Rai IV, la vendetta

luglio 15, 2008

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Ieri ha debuttato sul satellite il nuovo canale Rai, il quarto per la precisione. Si parla da subito di un canale votato ai giovani, ragazzotti che navigano in Internet, sensibili “alle suggestioni della moderna comunicazione”, come spiega Carlo Freccero, che stupido proprio non è.

Sì ok, ma c’è subito un problema sintomatico del fatto che nella maggior parte dei casi le cose vengono fatte senza ben sapere come dovrebbero in realtà essere: Rai 4 non ha un proprio sito Internet, tantomeno un blog. E questo non è un errore da poco per un canale che ritiene il web come fonte “formidabile di raccolta” di materiali proposti dalla Rete. Ok, magari il sito uscirà, ma cosa fai? Lanci il canale nuovo senza il sito?! Sì.

In più, come spiega Dario Salvelli, usare il DTT come tecnologia per andare incontro ai giovani mi pare una discrepanza, un errore alquanto strategico. Cioé non mi puoi parlare di contenuti e rapporto che cambia se per vederlo serve il digitale terrestre. Perché non provare un progetto totalmente votato ad Internet come Current Tv, allora?

La verità è che da anni in Italia non viene più fatta, progettata o pensata televisione; si preferisce importare continuamente format triti e ritriti, reality inguardabili o al massimo creare tristissimi giochi a premi condotti da presentatori imbarazzanti. E gli ascolti calano, però non si dice.

Se Rai 4 punterà sui giovani (recuperando peraltro le risorse finanziarie dalla chiusura di RaiUtile, talmente utile che non la conosce nessuno), c’è da dire anche che nel 2009 prenderà vita Rai 5, di cui ancora non si sa nulla. Alcune voci di corridoio spiegano che si stia parlando di altri nuovi canali dedicati “alle eccellenze del Made in Italy e ai lavori del Parlamento”… Una palla totale insomma, parliamoci chiaro: quante persone potrebbero guardare costantemente canali simili? Perché non date un’occhiata ai dati sulle caratteristiche socio-culturali degli spettatori? E magari sui loro gusti? E via così.

RaiSat è uno dei pochi comparti della Rai ad essere in attivo e capace di autofinanziarsi, quindi perché non puntare decisamente sull’innovazione e la sperimentazione? Carlo Freccero potrebbe essere la persona giusta, ma capisco che rapportarsi con la dirigenza, che certe dinamiche faticherà a comprenderle sino a che non scopriranno che negli Usa saranno avanti di 10 anni, e convincerla è dura, durissima.

Il futuro però non è il digitale terrestre. Prendiamo le altre Reti pubbliche del resto del mondo? Quanti canali hanno? Uno o due al massimo; la BBC ad esempio ne ha solo due. Se la tv di Stato vuole davvero sviluppare il modificato rapporto coi propri fruitori e puntare sui contenuti digitali, perché non si affidano davvero al web? Ne guadagneremmo tutti in qualità e soprattutto in riduzione di costi.
Che in un contesto pubblico non è cosa da poco.

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Aggressivamente multimediali

aprile 27, 2008

«”In un mondo aggressivamente multimediale bisogna resistere per garantire la libertà e dignità della stampa” dice Napolitano. “Siete una grande realtà. Una stampa libera capace di investire nel rapporto con i lettori e capace di esprimere libertà e indipendenza” – dice alla delegazione Fnsi in occasione del centenario – “è un elemento di democrazia”»

Avevo provato ad avvisarvi: ora avete scoperto in che mani siamo.

Se anche un anziano presidente della Repubblica sente di avere voce in capitolo in qualcosa di cui probabilmente non capisce nulla, rassegnamoci: la strada che ci conduce ad un giornalismo più equo, intelligente e moderno è ancora troppo lunga e ricca di ostacoli.
Praticamente è un po’ la Salerno-Reggio Calabria dell’informazione italiana.

Ci vedono come dei sovversivi multimediali: arrivano persino ad inventare definizioni stupide come queste pur di far passare il concetto che Internet sia un posto bruttissimo fatto di persone represse, psicopatiche e con manie di onnipotenza.
Per loro la vera minaccia siamo Noi. Perché sono loro che per primi vogliono lo scontro, la contrapposizione ad ogni costo, la netta demarcazione delle differenze. Secondo la loro visione illuminata, le persone che tramite la Rete diffondono contenuti, fonti e discussioni vogliono portargli via il lavoro e quei pochi e sporchi privilegi traducibili in marchette e buffet.

Cose per cui si litiga anche qui, stupidamente. Non so se sia opportuno cominciare ad ignorare la classe giornalistica italiana, facendoci un bell’esame di coscienza, tutti quanti. Dobbiamo smetterla di trasferire il modo di pensare vecchio e tutti gli errori che ci stiamo ancora trascinando dietro anche nel web.

Che lo vogliate o no insomma, Internet ha cambiato tanti aspetti in moltissime professioni. E ha aperto tante altre strade. Se la reazione di chi l’informazione (non) la fa – e per inciso anche male – è questa, che si arrangi: probabilmente finirà per auto-estinguersi in un mare di lacrime di coccodrillo. Il vento che arriva dall’altra parte dell’Oceano è infatti cambiato da molto tempo. L’apertura mentale alle modifiche che il progresso degli strumenti dell’informazione e che la comunicazione odierna impone non si misura più soltanto in share e numero di lettori.

L’esponenziale crescita di importanza della partecipazione, la biunivocità nella creazione dei contenuti, i fruitori che diventano anche opinon leader, e così via. Queste sono le caratteristiche e le tendenze che dovrebbero interessare i giornalisti.
Cari i miei blogger, basta bersi i sondaggi propinati dai quotidiani sul fatto che la tv in Italia sia stata superata da Internet, basta illudersi che i professionisti dell’informazione si mettano per un istante in discussione. Perché non è così, purtroppo.

Preoccupiamoci di tenere la bussola nella direzione giusta, di coinvolgere le persone nel processo di aggregazione orizzontale e di produrre cose interessanti.
Poi il resto verrà da sé.