Piove, governo ladro

dicembre 16, 2008

Dopo il post su Milano, ne arriva un altro di pubblica utilità, figlio di riflessioni che sto facendo in queste due settimane di perenne pioggia.
E’ che sto usando spesso la macchina in questo periodo, e guidare soli aiuta a chiarirsi le idee, specialmente quando sei in coda sotto l’acqua con un po’ di bella musica.

Pensieri personali a parte ogni tanto c’è spazio anche per qualche ragionamento civile, nel senso che dopo la ventisettesima buca che mi fa saltare sul sedile, quelle che dal rumore causato ti fanno controllare se ci sono ancora tutte e 4 le ruote, qualche dubbio comincia a venirmi.
Insomma avete fatto caso che dopo solo una settimana di pioggia, le strade sono ridotte ad un colabrodo, con voragini che manco la topa di Cicciolina…? Secondo voi è normale, visti i continui ed infiniti lavori che ci sono ovunque?

Il problema è che molti finiscono fuori strada e fanno incidenti mortali per queste buche. La cosa non è bella. Oppure spacchi una sospensione, fai fuori una ruota e via dicendo. E i rimborsi dai Comuni sono pressoché impossibili da ottenere; si perché secondo la Cassazione, “nel caso di buche o altre difformità su strade all’interno del perimetro urbano, la Pubblica amministrazione ha sempre la possibilità di custodia”.

Chissà che materiali usano per fare queste strade, che sembrano quelle di un paese da terzo mondo. Per non parlare delle autostrade che paghiamo profumatamente: se vi è capitato di uscire dall’Italia guidando, vi sembrerà di essere in paradiso. Strade asfaltate, autostrade gratuite e via dicendo. Ma questo è un altro discorso. La verità è che ci sono tanti giochini nei comuni tra soldi, commesse gonfiate, appalti e via dicendo. Poi però vengono utilizzati materiali scadenti per farci una bella cresta, tanto…

Intanto il manto stradale è sempre meno curato, perché il bitume costa, le amministrazioni locali non hanno soldi e i lavori vengono costantemente rimandati. Caspita, un’altra conseguenza della scomparsa dell’Ici, poveri comuni(sti). Inoltre si scopre che in Italia, nel 2008, la produzione di asfalto ha toccato un record negativo: 32 milioni di tonnellate, poche per un paese come il nostro che si presenta con delle infrastrutture in uno stato indecente.
E voi direte “meglio, ne guadagna l’ambiente”. Ma non sempre è così purtroppo.

In realtà infatti il bitume naturale è molto diffuso sulla crosta terrestre: per esempio, in Canada (paese notoriamente tra i più severi per quanto concerne le norme anti-inquinamento), Shell tratta da anni le cosiddette tar-sands utilizzando tecnologie molto avanzate (es. solventi a basso impatto ambientale). Per dire l’impatto ambientale potrebbe risultare praticamente nullo se al bitume non venissero aggiunti troppi solventi.
Se però per risparmiare al bitume vengono addittivate molte altre sostanze, come avviene nel nostro paese, la frittata è fatta.

Sostanzialmente quindi le strade vengono rifatte con sempre meno frequenza, si distruggono, causano incidenti e peggiorano la sicurezza stradale. Va bene il bollo, il bollino blu, l’Euro 4, il filtro anti-particolato, eccetera eccetera, ma voi in cambio non dateci soltanto strade di guerra. Alla fin fine stiamo parlando di un costo notevole che incide sulla collettività, ma non è un argomento di cui si parla volentieri.

Ok, d’inverno è normale che il manto stradale si rovini più facilmente visto l’aumentare delle piogge, ma non mi diverto più a giocare a campo minato guidando sulle statali.
Che poi sulle mine buche, non viene nemmeno indicato il numerino per sapere tra quanti altri metri troverò un altro burrone che potrebbe catapultarmi in un’altra dimensione spazio-temporale.


Una vita da mediani

settembre 26, 2008

Ieri sono stato per l’ennesima volta a Milano, in centro, a dare l’ennesimo esame della mia vita. Ho provato a uscire dal guscio in cui mi trovavo, guardando da fuori la vita di una normale quotidianità produttiva milanese.

Non è la prima volta che lo faccio, intendiamoci: ormai vedere Milano solo per certi motivi e di corsa, mi fa venire la nausea. Ho realizzato una volta di più che la vita “normale” di milioni di persone fa schifo. Essere liberi e vivere davvero la vita per me è tutta un’altra cosa.

Parti al mattino, presto, ti spari l’infinita coda in macchina tra clacsonate, uomini che leggono il giornale e donne che si truccano o prendi il treno di corsa, in piedi e stipato in vagoni sporchi, molto caldi (perché sui mezzi non c’è inverno o estate che tenga), puzzolenti e dove le persone sono compresse ascella contro ascella o alitata contro alitata. Poi c’è la metropolitana, con il plotone di persone che marciano dalla fermata della stazione del treno alla banchina da cui infilarsi nella metro.

Si aprono le porte del vagone e fuoriesce la morte, impersonificata sottoforma di molecole di non-ossigeno. Posto in piedi e spazi vitali belli compressi, per carità: respirare di questi tempi è un lusso, fortuna che sono alto e un filo d’aria al di sopra di quella biosfera di odori e sapori rivoltanti che si va a creare dopo 5 secondi di vagone chiuso riesco ancora a trovarlo. Passata una mezz’ora per poche fermate – visti i tempi biblici di risalita della gente e chiusura delle porte a mo’ di ghigliottina – dove sei già stato fortunato se non hai perso l’uso dell’udito, dato il rumore del mezzo, scendi, finalmente, spintonando e chiedendo permesso a priori, mettendo in conto di schiacciare piedi, rischiare scippaggi vari o occhiatacce – per non dire insulti – da parte di donne bruttine che fingono di aver sentito la tua mano morta poggiarsi sulle loro cellulitiche chiappone, che altro non han visto se non una sedia che non le contiene.

Se ti va bene non piove e non devi prendere altri mezzi, quindi ti aspettano una decina di minuti a piedi prima di arrivare alla meta. Dopo un’ora, un’odiosa ora e mezza per fare pochi km in linea d’aria, ci sei e sei già stressato, pezzato, stronzo e corroso da un contesto che tutto è fuorché user-friendly.

Poi l’ufficio e i suoi problemi, l’università o quello che vi pare. Passa una giornata che non te ne accorgi, come se fossimo collocati in un continuum spazio-tempo di un’altra dimensione. Se va bene esci che sono le 18.30, se va male non vai a casa più, roba che fai prima a dormire sulla fotocopiatrice, stando attento a non farla partire.

Successivamente ricomincia il viaggio della speranza, quello del ritorno; se capita come ieri, per fare una – e dico una, diamine – fermata, ci metti un quarto d’ora, perché il treno è strapieno e ha problemi, roba che non potresti resistere per più di un minuto senza mascherina dell’ossigeno. Ti verrebbe voglia di tirare il freno di emergenza e suicidare tutti quelli intorno a te sotto i binari, ma non lo fai…semplicemente perché non riesci a muoverti.

Riscendi e ti fai schifo da solo: la pezzata ha contagiato maglietta/camicia, maglioncino/giacca e se ti va male che non hai levato il giubbetto sono guai. Arrivi a casa circa alle 20, ma prima vorresti passare dalla sede dei Ghostbusters per farti disinfettare con una leccata da Slimer. Ma no, non c’è tempo.

Doccia, poi cena e sono le 21.30. Hai ancora 3 ore per vivere ma cazzo, accendi la tv e c’è Distretto di Polizia e se ti va un po’ meglio una prima serata con Carlo Conti o Pippo Baudo. Spegni la tv e vuoi uscire con gli amici, ma fai presto e occhio al portafoglio, che ormai una media costa quanto un pieno per il mio scooter di qualche anno fa.

Sei stanco, stanchissimo, e anche i tuoi amici lo sono, quindi alla fine non esci, perché sei già col pigiama dai pantaloni a forma di Aladdin e le ciabatte a testa di animale, che se ti suda il piede li dentro, Dio solo sa cosa succede quando le sfili.

Che fai, a questo punto? Se sei single, dopo aver scanalato su canale 5 e aver visto le veline di striscia, passi al pc, seguendo una parabola simile a questa: Repubblica, Gazzetta dello Sport, blog di Suzukimaruti, blog di Pietro Izzo, metti-il-blog-di-un-nome-che-vuoi e…Pornotube (o Red Tube, ecc…). Pacchetto di fazzoletti alla mano, strizzi il collo al serpente, che da troppo tempo non vede una tana in cui rifugiarsi.

Se invece hai una fidanzata o peggio, una moglie, le lanci uno sguardo tipo Hannibal the Cannibal e la spingi, letteralmente, con spallate e colpi da auto-scontro, verso il letto, sperando che abbia voglia di fare l’Amore; peccato che appena la sdrai sul letto, nel tempo che ci impieghi a cambiare lato e sederti, lei già russa emettendo diversi cambi di tonalità. Sconsolato, ripensi ai tempi in cui ogni sera potevi permetterti il lusso di fare sesso con una ragazza diversa dall’altra; poi però ti svegli e ti accorgi che era un sogno nel sogno.

Assonnato, ti giri dall’altra parte e guardi le ore: sono le 6.50, 10 fottutissimi e fastidiosissimi minuti prima che suoni la sveglia.
Ed è già un altro giorno. Un altro giorno da non vivere.


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