The Time is Now

novembre 13, 2008

Lo so, in questo periodo non sto scrivendo molto. La scusa “ho troppe cose a cui pensare” non è mai stata attuale come oggi.
Sì perché sono arrivato ad un periodo della mia vita, o se preferite ad un età, in cui devo fare qualche scelta pesante, scommesse non facili.
L’ora delle decisioni irrevocabili insomma.

Quindi ecco, il bloggare è passato un po’ in secondo piano in questo mese, complice anche il viaggio in Finlandia, l’avete facilmente capito. Un po’ come nei film, e come ho raccontato nel post di ritorno, toccare con mano altra aria e altri modi di vivere, più umani e fruibili, mi ha fatto aprire gli occhi. Diciamo che è come se avessi preso una botta in testa che ora devo riassorbire, trasformandola in pensieri buoni, scelte convincenti e futuri possibili.

Facendo un discorso prettamente tecnico invece, ho notato che in questo lasso di tempo in cui mi trovo in una sorta di stato confusionale, ho scritto poco di Italia, politica e via dicendo. E secondo me è un altro segnale. Forse sono un po’ stufo di paranoie e basta, di continuare a girovagare nel pessimismo dei miei pensieri made in Italy. Poi per che cosa, in fondo?
Comunque state tranquilli, non ho intenzione di smetterla di propinarvi i miei post in politichese. Insomma, quando avrete voglia di passare qualche minuto di sega mentale, sapete sempre dove tornare.

Probabilmente sto crescendo mentalmente, mi sono accorto di essere giunto ad un casello importante del mio percorso, peraltro senza cominciarne davvero uno in alcuni ambiti. E sono li fermo a pensare se non mi conviene prendere la prossima uscita per scegliere altre strade. Magari meno battute, ma pur sempre molto affascinanti.
Non so, credo stia venendo fuori prepotentemente il mio spirito che si era sopito dentro, quello che un domani dovrebbe farmi diventare un uomo. Uomo con la “U” maiuscola possibilmente. L’importante è che starò in pace con me stesso.

Difficilmente in questo blog mi sono aperto oltre un certo punto, ma sentivo di doverlo fare. Mi aiuta, ecco. C’è qualcuno che mi ha spiegato che questa confusione totale in cui sono immerso è abbastanza normale, che tra qualche tempo avrò una visuale più chiara. Fa parte della vita, fa parte della crescita di una persona. Una volta la chiamavano maturazione o maturità, oggi invece siamo tutti figli fino a 35 anni. A questo gioco non voglio più stare.

Ma, chiedo a voi, esiste la crisi del quarto di secolo? Parlo di quell’età – 25 anni – in cui sì, non hai più 20 anni (porca di quella vacca lurida!), ma non ne hai nemmeno 30, quindi sei ancora in tempo a scegliere certe opzioni. Devo solo capire quali. E credetemi, ci sarete passati in molti, ma per me non è facile.

Sto ricevendo 1000 stimoli, mi si sono prospettate alcune possibilità, anche lavorative. Ma sono talmente ipnotizzato e shockato che finisce che a parte qualche sobbalzo sono ancora qui, come una pentola a pressione che sta per raggiungere il punto in cui farà fuoriuscire tutta la pressione in eccesso. Lo so, ho detto due volte “pressione” in due righe, proprio perché me la sento addosso.

Ma non è pressione esterna, è pressione auto-indotta: il livello di entropia interno al mio corpo è decisamente alto ed in continuo aumento.
Per dire, una delle scelte che sicuramente potrei fare è un altro viaggetto, devo solo capire alcune cose del vivere all’estero per qualche tempo, prima di finire l’università, non so.

Se anche il mio modo di scrivere e bloggare sta mutando, qualcosa di strano ci deve essere. Ogni tanto poi mi suona anche alquanto distorto sentirmi chiamare ‘sonounprecario’, che in pubblico non è così bello sentirselo dire. Ma riassume nel modo migliore la precarietà e l’instabilità totale di una vita come la mia. Dopotutto però, devo cominciare ad essere anche Alessandro.

E’ arrivato per me il momento di una successiva evoluzione. E’ giunta l’ora di crescere, ma questa volta attraverso altri mezzi, altre esperienze ed altre scelte.
Non so dove mi porteranno, ma non fraintendetemi. Non sto preoccupandomi del futuro come sbagliavo a fare fino a poche settimane fa. O meglio, lo sto facendo, ma comincio a vederla da un altro punto di vista.

Del resto mi tocca anche essere onesto con me stesso e non lamentarmi più di tanto. La natura mi ha dotato di buoni mezzi; come tutti ho dei difetti, ma alla fine riesco sempre a cavarmela. Che poi, parlare di difetti mi fa sorridere, perché riguarda il rapporto con le altre persone. Quelli che per uno sono difetti, per un altro sono qualità, per cui non sto li ad impazzire.

Sì perché “i veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio”.

E’ arrivato il momento di pensare a me stesso come non ho mai fatto sino ad ora.

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Do you believe in what you see?

novembre 6, 2008

Questo è un post chilometrico, lo so, ma se sei uno di quelli che fa della parola “troppo” la sua regola, leggi qua. Sì perché questo è uno dei quei post sentimentali, che potresti leggerti con una canzone romantica ma un po’ malinconica. Ti aiuterebbe a fruirlo meglio.

A dirla proprio tutta ho lasciato un pezzetto di cuore in Finlandia. Per questo provo un po’ di malinconia a ripensare al breve viaggio a Tampere.
Non so se riuscirò a trasmettervi con le parole i vari sentimenti che ho provato in soli 3 giorni, ma ci proverò. Un’esperienza che rimarrà dentro me e i 5 più 2 amici miei compagni di viaggio.

Benvenuto in Finlandia. L’aeroporto di Tampere è grande quanto casa nostra. Davvero, è minuscolo e vi sembra di atterrare in un altro pianeta; spazi aperti, alberi e bosco. Se poi ci si mette la pioggia ad accogliervi, il riconcigliamento con il silenzio o i suoni della natura è pressoché immediato.

A Tampere atterrano anche molte persone che devono recarsi in Russia, a due ore di macchina da lì. Perché volare con Ryanair costa decisamente meno che volare normalmente per San Pietroburgo, per esempio. Una volta sbarcati, siete praticamente fuori dall’aeroporto. C’è un pullman ogni mezz’ora che in 20 minuti vi porta in centro a Tampere, davanti alla stazione: costo 6€. Ma li spendete volentieri, perché il pullman è pulito, l’autista vi saluta e vi carica e scarica i bagagli senza batter ciglio.

La terza città della Finlandia. Tampere è una città finlandese di circa 206.500 abitanti, ma a vederla non sembra, perché queste città sono abbastanza estese e gli spazi aperti che si trovano ingannano, per non parlare delle piccole e caratteristiche casette in cui la gente vive. E’ una città industriale (molti residenti la chiamano la “manchester finlandese”), ma non troppo. A tratti sembrava di essere a Crespi D’Adda, gita immancabile per chi ha fatto la scuola dell’obbligo in Lombardia.

Il centro è molto bello, ci sono delle costruzioni davvero carine. Poco traffico, la gente mentre cammina non ti tira spallate, quando sei fermo ai bordi della strada sulle strisce pedonali, misteriosamente le macchine si fermano. Per dire, la ragazza che ha ospitato me e un amico aveva le stampelle e quando doveva attraversare la strada riusciva ad anticiparmi. Io rimanevo fermo, abituato a veder sfrecciare le macchine finché non decidi che devi buttarti in mezzo alla strada; lei no, semplicemente attraversava.

.: VOGLIO TORNARE IN FINLANDIA PRIMA POSSIBILE: I PRO.

Segni di civiltà intelligente. Non mi sembrava vero, per terra non c’erano cartacce, la gente dai finestrini non buttava niente e soprattutto avevo la sensazione di non dover temere nulla. Anche quando giravamo a piedi di notte. E’ una sensazione straordinaria pensare di poter decidere quello che si vuole fare, liberamente, senza doversi preoccupare troppo del prossimo. Non fraintendetemi, non lo dico in senso negativo.

La sera, a qualsiasi ora (notte compresa) si trovano decine di persone in giro a piedi, idem le ragazze. Si vede che non hanno paura e non hanno mai avuto problemi di criminalità o violenze varie. Camminano sotto i ponti, accanto ai viali da sole e si recano alla macchina nei parcheggi bui senza farsi accompagnare da nessuno. C’è vita insomma, si vive come dovremmo fottutamente vivere tutti quanti. Cosa che non è più possibile fare in Italia. Ma su questo discorso ritornerò dopo.

Una società incredibile. Sapete quanto costa l’università a Tampere? Ottantacinque euro l’anno. I repeat: OTTANTACINQUE EURO ALL’ANNO. I libri sono gratis, ogni studente può consultare quel cavolo che gli pare, perché studiare, informarsi e accrescere la propria conoscenza è un diritto di tutti. E se abiti oltre un raggio di 5km dall’Università lo Stato ti rimborsa le spese di trasferimento. E poi uno non deve arrabbiarsi.

La città è piena di studenti e di giovani universitari, di persone, i caffé e i locali sono sempre aperti. Una cosa fantastica che ho scoperto per esempio, è questa: quando tu entri in un locale e ti siedi, nessuno viene dopo 3 secondi a pressarti chiedendoti l’ordinazione e facendoti pagare non appena la consegna al tavolo viene fatta. Ebbene no. Qui sono molto più avanti e cordiali, da un punto di vista opposto.

Si perché ti siedi, leggi, navighi su internet (wi-fi free ovviamente), fai quello che vuoi insomma. Poi quando hai voglia ti alzi, vai al banco e prendi da bere; se ordini da mangiare paghi e te lo portano al tavolo quando è pronto. Nessuno ti caccia. E se proprio un posto è strapieno, cosa alquanto rara ovunque di giorno, chi è lì da molto tempo, intuisce che deve lasciare il posto a qualcun altro, si alza e va via senza guardare male nessuno. Una cosa elementare se ci pensate, ma a cui non ero abituato. Intelligenza sociale, la chiamerei.

A portata di vita, anche se sei giovane. Arrivo allo studentato della nostra amica finnica il primo giorno, per appoggiare i bagagli. Non mi aspettavo chissà cosa, ma chissenefrega, ho dormito ovunque e sono gggiovane, forte (bello-alto-biondo-occhi azzurri). Un par de palle. Il palazzo è nuovo, si vede, in giro non c’è caos, ma biciclette parcheggiate fuori. L’ascensore ci mette 4 secondi esatti ad arrivare al quarto piano: è un Otis. C’è una porta che separa i pianerottoli dalle stanze numerate; arriviamo in fondo ed entriamo in casa di Liina.

Incredibile, un salone con cucina, divano, tavolo e balcone. Due stanze per due coinquiline. Luce, gas, acqua calda, forno, lavastoviglie, lavatrice e internet: tutto compreso. Caspita, costerà tantissimo. Trecento cinquanta euro al mese. TRECENTOCINQUANTA EURO AL MESE. Andate a fare in culo italiani. Per una stanza, una maledetta bettola a Milano, come minimo ti chiedono 600€ al mese. Poi bisogna vivere.

Era il più caro tra gli studentati della zona. La verità è questa, signori miei. Un mio compagno li in Erasmus che ospitava altri amici si trova a 15 minuti esatti (senza ritardi perché non esistono) di pullmann dal centro; il suo studentato era meno bello di quello dove dormivo io. Ma ha sempre compreso tutto. Però sapete quanto paga al mese di affitto? Duecento euro. DUECENTO EURO AL MESE. Dovete morire tutti, brutti bastardi.

A misura di vita. La ciliegina sulla torta era la sauna; sì, perché praticamente ogni palazzo in Finlandia ha almeno un paio di saune interne. Si segna su un foglio l’ora ed è fatta, non troverete mai nessuno che si infilerà dentro durante la vostra ora. Questo anche negli studentati, luoghi inesistenti e ghettizzati per gli studenti italiani. Ma in Finlandia non è così. Entri nello spogliatoio, ti chiudi, ti cambi e vai in sauna, con doccia compresa. Se sei fortunato puoi trovare anche ragazze o donne nude dentro, che la non si fanno tanti problemi. Non tutti o tutte, per carità. Certo, la prima volta rimani stupito, poi dalla seconda in poi non ci fai più caso. Giuro.

Altra cosa davvero interessante erano le finestre e le porte. Per migliorare lo scambio di calore e non sprecare riscaldamento inutile, ogni casa ha due porte e due finestre negli stessi punti. Una si apre all’esterno, l’altra all’interno; no, non è fatto per il rumore, perché credetemi, rumore fuori praticamente non ce n’è, tanto che la pioggia sembrava piacevole nel silenzio di Tampere. Ho capito il vero lato romantico della pioggia, ecco. Dico questo perché ce ne siamo resi conto tutti del boato di sottofondo che c’è nelle nostre città appena usciti dall’aeroporto di Bergamo, al ritorno.

Indovinate chi erano gli studenti messi peggio economicamente. Gli italiani ovviamente. Cosa ve lo dico a fare? Il fondo base europeo Erasmus è di 200€ e i miei compagni si barcamenano con quegli unici soldi e il cibo spedito dalle famiglie. Chi è fortunato riceve anche soldi. Per questo ci hanno implorato di portargli un po’ di provviste; vabbé, anche perché in cucina non ci batte nessuno, si sa. Tra l’altro, e qui chiedo a voi, non mi spiego una cosa. Dei compagni siciliani o campani, o più in generale del sud Italia, oltre alle 200€ versate dalla comunità europea, ricevevano dalle rispettive regioni altri 200€. E il discorso cambia, perché hai margine oltre l’affitto. Quando me lo raccontavano, pensavo alla Lega ed ai suoi elettori e ridevo come un pazzo.

Lavoro e divertimento. A questo punto penserete che la vita costerà tantissimo in Finlandia. No, miei cari. Non c’è nemmeno questa scusa. Certo, al supermercato le cose costano un filino più che da noi. Ma i finlandesi guadagnano comunque decisamente più soldi che gli italiani. Per dire, una ragazza di Catania lavora in un baretto e prende 14€ l’ora. QUATTORDICI EURO L’ORA, capito, pezzi di…imprenditori italiani? Quando il giorno è festivo pagano il doppio. Tra le altre cose, nessuno pretende di avere una qualità di vita titanica come in Italia.

Intendo dire che a nessuno frega di girare col macchinone, come fanno i pezzenti in Italia indebitandosi fino all’orifizio più nascosto. A nessuno frega di sfoggiare la casona arredata a colpi di mutui. Semplicemente di vive più che dignitosamente. Con tutte le comodità, senza strafare. E nessuno giudica le persone come la nostra mentalità provincialotta suggerisce al nostro minuscolo cervello lobotomizzato. Perché la vita è una sola, ricordatevelo.

Non ho la macchina, prendo un mezzo pubblico. I pullman sono in orario, si fermano davanti alla fermata e l’autista ti fa il biglietto al momento, timbrando il suo cartellino magnetico al cambio del turno. E mentre si acquista il biglietto, nessuno dietro si lamenta, ti ruzza o ti punta il suo fallo nelle chiappe perché vuole andare chissà dove, per passare. I mezzi sono puliti, in ogni fila di sedia c’è il tasto per prenotare la fermata. Certo, le corse costano più che in Italia, ma se fai l’abbonamento te la stracavi.

.: LA FINLANDIA E’ DAVVERO BELLA, MA A PENSARCI BENE…: I CONTRO.

La gggente è davvero strana. Scena ripetuta in ogni locale: entriamo e da bravi italiani ordiniamo e consumiamo, chiacchierando e gesticolando come nostro solito. Ad un certo punto ci accorgiamo che intorno a noi tutte le persone sedute consumano sì, ma NON parlano tra loro. Ogni tanto qualcuno bisbiglia qualcosa. Questo in settimana e la domenica, perché il venerdì e il sabato è tutta un’altra cosa, ma arriverò anche a questo. “Però, singolari questi finlandesi”, pensiamo.

Ognuno tira dritto per la propria strada e non da troppo retta a chi ha intorno, è nel loro carattere. Ma attenzione, non confondete la cosa con la freddezza. Per loro è normale, siamo noi che siamo abituati ad un certo tipo di comportamenti. Per dire, il nostro compagno ci ha detto che ha coniosciuto più ragazze grazie a noi in 3 giorni che in 4 mesi che è lì. Avremo pur qualche vantaggio ad essere italiani, no?!

In merito ho da segnalare un episodio. Stiamo sulle palle a gran parte del maschio medio finlandese. Tanto che la prima sera in un locale un gruppetto di fenomeni ha spintonato un amico dal nulla e ha minacciato un altro. Purtoppo ero ancora in coda fuori per entrare con altri due amici, altrimenti sono sicuro che sarebbe venuto fuori un macello. Fortunatamente, quando altri due compagni sono andati a chiedere spiegazioni da bravi tamarri, la cosa si è sistemata. Se poi dici che sei siciliano, non osano dirti proprio niente. Fidatevi.

Volete sapere perché non gli stiamo proprio simpatici? Semplice. Perché gli fottiamo le donne, nel vero senso del termine. Non so perché, ma alle finlandesi piacevo particolamente. Te ne rendi conto quando a più di una ragazza, guardandoti in modo inconfondibile, chiedi di ridarti i pantaloni… D’altronde se pensate solo a bere, cari maschietti finnici, di certo non guadagnate punti. E qui veniamo al tasto dolente.

Una bottiglia per amico. Non mi era mai capitata una cosa simile. Dal venerdì sera al sabato notte inoltrato, la gente va in giro con la bottiglia in mano. Tutti, giovani ed adulti, donne e uomini, come se stessero tenendo in mano un pezzo di carta. Birra a fiumi e personaggi che si trasformano da morti viventi agli amiconi di sempre. Quando infatti sono ubriachi, i finlandesi tenteranno di abbracciarvi e cantare qualsiasi cosa con voi, perché sanno che siete italiani. Apro una parentesi qui: ho chiesto a due ragazze di spiegarmi da cosa capiscono che siamo italiani. Un motivo è per la gestualità, l’altro non posso dirvelo.

Insomma l’alcol in Finlandia è un problemone, tanto che le birra, ma soprattutto i superalcolici al supermercato costano tantissimo. Anche se il vetro delle bottiglie devi riportarlo, così ti ridanno la cauzione. Nei locali i cocktail vengono fatti col misurino, su quello non si sgarra. Un amico sovrappensiero ha ordinato un negroni e quando ha dovuto pagare gli è venuto un infarto: 12 euro. La birra media però costava 3,80€. Indovinate quante ne abbiamo bevute.

Due giorni di pazzia ci possono stare. Vedere ragazze ubriache in giro non è così piacevole. Idem gente che vomita fuori da alcuni bar. Ma la cosa incredibile è che avviene tutto solo il venerdì ed il sabato. La domenica no, perché il lunedì si lavora: è stupefacente notare la netta separazione che i finnici riescono a dare alla vita lavorativa ed a quella privata. Diventano altre persone, ma magari senza travestirsi come succede qui da noi.

Però vedete, all’uscita dei locali a tarda notte, nessuno guida. Si va a piedi, sbronzi o meno, con la bottiglia in mano, idem le donne. Perché non c’è criminalità e non avvengono particolari reati: è una delle rare volte in cui in discoteca nessuno mi ha chiesto se avevo fumo, pasticche o qualsiasi altra sostanza chimica. Insomma, lì si fidavano della mia faccia. L’unico problema che ho sentito da qualcuno è dato dalle armi; sembra infatti che non sia molto difficile ottenere il porto d’armi, quindi se giocate fuori casa evitate di provocare. Non si sa mai.

Il clima ed il cibo, ma mica tanto. C’erano zero gradi, come da noi in inverno inoltrato. Ma è un freddo secco, tipo quello della montagna. E le giornate in questo periodo dell’anno durano in modo identico al nostro. La storia cambia in inverno e in estate ovviamente. Le statistiche sui suicidi rimangono alte, ma sono in calo e collegabili con la diffusione delle armi da fuoco.

Altro mistero è cosa mangiano i finlandesi. So solo che una sera ho cucinato dei cavatelli al pomodoro e le due ragazze che ci ospitavano si sono scofanate due piatti, dicendo che erano buoni. Mica male. Per il resto mangiano in giro hamburger e panini di ogni genere. Con quello che bevono dovrebbero essere obesi, invece non è così.
Al supermercato bene o male trovate tutto, anche se ho visto poca carne rossa e, se trovate la pasta, non costa poco. Circa 2-3 euro insomma.

.: A GRANDE RICHIESTA.

Capitolo donne. Per voi amici maschietti, visto che me lo avete chiesto in tanti, scriverò anche questo paragrafetto. La prima sera eravamo in un locale con serata internazionale e di finlandesi non ce n’erano. Una beffa. Il sabato invece eravamo nel posto giusto: posso dirvi tranquillamente che 2 finlandesi su 3 che vedete passare sono carine, ma anche molto carine. La media è più alta che in Italia, devo confidarvi questo segreto con buona pace delle donne, anche se in questo modo rischierò di far emigrare un vasto numero di baldi giovini. Ovviamente la maggior parte è costituita da bionde, ma ci sono anche alcune more, per non parlare di quelle coi capelli neri e gli occhi azzurri (con questo paragrafetto mi sono guadagnato una bella ramanzina dalla fidanzata, ma vabbé, per voi questo ed altro…).

Se sei arrivato fino a qui voglio farti sapere che questa esperienza mi ha segnato e sta cambiando il mio modo di vedere la vita, il mio futuro. A partire dal fatto che mi sono pentito di non aver fatto l’Erasmus.
E’ come se avessi aperto gli occhi di colpo, se fino a settimana scorsa tutto andava a rallentatore, in slow motion. Ed ho capito che non era reale, perché è l’Italia che non è reale.

Va bene, in Finlandia ci sono solo 5 milioni di persone, ma non mi pare assurdo pretendere una via di mezzo.

Mi sento come uno che ha perso un sacco di tempo, come una persona a cui hanno rubato fino ad ora tonnellate di tempo che non tornerà mai più. Per questo non credo a quello che ho visto e che vedo ora, un po’ come Neo in Matrix, per tenere questa linea metaforico-fantastica.

Ma dopotutto ho solo 25 anni, e posso ancora decidere di dare una svolta alla mia vita. Perché voglio davvero sentirmi libero e per la prima volta – in soli 3 giorni – mi sono sentito incredibilmente libero delle mie scelte, dei miei spazi e del mio tempo. Ma non in Italia.

Ho compreso che non sono fatto per vivere così come sto facendo, ma soprattutto non sono stato creato per vivere tutta la vita nel posto dove sono nato.


Cavie da call center

ottobre 27, 2008

In ritardo, arrivo anche io a dire la mia su questa inchiesta vissuta in prima persona dal giornalista di Repubblica in merito alla vita media di un operatore di call center.
Taglio corto: non c’è niente di nuovo, non mi stupisce niente.

Sarà che le situazioni descritte le ho vissute in prima persona, sarà che – credetemi – quello di cui parla il giornalista di Repubblica è solo una parte, una punta di un iceberg, un niente di fronte ad un vero e proprio sfruttamento di persone legalizzato. Ai limiti della schiavitù moderna.

Certo, l’ingenuità e la debolezza sociale che contraddistinguono un buon 70% dei lavoratori di call center contribuiscono a far sì che pratiche di gestione delle risorse umane simili sopravvivano. Perché comunque per un giovane universitario è meglio tirar su due euro piuttosto che niente.

Ecco, parliamo quindi dei rapporti umani vigenti in questi posti. Volendo non ci sono mai ferie: sabati, domeniche, serate, Natale e feste varie. Chi pensate che risponda quando chiamate l’assistenza il 25 dicembre col vostro nuovo cellulare fiammante con cui non riuscite a telefonare?

Nella mia esperienza, non c’è stato nulla di motivazionale ai limiti della comicità, come vi sarà capitato di leggere o vedere nei film. Però, tra una chiamata automatica del sistema e l’altra non puoi nemmeno voltare la testa, figuriamoci parlare. Sei un robot assoggettato al sistema di gestione di chiamate.

E nonostante tu prenda pochi centesimi all’ora, davanti a te hai informazioni delicatissime, puoi accedere a dati sensibili privatissimi delle persone: hai il potere di guardare le loro chiamate, quando le fanno, a chi le fanno. Ma non solo. E se, per la legge sulla privacy appunto, chiedi conferma ai clienti dei loro dati, te ne senti dire di ogni. Ma gli insulti te li becchi comunque a priori, perché per loro tu sei Tim, Telecom, Vodafone, eccetera.

Ma non chiamatela scuola di vita o palestra. Secondo me è più un Fight Club, dove se sei forte e hai la capacità di farti scivolare addosso le cose, fregandotene, ce la fai. E disinteressatamente la tua vita va avanti. Devi usare la testa il meno possibile, giusto quello che serve per chiudere i contratti, possibilmente senza truffare nessuno, visto che nessuno te lo chiede.

Contratti firmati dopo un mese di lavoro ad un progetto, quando ormai hai già lavorato e quindi che fai; “capoccia” mezzi falliti che riversano le loro frustrazioni su di te, pause limitate, abusi e soprusi di ogni genere.

Ma ci sono anche dei lati positivi nella vita da call center: non hai ferie nè malattie pagate, quindi puoi stare a casa quanto vuoi.
E non tornare più.


Violenza, repressione e assassini

ottobre 23, 2008

Francamente devo ammettere che qualcosa si sta muovendo. E’ ancora uno strato basso, poco coordinato, ma ci sono cenni vitali. Sono felice che gli studenti, categoria a cui ancora appartengo, stiano protestando e pensino di combattere per il proprio futuro.

Lo scempio mediatico a cui stiamo assistendo e a cui siamo assuefatti da fin troppo tempo sta scricchiolando, almeno ora. Prima Berlusconi e poi oggi Cossiga arrivano ad incitare alla violenza ed alla repressione. Ma per la gente è tutto normale.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì»

Queste dichiarazioni sono comparse sul Quotidiano Nazionale di oggi.
E la cosa che mi da più fastidio è “vedere tutto ciò archiviato sotto la vì di vecchiorincoglionito, invece che sotto la a di assassino“. Sì, perché “uno dei protagonisti delle più oscure pagine della Repubblica si è costituito. Ed ha raccontato, lucidissimo, come si radicalizzano i conflitti, come si manipola l’opinione pubblica, come si stupra un movimento. Come, in definitiva, si decapitano le legittime aspirazioni di una intera generazione“.

Magari è furbo e lo fa per mettere in guardia tutti quanti su come in realtà vanno le cose in questo paese. Ma non è così purtroppo. Perché il popolo italiano è un popolo senza memoria. Senza palle. E non sa che cosa sia la libertà.

Cossiga potrebbe parlarci di Gladio, Ustica, Kappler, Moro e di tutte le nefandezze di cui si è macchiato. Ma nessuno glielo chiederà mai. Sarà per questo che io provo una gran voglia di andare in piazza per coprire l’assordante silenzio del mainstream berlusconiano.

E anche se molti scioperano ancora per perdere un fottuto giorno di scuola, lavoro o quello che vi pare, bisogna farlo, tutti quanti. Dopotutto la società italiana chi favorisce? Chi sono i veri vincenti?
Un laureato o un ricercatore sono gli sfigati, un tronista o una velina sono vincenti. Insegnanti, genitori e figli.

Ma sono sicuro che questa sera uscirà il famigerato “sei” al SuperEnalotto; davvero credete che sia stato un caso che, proprio in questo periodo, avvenga una cosa simile? Eppure giocano tutti, persino dall’estero. Chissà quanto ha incassato lo Stato, nevvero?

Vedrete, questa volta qualcuno sbancherà vincendo i 100 milioni, così per l’ennesima volta, tutti si dimenticheranno di tutte le sconcerie che – da quando è salito questo governo – stanno distruggendoci lentamente.
Credo che solo chi non ha niente da perdere rischia. Ecco perché oggi tutti quanti se ne fottono.

Berlusconi: “Mai pensato alla polizia nelle scuole”. Meno male che c’è youtube.


La Lettera di Dora dagli USA

ottobre 18, 2008

Due giorni fa aprendo la mail del blog ho ricevuto una piacevolissima sorpresa. Ho infatti trovato una mail di Dora, una lettrice del blog che ora vive negli Usa.
La sua lettera mi ha dato una scossa e spero che possa far provare anche a voi la stessa sensazione; per questo voglio ringraziare Dora: con le sue parole ci sta dicendo che da qualche parte, se lo vogliamo, un’alternativa esiste sempre. Ma soltanto se a rimboccarsi le maniche siamo noi.

«Ciao Alex,
sono Dora dagli USA. Ci siamo già sentiti in un commento ad uno dei tuoi post. Ho appena letto il tuo post sulla fuga di Saviano dall’Italia. Mi rattrista, mi rattristano le tue riflessioni e mi rattrista la sua decisione e sai perché? Perché mi ci ritrovo perfettamente.

Io sono qui in USA perché mio marito é americano e l’ho seguito quando l’ho sposato, non è che c’era molta scelta, l’Italia non ci offriva possibilità, l’America, tanto criticata dai moralisti italiani, invece ce ne offre tante.

In Italia ci vivevo ma ero arrabbiata, arrabbiata con tutto quello che non andava, proprio come te, mi ritrovo in quasi tutto quello che leggo nei tuoi post, e mi incazzo perché non vedo via di uscita. Ma poi penso, beh, io sono qui e ne sono uscita da quella merda, ora ho un lavoro, una casa, una famiglia, sono circondata dalla legalità dalla pulizia, dalla gente che rispetta le regole, dal rispetto degli altri e dalla voglia di rispettare gli altri. Ma perché tutto questo in Italia è impossibile? Non posso dire che sia radicato nei geni degli italiani, perché vedo gli italiani che vivono qui che sanno comportarsi bene, o forse quelli che vivono qui sono quelli che non riuscivano a vivere all’italiana e sono scappati? Non so.

Ci sarà una via d’uscita a questo schifo? Lo spero, perché io la mia Italia nonostante tutto la amo e la vorrei vedere risorgere, ma al momento sembra impossibile. A volte penso che per poter risorgere debba davvero toccare il fondo. Penso che la gente debba arrivare a non poter più nemmeno permettersi il pane, solo allora si renderà conto che le cose devono cambiare, ma come cambierebbero? In meglio o in peggio?

A volte ho paura che potrebbero cambiare in peggio e che i miei connazionali potrebbero diventare ancora più egoisti ed appoggiare ancora di più l’illegalità. Non so.
Per ora sono contenta di essere qui


Roberto Saviano non è più italiano

ottobre 16, 2008

‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me”.

In questi giorni di crisi sento più vicino a me il dolore di Roberto Saviano. Certo, dire che è un dolore che dovremmo sentire e condividere tutti è scontato, ma tant’è.
Leggere l’articolo, la lettera che sa più di addio e di un gettare la spugna dinnanzi ad un paese come l’Italia fa male ed è triste, molto triste.

In Italia infatti uno scrittore intelligente e capace come Saviano, viene condannato a morte dalla verità: un destino crudele, così come terribili suonano le parole dei suoi compaesani, dei suoi amici, assieme al silenzio di tutti gli italiani. Italiani, una gens collusa in ogni modo, dalla mentalità del fottere l’altro prima che fotta te in sù.

Tutto il contrario di tutto: invece che andare in giro a testa alta, sei tu quello costretto a fare una vita di merda, nascosto, insultato dalle scritte sui muri mai contro i boss, ma contro di te, solo come un cane, senza poter affittare una casa nel proprio paese d’origine, perché noi non siamo razzisti-mafiosi-collusi, ecc…, però sai non posso – capiscimi cumpà – affittare la casa a Roberto Saviano così come non vedo, non sento e non parlo.

Una volta che spiego che è il contesto in cui vivo, la quotidianità drogata del mio paese d’origine che non mi permette di fare la vita che voglio, sono a posto con la mia coscienza.
Un po’ egoisticamente infatti, penso che se tutti in certe parti rifiutassero certe usanze, invece che prenderle a modello di vita o addirittura come aspirazione da raggiungere, certe realtà non ci sarebbero. E Saviano che racconta queste realtà è un bastardo per molti suoi compaesani. Per questo la penso così.

Ma non è così. Sono i boss che dettano legge; sono loro che ti condannano a morte, non lo Stato che minaccia loro. Ed è Saviano che deve andarsene, in segreto, per tentare di vivere una vita dignitosa. Altrove.

Sapete qual è la mia speranza? Che anche noi arriveremo ad un punto in cui non sarà più possibile, manco a turarsi tutti gli orifizi, vivere in questa Italia di merda e saremo costretti a fuggire in massa verso speranze pur sempre più possibili di quelle ormai inesistenti delle nostre origini.

Perché voi forse non lo sapete, ma qui tutti stiamo rischiando di fare la fine di Roberto Saviano. Oddio, non fraintendetemi, il 99% di noi non ha le palle di fare quello che ha fatto lui, che manco ce lo meriteremmo; parlo, in piccolo, della vita di tutti i giorni, che non sarà più possibile vivere qui, per i più svariati motivi. Uno di questi è quello smarrimento, quella precarietà perenne di vita di cui parla anche Saviano.

Sperando che dalle altre parti, vedendo un italiano pizza, spaghetti, mafia e mandolino, non decidano di ghettizzarlo da qualche parte. Perché in questo modo la mafia moderna verrebbe esportata e si radicherebbe fortemente anche in altri paesi.

Insomma decidiamoci: chi fa più schifo? Noi o loro?


Morire Giovani

agosto 6, 2008

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Sono un fottuto pessimista. Lo so, davvero. Ma non ci posso fare niente: nel dubbio, non faccio altro che supporre o intravedere il peggio dietro l’angolo. Parlo in generale, detto per inciso. Per una volta, facciamo che la politica c’entra poco. Anche se loro lanciano costantemente un unico messaggio a noi “ragazzi”: è meglio farci morire da giovani.

Scuola, università disorganizzata, stage o non stage, l’importante è che non sia pagato; crediti formativi, laurea, poi forse lavoro; lavoro precario, guadagni poco, zero certezze, niente casa, niente libertà. E intanto gli anni passano e tu sei ancora lì, in casa con mamma e papà. Senza una pensione, senza una prospettiva o una possibilità, insomma senza futuro.

E così via, anche se in questo momento vorrei concentrarmi più sulle sensazioni e gli stati d’animo che sul viscerale vissuto del concreto quotidiano: dopo un po’ stanca anche me.
Cioé come mi viene in mente, penserete, di scrivere cose simili proprio mentre sto per partire per un viaggio? Beh, quando arrivano le ferie, vuole comunque dire che l’estate sta finendo.

Più che vivere la vita mi sembra di subirla, come se stessi guardando costantemete il mondo da dietro una finestra, osservando gli altri intenti a vivere, trascorrere il tempo e decidere ciò che vogliono della propria esistenza.

Come se fossi imprigionato in una realtà ovattata che tiene incatenata la mia voglia di libertà. Me la sento dentro che spinge forte, spesso fa a pugni con i miei pensieri: convivo con un forte senso di inquietudine generale, assieme a quella enorme sensazione di vuoto che non so come riempire.

La cosa triste, o strana se volete, è che non ho idea di che decisione possa prendere in merito a qualsiasi cosa per cambiare lo stato delle cose, in primis la Mia Vita. E’ questa passività disarmante che mi sento addosso che mi distrugge, come se non riuscissi a reagire, a rialzarmi mai.

E ho paura del Tempo, di star perdendo quantità industriali di Tempo che non tornerà mai più. Tipo che tra 10 anni mi sveglierò un giorno pensando tra me e me “ma che cacchio di diavolo ho fatto fino ad ora? Dov’era il mio cervello quando ancora tutto era una scommessa, una roulette russa di esperienze da fare?” E in quel momento – se mai arriverà – sentirò un tuffo al Cuore, lo so.

Perché sarà troppo tardi.