Diversamente Occupati

luglio 30, 2008

Ho ricevuto via mail due vignette molto carine disegnate e pensate da Arnald. Come potete vedere qui sotto, tutti i personaggi hanno un sacchetto di carta in faccia, giusto per ricordarci che non siamo degni di poterci permettere un po’ di dignità, almeno non in questo paese.

Andate a fare un giro sul suo blog, che ci sono tante strips molto divertenti ma che fanno riflettere.
Che non avete mai tempo, lo so, e piuttosto che fermarvi 5 minuti a leggere preferite guardare.


Dì qualcosa di precario

luglio 27, 2008


“..Me la prendi papà?” “Sì.”

In questi giorni ci stanno pressoché spiegando che diverrà legale a tutti gli effetti essere precari.

Ingiustizia sociale, potere nelle mani di pochi e più forti. Ah, se esistessero una sinistra o una destra vera in Parlamento… Ma come dice Silvio, è la volontà degli italiani che li guida.

Io non sono più italiano, non sono più figlio di questo paese. Sono una persona relativamente semplice, sogno una casa e una vita normale da vivere. Ma divento pazzo nel riscontrare che nel posto in cui sono nato non mi sarà possibile aspirare ad essere davvero libero.


“Sulla sinistra, con la chitarra in mano, un giovane laureato in ingegneria gestionale durante il lavoretto estivo”


Quando il posto di lavoro non CePu

maggio 16, 2008

Il banner dei precari di Cepu

Pubblico una lettera pervenutami da iprecaridicepu.net:

“Ti scrivo a nome dei collaboratori a progetto di grandi scuole e cepu di Bologna, io lavoro al nidil-cgil della mia città.
Come puoi vedere anche dal nostro sito iprecaridicepu.net, mercoledi scorso abbiamo fatto il primo sciopero della storia di questa azienda. Non è stato semplice. Il clima in azienda è duro, la paura diffusa, i contratti scadono a giugno e non è detto che a settembre vengano rinnovati. Chi osa ribellarsi, è solito che venga punito così.
Ora però che a Bologna si è mosso qualcosa, anche in altre città qualcosa si sta muovendo.
Entro fine giugno dobbiamo raggiungere il nostro obiettivo, cioè la stabilizzazione.
è possibile. Prima dello sciopero avevamo un obiettivo: farci dare un incontro dall’azienda, e l’abbiamo avuto. Ora occorre fare di tutto perchè si parli di questa lotta, perchè più se ne parla più saranno i lavoratori di cepu e grandi scuole che ne verranno informati, più se ne parla e più l’azienda avrà voglia di chiudere la partita.
Per questo ti chiediamo di mettere online un nostro banner in segno di solidarietà e appoggio, lo trovi sul sito.”

Insomma mentre in tutte le grandi città italiane campeggiano gigantografie pubblicitarie di Cepu e Grandi Scuole, con famosi testionial strapagati, c’è gente invece che rischia di non poter più lavorare, se non a condizioni disumane.

Simone spero che facendo girare la cosa, problemi come questo arrivino ad essere discussi da chi di dovere. Conosco abbastanza bene la situazione (in decine di call center funzionano così le cose, se non peggio), quindi coraggio, tenete duro e non abbassatevi a dire sì ad ogni costo.


Il consorzio dei precari

aprile 5, 2008

Via gtalk ieri Daniele Salamina mi ha passato un articolo interessante di Giuseppe Cubasia su Punto Informatico.

Sostanzialmente Cubasia si chiede cosa si possa fare per cambiare la realtà del lavoro in Italia, non solo nel settore dell’IT, aggiungerei io. Come uscire dal fantastico mondo degli assunti a tempo in-determinato (nel senso che oggi sei assunto e domani non si sa, cosa avevate capito?!) o dalle miserissime paghe degli 800-1000 euro (quando va bene)?

Torniamo indietro nel tempo per un istante: quante volte ho detto che la soluzione a tutto potremmo e dovremmo essere Noi? Lo so, ormai vi avrò fatto venire la nausea ripetendolo. Ma dentro quella frase ci sono innumerevoli sfaccettature, quindi vi prego, andate oltre, scavate un po’ filosoficamente, semioticamente, ecc…tra i vari livelli del significato (faceva molto Sgarbi dirlo, quindi l’ho detto). Come “Noi” ad esempio, intendo noi insieme, uniti, roba da cambiare radicalmente la mentalità ed il pensiero comune che è uno dei più corti a livello mondiale; se potessimo misurare la lunghezza del raggio dei nostri pensieri il pi-greco per calcolarlo andrebbe rivisto verso il basso: noi italiani infatti ci limitiamo a guardare al nostro cerchiolino, al nostro spazietto che ci interessa, salvo poi lamentarsi se qualcuno con noi non usa nemmeno la vaselina.

La soluzione quindi potrebbe anche essere quella di consorziarsi, per poter avere potere decisionale e – perché no – contrattuale. Io lo chiamerei patto generazionale, quella sorta di accordo comune non scritto che proponga un fermo “no” alle paghe misere. Facciamo un esempio: un’azienda propone a Giovanni uno stage pagato 400 euro al mese e Giovanni si rifiuta; a questo punto l’azienda propone questo stage anche a Marco che si rifiuta, e così via con tutti gli altri. Poi però arriva Luca che accetta, tanto “sta bene di famiglia” e i suoi lo mantengono fino a quando vuole. Ecco, per assurdo è anche colpa nostra in questo senso, ci abbassiamo e ci siamo abbassati, abbiamo insomma accettato che facessero la legge 30 e ci sfruttassero sottopagandoci a piacimento.

Proviamo ora ad immaginare, nel nostro ipotetico percorso, che l’azienda X non trovi più nessuno stagista che faccia sporchi lavori a 400 euro al mese, ma trova solo Giovanni, Marco e co. che ne chiedono giustamente almeno 1000-1200. “Dopotutto abbiamo studiato e ci siamo laureati, non siamo mica alla festa del pirla”, pensano. Cosa accadrebbe? Accadrebbe che tutti i giovani, “consorziati” logicamente ma magari in modo inconsapevole, avrebbero la certezza che nessuno sarebbe più disposto a svendersi abbassando il prezzo del proprio lavoro, rischiando la fame.

Questo meccanismo accade bene o male in ogni categoria professionale (con le dovute eccezioni nate con i nuovi tipi di lavori legati ad Internet, in cui definire un compenso risulta ancora difficile per vari fattori), ma non coi giovani che anche per cause di forza maggiore, mancanza di aiuti e di tutele varie, sono spesso costretti ad accettare lavori dal compenso irrisorio: per uno che si rifiuta ce n’è altri 50 felici di farsi sfruttare.

Se però – ipoteticamente – su un milione di giovani precari italiani, 500.000 si rifiutassero di lavorare a carte condizioni, rendendo praticamente impossibile per un’azienda trovare nella sua zona qualcuno che accetti condizioni ai limiti della schiavitù moderna, allora sì potremmo invertire i meccanismi. Perché 500.000 persone in meno significano «per le aziende progetti falliti, penali da pagare, interessi con le banche, fornitori da saldare. Insomma, si mette una ditta con le spalle al muro, esattamente come ora vivono i precari». Diciamo che comincieremmo ad avere potere di mercato, perché influenzeremmo vari equilibri nelle economie di molte città; e soprattutto non verremmo considerati soltanto come dei bambocci con cui giocare.

Ne guadagnerebbe anche la qualità del lavoro, stimolando la cosiddetta meritocrazia tanto bistrattata in Italia. Perché facendo crescere il costo dei giovani sul mercato, «crescerà anche l’esigenza sulla qualità della stessa»: sostanzialmente l’azienda, dovendo pagare qualcuno non tanto, ma giustamente, sceglierà davvero qualcuno tra i più bravi, visto che i più economici tenderanno a sparire (il ragionamento spendo meno oggi non funziona più, chi lo fa ha perso in partenza).

Questa cosa andrebbe spiegata a tutte le centinaia di migliaia di giovani sparsi in tutta Italia, anche se gran parte di noi se ne sbatte bellamente di tutto ciò che lo circonda, convinto che prima o poi qualcuno penserà a lui e lo sistemerà, chiedendogli semplicemente un voto. È un cane che si morde la coda, lo so, ma provarci non costa nulla.
Certo, se esistesse anche qualcuno pronto a tutelare gli interessi delle fasce più deboli da colpire, sarebbe bello. In questo senso non ho ancora capito a cosa servano i sindacati in Italia se non a far fallire Alitalia o a tutelare gli interessi dei vecchi; se il segnale non arriva dalle istituzioni, se nessuno cancella la legge Maroni (quella del contratto a progetto, Biagi c’entra poco), tocca a noi. Svegliamoci, non solo quando dobbiamo parlare di moviola in campo.

Se le aziende italiane sono così messe male ed incapaci da offrire soltanto un lavoro a progetto, allora esigiamo un compenso più che adeguato per la Nostra Vita.
Perché, come ha scritto Giuseppe Cubasia nel suo articolo, «esiste una sola vita, come esiste un solo progetto importante: Noi stessi».


Italia, il nuovo paese dell’Est: [Ep. 3] la trappola dello stage

dicembre 17, 2007

Da una ricerca di Repubblica è merso che in Italia, tra gli stagisti, 4 laureati su 10 sono senza paga e molti lavorano anche più di 48 ore a settimana, gratis. Come si fa a non essere ottimisti quindi sul futuro che aspetterà al nostro paese? La futura classe dirigente infatti nella maggior parte dei casi non è inserita in nessun progetto o contesto formativo, che tradotto in parole povere vuol dire che non ti fanno imparare niente o, peggio, ti fanno fanno fare le fotocopie oppure ti usurano fino all’ultimo giorno per poi ringraziarti con un bel calcio nel sedere; e via con un altro stagista, finché legge non ci separi. Le aziende italiane infatti sono gestite per la gran parte da vecchi che non sanno manco spedire una mail, figuriamoci se sono capaci di gestire nuove partnership e nuove collaborazioni con università e ricercatori o se arrivano a capire che per investire nel futuro e far crescere l’azienda stessa forse è meglio valutare qualcuno sì, per qualche mese, pagandolo e facendolo sentire un essere umano (sì, lo è anche se è un laureato, vi giuro che non abbiamo antenne verdi o cose del genere), per poi magari assumerlo, cominciando a far fruttare questo investimento. “Ma no dai, è meglio prendere un altro stagista e sfruttarlo, così faccio risparmiare all’azienda 2 lire e faccio bella figura con l’amministrazione e l’ad”.

L’allarme sull’abuso degli stage è stato lanciato dalla Commissione Europea ovviamente: sognatevi che ad accorgersi sia stato qualche politico italiano. Come sapete la Legge Maroni, quella che ha portato milioni di giovani a regredire di almeno 50 anni a vantaggio della bocca di Berlusconi che poteva così raccontare le sue storie sui posti di lavoro in più (“un contratto firmato oggi, e due contratti firmati domani” era uno dei vari motti di un co.co.pro), sta distruggendo non solo intere generazioni prima che finiscano la scuola ma hanno segnato profondamente la vita futura del nostro paese. Perché è inutile darsi da fare solo da un lato se poi dall’altro si va verso la direzione dei settantenni o dei politici di turno. Con buona pace della maggior parte della popolazione italiana che, ricordiamolo, è vecchia (dentro).

La gran parte di loro ha meno di ventisei anni, possiede almeno un titolo di laurea, e non riceve neppure un euro per lavorare, o imparare a lavorare, anche fino a 48 ore a settimana. Più della metà degli stagisti ha ripetuto, o è stato costretto a ripetere, l’esperienza più di una volta e, alla fine di quei mesi trascorsi in azienda, un terzo di loro ha dovuto amaramente confessare che lo stage non è servito a nulla. Ma soprattutto, la maggior parte di loro non ha avuto, durante il tirocinio, alcun progetto formativo

Praticamente lo stage non è altro che una riga in più da aggiungere al curriculum: «quanto all’esito occupazionale, a quasi sei stagisti su dieci non è stato proposto alcun contratto (il 55 per cento), al venti per cento è stata proposta una collaborazione a progetto, al dieci per cento un contratto a tempo determinato e al sei per cento un contratto a tempo indeterminato». Ad altre invece è stato proposto un posto sotto la scrivania del capo.

[…] “Lo stage è troppo spesso un lavoro mascherato da tirocinio; non si tratta di volontariato, ma di una formazione che deve essere pagata e deve dare valore aggiunto al tirocinante. Inoltre non è possibile che ci siano giovani che saltano da uno stage all’altro senza avere un lavoro vero. Questo diventa dumping sociale e va combattuto.” […] “Basta con il lavoro mascherato da tirocinio; basta con i rimborsi mancati, i rinnovi senza garanzie e i passaggi da un’azienda all’altra senza mai ottenere un lavoro vero.”
Chissà se un giorno ci saranno mai la rivolta degli stagisti o la rivolta dei co.co.pro.. Cosa accadrebbe? Panico nelle aziende per mancanza di persone che sanno fare fotocopie e proteste tra le persone che bombardano i vari servizi clienti per mandarli affanculo per un qualunque motivo. E il giorno dopo? Niente, tutti a casa licenziati. E via con altri disperati da prendere.
Perché la solidarietà sociale ed il patto generazionale dovrebbe anche essere questo: lottare uniti contro chi vuole assolutamente imporre un modello di società basato sullo sfruttamento sociale dei più deboli.

Gli Episodi precedenti:


La storia di Erica

dicembre 3, 2007

Non servono commenti ulteriori alla storia di Erica. Narra di una favola vissuta nell’Italia moderna, una favola ai limiti dello schiavismo e del signoraggio puro, senza dimenticare le condizioni disumane in cui ha vissuto Erica; io l’ho letta tutta d’un fiato per poi rimanere senza parole: le parole di conforto infatti credo servano a poco o niente. Non credo sia una storia falsa; purtroppo ci sono troppi dettagli e troppi sentimenti che traspaiono. Questa volta quindi la storia non comincerà con un “c’era una volta”.

Leggi il seguito di questo post »


A lezione di francese

novembre 23, 2007

Da più di una settimana in Francia moltissimi lavoratori scioperano, si astengono dal lavoro e creano giustamente disagi. Addetti ai trasporti pubblici che portano a ripercussioni soprattutto sui lavoratori pendolari, statali, studenti ed altre categorie che si fermeranno nei prossimi giorni scendono in piazza ma non solo una mattinata o un giorno. Questa volta infatti l’hanno fatto per 9 giorni.
Bene, si lotta compatti per ottenere lo scopo o non ottenerlo, ma intanto ci provano e si fanno sentire, eccome. Protestano contro molte riforme che sta proponendo Sarkozy tra cui soprattutto quella sui regimi speciali di pensione, tanto che oggi la Sorbona di Parigi è stata chiusa.
Non c’è niente da fare, i francesi hanno bene in mente il concetto di democrazia e di lotta per mantenerla: non a caso molte rivolte sociali sono partite da loro. Ricordate la protesta per il contratto di primo impiego? Sì, il contratto che era migliore della nostra legge Maroni del contratto a progetto e che nella versione francese è stato immediatamente cancellato. Qui da noi no, si fanno manifestazioni goliardiche con le magliette, giusto per dare da mangiare a quelli di studio aperto, di sabato con la scusa di una parola, senza considerare più di tanto cosa c’è dietro a quel “bamboccioni”, coinvolgendo poi parti politiche che hanno contribuito a creare e firmare nei 5 anni precedenti la legge vergogna che ha ridotto sul lastrico intere generazioni. Tanto per fare un po’ di caciara.

Dall’altra parte delle Alpi abbiamo invece i francesi, che sono furbi ed hanno delle specie di “casse comuni” alimentate ogni mese con piccole quote dai lavoratori stessi, a cui attingono nei periodi di sciopero. In questo modo sì che lo sciopero è un’arma vera e propria, altrimenti si riduce il diritto allo sciopero e alla piazza ad una baggianata a cui si ricorre soltanto quando ce lo suggerisce la tv, magari per andare a votare in alcuni gazebo. Noi infatti non possiamo permetterci di avere sindacati che ci difendono, istituzioni giuste, lavoratori coalizzati. Questo semplicemente perché il sistema è rotto e lo sappiamo bene o male tutti ma evidentemente ci va bene così.

Share:
Technorati icon


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.