Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep. 3] la trappola dello stage

dicembre 17, 2007

Da una ricerca di Repubblica è merso che in Italia, tra gli stagisti, 4 laureati su 10 sono senza paga e molti lavorano anche più di 48 ore a settimana, gratis. Come si fa a non essere ottimisti quindi sul futuro che aspetterà al nostro paese? La futura classe dirigente infatti nella maggior parte dei casi non è inserita in nessun progetto o contesto formativo, che tradotto in parole povere vuol dire che non ti fanno imparare niente o, peggio, ti fanno fanno fare le fotocopie oppure ti usurano fino all’ultimo giorno per poi ringraziarti con un bel calcio nel sedere; e via con un altro stagista, finché legge non ci separi. Le aziende italiane infatti sono gestite per la gran parte da vecchi che non sanno manco spedire una mail, figuriamoci se sono capaci di gestire nuove partnership e nuove collaborazioni con università e ricercatori o se arrivano a capire che per investire nel futuro e far crescere l’azienda stessa forse è meglio valutare qualcuno sì, per qualche mese, pagandolo e facendolo sentire un essere umano (sì, lo è anche se è un laureato, vi giuro che non abbiamo antenne verdi o cose del genere), per poi magari assumerlo, cominciando a far fruttare questo investimento. “Ma no dai, è meglio prendere un altro stagista e sfruttarlo, così faccio risparmiare all’azienda 2 lire e faccio bella figura con l’amministrazione e l’ad”.

L’allarme sull’abuso degli stage è stato lanciato dalla Commissione Europea ovviamente: sognatevi che ad accorgersi sia stato qualche politico italiano. Come sapete la Legge Maroni, quella che ha portato milioni di giovani a regredire di almeno 50 anni a vantaggio della bocca di Berlusconi che poteva così raccontare le sue storie sui posti di lavoro in più (“un contratto firmato oggi, e due contratti firmati domani” era uno dei vari motti di un co.co.pro), sta distruggendo non solo intere generazioni prima che finiscano la scuola ma hanno segnato profondamente la vita futura del nostro paese. Perché è inutile darsi da fare solo da un lato se poi dall’altro si va verso la direzione dei settantenni o dei politici di turno. Con buona pace della maggior parte della popolazione italiana che, ricordiamolo, è vecchia (dentro).

La gran parte di loro ha meno di ventisei anni, possiede almeno un titolo di laurea, e non riceve neppure un euro per lavorare, o imparare a lavorare, anche fino a 48 ore a settimana. Più della metà degli stagisti ha ripetuto, o è stato costretto a ripetere, l’esperienza più di una volta e, alla fine di quei mesi trascorsi in azienda, un terzo di loro ha dovuto amaramente confessare che lo stage non è servito a nulla. Ma soprattutto, la maggior parte di loro non ha avuto, durante il tirocinio, alcun progetto formativo

Praticamente lo stage non è altro che una riga in più da aggiungere al curriculum: «quanto all’esito occupazionale, a quasi sei stagisti su dieci non è stato proposto alcun contratto (il 55 per cento), al venti per cento è stata proposta una collaborazione a progetto, al dieci per cento un contratto a tempo determinato e al sei per cento un contratto a tempo indeterminato». Ad altre invece è stato proposto un posto sotto la scrivania del capo.

[…] “Lo stage è troppo spesso un lavoro mascherato da tirocinio; non si tratta di volontariato, ma di una formazione che deve essere pagata e deve dare valore aggiunto al tirocinante. Inoltre non è possibile che ci siano giovani che saltano da uno stage all’altro senza avere un lavoro vero. Questo diventa dumping sociale e va combattuto.” […] “Basta con il lavoro mascherato da tirocinio; basta con i rimborsi mancati, i rinnovi senza garanzie e i passaggi da un’azienda all’altra senza mai ottenere un lavoro vero.”
Chissà se un giorno ci saranno mai la rivolta degli stagisti o la rivolta dei co.co.pro.. Cosa accadrebbe? Panico nelle aziende per mancanza di persone che sanno fare fotocopie e proteste tra le persone che bombardano i vari servizi clienti per mandarli affanculo per un qualunque motivo. E il giorno dopo? Niente, tutti a casa licenziati. E via con altri disperati da prendere.
Perché la solidarietà sociale ed il patto generazionale dovrebbe anche essere questo: lottare uniti contro chi vuole assolutamente imporre un modello di società basato sullo sfruttamento sociale dei più deboli.

Gli Episodi precedenti:

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Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep.1] La Laurea in precariato cocopro

marzo 5, 2007

Oggi vorrei riflettere su questa notizia, citando alcuni pezzi dell’articolo. Perché se andando avanti si peggiora ma non se ne parla non va proprio bene. Se poi si pensa che viviamo in un paese doveil problema principale è dato da un cardinale ha la facoltà di “dettare l’agenda politica” (possibilmente sulle prime pagine dei giornali), mandando a farsi benedire la laicità dello Stato e tutto il resto mi viene da sorridere. Per citare ancora Mantellini, “non so, forse mi sbaglio, ma mi pare che la laicita’ dello stato (e molte altre belle cose collegate) la si potrebbe tutelare anche NON dando troppo risalto a notizie piccole e antipatiche come quella della CEI che spiega allo Stato quali leggi sia utile fare e quali no.”

From Gettyimages.com

Anticipo anche, ancora una volta, il mio appello alle signorine: loro sono ancora più svantaggiate nella ricerca del lavoro. Sapete, prima o poi partoriranno… Evidentemente anche al gentil sesso sta bene così: “le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini. A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini.”

E poi ancora: “Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi”. Già, considerando anche il pesante clientelismo vecchio come il Medioevo che ancora colpisce l’Italia. Assumo mia cugina, sua sorella, l’amante, lo zio del cugino, che magari non è qualificato, piuttosto che puntare sulla qualità.

Il colmo: “sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode. Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto guadagnava cinque anni fa il fratello maggiore”. Così imparano a fare i secchioni!

Il valore della laurea triennale invece è questo: “I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati “triennali” (erano il 52 per cento l’anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999”. E’ stata quindi utilissima l’introduzione del 3+2: più laureati, sì, con più soldi e in molto più tempo. Giusto per mantenere intatto l’ultimo posto nelle classifiche europee.

E poila classe politica ci tutela: “la ripresa economica del Paese ancora non coinvolge i giovani usciti dalle università che continuano a crescere una generazione di laureati invisibile e poco rappresentata. Il loro infatti non è solo un problema occupazionale, ma anche di esclusione dalla rappresentanza e dalla classe dirigente. Chi ha dai 25 ai 39 anni rappresenta il 30% della popolazione, ma è rappresentato da meno del 10% dei parlamentari”. A parte che si parla di una fantomatica ripresa economica, ma fa riflettere il fatto che siamo una società vecchia, dove tra non molto ci saranno più anziani che giovani, dove chi ci governa è li da 60 anni, tipo Andreotti, e ancora ha un ruolo cardine. Ma che diavolo di paese continuiamo a diventare???

La certezza di fare centro, domani: “C’è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan. Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l’anno scorso”. Non so di che periodo post-assunzione si parli, ma so che nei primi mesi, se non anno per lo meno, o non guadagni niente, oppure sei sottopagato, mascherato come stagista a tempo indeterminato. Il modo migliore per valorizzare le persone e far crescere la qualità del lavoro italiano insomma.

I soliti noti: “senza dire che l’Italia vanta il minoro numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l’86,4 per cento contro una media europea pari all’89 per cento)”. Eccola qua la flessibilità del lavoro tutta italiana, marchiata pizza-spaghetti-mandolino; per la maggior parte delle aziende, flessibilità = sfruttare al massimo un neo assunto, sottopagarlo e successivamente cacciarlo prendendo un altro stagista. E ricomincio daccapo.

La solita conclusione è: “non c’è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All’estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati”. E non è poco direi; valorizzati, incentivati, stimolati continuamente nella crescita personale e nella propria professione: ovvio che si cerca di andare all’estero. Almeno non mi prendono in giro.

E’ inutile che mi parlano di crescita, ripresa, ecc…quando leggendo questi dati e informandosi un attimino sulla situazione generale si scopre che i prodotti migliori che possono far crescere la produzione e il lavoro, che potrebbero migliorare la qualità del lavoro vengono ripudiati e allontanati volutamente dall’Italia. Ma che razza di posto sarà tra 20 anni l’Italia? Un paese dell’Est? Senza dubbio. Se i cervelli, la gente preparata e specializzata non viene considerata si rimarà nella stagnazione e nel lamento eterno. E si andrà avanti ogni giorno con i bisticci infantili tra un Prodi a 101 anni e un Berlusconi col bastone a 107 anni. Che ancora parleranno di comunisti e fascisti; di dico e nucleare. Quando gli altri avranno le macchine volanti, le astronavi per i trasporti pubblici e l’energia solare ad alimentarci, oltre che la rete gratis per tutti, senza più compagnie telefoniche, ma solo skype, ecc… E’ un po’ una mia utopia forzata, ma rende l’idea.

Comunque ho capito perché c’è il 3+2 nelle Univesità italiane: serve per tenere lontano il più possibile i giovani dal mondo del lavoro. Un bel paradosso.

Potremo sempre venirci in vacanza in Italia: che problema c’è!


Il primo lavoro

settembre 22, 2006

..Al massimo uno stage. Leggendo questo articolo ho deciso di proseguire la parentesi dedicata al lavoro, a chi si sta avvicinando al posto di lavoro, a chi viene canonicamente sfruttato durante il periodo dello stage senza nemmeno vedere una lira, sperando che un domani forse “ti assumeranno”. In realtà sappiamo bene tutti che raramente è così.

Sì, perché il 26 per cento delle imprese utilizza proprio la forma del tirocinio per introdurre un neolaureato all’interno della forza lavoro. Senza contare che un altro 21 per cento dei direttori del personale propone il contratto a tempo determinato mentre il contratto a tempo indeterminato spetta a solo al 16% dei nuovi assunti.”

Le aziende ci dicono che vogliono conoscere meglio, con calma, chi lavorerà per loro; ma sappiamo benissimo che spessissimo questa è una scusa banale. Sì, perché quando un giovane va a fare uno stage non ha pretese: abbassa il crapone, come è giusto che sia ed esegue. Fotocopie, vai di qua e di la, fai questo e quello. E nemmeno un grazie arrivederci nel 90% dei casi. Tanto si tratta di fresca manodopera da sfruttare a piacimento e gratuitamente. E come si legge nell’articolo, molti stage finiscono in questo modo: “Io dopo aver frequentato un master sono finita in un’azienda di Milano dove non sono stata inserita in un progetto formativo. Piuttosto ho dovuto fare un po’ di tutto correndo da un lato all’altro. Ero quella che la sera usciva per ultima. Alla fine non mi hanno neppure salutata o ringraziata. Tutto finito lì”.

Cavolo, chissà quante cose avrà imparato..! Ora, la nostra stagista è pronta per inserirsi perfettamente nel mondo del lavoro!

Tutte le porte sono aperte. Sì, in Italia per i raccomandati.

Se sei furbo, intelligente e vali qualcosa non appena ricevi offerte dall’estero scappi: sei maggiormente valorizzato, fai il più delle volte quello per il quale hai studiato ma soprattutto sei pagato molto di più. Invece in Italia si pensa a fregarsene e a fregare, a sfruttare il più possibile, sentendosi in dovere di farlo e credendosi più furbi.

Peccato che un bel giorno le risorse di schiavi moderni finiranno e i nostri signorotti si divertiranno a contare le loro monete da soli.

E allora sarà tardi……….

L’Argentina non è lontana.

P.S.= vorrei sapere anche cosa ne pensate voi di quello che scrivo…con qualche commento magari! 😀