Essere omosessuali non è una colpa, nemmeno una malattia

marzo 18, 2009

Va bene, il festival di San Remo con le solite, prevedibili e pianificate polemiche è finito già da un bel pezzo e mai mi sognerei di parlare della manifestazione in sé: state tranquilli.
Al di là delle solite battute sul festival però, da qualche settimana ci siamo abituati ad ascoltare quelle su uno strano personaggio, cioé Povia. E di questi tempi, certe cose vanno prese sul serio.

San Remo, l’Italia, Povia e i gay. In questo caso faccio parte di quei bacchettoni che reputano alquanto imbarazzante un paese che manda in finale una canzone che parte dal presupposto che l’omosessualità sia una malattia o addirittura una devianza. Berlusconi non è altro che l’uomo perfetto al momento giusto per questa nazione.

Sono gay perché mia mamma lo vuole. Sostanzialmente Povia afferma nella sua canzone che questo Luca sia “diventato” gay a causa della famiglia disastrata. Un po’ come dire che l’omosessualità sia una conseguenza di traumi e non uno stato naturale concepito dalla natura, quindi qualcosa che non si sceglie come i gusti del gelato.
Evitando di ricorrere ai noiosissimi segoni mentali riguardanti la ricerca scientifica, si può facilmente dire che Povia non fa altro che cavalcare senza biancheria intima pregiudizi agghiaccianti che rimandano alla classica “colpa” della famiglia: sei un criminale? Allora avevi un padre squallido. Sei un truffatore? Chissà che cosa faceva tuo fratello da piccolo. Sei gay? Eh, tua madre non la racconta giusta.

Non sono omofobo, ho tanti amici gay a testimoniarlo. Questa è la classica frase sintomatica del livello medio con cui gli italiani trattano l’omosessualità e il razzismo nei confronti dei gay. Nel pezzo tanto amato da milioni di italiani infatti, il cantante afferma apertamente che il povero Luca se la faceva con gli uomini perché reagiva traumaticamente e dolorosamente alla pesante condizione famigliare. Che poi, anche io sono figlio di genitori divorziati, come tantissime altre persone. E mio padre lo vedo poco tuttora. I miei gusti sessuali però non c’entrano davvero niente con tutto questo.
Credo che nessuna madre o nessun padre, si sogni di spiegare o insegnare al proprio figlio maschio cosa gli deve piacere: “figliuolo, la vedi questa? Si chiama fica; ecco, vedi di fartela piacere”. Diavolo, non me l’ha insegnato nessuno che mi dovevano piacere le donne; mi piacciono e basta. Lo ripeto, non è una cosa che si sceglie. Etero, omosessuali (o quello che vi pare) ci si nasce. Questa posizione, che tra l’altro è la peggiore, perché non si limita a non accettare l’omosessualità, ma di fatto la nega come opzione, relegandola nel campo delle disgrazie e delle sciagure peggiori, è forse una delle più omofobe che ci siano.

Non sapevo ci fosse un perché nell’essere eterosessuali. Povia ovviamente – dopo varie pressioni e polemiche utili solo a guadagnare popolarità – non la chiama direttamente malattia: per lui è più una devianza sociale, come il drogarsi perché la famiglia è assente. Di certo non si salva con la sua paraculaggine dicendo “nessuna malattia, nessuna guarigione”.
Il testo concepisce subdolamente l’omosessualità (e quindi uno degli aspetti della sessualità umana) come uno stato culturale e non naturale. Ma chiunque abbia studiacchiato un po’ di psicologia o antropologia culturale sa che è una cagata pazzesca. Il vergognoso presupposto che viene posto a priori è dato dal porre un “perché” all’omosessualità. C’è un “perché” nell’essere eterosessuali?

Le persone nascono, ma non diventano. Qualsiasi persona dotata di senno avrebbe evidenti dubbi nel pensare che gay si diventa per qualche strano motivo. La stessa cosa vale per altre casistiche: gialli, rossi, neri o…Povia si nasce.
Nessuno nei media tradizionali si è sognato di parlare approfonditamente del testo di questa aberrante canzone; nessuno ha avuto il coraggio di dire che gli italiani sono tolleranti fin quando non si trovano davanti un gay, un extracomunitario o qualcosa che esuli dal sicuro e limitato modello cattolico medievale. Si poteva parlare di cose serie, attuali, magari confrontandosi. Invece si continua ad etichettare (da ignoranti) le diveristà secondo il nostro (ignorante) metro.
Io sono etero, e nessuno per questo si sogna di dirmi “povero cristo, ha avuto un’infanzia difficile”.

Un crescendo da sballo. La verità recitata dai cartelli di Povia era pressoché questa: c’è una mamma soffocante che ti vuole tanto bene, e per questo ti fa diventare frocio. Il fatto che il cantante abbia inserito termini come malattia e guarigione in un climax spaventevole come quello creato ad hoc nel brano, è decisamente scandaloso. Sì perché viene richiamata indirettamente l’idea della “conseguenza”, della “colpa”, del “vittima di”. Peché per questa gente essere omosessuali (ho detto essere!) è l’esatto risultato matemagico di un preciso percorso di vita. Tipo che se sbagliate strada, zac, siete di colpo gay.

Oggi di che sesso sei? Mah, sono incerto. Cantare di fronte ad un paese come il nostro che chi è omosessuale sarebbe in genere una vittima dell’incertezza sessuale, è pericoloso. Sarebbe come affermare che certe persone sono vittime di milanesità, di calabresità, di napoletanità o dell’essere donne bionde (vabbé ok, questo è un altro discorso…). La differenza è molto sottile, ma è evidente il fatto che ci sia già un giudizio a monte, cioè che saltellare da un orifizio all’altro (usando precauzioni, per carità) senza farsi troppe domande sia una questione di educazione e cultura. In realtà è natura. E la scienza non fa altro che ripetercelo, se proprio abbiamo dei dubbi. In caso chiedete agli animali.
Probabilmente bisognerà farci l’abitudine a questi punti di vista, visto l’andazzo di questo tempo berlusconiano. Riflettono il momento, lo stato mentale diffuso in Italia. Insomma se arriva un personaggio che dice che l’omosessualità è una disgrazia ed ottiene tutto questo successo, forse non sarebbe il caso di dire che questo è un paese di omofobi?

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Il succo del Povia pensiero definisce un gay in divenire, in base a quello che vive, mangia, respira e sente. Come dire che chi va con lo zoppo impara a zoppicare. E chi gira con un gay, beh, prima o poi…
Ovviamente è liberissimo di crederlo e di cantarlo, così come la chiesa è libera di gridare al mondo che essere gay è peccato e così come i nostri governanti possono dire quel belino che vogliono, rimangiandoselo. Riassumendo: sono tutti liberi di fare quello che desiderano, ma allora anche io sono libero di scrivere che chi la pensa così è una persona bruttarella. E di questo passo, non sono più tanto convinto di voler mettere al mondo dei figli in questo paese.
Raccontare di una persona che è stata tanto male, ma adesso è finalmente contenta come una pasqua perché si è rituffata nello status che viene considerato “norma”, è uno dei tanti modi per dire che gli altri, quelli deviati, sono sfortunati, tristi (e conducono una vita pessima proprio per colpa dei “normali”, guarda un po’), cosa che noi etero invece non siamo.
La cosa tragica però è che i gay non accettati dalla famiglia spesso ci provano davvero a fare gli etero per amore dei propri cari e di conseguenza sembrano indecisi. In realtà lo fanno perché il contesto e la società in cui sono inseriti li porta a reprimersi, turbandoli all’inverosimile. Quando invece la natura sessuale è soltanto una.

Il mondo è bello perché è vario. Vorrei chiudere questa sorta di manifesto personale, che mi ha permesso di dire liberamente la mia sugli omosessuali, con un paradosso. Provate a pensarci: se il mondo fosse dominato dagli omosessuali e a te che sei eterosessuale fosse impedito o reso alquanto difficile esprimere la tua identità sessuale, naturale e sentimentale, forse non troveresti fuori luogo le critiche. Chi non è coinvolto in prima persona infatti ritiene che il problema non esista, che si tratti solo di una stupida canzone.
Siccome c’è liberta d’espressione, ogni persona può scrivere le canzoni che vuole. Però è responsabile di quel che scrive. E se scrive una canzone omofoba è razionale pensare che sia omofobo.

L’atteggiamento peggiore che potremmo tenere è proprio quello accondiscendente, della serie “massì, cosa vuoi che sia”.
Nel mondo che sogno, sull’omosessualità non ci sarebbe da avere un’opinione o un giudizio. Esiste da sempre ed è una delle tante forme della sessualità umana. Nascondersi dietro l’idea diffusa che gli omosessuali siano classificabili tramite il comportamento è schifoso.
Perché essere omosessuali non è una colpa e nemmeno una malattia.

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NIMBY all’italiana: “sì” al nucleare ma fallo tu, che a me vien da ridere. E poi non sono capace.

maggio 30, 2008

In questi giorni sul nucleare ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori. L’pinione pubblica che politica e lobbies varie si preoccupano di diffondere con efficacia è quella secondo la quale l’Italia non abbia alcuna alternativa al costruire nuovi reattori per prodursi energia da sola. In realtà le cose non sono così semplici ma anzi, non riesco proprio a trovare alcun pro che possa convincermi che cominciare col nucleare nel 2008 sia una scelta azzeccata.

Premessa. Le cose non stanno come ce le raccontano; diciamo che tutti i dirigenti politici e non che parlano oggi del nucleare hanno sostanziali e provati interessi su cui guadagnare. Innanzitutto le recenti dichiarazioni del…ministro Scajola, sono le stesse proposte fatte dal ministro 5 anni fa e riguardano centrali nucleari non realizzabili, tantomeno in 5 anni (in Italia rispettare i tempi non è proprio possibile). C’è un recente studio del MIT che spiega come i tempi effettivi di costruzione siano di 109 mesi: fate voi i conti. Se poi pensiamo che la centrale nucleare francese in costruzione in Finlandia è in ritardo di due anni e confrontiamo il tutto con un paese come l’Italia bloccato da ritardi cosmici, burocrazia, litigi politici, scontri tra interessi vari, ecc…i tempi e i costi di cui nessuno mai parla sono destinanti ad espandersi a dismisura, fino all’infinito e oltre. Altro che ponte sullo stretto.

La tua opinione non è la nostra. Qualcuno si è mai chiesto come pensa il ministro Scajola di costruire anche solo una centrale nucleare? Con che risorse? In che modo? Dico al di là delle dichiarazioni di facciata e dei cosiddetti sondaggi di opinione (opinion poll, per l’esattezza, roba usata da decenni che i non addetti ai lavori in genere non conoscono). Sì perché in questi casi per portare avanti certe battaglie, vengono usati vari strumenti che fanno sì che anche gruppi di pressione (grass-root) composti da cittadini, remino verso una certa direzione. Per esempio la maggior parte dei sondaggi di opinione pubblicati dai media e che rappresentano pretesti per dibattiti vari, voi non lo sapete, ma sono commissionati (e purtroppo non sempre con modalità trasparenti) da interessi ben precisi che intendono proprio avvalersi dei risultati del sondaggio per influenzare le opinioni comuni. Diciamo che sono cose più o meno lecite che si studiano anche all’università, per dire. È infatti ampiamente dimostrato che molti lettori e telespettatori siano facilmente influenzati dai risultati di un sondaggio di opinione (secondo il ragionamento “se la maggioranza la pensa in un determinato modo allora vuol dire che deve essere così e anch’io allora la penso in quel modo”). Naturalmente pochissimi sanno che in un sondaggio la formulazione della domanda può determinare il risultato e che basta modificarne una parola che cambia il senso stesso del risultato: per esempio, se chiedo quanti sono favorevoli alla legalizzazione delle droghe trovo una minoranza; se chiedo invece “quanti sono favorevoli a una regolazione delle droghe trovo una maggioranza, ma la domanda è sempre la stessa”. Quindi se vi propongono un sondaggio nel quale per fonti alternative ci mettono il nucleare, mandate a quel paese chi vi fa la domanda.

Fa niente, facciamolo lo stesso sto nucleare. Eravamo al come, giusto? Al diavolo i giornalisti, che non fanno mai una domanda interessante. Sono spiacente, ma l’Italia non possiede più da decenni una base industriale che permetta di sviluppare tecnologia nucleare (avendolo abbandonato con un referendum, tra l’altro). Per riprogettare una base industriale seria quanti anni ci vorrebbero? Decenni, forse. Di conseguenza, dovremmo comunque importare dall’estero a costi esorbitanti (col rischio che si vada a spendere meno in paesi in cui magari ci sono stati già disastri) e con varie incognite. Con buona pace per chi dice che il nucleare ci renderebbe indipendenti dall’estero (leggete questo post che è davvero interessante). In più i lunghissimi tempi di costruzione e realizzazione richiedono costi non sostenibili e i capitali che chiederemmo in prestito a chissà chi verrebbero ripagati chissà quando con gli interessi. E che interessi. Addio al tanto sbandierato nucleare italiano insomma, già in partenza.

Il solito comunista-ambientalista-notav-guastafeste. Ennò miei cari, non scherziamo. Sapevate che l’ultimo reattore in America (per esempio) è stato costruito nel 1979? Trent’anni fa. Ma certe cose in tv non le dicono. In Francia invece il nucleare conta solo il 20% nella produzione di energia. E sempre in Francia viene rinviato costantemente il problemuccio della chiusura delle centrali, aumentando il periodo di attivazione da 30 a 40 anni e forse addirittura a 60 anni. Con costi e rischi per l’umanità non quantificabili. L’Inghilterra infatti ha cominciato lentamente a chiuderle le centrali, e così anche la Spagna, mentre noi vorremmo aprirle ora, nel 2008. Sapete perché? C’è anche un altro motivo non trascurabile. Esiste uno studio della British Nuclear Decommissioning Authority che ha stimato in più di 100 miliardi di euro il costo per la chiusura delle stesse centrali nucleari inglesi. Fate voi i conti.

Maddai, tanto ormai il nucleare è sicuro. Smettiamola anche con questa frase di circostanza. Come ha affermato il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, “non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali.” Stastica non mente. Ne basta uno di incidente, abbiamo visto con Chernobyl. E poi, ragazzi miei, le scorie. Che non vengono quasi mai menzionate. Va bene che noi italiani siamo esperti nel nascondere tutto sotto il tappeto, ma sulla Terra non esiste un luogo sicuro al 100% o al riparo dall’acqua, per esempio. Dove le mettiamo? Come le gestiamo? Boh. Però le facciamo. Il costo dell’uranio aumenta perché anche questo combustibile va esaurendosi come il petrolio e nel giro di 40-50 anni sarà finito; il plutonio impiega circa 22.000 anni per finire la sua vita, e così via. Quindi le scorie dove le nascondiamo? Io sono abbastanza tranquillo, che secondo me saranno più vicine a casa tua, sì parlo di te che mi stai leggendo, che a casa mia, perché io abito ad Arcore, proprio vicino al pres. del cons. Diciamo che male che vada, diventerò un po’ meno verde o deforme di te.

Quindi che si fa, sonounrompipalle? Svegliamoci, non c’è bolletta o sconto che tenga di fronte alla nostra salute o alle nostre vite. Proprio in questi giorni sono usciti i dati che dimostrano come l’eolico, non solo negli Usa, abbia superato il nucleare. E nei prossimi anni ne doppierà la produzione. Ma Scajola i giornali non li legge, evidentemente, pensarà soltanto ai fatturati di certe aziende.
La sfida in cui il nostro paese dovrebbe gettarsi ad occhi chiusi è un’altra e riguarda la fonte più immensa che ci ha donato la natura: il Sole. “Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.
Sviluppare e realizzare impianti seri per sfruttare l’energia solare sarebbe sì una grande dimostrazione di maturità del paese. Perché anche in questo campo siamo indietro. Ma sappiamo bene perché non viene mai proposto lo sfruttamento di questa energia: il Sole non paga direttamente la bolletta e “non è soggetto ai monopoli”; i tumori e le malattie della gente invece pagano la sanità, le case farmaceutiche e non solo.

Sostanzialmente, se non saremo noi a invertire la rotta lo farà qualcun altro, come sempre. Correndo il rischio di rimanere l’unico paese inquinante e pericoloso in un mondo che cambia direzione.
Perché tra 50 anni, mentre gli altri avranno scoperto come produrre energia dai propri rutti o da altri gas meno nobili, noi staremo ancora costruendo…i primi mulini a vento.