Roberto Saviano non è più italiano

ottobre 16, 2008

‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me”.

In questi giorni di crisi sento più vicino a me il dolore di Roberto Saviano. Certo, dire che è un dolore che dovremmo sentire e condividere tutti è scontato, ma tant’è.
Leggere l’articolo, la lettera che sa più di addio e di un gettare la spugna dinnanzi ad un paese come l’Italia fa male ed è triste, molto triste.

In Italia infatti uno scrittore intelligente e capace come Saviano, viene condannato a morte dalla verità: un destino crudele, così come terribili suonano le parole dei suoi compaesani, dei suoi amici, assieme al silenzio di tutti gli italiani. Italiani, una gens collusa in ogni modo, dalla mentalità del fottere l’altro prima che fotta te in sù.

Tutto il contrario di tutto: invece che andare in giro a testa alta, sei tu quello costretto a fare una vita di merda, nascosto, insultato dalle scritte sui muri mai contro i boss, ma contro di te, solo come un cane, senza poter affittare una casa nel proprio paese d’origine, perché noi non siamo razzisti-mafiosi-collusi, ecc…, però sai non posso – capiscimi cumpà – affittare la casa a Roberto Saviano così come non vedo, non sento e non parlo.

Una volta che spiego che è il contesto in cui vivo, la quotidianità drogata del mio paese d’origine che non mi permette di fare la vita che voglio, sono a posto con la mia coscienza.
Un po’ egoisticamente infatti, penso che se tutti in certe parti rifiutassero certe usanze, invece che prenderle a modello di vita o addirittura come aspirazione da raggiungere, certe realtà non ci sarebbero. E Saviano che racconta queste realtà è un bastardo per molti suoi compaesani. Per questo la penso così.

Ma non è così. Sono i boss che dettano legge; sono loro che ti condannano a morte, non lo Stato che minaccia loro. Ed è Saviano che deve andarsene, in segreto, per tentare di vivere una vita dignitosa. Altrove.

Sapete qual è la mia speranza? Che anche noi arriveremo ad un punto in cui non sarà più possibile, manco a turarsi tutti gli orifizi, vivere in questa Italia di merda e saremo costretti a fuggire in massa verso speranze pur sempre più possibili di quelle ormai inesistenti delle nostre origini.

Perché voi forse non lo sapete, ma qui tutti stiamo rischiando di fare la fine di Roberto Saviano. Oddio, non fraintendetemi, il 99% di noi non ha le palle di fare quello che ha fatto lui, che manco ce lo meriteremmo; parlo, in piccolo, della vita di tutti i giorni, che non sarà più possibile vivere qui, per i più svariati motivi. Uno di questi è quello smarrimento, quella precarietà perenne di vita di cui parla anche Saviano.

Sperando che dalle altre parti, vedendo un italiano pizza, spaghetti, mafia e mandolino, non decidano di ghettizzarlo da qualche parte. Perché in questo modo la mafia moderna verrebbe esportata e si radicherebbe fortemente anche in altri paesi.

Insomma decidiamoci: chi fa più schifo? Noi o loro?

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