole quali imprenditoria e soldi. Ma non si possono applicare ad ogni campo indiscriminatamente.
Perché la soluzione ce l’avrebbero sotto il naso, a portata di click, e sarebbe la più economica in assoluto: conoscere ed usufruire delle pratiche del web 2.0. Quanti blogger, quanti utenti e quante persone che ogni giorno lavorano in Internet potrebbero fare un progetto 100 volte migliore in pochissimo tempo e senza sprechi biblici? Tantissime. Cioé io non riesco a spiegarmi né ad immaginarmi come si possano spendere 45 milioni di euro per fare un sito. Per me sono tantissimi già 45 mila…!

La verità poi è anche un’altra: nessuna azienda privata pagherebbe quello che paga la pubblica amministrazione per lo sviluppo di progetti simili. I meccanismi che regolano la macchina pubblica quindi non aiutano (parlo di gare pubbliche, consulenze varie, ecc…) e i controlli sono probabilmente inesistenti. Spreco e sperpero a gogo.

Diciamo che questo portale potrebbe gioco-forza essere definito l’emblema del nostro paese: costa moltissimo e non produce nessun tipo di risultato.


Aggressivamente multimediali

aprile 27, 2008

«”In un mondo aggressivamente multimediale bisogna resistere per garantire la libertà e dignità della stampa” dice Napolitano. “Siete una grande realtà. Una stampa libera capace di investire nel rapporto con i lettori e capace di esprimere libertà e indipendenza” – dice alla delegazione Fnsi in occasione del centenario – “è un elemento di democrazia”»

Avevo provato ad avvisarvi: ora avete scoperto in che mani siamo.

Se anche un anziano presidente della Repubblica sente di avere voce in capitolo in qualcosa di cui probabilmente non capisce nulla, rassegnamoci: la strada che ci conduce ad un giornalismo più equo, intelligente e moderno è ancora troppo lunga e ricca di ostacoli.
Praticamente è un po’ la Salerno-Reggio Calabria dell’informazione italiana.

Ci vedono come dei sovversivi multimediali: arrivano persino ad inventare definizioni stupide come queste pur di far passare il concetto che Internet sia un posto bruttissimo fatto di persone represse, psicopatiche e con manie di onnipotenza.
Per loro la vera minaccia siamo Noi. Perché sono loro che per primi vogliono lo scontro, la contrapposizione ad ogni costo, la netta demarcazione delle differenze. Secondo la loro visione illuminata, le persone che tramite la Rete diffondono contenuti, fonti e discussioni vogliono portargli via il lavoro e quei pochi e sporchi privilegi traducibili in marchette e buffet.

Cose per cui si litiga anche qui, stupidamente. Non so se sia opportuno cominciare ad ignorare la classe giornalistica italiana, facendoci un bell’esame di coscienza, tutti quanti. Dobbiamo smetterla di trasferire il modo di pensare vecchio e tutti gli errori che ci stiamo ancora trascinando dietro anche nel web.

Che lo vogliate o no insomma, Internet ha cambiato tanti aspetti in moltissime professioni. E ha aperto tante altre strade. Se la reazione di chi l’informazione (non) la fa – e per inciso anche male – è questa, che si arrangi: probabilmente finirà per auto-estinguersi in un mare di lacrime di coccodrillo. Il vento che arriva dall’altra parte dell’Oceano è infatti cambiato da molto tempo. L’apertura mentale alle modifiche che il progresso degli strumenti dell’informazione e che la comunicazione odierna impone non si misura più soltanto in share e numero di lettori.

L’esponenziale crescita di importanza della partecipazione, la biunivocità nella creazione dei contenuti, i fruitori che diventano anche opinon leader, e così via. Queste sono le caratteristiche e le tendenze che dovrebbero interessare i giornalisti.
Cari i miei blogger, basta bersi i sondaggi propinati dai quotidiani sul fatto che la tv in Italia sia stata superata da Internet, basta illudersi che i professionisti dell’informazione si mettano per un istante in discussione. Perché non è così, purtroppo.

Preoccupiamoci di tenere la bussola nella direzione giusta, di coinvolgere le persone nel processo di aggregazione orizzontale e di produrre cose interessanti.
Poi il resto verrà da sé.


Beppe Grillo si BlogBabelizza

aprile 10, 2008

Secondo voi perché Beppe Grillo, per la prima volta, veste i panni del “blogger comune” e chiede ai lettori di essere votato nella classifica del Time?

Il risultato è che nella classifica dei top 5, il blog di Beppe Grillo è già straprimo con 108 e passa mila voti.

Ma con quale pro, con quale fine? Forse alcune parti della risposta possiamo ritrovarle qui e qui.

Stiamo sempre attenti a farci svuotare del nostro “Io” delegando a destra e a manca. Abbiamo bisogno di risvegliare il nostro pensiero individuale e la coscienza sociale comune, non di appiattire definitivamente le nostre idee sottoforma di commento ad un blog.


La sobrietà antica del giornalismo italiano

marzo 1, 2008

Da qualche tempo faccio caso alle differenze tra le versioni on line dei nostri quotidiani rispetto a quelle degli altri maggiori quotidiani stranieri ed ho notato delle notevoli discrepanze.

Non parlo solo del modo di scrivere, di riportare le notizie e di informare, ma parlo del colpo d’occhio, dei metodi usati per attirare l’attenzione dei lettori. Mentre in Italia infatti viviamo ancora in una sorta di mercato 1.0 dell’informazione “strillata”, dove chi fa le regole e scrive crede ancora che a vincere sia chi grida con la voce più grossa il titolo più grosso, negli altri paesi si sono accorti che è meglio offrire una vasta molteplicità di contenuti, col fine di fornire al lettore una scelta più “personalizzata”, fidelizzandolo in altri modi.

Provate ad esempio a confrontare le home page di Repubblica e Corriere con quelle del New York Times, del Guardian e dell’Herald tribune e fate caso (notizia principale a parte) alla grandezza dei titoli, ai colori scelti, alle parole usate e all’importanza data a certi termini. Il sensazionalismo dei nostri giornalisti e del nostro giornalismo è ormai fin troppo stonato: il continuo tentativo di ridurre ogni notizia ad uno scoop, ad uno scandalo attira curiosi, è sinonimo di arretratezza rispetto al mondo della comunicazione odierna. Senza contare il fatto fondamentale – a mio modo di vedere le cose – e cioé che quasi nessun giornalista o opinion leader, quando parla o scrive, badi troppo alle conseguenze di certe uscite. Abbiamo l’esempio di questi giorni con il principe Harry, che poteva trasformarsi in un facile obiettivo per i terroristi.

Perché non cominciare seriamente a trattare ed instaurare un vero rapporto simmetrico e a due vie con i propri lettori, coloro che fruiscono sempre più notizie e contenuti? Perché non cercare di creare relazioni durature con i pubblici di riferimento principali, non solo fidelizzandoli, ma considerando anche un elemento importante come il feedback? In futuro saranno sempre più le persone, gli utenti della Rete, cioé noi, a decidere se tirare a sé un messaggio o meno.

E’ lo stesso motivo per cui Vespa e co. quando menzionano la parola blog danno il peggio di sé stessi: non solo non accetteranno mai quella perdita dell’aura che tutti i mestieri hanno avuto dopo le varie rivoluzioni industriali moderne, causata dall’avvento di nuovi strumenti a supporto della comunicazione (in questo caso). Non capiranno nemmeno che per fare i giornalisti, non serve tanto avere un tesserino di un Ordine: basterebbe informarsi davvero, smettendola di copiare e incollare notizie alla bell’e meglio, non solo rimanendo al passo coi tempi, con la società dell’informazione, con la politica, ecc…ma anche imparando davvero a sfruttare gli strumenti che il mondo oggi offre e che tutti usano per semplificarsi le cose.

Perché ormai sono solo i giornalisti italiani che coi nuovi media e i nuovi mezzi hanno un rapporto che potrebbe manifestare un dobberman con un iPhone: pessimo e rabbioso.


“Non riesco ad immaginare alcun senso nel guardare la tv”

gennaio 2, 2008

Da repubblica.it

Leggendo l’intervista a Negroponte sembrerebbe che il 2008 sia l’anno in cui Internet vada definitivamente a sostituire la tv. Se infatti già nei nostri cuori il web, anche attraverso l’apporto dei social media, ha superato abbondantemente i media tradizionali, il dato più eclatante emerso è che ora non solo noi supergiovani non guardiamo più la tv (specialmente nel prime-time serale, fondamentale per l’economia delle reti televisive) ma anche nelle altre fasce d’età la Rete sta velocemente guadagnando le preferenze a discapito della vecchia magic-box.
Illuminante in proposito risulta l’intervista a Negroponte, fondatore di Wired, autore del libro “Being Digital” e uno dei creatori del famoso laptop da 100$ che spiega come in realtà egli sia stupito non tanto da questo atteso sorpasso, piuttosto dalla lentezza con cui è arrivato; noi utenti-spettatori-fruitori ci siamo infatti trasformati da passivi in attivi, adattandoci più o meno velocemente, e il rapporto tra mezzi di comunicazione di massa e pubblico è diventato da univoco (esempio, la tv parla e tu stai sul divano svenuto) a biunivoco (esempio, le notizie me le faccio io, le completo con contenuti e fonti da tutto il mondo e le arricchisco all’ennesima potenza commentandole con la Rete, trasfomandole in informazioni in continuo “divenire”). E quindi, giustamente, uno si chiede come facevamo prima ad essere così 1.0:

D. Un rapporto della European Interactive Advertising Association dice che per la prima volta i giovani tra i 16 e i 24 anni usano più internet che la tv. Il sorpasso la sorprende?
R. “No, niente affatto. Anzi, sono sorpreso che ci sia voluto così tanto. Non riesco a immaginarmi alcun senso del guardare la tv tranne che per lo sport in diretta e forse la copertura dell’attualità politica, come i risultati delle elezioni. Da questo punto di vista l’Italia è particolarmente sconcertante per uno che viene da fuori, perché ci sono tanti di quei talk show e giochi a premi che le altre culture troverebbe piuttosto stupidi”.

I Reality Show probabilmente non hanno fatto altro che prolungare di qualche anno questa storta di declino della passività e della partecipazione dell’utente, specialmente in paesi dove la maggior parte degli spettatori è “vecchia” e per questo ha tradotto come super-innovativi questi scenari già descritti, seppur in modi completamente differenti, da molti autori. Forse, grazie anche alla crescita del tasso di un’elevata alfabetizzazione è stata possibile la crescita della diffusione del web e dei nuovi contenuti connessi.

L’unica cosa che mi da un pochino da pensare a questo punto è di vedere ancora, nel 2008, che una delle attività più praticate in Internet dai naviganti sia il mandare email. Mi auguro quindi, unendomi all’appello di Kurai, che anche in Italia possano davvero cambiare le cose (non solo politicamente e socialmente), buttandoci in modo deciso verso un serio e concreto sviluppo in senso moderno della digitalizzazione.


Il Valhalla de’ noantri

novembre 20, 2007

E mentre c’è chi lavora ad una possibile carta dei diritti del web, c’è chi si suicida a 13 anni per uno scherzo crudele e di cattivo gusto architettato da adulti.
Nel periodo in cui vanno di moda omicidi annunciati su youtube, pezzi di Bruno Vespa su Internet, blog e meccanismi della Rete viene sollevato il dibattito sulla regolamentazione di Internet, dei social media e parallelamente si parla dei pericoli derivanti dall’uso e dalle influenze del web o delle persone che si hanno la possibilità di incontrare e conoscere. A farne le spese ovviamente sino ad ora sono le persone più fragili.

Credo che, come nella realtà, per colpa di pochi pazzi squilibrati o mitomani possano andarci di mezzo tutti quanti, meccanismo figlio di un ragionamento facilissimo da traslare nella Rete, luogo virtuale dove sarebbe molto semplice punire o “chiudere i rubinetti”. Temo quindi per il futuro anche per le possibili limitazioni che potranno inserire nell’uso dei servizi 2.0: pensiamo soltanto alla registrazione ad un sito qualsiasi che ora richiede pochi minuti e domani invece chissà se servirà un’approvazione, un feedback da casa. E se anche uno come Vespa poi comincia ad occuparsi di blog e ne parla come se fosse uno che blogga e partecipa alle dinamiche della blogosfera da anni ho paura. Molta paura.

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Una pioggia di pingback spazzerà via blogbabel 1.0?

ottobre 22, 2007

//www.nerobifamiliare.it/

Roc this party. Da qualche giorno nella blogosfera non si parla d’altro: la proposta di riforma dell’editoria in Rete. Il polverone sollevato su Internet è servito a portare all’occhio della politica il fatto che forse questo provvedimento, prima di passare, andava scritto e letto con maggiore attenzione (da parte di chi l’ha concepito, cioé un incapace che probabilmente usa Internet soltanto per controllare la casella email, insieme a chi non l’ha verificato ovviamennte), ed ora che anche Gentiloni sembra svegliarsi ed informarsi meglio sulla questione (ovviamente sempre dopo, mai una volta che si capisca prima l’errore), la maggior parte dei blogger italiani non vuole più fermare la voglia di premere ripetutamente la combinazione di tasti Ctrl+C e Ctrl+V.

Piove, governo ladro. Forse qualche simpatico lettore del mio blog l’avrà notato: negli ultimi giorni, tra i commenti al mio Post intitolato “La Cina è più vicina” (titolo tra l’altro copiato un giorno dopo dal blog di Beppe Grillo – mi piace pensare che i collaboratori di Beppe Grillo che scrivono per lui e scannerizzano la Rete prendano spunto dai blog italiani, nonostante continuino imperterrito ad ignorare la benché minima partecipazione ad una qualsiasi dinamica interna della blogosfera) è giunta una colossale pioggia, anzi una devastante grandinata di pingback. Incuriosito, vado a vedere qualche link pensando “cavolo sonounprecario, allora qualcuno ti legge e ha piacere a linkarti e condividere alcuni tuoi pensieri”. Stocazzo.

Niente spunti di riflessione ma solo beelate. In ognuno di questi singoli blog che mi hanno linkato è infatti presente una lista della spesa pressoché infinita di altri blog che parlano dell’argomento Roc. Questo elenco è semplicemente una carovana di link che secondo me seguono il ragionamento:

“linkami_tu_che_ti_linko_io,_così_ci_linkiamo_felici_e_saliamo
_in_classifica,_ma_se_me_lo_chiedi_in_realtà_lo_faccio_perché
_almeno_se_ne_parla_e_l’attenzione_al_problema_rimane_elevata,
ho_la_coscienza_pulita_e_ho_contribuito_anche_io_a_rendere_la
_blogosfera_un_pianeta_migliore.html.

Anche il ragionamento è sottoforma di link, metti che qualcuno lo cerca come tag e arriva a visitarmi. In merito a questo pensiero ne parlavo ieri su twitter con catepol che mi ha spiegato il suo punto di vista. Poi è anche arrivato il post di suzukimaruti, che condivido ma non sottoscrivo quando difende Gentiloni: troppo comodo ritirare la proposta dopo, sempre dopo, senza prima ascoltare o affidandosi a chissà chi. Anche perché poi i pagliacci della destra vengono fuori con articoli del genere (notare la foto di Beppe Grillo in primo piano, ormai preso come esempio di tutti i blogger nazionali, dio solo sa che malintesi riusciamo a creare).

Under my umbrella. Qual è il meccanismo? Scrivo due righe in croce sull’argomento, spiegando il teorico punto di vista di tutti adattato al mio e successivamente “riporto l’elenco dei blog che parlano dell’argomento”: una sfilza di roba che mai nessuno cliccherà o leggerà ma che invece blogbabel – eccome – somatizzerà sottoforma di posizioni in classifica. “Ma lasciami stare, lo faccio perché lo fanno tutti in questi giorni e…vuoi che io non mi senta parte della blogosfera o mi comporti diversamente da quelli dei piani alti?”. Sia mai.
In merito a questo argomento cade più che a fagiuolo l’ottimo post di Giuseppe Granieri, segnalato nei miei del.icio.us link, in cui GG parla del cosiddetto “effetto blogbabel” che presto sarà inserito nella famosa Enciclopedia Treccani, anche sotto la voce gregge. L’effetto della diffusione inconscia di un certo modello di comportamento da parte dei primi nella classifica però non sembra colpire così poca gente come spiegava GG; è vero sì che la Rete e «le conversazioni sono orizzontali, paritetiche e reticolari, e non è che se parla il quinto in classifica ha più autorevolezza del trentesimo», che «l’autorevolezza e’ qualcosa che prescinde dalla classifica», ma così non sembra avvenire nella realtà, perlomeno in quella italiana. Questo perché un po’ tutti quanti si sforzano, anche senza volerlo (atteggiamento più comune a quelli dei piani bassi della piramide, per rimanere in tema GG), a prendere come riferimento i primi della classifica, a dare più importanza a certi nodi della Rete più che ad altri, perché se lo pensa qualcuno dei piani alti per forza è giusto ed anche io devo ripeterlo, altrimenti sono tagliato fuori dalla loggia massonica B2.0; è un po’ come accade con la tv, sembra che tentiamo di trasferire le dinamiche reali nella Rete pur sempre virtuale, senza ricordarsi che coi media tradizionali manteniamo una certa distanza, il rapporto è univoco (la tv parla mentre tu vomiti e non puoi replicare), mentre su Internet in teoria siamo tutti sdraiati, in orizzontale, chi più chi meno, chi travestito da nodo smistatore di contenuti più grande, chi da opinion leader, ecc… Quale sarà l’ombrello che ci riparerà da queste inutili e infantili piogge di link aumenta-statistiche? Un nuovo blogbabel?

Variazioni nelle prossime 24 ore. Non so se oggi o domani, meccanismi tristi come questi spazzeranno via le dinamiche odierne della blogosfera italiana, smantellando in varie parti servizi come BlogBabel e rivoluzionando un po’ il nostro modo di bloggare. Sperando che invece non nascano servizi per misurare anche le statistiche dei social-media (del tipo “vediamo chi ha più friends o followers”, ecc…). Insomma, non mi stupirei se anche questo post venisse ri-linkato da tutto il marasma blogosferico solo perché ho ri-citato la questione Roc. Sarebbe la prova che non abbiamo ancora capito un bel niente di blog.

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