Il terremoto è lo specchio del paese (parte 2): i veri sciacalli sono altri

maggio 3, 2009


Nel video, i giornalisti del tg1 ringraziano – felici – il terremoto

Sostanzialmente, mi piacerebbe che la pacchia finisse per tante persone. Esseri responsabili di azioni e comportamenti nefasti che innescano nella nostra società usi, costumi e cataclismi misurabili in termini di pensieri propri. Inesistenti.

È che scrivendo post di questo genere, il rischio è quello di vedersi affibiato il ruolo del personaggio che finisce col fare la figura del saccente, quello che “lo sapeva”, eccetera. In realtà sono una persona normalissima, una delle tante che appartiene orgogliosamente a quell’oscurità sommersa. Un abitante della Rete insomma. Che ha tanta voglia di pensare, informarsi e sentirsi “individuo”, concetto ormai caduto in disuso da queste parti. Ogni giorno infatti il contesto in cui viviamo cerca di farci sentire dei diversi o dei deviati solo perché non partecipiamo al televoto, non sappiamo niente sugli ultimi reality e guardiamo poca tv.

Ma “ehi”, mi sento di dire a tutta la ciurma di (non) stare tranquilli, che non è così: il mondo che pensiamo, osserviamo e descriviamo picchettando su un’umile tastiera esiste ed è verità anche se non ce lo mostra la televisione; le cose – belle o brutte che siano – esistono e gli avvenimenti accadono anche se nessuno ne parla o, appunto, ce li fa vedere da qualche parte.

In questa seconda parte di post sul terremoto vorrei quindi concentrarmi su alcuni aspetti misteriosamente sfuggiti ai più. Mentre i media sono ancora impegnati a raccontarci la drammaticità della vicenda abruzzese, con interviste degne di un bambino dell’asilo, immagini del primo bambino nato dopo la tragedia, il primo matrimonio o la nonnina centenaria che ne ha viste di tutti i colori a cavallo dei secoli, il mondo continua a girare. Sempre dalla parte opposta alla nostra si intende. E purtroppo, le scosse in Abruzzo proseguono, così come il conteggio dei morti, misteriosamente interrottosi qualche settimana fa. La cosa è strana, specialmente perché Bertolaso (uomo messo da Berlusconi, sia chiaro) – in ogni disastro – è in genere utile solo a raccogliere vittime, contarle e al massimo a far recapitare tombe a domicilio, che si fa prima. Eppure egli è capace di mettere in riga ministri e sottosegretari, pretendere, minacciare. Il segreto della sua forza è nei flussi di denaro che è in grado di gestire. Cifre impossibili da calcolare.


Alcune piccole differenze tra l’indegno modo di fare giornalismo italiota e quello di una nota tv tedesca

Prima di arrivare a parlare del numero delle vittime che non torna, è necessaria una premessa, che come sempre spiega tante cose. Aspetti sepolti e che tali rimarranno, volutamente o meno. Per colpa di chi, lo deciderà ognuno di noi. Mentre gran parte degli abitanti dell’Aqulia e dei paesini colpiti dal terremoto continua a rimanere nelle tende infatti, prosegue ininterrottamente la processione, la via crucis dei nostri fantasmagorici giornalisti, lì non tanto per documentare, quanto piuttosto per seguire i politici: vi invito calorosamente a guardare i video prima di proseguire la lettura.

Se dopo averli visti non avete frantumato a martellate lo schermo, proviamo a delineare brevemente cosa sono stati capaci di proporci coloro che dovrebbero informare e rendere più libera la collettività:
a) riportare sulle pagine dei quotidiani on line immagini taroccate di terremoti e catastrofi naturali da altre parti del mondo, enfatizzando vogliosamente la tragedia; b) ringraziare il terremoto per gli ascolti; c) non essere mai stati all’altezza di raccontare sobriamente il terremoto, intervistando con metodi dilettantistici persone che hanno perso tutto – compreso le vite di persone care; d) zero inchieste, servizi o contenuti interessanti (salvo rare eccezioni) che aiutassero a mettere in luce le vere magagne e le gravi responsabilità di alcuni sulle centinaia di morti; e) infine, dove diavolo erano i giornalisti nei mesi precedenti? Sono mesi che in Abruzzo ci sono scosse, e mai nessuno ne ha parlato.

La verità è che gli abruzzesi sono stati mandati a morire scientemente. Perché in questi maledetti mesi nessun piano di emergenza era stato approntato. Quando bastava un’evacuazione. O forse bisognava approfondire certi studi e capire perché solo certe persone sostengono che i terremoti non si possano prevedere a priori, o quantomeno capire perché a questa gente non interessa progettare dei piani di sicurezza. Poi però vai a vedere chi produce i sismografi in Italia e di chi sono quelli dell’INFV e ti dai delle risposte. E qui mi fermo, per rispetto alle vittime.

Fate pena giornalisti, ogni giorno di più: come fate a guardarvi allo specchio? Come fate a leggere senza batter ciglio quei maledetti fogli scritti e concordati durante i tg? Vi rendete conto che voi siete direttamente coinvolti e responsabili della vergogna in cui ci siamo trasformati? Com’è possibile che persone come voi lavorino a questi livelli e vengano considerate professionisti dell’informazione? Mi scuso con le poche eccezioni, ma tant’è.

Il problema è che c’è una qualcosa di gravissimo che non torna, come accennavo in precedenza: il numero delle vittime. Il grido di disperazione e di verità sulle vittime è partito da Anna, che sta vivendo sulla propria pelle il terremoto. Leggete il suo blog: troverete tante verità sepolte.
Basti pensare che ad Onna (che è stata praticamente cancellata) ci sono circa 350 abitanti e più o meno hanno contato 50 morti; l’Aquila invece conta 72.946 abitanti e ci hanno detto che i morti sono poco circa 290, compresi quelli di Onna. E da quel momento, dopo i funeralli fantoccio con i ministri in primo piano, stop ai conteggi: i morti non servivano più a niente. Quello che i due medici hanno riferito ad Anna, e cioé che tanti dei ricoverati negli ospedali morti a seguito del terremoto non sono stati conteggiati fra le vittime, è un’altra prova dello scempio. Traete voi le conclusioni.

La realtà dice infatti che i morti effettivi sarebbero circa un migliaio. Tra le altre cose, oltre alla logica, ci sarebbero vari elementi che spingerebbero verso un numero decisamente più elevato di vittime: “il centro storico dell’Aquila è da abbattere e ricostruire. E questo lo dicono in tanti. I morti, i feriti e gli sfollati sono stati contati, più o meno precisamente. E questo lo dicono tutti. Adesso vi dirò qualcosa che non dice nessuno.
Gli scantinati e i seminterrati del 90% del centro storico erano stati affittati. In nero. Dentro c’erano clandestini, immigrati, extracomunitari, come italiani qualsiasi. Spesso ammassati. Ci sono ancora. Decine o centinaia di persone che non risultano all’anagrafe, che non compaiono nelle liste dei dispersi, che non esistono. I proprietari delle case che si sono messi in salvo non ne denunciano la presenza. Non gli conviene. Nessuno li cerca. Nessuno li piange. Da vivi non esistevano, non esistono neppure da morti. Spazzati via di nascosto, come la polvere sotto al tappeto. In fondo, perchè darsi tanta pena per loro? Una tomba ce l’hanno già. E questa volta non gli è costata niente. Gliel’abbiamo data gratis.
All’Aquila sono in molti a saperlo. Ora, lo sapete anche voi.”

Perché nessuno vuole approfondire queste evidenze? Perché sono ormai pochissimi coloro che ancora sanno fare i giornalisti; la stragrande maggioranza si limita ad eseguire ordini del superiore inquadrato nelle logiche partitiche e politiche italiane.
Quindi perché lamentarsi se non si parla di protezione civile o della reale situazione che subiscono i terremotati nelle tendopoli? Queste sono le uniche e vere voci di cui possiamo fidarci: quelle della presa diretta, del “lo sto testando sulla pelle”. Tutto il resto è finzione, sappiatelo. Penso che chiunque abbia assistito almeno una volta a come venga preparata un’intervista; credete davvero che in tv facciano vedere quello che non gli fa comodo?

Ora che l’opinione pubblica ha spianato anche il terreno per diffondere l’idea benevola della ricostruzione, delle fantomatiche “New Town” berlusconiane, qualcuno dovrà spiegarmi altre cose che non tornano e che ho già trattato in parte nel post precedente.
Come possiamo pensare di ricostruire correttamente e in fretta città intere se oggi in Italia, nel 2009, ancora crollano i ponti dopo una settimana di pioggia? Come si può pensare di costruire centrali nucleari o opere tanto mastodontiche quanto inutili come il ponte sullo Stretto? Come possiamo stare tranquilli negli edifici pubblici o girare per strada se dopo qualche giorno di acquazzoni, le strade si distruggono? Come può, una città come Milano, andare in tilt giorno e notte perché salta la corrente e i tram non funzionano più? E il bello è che ci vendono l’Expo 2015 come una vittoria per tutti, uno splendido colpaccio made in Italy. Poi però ti informi e scopri che Milano ha vinto a mani basse sconfiggendo addirittura la temibilissima Smirne: erano le uniche due città candidate!

L’Expo 2015 di Milano è infatti l’ennesima cattedrale nel deserto, un’opera megagalattica che ha acceso già l’ingordigia di molti; il problema è che Milano non è in grado ed è incapace di sostenere un progetto simile, specialmente con questa giunta. Stiamo parlando di una delle città trainanti dell’economia italiana che viene costantemente ridicolizzata ogni qualvolta piove, nevica o viene il raffreddore a qualche operaio. Tanto che difficilmente si potrà realizzare ciò che è stato promesso e sbandierato.
Però si fa l’Expo, non il depuratore; si fa l’Expo, ma non si sistemano scuole, università, case o ospedali, che se fate un giro al Niguarda o in un qualsiasi ospedale di Milano sembra di uscire dal regno delle Muffe.

Tutto questo avviene nel momento in cui nessuno sta più parlando della crisi: sembra che tutti se ne siano misteriosamente dimenticati. E intanto le aziende continuano a chiudere, a licenziare o a ricorrere alla cassa integrazione.
Ma orsù dunque, pubblico pagante, siate fiduciosi: tra veline, magnacci, “papi” e scugnizzi, lì in mezzo ci sarà pur uno che saprà il fatto suo e ci tirerà fuori dai guai, no?

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La percezione di una realtà che non esiste

febbraio 22, 2009

statistiche sulla sicurezza in Italia

Come volevasi dimostrare, sembra proprio che l’attenzione mostrata dai media sui reati che suscitano cosiddette “reazioni di pancia”, non sia per nulla correlata alla quantità di reati commessi. Non solo perché sembrano scomparire dalle notizie dei tg, i cosiddetti reati “minori” (rapine, ecc…), a scapito di violenze e stupri, argomenti cioé che fanno audience, ma perché LaVoce.info ha pubblicato un grafico (che vedete qui sopra) tratto da un’indagine precisa sulla questione.

Ho cercato di spiegarvelo anche in questo post che non c’è nulla che viene lasciato al caso nella comunicazione professionale, tantomeno in quella politica. Sostanzialmente, nessuno di noi sa effettivamente se i reati e le violenze stiano aumentando o diminuendo. Almeno fino a che non ci troviamo davanti a certi dati. Il nostro termometro quotidiano arriva – oltre dall’influenza dei media – dalla chiacchiera da bar, che è quella che ci permette di sentirci parte della comunità e della rete sociale in cui viviamo.

statistiche sulla percezione della sicurezza in Italia

In altri termini bisognerebbe parlare di desiderabilità sociale: avete presente quando siete al bar e sentite dire “c’è un mio amico che ha sentito…”, o ancora “al giorno d’oggi non si può più girare la sera”? Ecco, parlo di quei discorsi lì, quelli che vedono sempre tutti d’accordo a prescindere. Sono questi atteggiamenti, insieme a tanti altri fattori, che influenzano la percezione della realtà.

Si tratta di un’illusione. La tv ci fornisce costantemente la presunzione e l’illusione di sapere e conoscere perfettamente qualche cosa che fino a pochi minuti prima ignoravamo. Ma non è così, è solo un sim sala bin. L’uso continuo di termini violenti come “emergenza” o “stupri”, ripetuti all’inverosimile senza che mai vengano valutate le conseguenze, ci rendono sì più sicuri nelle dissertazioni da happy-hour, ma purtroppo tendono a provocare un’insicurezza e un’odio spesso ingiustificati.

Non è un caso che il clima di opinione sia fortemente modificato dal clima politico, mediatico e via dicendo, specialmente durante una campagna elettorale: è facilmente intuibile infatti che un tema come la sicurezza possa avvantaggiare una certa parte politica.

Il consiglio che mi sento di darvi è non fidatevi. Non fidatevi di quello che sentite o che vi sembra di percepire, fate come San Tommaso per intenderci.
Non lasciate che modifichino senza motivo le nostre vite, i nostri comportamenti e i nostri stili di vita più umani, solo perché lo avete sentito dire alla tv.
La nostra libertà deve finire quando comincia quella del prossimo, non alle sei di sera.


Fa freddo e nevica, quindi il riscaldamento globale non esiste: il cambiamento climatico e il giornalismo all’italiana

gennaio 14, 2009


Click qui per scaricare il pdf del quotidiano

Sinceramente provo una vergogna immensa per coloro che scrivono certe cose per il Giornale e Libero. La copertina del Giornale e gli articoli apparsi anche su Libero versione cartacea, hanno infatti dell’incredibile. Certo, la crociata da parte dei due quotidiani va avanti da antica data, ma tant’è.
Mi riferisco agli incredibili e falsi pezzi sul clima di settimana scorsa (comparsi l’8 gennaio).

Se ne è parlato anche qualche sera fa su Friend Feed, in toni piuttosto accesi. Ebbene, ho definito questi giornalisti dei cialtroni, in quanto partono dal presupposto che parlare del tempo metereologico e di 30 cm di neve a Milano equivalga a parlare di clima e cambiamento climatico. La realtà purtroppo è un’altra.
Perché il 2008 è stato il settimo anno più caldo degli ultimi 200.

.: Previsioni de noantri

Ma non solo. Mentre in Italia qualche giorno di nevicate trasformava la meteorologia in politica, il Worldwatch Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca americani, stava stampando lo State of the world 2009, interamente dedicato al caos climatico e alla sua cura. E i risultati sono semplicemente disastrosi, alla faccia dei commenti dell’uomo della strada, giusto per definire il livello giornalistico di quei pezzi; insomma il meccanismo è piuttosto semplice: vedono la neve fuori e dicono, “ecco qua, dove sarebbe il famoso riscaldamento globale?” Ed ovviamente ragionare in questo modo è una puttanata colossale, passatemi il termine.

.: Le conseguenze sono misurabili

Per quanto riguarda le emissioni infatti, si è passati dai 22,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica del 1990 ai 31 miliardi del 2007: +37%. A cui vanno aggiunti i 6,5 miliardi di tonnellate che derivano dalla deforestazione. E se il livello dei mari continua ad innalzarsi, spostando a volte le misurazioni annue da centimetri a metri (!), a preoccupare sono i cosiddetti tipping points e cioé i punti di non ritorno, momenti in cui il processo di cambiamento del clima compie un salto brusco e irreversibile nella scala temporale che interessa l’umanità. Un esempio riguarda la corrente del Golfo: l’afflusso massiccio di acqua dolce derivante dalla perdita dei ghiacci artici potrebbe bloccare o rallentare questa corrente causando un’ondata fredda sulla Gran Bretagna e sulla Scandinavia; un altro deriva dall’acidificazione degli oceani, che minaccia molte delle forme di vita marine. Male che vada ci mangeremo i pesci già conditi col limone insomma.


click qui per leggere gli articoli in pdf

.: Il problemino delle fonti

Ma torniamo agli incredibili articoli dei due grandi quotidiani: c’è una prova semplicissima che li smaschera e fa crollare miseramente tutte le loro fandonie contro l’umanità, e cioé la prova delle fonti. Nessuno dei nomi che riportano è conosciuto dalla comunità scientifica internazionale e non esistono riferimenti a fonti, dati, prove empiriche di quello che dicono. Quindi è inconcepibile che divulghino certe assurdità con una tale leggerezza. Ma non solo, il bello haddavenì.

Greenreport (leggete, viene anche spiegata la storiella dell’aumento dei ghiacci al polo Sud!) ha infatti scoperto che dietro alla notizia non c’erano nuove pubblicazioni di centri di ricerca, ma solo alcune dichiarazioni di Bill Chapman, ricercatore dell’istituto citato, sul blog di Michael Asher, un giornalista USA noto per appartenere al partito di chi non crede al riscaldamento globale (i cosiddetti “climate skeptics”), che aveva in seguito scritto un articolo apparso il primo gennaio su “Daily tech”, “in cui si lanciava nel paragone tra l’estensione ghiacciata ai poli del 1979 e quelli del 2008”.

.: Una bufala colossale

Quelli di Greenreport, armati di matita elettronica, sono andati a controllare i dati relativi alla famigerata banchisa, monitorati a livello di comunità scientifica accreditata proprio dall’Arctic climate research center, fin dal 1979, anno di inizio delle misurazioni satellitari. E sorpresa, all’atto pratico, l’estensione massima della banchisa nel 2008 è pressoché identica a quella minima del 1979. Quindi dire che l’estensione (quasi) minima del 1979 è uguale a quella (quasi) massima del 2008 è una cosa, dire che “i ghiacci sono tornati ai livelli del 1979” è tutt’altra cosa; così come affermare che la notizia è stata diffusa dall’Università dell’Illinois (vedi più in alto).

Tra l’altro, se proprio volete farvi due risate, a seguito di queste baggianate, persino l’Arctic Climate Research dell’Università dell’Illinois si è sentito in dovere di spiegare in un commento, che l’indicatore utilizzato – l’area globale marina coperta da ghiacciai – non è il più rilevante per misurare differenze tra il 1979 ed il 2008. Questo perché “quasi tutti i modelli climatici prevedono una diminuzione dell’area marina coperta dal ghiaccio nell’emisfero Settentrionale, mentre per l’emisfero Sud le previsioni sono più incerte. Alcuni studi recenti arrivano ad affermare che l’area marina ghiacciata nell’antartide possa inizialmente aumentare come risposta al riscaldamento atmosferico: l’aumento dell’evaporazione provocherebbe un aumento delle precipitazioni nevose sul Polo Sud”.

L’unica verità purtroppo è che tra il 1979 ed il 2008 si è registrata una diminuzione dell’area coperta dai ghiacci al Polo Nord di un milione di chilometri quadrati, solo parzialmente compensata dall’aumento dell’area coperta dai ghiacci al Polo Sud (0,5 milioni di Km quadrati).

.: Interessi politici ed economici

Come spiegava Gilioli qualche tempo fa, più o meno tutti nel mondo si sono accorti che il baraccone industriale messo in piedi negli ultimi 200 anni ammazza il pianeta e i suoi abitanti se continua a marciare solo con combustibili fossili ed energie non rinnovabili: se n’è accorto Sarkozy, se n’è accorta la Merkel, se n’è accorto Mc Cain. Figuriamoci Obama, che ha proposto le fonti alternative come una delle vie per uscire dalla crisi. Questi invece cercano di fare pressioni con lobbying di basso livello e advocacy da 4 soldi, così da permettere ai furbetti di continuare a fare porcate.

E’ davvero semplice percepire l’interesse politico-economico (che tradotto significa “continuare ad inquinare a spese umane per guadagnare soldi”) di chi vuole negare il global warming. Molto meno percepibile invece è l’interesse di chi il global warming lo ha postulato. Vanz, su FF, ha detto la frase giusta: “è più probabile che il 97% degli scienziati di tutto il mondo sia pagato dalle multinazionali del petrolio per mentire, o che il mondo scientifico ritenga in modo virtualmente unanime che il riscaldamento globale è causato dall’uomo?”.

.: Le cose non si sistemano da sole!
Lasciamo perdere per un istante questi pseudo-giornalisti che partono dal presupposto che il global-worming sia una sciocchezza senza citare nessuna fonte. Mi preme ricordarvi però che tutto non si aggiusta da solo come vogliono farci credere.
Quelle dei nemici dell’ambiente (e per inciso della nostra e della loro stessa salute!) sono argomentazioni Ikea, perché smontabili quante volte volete: gli effetti previsti dal riscaldamento sono infatti progressivi e l’aumento della temperatura si misura sulle serie di anni e decenni, non sui “primi 11 mesi del 2008”.

Quindi che dovremmo fare? Apparentemente le soluzioni le abbiamo sotto gli occhi e sono facili da capire. Per esempio consumare meno e in modo più intelligente, convertirci alle fonti rinnovabili e alternative (tra queste il nucleare non è contemplato, leggete qua), cominciare finalmente a costruire secondo le regole dell’autosufficienza termica, eccetera.

Voglio concludere questo post chilometrico dandovi un consiglio. Se credete che una settimana di neve possa risolvere anni o decenni di disastri fate pure, non c’è problema. Se volete continuare a camminare per i viali delle grandi città respirando di tutto, fate pure. Se volete mettere al mondo bambini sapendo che avranno un’alta probabilità di morire giovani per tumori alle vie respiratorie, un po’ come noi, siete liberissimi di farlo. Però lasciate anche la libertà di scelta a chi preferisce vivere in modo più eco-sostenibile (non è una brutta parola, anche se alla tv ve lo fanno credere), offrendo maggiori possibilità e incentivi (per dire, questo Governo infatti ha cancellato le sovvenzioni per chi convertiva al solare, perché noi siamo l’Italia).

Chi scrive certe oscenità (sto ancora ridendo per l’equazione tempo metereologico = clima…) galattiche per me è un cialtrone, sì; e il quotidiano per cui le scrive non è altro che un’aggravante.
Perché il fine è evidente. E in questo modo, tutti quanti finiremmo per perdere l’unica cosa che davvero ci accomuna: la vita.


Radicalmente schierato

novembre 18, 2008

Fino a poco tempo fa Daniele Capezzone era l’ultimo figlioccio di Pannella, ex-segretario dei radicali. Radicali con la “R” maiuscola, almeno in teoria.

Ma in Italia tutto è possibile: trasformismo, doppio-giochismo, voltafaccia, tradimenti e via dicendo. Dopo l’allontanamento travagliato da Pannella arriva infatti la redenzione: Capezzone diventa portavoce di Forza Italia, cioé portavoce di Berlusconi, il padrone. Fino al giorno prima era un suo oppositore, ma non importa. Sono dettagli.

Nel video in alto, con la solita “tecnica dell’alza la voce per non far parlare l’avversario insultandolo”, possibilmente senza addurre argomentazioni intelligenti, trova un degno avversario: Marco Travaglio (click per vedere il video).

Daniele Capezzone

Capezzone però, incurante della figura che fa di fronte a tutte le persone dotate di un minimo intelletto va avanti, tra luoghi comuni, mercedes e frasi buttate a caso, senza apparente riscontro.

Tra le altre sue attività, dal 20 dicembre 2007 ha assunto la direzione politica dell’agenzia di stampa “Il Velino”, un nome che è tutto un programma. Il suo obiettivo è renderla la quarta agenzia giornalistica italiana e per fare questo, dopo aver comprato le quote coi suoi risparmi, da direttore ne diventa anche editore. Per non sentirsi troppo escluso dai vizi della nuova famiglia.

Sì perché qualcuno potrebbe pensare che tra il ruolo di portavoce di partito e il lavoro di direttore-editore di un’agenzia giornalistica potrebbe esserci qualche conflitto di interessi. Ma non un “liberale-liberista” come lui si definisce.

Insomma Daniele Capezzone, quello che si batteva per un certo tipo di ricerca e per l’associazione Luca Coscioni (come vedete in alto nella foto), è cambiato. Ed è diventato bravissimo ad utilizzare la tattica quotidiana perfetta per governare nel nostro paese: confondere gli italiani.


Legalizziamo l’eutanasia per Alitalia e i giornalisti italiani

novembre 14, 2008

La cordata Alitalia

Osservavo attonito in questi giorni alcuni servizi nei tg, che ormai riesco a guardare solo per pochi minuti, visto il penoso livello raggiunto dall’informazione italiana.
Argomento principe ancora una volta è Alitalia, tra scioperi, cordate e sindacati che si piegano al gioco degli interessi forti (quindi non tutelano i lavoratori, ma loro stessi…vero Cisl e Uil?).

Tralasciando per un attimo la questione Alitalia, notavo come il 99% dei servizi – dati come prima o seconda notizia ovviamente – fosse completamente identica in ogni canale televisivo. La qual cosa è l’ennesima testimonianza della pochezza del giornalismo made in Italy.

Sostanzialmente ogni servizio viene aperto da un/una giornalista che col microfono si affretta a drammatizzare sulle gra-vis-si-me conseguenze dovute allo sciopero dei dipendenti Alitalia. Immediatamente il/la giornalista si gira verso un paio di persone accanto a lui/lei facendo questa domanda: “anche lei doveva partire e non è riuscito vero?”. Ovviamente “il disperato” di turno non fa altro che lamentarsi sottolineando l’intento della domanda, cioé che questi cattivoni-fannulloni, scioperano per fare un dispetto agli italiani, pappappero.

Non è così. Innanzitutto giornalisti, lo dico a voi, lo sciopero esiste ed è proprio fatto per creare disagio. Sveglia. Probabilmente è una delle poche armi potenti rimaste ai lavoratori; e diavolo, ti avviso che farò sciopero, ho anche questa decenza. Non dovresti saperlo, altrimenti che senso ha scioperare, scusa? Non è che uno fa sciopero per non cambiare niente, in quel caso è meglio prendere ferie.

Seconda cosa. Provate a fare informazione per una volta, tirate fuori le cifre. Spiegate quante persone ad oggi prendono Alitalia per viaggiare. Su forza, fuori i numeri. Ah, facciamo caso anche al periodo dell’anno, che non siamo in agosto. Dite anche quanto costa volare con Alitalia.

Successivamente, informateci anche su cos’ha detto la UE in merito al famigerato prestito ponte. Come, non lo sapete? Bruxelles ha semplicemente spiegato che i 300 milioni di euro di prestito all’Alitalia sono aiuto di Stato, quindi a carico dello Stato. Cioé a carico nostro. Chi li pagherà i miliardi di euro bruciati per non aver voluto vendere la compagnia ad Air France? I precari o i disoccupati? Scegliete voi.

La verità è che i media, assieme ai numerosi luoghi comuni con cui si governa questo paese, hanno deciso che la colpa dev’essere scaricata sui piloti e sugli assistenti di volo. Dopo extracomunitari=capro espiatorio e lavoratori statali= fannulloni, ora l’equazione si sposta verso altre categorie di lavoratori.

E’ semplice: basta demonizzarli finché a furor di popolo, quando anche nei centri commerciali l’opinione diffusa durante i discorsi dell’italiano medio diventa “questi dell’Alitalia hanno rotto le palle”, arrivi a licenziarli. Problema risolto, sindacati ed esuberi dimenticati.

Diciamo le cose come stanno. A me non è mai interessato salvare una maledetta compagnia in costante perdita, un buco nero da sempre sulle spalle di tutti, per poterla regalare agli amici della fantomatica cordata, quelli senza soldi, quelli rinviati a giudizio, quelli che sono stati anche in carcere.

Ogni paese civile e moderno avrebbe avuto la decenza di far fallire Alitalia. E in un paese normale i giornalisti parlerebbero (per esempio) della vergognosa riforma scolastica-universitaria, delle proteste che vanno avanti da quasi un mese in ogni luogo d’Italia e di tante altre cose.

Avrei preferito finanziare, contribuire ed investire sull’istruzione piuttosto che su Alitalia. Perché tutti hanno diritto di conoscere, sapere e ricevere una corretta informazione, nel 2008.
Questo ovviamente in una democrazia in cui gli abitanti vengono chiamati “cittadini”.

Lo sapete bene anche voi, governare e controllare un popolo di ebeti è molto più facile.


Posto in piedi

ottobre 30, 2008

E noi che stiamo qui a discutere sul ruolo dei giornalisti nella comunicazione moderna quando bastavano due parole.


Cavie da call center

ottobre 27, 2008

In ritardo, arrivo anche io a dire la mia su questa inchiesta vissuta in prima persona dal giornalista di Repubblica in merito alla vita media di un operatore di call center.
Taglio corto: non c’è niente di nuovo, non mi stupisce niente.

Sarà che le situazioni descritte le ho vissute in prima persona, sarà che – credetemi – quello di cui parla il giornalista di Repubblica è solo una parte, una punta di un iceberg, un niente di fronte ad un vero e proprio sfruttamento di persone legalizzato. Ai limiti della schiavitù moderna.

Certo, l’ingenuità e la debolezza sociale che contraddistinguono un buon 70% dei lavoratori di call center contribuiscono a far sì che pratiche di gestione delle risorse umane simili sopravvivano. Perché comunque per un giovane universitario è meglio tirar su due euro piuttosto che niente.

Ecco, parliamo quindi dei rapporti umani vigenti in questi posti. Volendo non ci sono mai ferie: sabati, domeniche, serate, Natale e feste varie. Chi pensate che risponda quando chiamate l’assistenza il 25 dicembre col vostro nuovo cellulare fiammante con cui non riuscite a telefonare?

Nella mia esperienza, non c’è stato nulla di motivazionale ai limiti della comicità, come vi sarà capitato di leggere o vedere nei film. Però, tra una chiamata automatica del sistema e l’altra non puoi nemmeno voltare la testa, figuriamoci parlare. Sei un robot assoggettato al sistema di gestione di chiamate.

E nonostante tu prenda pochi centesimi all’ora, davanti a te hai informazioni delicatissime, puoi accedere a dati sensibili privatissimi delle persone: hai il potere di guardare le loro chiamate, quando le fanno, a chi le fanno. Ma non solo. E se, per la legge sulla privacy appunto, chiedi conferma ai clienti dei loro dati, te ne senti dire di ogni. Ma gli insulti te li becchi comunque a priori, perché per loro tu sei Tim, Telecom, Vodafone, eccetera.

Ma non chiamatela scuola di vita o palestra. Secondo me è più un Fight Club, dove se sei forte e hai la capacità di farti scivolare addosso le cose, fregandotene, ce la fai. E disinteressatamente la tua vita va avanti. Devi usare la testa il meno possibile, giusto quello che serve per chiudere i contratti, possibilmente senza truffare nessuno, visto che nessuno te lo chiede.

Contratti firmati dopo un mese di lavoro ad un progetto, quando ormai hai già lavorato e quindi che fai; “capoccia” mezzi falliti che riversano le loro frustrazioni su di te, pause limitate, abusi e soprusi di ogni genere.

Ma ci sono anche dei lati positivi nella vita da call center: non hai ferie nè malattie pagate, quindi puoi stare a casa quanto vuoi.
E non tornare più.