Fa freddo e nevica, quindi il riscaldamento globale non esiste: il cambiamento climatico e il giornalismo all’italiana

gennaio 14, 2009


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Sinceramente provo una vergogna immensa per coloro che scrivono certe cose per il Giornale e Libero. La copertina del Giornale e gli articoli apparsi anche su Libero versione cartacea, hanno infatti dell’incredibile. Certo, la crociata da parte dei due quotidiani va avanti da antica data, ma tant’è.
Mi riferisco agli incredibili e falsi pezzi sul clima di settimana scorsa (comparsi l’8 gennaio).

Se ne è parlato anche qualche sera fa su Friend Feed, in toni piuttosto accesi. Ebbene, ho definito questi giornalisti dei cialtroni, in quanto partono dal presupposto che parlare del tempo metereologico e di 30 cm di neve a Milano equivalga a parlare di clima e cambiamento climatico. La realtà purtroppo è un’altra.
Perché il 2008 è stato il settimo anno più caldo degli ultimi 200.

.: Previsioni de noantri

Ma non solo. Mentre in Italia qualche giorno di nevicate trasformava la meteorologia in politica, il Worldwatch Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca americani, stava stampando lo State of the world 2009, interamente dedicato al caos climatico e alla sua cura. E i risultati sono semplicemente disastrosi, alla faccia dei commenti dell’uomo della strada, giusto per definire il livello giornalistico di quei pezzi; insomma il meccanismo è piuttosto semplice: vedono la neve fuori e dicono, “ecco qua, dove sarebbe il famoso riscaldamento globale?” Ed ovviamente ragionare in questo modo è una puttanata colossale, passatemi il termine.

.: Le conseguenze sono misurabili

Per quanto riguarda le emissioni infatti, si è passati dai 22,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica del 1990 ai 31 miliardi del 2007: +37%. A cui vanno aggiunti i 6,5 miliardi di tonnellate che derivano dalla deforestazione. E se il livello dei mari continua ad innalzarsi, spostando a volte le misurazioni annue da centimetri a metri (!), a preoccupare sono i cosiddetti tipping points e cioé i punti di non ritorno, momenti in cui il processo di cambiamento del clima compie un salto brusco e irreversibile nella scala temporale che interessa l’umanità. Un esempio riguarda la corrente del Golfo: l’afflusso massiccio di acqua dolce derivante dalla perdita dei ghiacci artici potrebbe bloccare o rallentare questa corrente causando un’ondata fredda sulla Gran Bretagna e sulla Scandinavia; un altro deriva dall’acidificazione degli oceani, che minaccia molte delle forme di vita marine. Male che vada ci mangeremo i pesci già conditi col limone insomma.


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.: Il problemino delle fonti

Ma torniamo agli incredibili articoli dei due grandi quotidiani: c’è una prova semplicissima che li smaschera e fa crollare miseramente tutte le loro fandonie contro l’umanità, e cioé la prova delle fonti. Nessuno dei nomi che riportano è conosciuto dalla comunità scientifica internazionale e non esistono riferimenti a fonti, dati, prove empiriche di quello che dicono. Quindi è inconcepibile che divulghino certe assurdità con una tale leggerezza. Ma non solo, il bello haddavenì.

Greenreport (leggete, viene anche spiegata la storiella dell’aumento dei ghiacci al polo Sud!) ha infatti scoperto che dietro alla notizia non c’erano nuove pubblicazioni di centri di ricerca, ma solo alcune dichiarazioni di Bill Chapman, ricercatore dell’istituto citato, sul blog di Michael Asher, un giornalista USA noto per appartenere al partito di chi non crede al riscaldamento globale (i cosiddetti “climate skeptics”), che aveva in seguito scritto un articolo apparso il primo gennaio su “Daily tech”, “in cui si lanciava nel paragone tra l’estensione ghiacciata ai poli del 1979 e quelli del 2008”.

.: Una bufala colossale

Quelli di Greenreport, armati di matita elettronica, sono andati a controllare i dati relativi alla famigerata banchisa, monitorati a livello di comunità scientifica accreditata proprio dall’Arctic climate research center, fin dal 1979, anno di inizio delle misurazioni satellitari. E sorpresa, all’atto pratico, l’estensione massima della banchisa nel 2008 è pressoché identica a quella minima del 1979. Quindi dire che l’estensione (quasi) minima del 1979 è uguale a quella (quasi) massima del 2008 è una cosa, dire che “i ghiacci sono tornati ai livelli del 1979” è tutt’altra cosa; così come affermare che la notizia è stata diffusa dall’Università dell’Illinois (vedi più in alto).

Tra l’altro, se proprio volete farvi due risate, a seguito di queste baggianate, persino l’Arctic Climate Research dell’Università dell’Illinois si è sentito in dovere di spiegare in un commento, che l’indicatore utilizzato – l’area globale marina coperta da ghiacciai – non è il più rilevante per misurare differenze tra il 1979 ed il 2008. Questo perché “quasi tutti i modelli climatici prevedono una diminuzione dell’area marina coperta dal ghiaccio nell’emisfero Settentrionale, mentre per l’emisfero Sud le previsioni sono più incerte. Alcuni studi recenti arrivano ad affermare che l’area marina ghiacciata nell’antartide possa inizialmente aumentare come risposta al riscaldamento atmosferico: l’aumento dell’evaporazione provocherebbe un aumento delle precipitazioni nevose sul Polo Sud”.

L’unica verità purtroppo è che tra il 1979 ed il 2008 si è registrata una diminuzione dell’area coperta dai ghiacci al Polo Nord di un milione di chilometri quadrati, solo parzialmente compensata dall’aumento dell’area coperta dai ghiacci al Polo Sud (0,5 milioni di Km quadrati).

.: Interessi politici ed economici

Come spiegava Gilioli qualche tempo fa, più o meno tutti nel mondo si sono accorti che il baraccone industriale messo in piedi negli ultimi 200 anni ammazza il pianeta e i suoi abitanti se continua a marciare solo con combustibili fossili ed energie non rinnovabili: se n’è accorto Sarkozy, se n’è accorta la Merkel, se n’è accorto Mc Cain. Figuriamoci Obama, che ha proposto le fonti alternative come una delle vie per uscire dalla crisi. Questi invece cercano di fare pressioni con lobbying di basso livello e advocacy da 4 soldi, così da permettere ai furbetti di continuare a fare porcate.

E’ davvero semplice percepire l’interesse politico-economico (che tradotto significa “continuare ad inquinare a spese umane per guadagnare soldi”) di chi vuole negare il global warming. Molto meno percepibile invece è l’interesse di chi il global warming lo ha postulato. Vanz, su FF, ha detto la frase giusta: “è più probabile che il 97% degli scienziati di tutto il mondo sia pagato dalle multinazionali del petrolio per mentire, o che il mondo scientifico ritenga in modo virtualmente unanime che il riscaldamento globale è causato dall’uomo?”.

.: Le cose non si sistemano da sole!
Lasciamo perdere per un istante questi pseudo-giornalisti che partono dal presupposto che il global-worming sia una sciocchezza senza citare nessuna fonte. Mi preme ricordarvi però che tutto non si aggiusta da solo come vogliono farci credere.
Quelle dei nemici dell’ambiente (e per inciso della nostra e della loro stessa salute!) sono argomentazioni Ikea, perché smontabili quante volte volete: gli effetti previsti dal riscaldamento sono infatti progressivi e l’aumento della temperatura si misura sulle serie di anni e decenni, non sui “primi 11 mesi del 2008”.

Quindi che dovremmo fare? Apparentemente le soluzioni le abbiamo sotto gli occhi e sono facili da capire. Per esempio consumare meno e in modo più intelligente, convertirci alle fonti rinnovabili e alternative (tra queste il nucleare non è contemplato, leggete qua), cominciare finalmente a costruire secondo le regole dell’autosufficienza termica, eccetera.

Voglio concludere questo post chilometrico dandovi un consiglio. Se credete che una settimana di neve possa risolvere anni o decenni di disastri fate pure, non c’è problema. Se volete continuare a camminare per i viali delle grandi città respirando di tutto, fate pure. Se volete mettere al mondo bambini sapendo che avranno un’alta probabilità di morire giovani per tumori alle vie respiratorie, un po’ come noi, siete liberissimi di farlo. Però lasciate anche la libertà di scelta a chi preferisce vivere in modo più eco-sostenibile (non è una brutta parola, anche se alla tv ve lo fanno credere), offrendo maggiori possibilità e incentivi (per dire, questo Governo infatti ha cancellato le sovvenzioni per chi convertiva al solare, perché noi siamo l’Italia).

Chi scrive certe oscenità (sto ancora ridendo per l’equazione tempo metereologico = clima…) galattiche per me è un cialtrone, sì; e il quotidiano per cui le scrive non è altro che un’aggravante.
Perché il fine è evidente. E in questo modo, tutti quanti finiremmo per perdere l’unica cosa che davvero ci accomuna: la vita.

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Relight Mylano

dicembre 15, 2008

In tempi come questi ci sarebbe bisogno di un po’ di austerity. Del resto siamo in crisi economica, si parla di recessione e la gggente al tg – intervistata – dice che a Natale spenderà meno. E se lo dice la tv, alla fin fine uno ci può anche credere.
Va a finire che ci si aspetta qualche esempio anche dai comuni e dalle città, che mandino un segnale di responsabilità e maturità alle persone.

Questo ovviamente non è il caso del comune di Milano. Anche quest’anno la giunta di ciellina di centro-destra si è distinta per un’altra particolarità, oltre che per litigi, decisioni incomprensibili e polemiche demenziali.
Sì perché questa città è governata ormai da non so quanto da questa giunta e da non so quanto infatti, Milano è diventata solo ed esclusivamente un posto che le persone vedono come luogo triste in cui lavorare, non vivere.

Fin qui niente di nuovo, direte voi. “Se lavura, chi a Milan”. Già ma una riqualificazione dell’immagine di Milano non sarebbe poi così male (specialmente in vista del fantomatico Expò del 2015). E qui veniamo allo scempio; sì perché con la scusa del Natale, delle Feste e del consumismo fetish-farlocco, quello dei negozi iper-addobbati ma pur sempre vuoti (chiedere ad amici commessi per credere), la giunta in ottobre aveva deciso di quintuplicare i fondi per le luminarie natalizie.

Da 200 mila euro si è passati a ben 1 milione di euro. Ottocento mila euro in più rispetto all’anno scorso. Ora, non voglio fare populismo di bassa levatura, ma tenderei a far notare – ai milanesi soprattutto – che per tre settimane (un mese, se preferite), la città è diventata una taroccata totale, visto che nel giro di pochi metri e poche vie ci sono stili diversi, colori differenti; tutto un po’ a caso, un po’ qua e un po’ là.

L’importante è il messaggio cristiano, cioé quello secondo il quale la festa più importante dell’anno si avvicina, quindi siate allegri, siate buonisti che è Natale, e spendete più che potete: siamo pur sempre nell’era dell’ottimismo.

“Un pot pourri alla milanese di luci frammentate e disomogenee, senza un progetto unitario, un´idea comune”. Come se non bastasse i negozianti, in aggiunta ai soldi del Comune, nelle vie più note ed affollate spenderanno un milione e mezzo di euro per altri addobbi.
Problema estetico e di inquinamento luminoso a parte, pensandoci bene, con tutti questi soldi (bruciati per 4 sole settimane, tenetelo ben presente) si poteva per esempio:

  • comprare dei tram nuovi;
  • mettere panelli fotovoltaici sopra ad un scuola;
  • comprare macchinari per l’ospedale; aiutare economicamente molte famiglie o molti giovani milanesi;
  • costruire una pista ciclabile di 10 km;
  • restaurare palazzi;
  • sistemare un università;
  • mettere pannelli solari sopra una scuola;
  • pagare la benzina delle volanti per un anno;
  • mettere i doppi vetri negli edifici pubblici, installare lampadine a basso consumo;
  • eccetera, aggiungete voi.
  • Non ve ne frega niente dei soldi? Pensate all’ambiente almeno. Cioé io sto qui a fare la raccolta differenziata con impegno, pago profumatamente la pattumiera, la bolletta della luce e tutto il resto. Ho lampadine a basso consumo, spengo sempre le luci che non utilizzo, la tv, uso l’acqua con oculatezza. E voi invece? Brindate allo spreco. E invece di comprare qualche tram nuovo, visto che ogni volta che se ne prende uno si è stipati come le mosche su un cumulo di letame, con 800 mila euro (!), ne addobbate tre vecchi per trasformarli in fenomeni da baraccone.

    Già si vedono ovunque fili e lampadine pendere dagli alberi, con centraline abbarbicate ai tronchi, figli di un amplesso elettrico che, kitsch a parte, rende l’atmosfera natalizia davvero opprimente ed insopportabile. Col rischio che se un barbone si mette a fare la pipì su una centralina, salti in aria tutto quanto.

    Anche a Milano il Natale, quando arriva arriva. Ma è in questi casi che la metafora che suggerisce la città industriale, quella che a detta di tutti è la locomotiva economica dell’Italia, fa trasparire la finzione di un sistema che avrà ancora poca vita.
    E quando ce ne accorgeremo, sarà sempre troppo tardi per spegnere una luce che sta acciecando le nostre menti e riaccenderne tante che le tengano sveglie.


    La Storia delle Cose

    ottobre 15, 2008

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    Ho guardato attentamente “Story of Stuff”, un video che dovrebbero proiettare a Reti unificate in tutto il mondo. Su google video infatti è disponibile la versione intera in italiano (mentre su youtube è suddivisa in 3 parti che trovate sotto questo post) della quale che consiglio caldamente la visione (20 minuti potete spenderli, dai). Magari avete anche figli e con l’aiuto dei disegnini del video potreste scambiarci 4 chiacchiere invece che guardare la ruota della fortuna.

    Un bel video. Chiaro, semplice, ben fatto e diretto. Certo, molti potranno contestare un paio di cose: per dire, se non ci fosse stata l’evoluzione dei processori, probabilmente non avremmo nemmeno visto questo video. Sul resto dei temi trattati però, non ho praticamente nulla da obiettare purtroppo. Sì, purtroppo, perché questa è la società a cui siamo giunti e che tutti hanno voluto.

    Si parla di economia dei materiali, di un sistema lineare di sfruttamento del nostro pianeta, al cui processo però mancano le persone, considerate solo come variabile di consumo. Siamo consumatori e serviamo a quello, mettiamocelo ben in testa.

    Ora, non voglio svelarvi tutti i racconti del mini-documentario, ma mi vorrei poi confrontare con voi, nei commenti su due tematiche in particolare, riguardanti il consumo di oggi, ancora poco “critico”. Parentesi: non fatevi spaventare dal termine consumo critico. Non vuol dire solo boicottare prodotti e multinazionali; consumare in modo intelligente significa semplicemente farlo in modo consapevole ed informato. Ci sono decine di variabili e sfaccettature, con cui però non vi annoierò ora.

    L’autrice, Annie Leonard, fa menzione di due procedimenti legati al consumo globale che raramente consideriamo. Parlo dell’obsolescenza pianificata e dell’obsolescenza percepita.

    L’obsolescenza pianificata è quel processo a cui ricorrono molti designer, progettisti, ecc…, che li fa discutere su quanto velocemente gli oggetti (non li chiamo feticci, che poi so cosa mi dite) possano avere problemi o rompersi facilmente, lasciando però una minima fiducia nel consumatore per far sì che ricompri lo stesso prodotto. Con la felicità del produttore, che preme in quella direzione, per raccontarla in modo spiccio.

    In realtà però le cose non si rompono così in fretta. Ecco perché esiste anche l’obsolescenza percepita. Questa simpatica canaglia ci convince a buttar via una cosa che funziona ancora perfettamente. Come? Cambiando l’aspetto dell’oggetto, per esempio. E siccome dimostriamo la nostra importanza ed il nostro valore consumando, siamo ben felici di comprarci…l’iphone 3G al posto di quello 2G, no?

    La moda è un altro esempio emblematico. Un anno vanno i pantaloni in un certo modo, un altro anno no; se tu rimani con un modello vecchio, fai capire alle altre persone che sei out, non alla moda: non hai contribuito alla cosiddetta “freccia d’oro”, come la chiama Annie Leonard. Quindi non vali come una persona che consuma costantemente. Qualcuno direbbe che “sei uno sfigato”.

    Un ruolo fondamentale in questi processi è ovviamente rappresentato dai media, da cui siamo costantemente bombardati: messaggi subliminali come “la vostra macchina non va bene”, “il vostro telefono è vecchio”, eccetera eccetera, sono all’ordine del giorno. E qui, lo dico spesso, dovrebbe anche entrare in gioco l’etica di chi lavora nel mondo della comunicazione, ma questo è un altro discorso. Mascherare tutte le porcate dietro il termine professionismo, mi pare un po’ troppo da paraculi.

    Nel video poi si parla anche del fatto che, pur possedendo centinaia di oggetti materiali, siamo sempre più infelici. Probabilmente perché non si ha più tempo per vivere davvero. Nonostante la vita di cui disponiamo sia una sola, abbiamo sempre meno tempo per amici, famiglia, ecc…: alcuni esperti hanno calcolato che lavoriamo per più tempo che nelle società feudali.

    Già ma quali sono le due attività che vengono maggiormente praticate nel nostro tempo libero? Guardare la tv e fare shopping. Certo, gli Usa rimangono l’esempio principale della Leonard, viste le sue origini. In America infatti lo shopping occupa il triplo o il quadruplo del tempo in più rispetto all’Europa. E si arriva ad un cerchio apparentemente infinito:

  • * Facciamo un lavoro, magari due
    * Arriviamo a casa stanchi morti, ci sediamo sul divano.
    * Guardiamo la tv e la pubblicità ci dice che facciamo schifo perché non possediamo certe cose.
    * Quindi andiamo a comprarle, ma non basta. Dobbiamo lavorare di più per poterle pagare.
    * Conseguentemente torniamo a casa più stanchi, e uscendo meno guardiamo più tv che a sua volta ci incita ad andare più volte al centro commerciale. E così via.
  • Un cerchio senza fine, interrotto solo da infarti o crac finanziari, appunto. E poi, scusate, dove finiscono tutte queste cose che compriamo e che non sappiamo più dove mettere? Nella spazzatura, ovvio! E qui veniamo alla parte del video sui rifiuti.

    Insomma, di questo passo rischiamo di arrivare all’esaurimento delle risorse naturali. Per fare un esempio, negli Usa è rimasto soltanto meno del 4% delle foreste originarie ed il 40% dei cosi d’acqua non è potabile; sostanzialmente stiamo usando più cose di quanto ce ne spettino. Gli Usa più di tutti.

    Non voglio essere anti-americano, ma sono dati di fatto: gli americani rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma consumano il 30% delle risorse e creano il 30% dei rifiuti. Se tutti consumassero come gli americani avremmo bisogno di 4-5- pianeti. Il ragionamento e la risposta classica degli Usa è estendersi e soddisfare i bisogni consumistici indotti della propria popolazione prendendo e usufruendo di ciò che appartiene agli altri, dalle risorse ambientali a quelle energetiche. Nel migliore dei casi questo viene fatto attraverso una folle spesa militare, quando invece va male si ricorre alle bombe.

    Non vi sto dicendo di non comprare più niente e di non consumare. Ma di riflettere e agire con la testa, a cominciare dai nostri consumi, quelli di tutti i giorni. Piccoli o grandi che siano.
    Il mondo, le organizzazioni ed i governi sono comunque fatti dalle persone. Agiamo in prima persona e comincamo a pretendere, a discutere, ad essere attivi. Insegniamo ai più piccoli che non è vero che ormai cambiare le cose è impossibile. Solo chi lo pensa è perduto.

    Perché il mondo non è nato con questo sistema, siamo noi che l’abbiamo creato. E quindi posiamo e dobbiamo trasformarlo, se davvero vogliamo che le generazioni future abbiano una vita dignitosa.
    Senza “se” e senza “ma”. Non basta soltanto prendere la bicicletta e fare la raccolta differenziata per sentirsi un pace con la coscienza.
    Perché la storia delle cose siamo noi, dopotutto. E soltanto noi possiamo cambiarla, possibilmente in meglio.


    prima parte


    seconda parte


    terza parte


    Cogli l’atomo fuggente

    luglio 24, 2008

    http://www.hobbybirra.it/mtb/giochi.htm

    Nella centrale nucleare di Tricastin, in Francia, sono stati contaminati 100 operai: è la terza fuga radioattiva nelle ultime due settimane.

    Come avevo già spiegato in questo post, tutti questi incidenti stanno avvenendo perché continua a venire prolungato nel tempo il periodo di attività di innumerevoli centrali nucleari francesi, con conseguenze disastrose (specialmente nel lungo periodo) in termini di vite umane. Invece di chiuderle insomma, aumentano il loro ciclo di vita di 10-20-30 anni: i rischi non sono quantificabili.

    In questi casi, come risponde il Governo italiano del si deve fare a tutti i costi? Non risponde e ai tg certi argomenti non interessano. A parte una persona, Scajola, che afferma: “il nucleare è sicuro, indietro non si torna”.
    E’ ovvio, se rimani contaminato, indietro non torni più.

    Intanto il direttore della centrale Alain Peckre, ha parlato di incidente “non grave”, da classificare al livello 0 di una scala che arriva a 7. E ha spiegato che “un condotto è stato aperto nell’ambito delle operazioni di manutenzione e c’è stata una fuga di polvere radioattiva”. Beh, perché non parlare di livello 50 in una scala che va a 2000 allora? Diamo i numeri a caso e via, si fa prima.

    In più, nella notte tra il 7 e l’8 luglio, sempre nella centrale di Tricastin (situata a 200 km dal territorio italiano), c’era stata una perdita e acqua contenente uranio si era riversata nei fiumi della zona. Pochi giorni dopo, fuoriuscite di acque contaminate da elementi radioattivi erano state registrate in un impianto della Areva a Romans-sur-Isere, sempre nel sud-est della Francia. Sembra infatti che le persone comincino ad apprezzare il verdino fluorescente della loro pelle, sperando di diventare presto grossi come Hulk.

    A detta dei portavoce delle centrali tutte queste perdite non hanno “impatto sull’ambiente”: beh allora se non hanno impatto sull’ambiente, perché non annaffiamo gli orti con un po’ di elementi radioattivi? Magari si scopre che fanno bene, mai dire mai.

    Cioé è come se fate la pipì sporcando l’asse del water con qualche schizzo e la vostra fidanzata o la vostra moglie non si incazza perché voi le spiegate che “non c’è stato impatto sul muro e sul pavimento”, e che quindi può tranquillamente sedercisi sopra.
    Questo per dirvi, metaforicamente, di alzare l’asse del water, altrimenti in casa vostra si creeranno problemi ambientali.

    *** EDIT: l’unica risposta che ha saputo dare il Ministro Scajola è che questi incidenti sono stati enfatizzati, quindi roba normale da mettere in conto. Chissà cosa ne pensano i contaminati.


    Ambientalismo con la EsseLunga

    giugno 22, 2008

    More o Tumore? By Blog a Progetto

    Ieri sono andato a fare un po’ di spesa all’EsseLunga. A parte lo scocciamento derivato dall’andare il sabato prima di cena a fare la spesa con altre millemila persone, ho notato una cosa alquanto strana (o forse sintomatica) alle casse.

    Prendo un sacchetto bianco sotto al rullo della cassa della mia corsia, come in molti farete. Arrivo alla cassa e la signorina, gentilmente, mi chiede se preferisco avere la borsa gialla classica di plastica che mi avrebbe passato lei, visto che costa 4 centesimi invece che 10, come quella da me presa.

    “Beh, mi dia quella gialla allora, grazie”, le dico sovrappensiero comportandomi da buon risparmiatore (o se preferite, ho fatto il braccine corte); poi con la coda dell’occhio, rimettendo via il sacchetto bianco, noto dalla consistenza che era biodegradabile, di quelli che si sciolgono facilmente, non inquinando l’ambiente insomma (quello giallo è fatto in polietilene vergine, cioé meno denso; inquina un po’ meno ma inquina lo stesso).

    Capito? Per favorire l’ambiente ed incentivare i consumatori dando il buon esempio, ti fanno pagare meno il sacchetto di plastica classico. Eppure sul sito ufficiale, c’è anche una bella sezione dedicata all’impegno ambientale di questa grande catena di supermercati.

    Persino in Cina sono stati proibiti i sacchetti di plastica: in Italia saranno proibiti dal 2010, così come previsto dalla Finanziaria del 2007 (articolo 1 comma 1129, 1130 e 1131). Già, ma perché proprio dal 2010 e non da subito? Smaltiamo quelli rimasti e basta, finiamo di produrli. Invece no, la produzione viene solo ridotta.

    Tra l’altro, sono ben felice di pagare qualche centesimo per favorire l’ambiente, ma non capisco la moda – da qualche anno a questa parte – di dover pagare il sacchetto di plastica con scritto il nome del supermercato di turno. Cioé ti faccio pure pubblicità gratis! Facciamo una cosa dai, io ti pago il sacchetto, però poi lo Stato ti impone una tassa sulle confezioni, per far pagare i costi ecologici del loro smaltimento. Siete d’accordo, supermercati?

    I sacchetti più diffusi sono fatti in polietilene, un materiale plastico derivato del petrolio; sono pressoché indistruttibili dispersi nell’ambiente, nel senso che, se sotterrati, rimangono nel suolo per secoli e l’unico modo di distruggerli è bruciarli, producendo però grosse quantità di Co2, scorie e rifiuti tossici vari.

    Come accennato, sul mercato esistono due tipi di plastiche biodegradabili, ottenute a partire dall’amido di mais, di patate o di grano. A livello energetico questi ultimi costano molto meno e soprattutto sono biodegradabili. Ma noi li paghiamo di più, sapete perché? Perché non viene conteggiato il loro costo di smaltimento.

    In Italia consumiamo oltre un quarto del totale dei sacchetti di plastica dell’Unione Europea, giusto per rispettare ogni trend negativo esistente, e siamo in fondo nell’attuazione di moderne pratiche ambientali.

    Che dire, sicuramente l’esempio che ho fatto capiterà anche a tutti voi nei più svariati supermercati italiani, mi piacerebbe però sapere se esiste qualche eccezione in controtendenza. Me lo farete sapere nei commenti.

    Insomma, rimaniamo in attesa che costruiscano in Italia, nel 2008, le prime centrali nucleari, che costringano (qui funzionano solo gli imperativi minacciosi) tutta la penisola ad attuare la raccolta differenziata (sempre nel 2008 ), che le multinazionali utilizzino meno materiali possibili per produrre le proprie scatole (contate quanti involucri rivestono certi prodotti, per dire), continuiamo ad aspettare.

    Nel frattempo, per fare la spesa, utilizzate le borse della nonna, cioé quelle di juta, di stoffa, ecc…, che sono riutilizzabili pressoché all’infinito. Sarà anche scomodo portarsele dietro, ma viviamo in un’epoca in cui il consumo critico si fa sempre più strada tra le persone comuni. Almeno spero.
    Non c’è che dire, le nostre nonne ne sapevano una cifra.


    NIMBY all’italiana: “sì” al nucleare ma fallo tu, che a me vien da ridere. E poi non sono capace.

    maggio 30, 2008

    In questi giorni sul nucleare ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori. L’pinione pubblica che politica e lobbies varie si preoccupano di diffondere con efficacia è quella secondo la quale l’Italia non abbia alcuna alternativa al costruire nuovi reattori per prodursi energia da sola. In realtà le cose non sono così semplici ma anzi, non riesco proprio a trovare alcun pro che possa convincermi che cominciare col nucleare nel 2008 sia una scelta azzeccata.

    Premessa. Le cose non stanno come ce le raccontano; diciamo che tutti i dirigenti politici e non che parlano oggi del nucleare hanno sostanziali e provati interessi su cui guadagnare. Innanzitutto le recenti dichiarazioni del…ministro Scajola, sono le stesse proposte fatte dal ministro 5 anni fa e riguardano centrali nucleari non realizzabili, tantomeno in 5 anni (in Italia rispettare i tempi non è proprio possibile). C’è un recente studio del MIT che spiega come i tempi effettivi di costruzione siano di 109 mesi: fate voi i conti. Se poi pensiamo che la centrale nucleare francese in costruzione in Finlandia è in ritardo di due anni e confrontiamo il tutto con un paese come l’Italia bloccato da ritardi cosmici, burocrazia, litigi politici, scontri tra interessi vari, ecc…i tempi e i costi di cui nessuno mai parla sono destinanti ad espandersi a dismisura, fino all’infinito e oltre. Altro che ponte sullo stretto.

    La tua opinione non è la nostra. Qualcuno si è mai chiesto come pensa il ministro Scajola di costruire anche solo una centrale nucleare? Con che risorse? In che modo? Dico al di là delle dichiarazioni di facciata e dei cosiddetti sondaggi di opinione (opinion poll, per l’esattezza, roba usata da decenni che i non addetti ai lavori in genere non conoscono). Sì perché in questi casi per portare avanti certe battaglie, vengono usati vari strumenti che fanno sì che anche gruppi di pressione (grass-root) composti da cittadini, remino verso una certa direzione. Per esempio la maggior parte dei sondaggi di opinione pubblicati dai media e che rappresentano pretesti per dibattiti vari, voi non lo sapete, ma sono commissionati (e purtroppo non sempre con modalità trasparenti) da interessi ben precisi che intendono proprio avvalersi dei risultati del sondaggio per influenzare le opinioni comuni. Diciamo che sono cose più o meno lecite che si studiano anche all’università, per dire. È infatti ampiamente dimostrato che molti lettori e telespettatori siano facilmente influenzati dai risultati di un sondaggio di opinione (secondo il ragionamento “se la maggioranza la pensa in un determinato modo allora vuol dire che deve essere così e anch’io allora la penso in quel modo”). Naturalmente pochissimi sanno che in un sondaggio la formulazione della domanda può determinare il risultato e che basta modificarne una parola che cambia il senso stesso del risultato: per esempio, se chiedo quanti sono favorevoli alla legalizzazione delle droghe trovo una minoranza; se chiedo invece “quanti sono favorevoli a una regolazione delle droghe trovo una maggioranza, ma la domanda è sempre la stessa”. Quindi se vi propongono un sondaggio nel quale per fonti alternative ci mettono il nucleare, mandate a quel paese chi vi fa la domanda.

    Fa niente, facciamolo lo stesso sto nucleare. Eravamo al come, giusto? Al diavolo i giornalisti, che non fanno mai una domanda interessante. Sono spiacente, ma l’Italia non possiede più da decenni una base industriale che permetta di sviluppare tecnologia nucleare (avendolo abbandonato con un referendum, tra l’altro). Per riprogettare una base industriale seria quanti anni ci vorrebbero? Decenni, forse. Di conseguenza, dovremmo comunque importare dall’estero a costi esorbitanti (col rischio che si vada a spendere meno in paesi in cui magari ci sono stati già disastri) e con varie incognite. Con buona pace per chi dice che il nucleare ci renderebbe indipendenti dall’estero (leggete questo post che è davvero interessante). In più i lunghissimi tempi di costruzione e realizzazione richiedono costi non sostenibili e i capitali che chiederemmo in prestito a chissà chi verrebbero ripagati chissà quando con gli interessi. E che interessi. Addio al tanto sbandierato nucleare italiano insomma, già in partenza.

    Il solito comunista-ambientalista-notav-guastafeste. Ennò miei cari, non scherziamo. Sapevate che l’ultimo reattore in America (per esempio) è stato costruito nel 1979? Trent’anni fa. Ma certe cose in tv non le dicono. In Francia invece il nucleare conta solo il 20% nella produzione di energia. E sempre in Francia viene rinviato costantemente il problemuccio della chiusura delle centrali, aumentando il periodo di attivazione da 30 a 40 anni e forse addirittura a 60 anni. Con costi e rischi per l’umanità non quantificabili. L’Inghilterra infatti ha cominciato lentamente a chiuderle le centrali, e così anche la Spagna, mentre noi vorremmo aprirle ora, nel 2008. Sapete perché? C’è anche un altro motivo non trascurabile. Esiste uno studio della British Nuclear Decommissioning Authority che ha stimato in più di 100 miliardi di euro il costo per la chiusura delle stesse centrali nucleari inglesi. Fate voi i conti.

    Maddai, tanto ormai il nucleare è sicuro. Smettiamola anche con questa frase di circostanza. Come ha affermato il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, “non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali.” Stastica non mente. Ne basta uno di incidente, abbiamo visto con Chernobyl. E poi, ragazzi miei, le scorie. Che non vengono quasi mai menzionate. Va bene che noi italiani siamo esperti nel nascondere tutto sotto il tappeto, ma sulla Terra non esiste un luogo sicuro al 100% o al riparo dall’acqua, per esempio. Dove le mettiamo? Come le gestiamo? Boh. Però le facciamo. Il costo dell’uranio aumenta perché anche questo combustibile va esaurendosi come il petrolio e nel giro di 40-50 anni sarà finito; il plutonio impiega circa 22.000 anni per finire la sua vita, e così via. Quindi le scorie dove le nascondiamo? Io sono abbastanza tranquillo, che secondo me saranno più vicine a casa tua, sì parlo di te che mi stai leggendo, che a casa mia, perché io abito ad Arcore, proprio vicino al pres. del cons. Diciamo che male che vada, diventerò un po’ meno verde o deforme di te.

    Quindi che si fa, sonounrompipalle? Svegliamoci, non c’è bolletta o sconto che tenga di fronte alla nostra salute o alle nostre vite. Proprio in questi giorni sono usciti i dati che dimostrano come l’eolico, non solo negli Usa, abbia superato il nucleare. E nei prossimi anni ne doppierà la produzione. Ma Scajola i giornali non li legge, evidentemente, pensarà soltanto ai fatturati di certe aziende.
    La sfida in cui il nostro paese dovrebbe gettarsi ad occhi chiusi è un’altra e riguarda la fonte più immensa che ci ha donato la natura: il Sole. “Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.
    Sviluppare e realizzare impianti seri per sfruttare l’energia solare sarebbe sì una grande dimostrazione di maturità del paese. Perché anche in questo campo siamo indietro. Ma sappiamo bene perché non viene mai proposto lo sfruttamento di questa energia: il Sole non paga direttamente la bolletta e “non è soggetto ai monopoli”; i tumori e le malattie della gente invece pagano la sanità, le case farmaceutiche e non solo.

    Sostanzialmente, se non saremo noi a invertire la rotta lo farà qualcun altro, come sempre. Correndo il rischio di rimanere l’unico paese inquinante e pericoloso in un mondo che cambia direzione.
    Perché tra 50 anni, mentre gli altri avranno scoperto come produrre energia dai propri rutti o da altri gas meno nobili, noi staremo ancora costruendo…i primi mulini a vento.