Forever Young

dicembre 14, 2007

 

Oggi è stata una giornataccia, una di quelle che vuoi far scivolare via in fretta.Più di altri giorni infatti ho capito cosa significherà vivere qui per uno della mia generazione o uno di quella che verrà.

È una giornata tipo per molti e forse per altri va anche peggio; non sono qui per lamentarmi, so che c’è tanta gente che se la passa molto più male di me. Comunque, mi sveglio al mattino e vado all’Università a rispondere all’appello per l’esame, poi a metà mattina ti chiamano dal lavoro che c’è un’emergenza e devi tornare; “via di corsa” pensi. Metropolitana, macchina, coda e intanto ti mangi un panino (mentre guidi) come pranzo (e io con un panino non mi riempio manco morto, anzi mi viene più fame..). Sei in ufficio e fai quello che devi fare, poi ecco l’ora dell’emergenza: dopo 30 km arrivi dall’altra parte, da Milano a Lecco (quasi) e per tutto pomeriggio fino alle 18 (5 ore senza pausa) fai l’operaio in un grande magazzino di un cliente in cui domani avrà luogo l’inaugurazione. Ma sì, dai, alla fine per 500 euro al mese è giusto farlo, è un favore…oggi farò anche questo.

All’entrata la scena che mi si presenta è delirio puro: cavi da tutte le parti, operai che gridano e discutono in modo acceso tra loro, pezzi sparsi… “Fatti coraggio sonounprecario, tu sei qui solo per montare dei pannelli, degli adesivi mega su delle vetrate e dei pre-spaziati e sei qui come operaio solo perché lavori per un’azienda medio-piccola e oggi servivi qua”. Non mi faccio spaventare, perché l’operaio l’ho già fatto ed è stata una grande lezione di vita. Oggi però ho sperimentato cosa voglia dire fare l’operaio esterno anche dentro un ufficio, con gli impiegati che ti guardano come se fossi uno scarto sociale; divertente verificare questi comportamenti comuni. Alla fine è una delle poche e piccole soddisfazioni che può avere un impiegato. Insomma, mi sono fatto 4 risate tra me e me.

Ho un rispetto enorme per tutti gli operai italiani, la loro è una vitaccia e te ne rendi conto ancora di più leggendo le statistiche sulle “morti bianche”. Dopo aver rischiato di far cadere il mio collega dalla scala finiamo finalmente il nostro lavoro, distrutti e con un gran mal di schiena. Mezz’ora dopo sono ancora in ufficio, controllo la posta e faccio le ultime cose, poi a casa. Sono le 19. Devo lavarmi, mangiare e poi mi rimangono circa 3, 4 o 5 ore per vivere, per uscire o fare quello che voglio.

“Di che mi lamento? Giornate come la tua ce ne sono migliaia”. Forse sono una persona che pensa troppo, ma che facilmente ha intuito da tempo che per tutta la vita cavarsela vorrà dire non-vivere; attenzione non sto parlando della voglia di non sgobbare o fare niente ma semplicemente mi chiedo: “ma sul punto di morte, a che cazzo sarà servito tutto questo? Chi mi ridarà tutto questo tempo, e perché non ho vissuto la mia vita quando potevo?” Ok, forse sono domande stupide ed io sono alquanto pessimista-razionale-realista-nichilista, non lo so. Probabilmente l’aver perso più di un amico a 20-22 anni ha lasciato profondi segni. Perché non è possibile morire a 20 anni e non è possibile vivere per 60 anni godendosi 2-3 settimane all’anno di vacanza (se va bene) e 3-4 ore al giorno. Per mangiare, non per essere liberi.

Se nasci miliardario sei fortunato, se non fai un cavolo o studi e basta (e non fai un cavolo) sei figlio di papà. Questo perché quando sei giovane tutti ti obbligano a fare qualcosa, per non fare brutta figura, ma nessuno ti costringe a fare niente, spiegandoti che quegli anni, davvero, non torneranno più.

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Dialoghi “medi” sotto l’ombrellone

agosto 26, 2007

Modalità autobiografica. Sono tornato dalle (seppur brevi) vacanze da un paio di giorni per la verità, ma riprendere il ritmo dei post e riallinearsi con i “traffici” social-web 2.0 non è facile per nessuno, nemmeno dopo soli 12 giorni. Scriverò quindi un post ancora vacanziero, così, di chiusura estate (mi viene da piangere, ma è già praticamente finita), prendendo spunto dal giorno di ferragosto delle mie vacanze.

Sotto l’ombrellone un’allegra famigliola di fianco a me discorre del più e del meno. Ad un certo punto la madre, con in mano una rivista tipo “Oggi”, “Gente”, “Novella 2 o 3000” (non me ne intendo) esordisce:

Mamma: “…Ma va questa (riferito a una delle tante soubrettes) che pancia! Altro che! Sembra incinta, ha la panzetta e la cellulite, e guarda pure questa (girando pagina).”
Mamma: “No, però questa ha un gran fisico, guarda che addominali e che glutei (e la squadra invidiosamente)
Figlia: “Ma vah mamma! Non lo sai?! (prende in mano la rivista) Le foto sono tutte ritoccatissime, guarda qui, qui e qui (ma lo dice rosicando un po’)…poi le vedi appena svegliate e ti rendi conto. Troppo facile anche vederle in tv messe da corsa.”
Ragazzo della figlia: (ruba la rivista alla fidanzata e inizia nervosamente a sfogliarla e leggerla) “Ma io davvero vorrei sapere per chi cavolo fanno ste riviste…davvero, chi diavolo può leggerle o comprarle?! Senti qui come scrivono male e che cagate pubblicano (leggendo il pezzo in questione). Solo i celebrolesi possono comprare ogni settimana queste riviste (e intanto la sfoglia, la tiene in mano e guarda per bene le foto).”
Ragazzo della figlia: “Ecco poi questo qui…guarda D’Alema che barca. E guarda quest’altro di sinistra; fanno tanto i comunisti poi va che barconi. No, guarda pure Gasparri e quest’altro (riferito a uno di destra, sinceramente non ricordo se il riferimento fosse a Gasparri) che bei motoscafi. Però questi fanno bene, sono di destra e sono coerenti, quindi possono avere lo yacht.
Padre: “Hai ragione ca…volo, mi fanno imbestialire anche a me queste cose. Non è possibile…!!!”
Mamma: “Dai, adesso non ti scaldare che non ne vale la pena. Calmatevi.”

A questo punto il padre e il ragazzo della figlia tornano a sfogliare la rivista di macchine su cui erano concentrati, discorrendo di BMW e Mercedes.

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