La Storia delle Cose

ottobre 15, 2008

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Ho guardato attentamente “Story of Stuff”, un video che dovrebbero proiettare a Reti unificate in tutto il mondo. Su google video infatti è disponibile la versione intera in italiano (mentre su youtube è suddivisa in 3 parti che trovate sotto questo post) della quale che consiglio caldamente la visione (20 minuti potete spenderli, dai). Magari avete anche figli e con l’aiuto dei disegnini del video potreste scambiarci 4 chiacchiere invece che guardare la ruota della fortuna.

Un bel video. Chiaro, semplice, ben fatto e diretto. Certo, molti potranno contestare un paio di cose: per dire, se non ci fosse stata l’evoluzione dei processori, probabilmente non avremmo nemmeno visto questo video. Sul resto dei temi trattati però, non ho praticamente nulla da obiettare purtroppo. Sì, purtroppo, perché questa è la società a cui siamo giunti e che tutti hanno voluto.

Si parla di economia dei materiali, di un sistema lineare di sfruttamento del nostro pianeta, al cui processo però mancano le persone, considerate solo come variabile di consumo. Siamo consumatori e serviamo a quello, mettiamocelo ben in testa.

Ora, non voglio svelarvi tutti i racconti del mini-documentario, ma mi vorrei poi confrontare con voi, nei commenti su due tematiche in particolare, riguardanti il consumo di oggi, ancora poco “critico”. Parentesi: non fatevi spaventare dal termine consumo critico. Non vuol dire solo boicottare prodotti e multinazionali; consumare in modo intelligente significa semplicemente farlo in modo consapevole ed informato. Ci sono decine di variabili e sfaccettature, con cui però non vi annoierò ora.

L’autrice, Annie Leonard, fa menzione di due procedimenti legati al consumo globale che raramente consideriamo. Parlo dell’obsolescenza pianificata e dell’obsolescenza percepita.

L’obsolescenza pianificata è quel processo a cui ricorrono molti designer, progettisti, ecc…, che li fa discutere su quanto velocemente gli oggetti (non li chiamo feticci, che poi so cosa mi dite) possano avere problemi o rompersi facilmente, lasciando però una minima fiducia nel consumatore per far sì che ricompri lo stesso prodotto. Con la felicità del produttore, che preme in quella direzione, per raccontarla in modo spiccio.

In realtà però le cose non si rompono così in fretta. Ecco perché esiste anche l’obsolescenza percepita. Questa simpatica canaglia ci convince a buttar via una cosa che funziona ancora perfettamente. Come? Cambiando l’aspetto dell’oggetto, per esempio. E siccome dimostriamo la nostra importanza ed il nostro valore consumando, siamo ben felici di comprarci…l’iphone 3G al posto di quello 2G, no?

La moda è un altro esempio emblematico. Un anno vanno i pantaloni in un certo modo, un altro anno no; se tu rimani con un modello vecchio, fai capire alle altre persone che sei out, non alla moda: non hai contribuito alla cosiddetta “freccia d’oro”, come la chiama Annie Leonard. Quindi non vali come una persona che consuma costantemente. Qualcuno direbbe che “sei uno sfigato”.

Un ruolo fondamentale in questi processi è ovviamente rappresentato dai media, da cui siamo costantemente bombardati: messaggi subliminali come “la vostra macchina non va bene”, “il vostro telefono è vecchio”, eccetera eccetera, sono all’ordine del giorno. E qui, lo dico spesso, dovrebbe anche entrare in gioco l’etica di chi lavora nel mondo della comunicazione, ma questo è un altro discorso. Mascherare tutte le porcate dietro il termine professionismo, mi pare un po’ troppo da paraculi.

Nel video poi si parla anche del fatto che, pur possedendo centinaia di oggetti materiali, siamo sempre più infelici. Probabilmente perché non si ha più tempo per vivere davvero. Nonostante la vita di cui disponiamo sia una sola, abbiamo sempre meno tempo per amici, famiglia, ecc…: alcuni esperti hanno calcolato che lavoriamo per più tempo che nelle società feudali.

Già ma quali sono le due attività che vengono maggiormente praticate nel nostro tempo libero? Guardare la tv e fare shopping. Certo, gli Usa rimangono l’esempio principale della Leonard, viste le sue origini. In America infatti lo shopping occupa il triplo o il quadruplo del tempo in più rispetto all’Europa. E si arriva ad un cerchio apparentemente infinito:

  • * Facciamo un lavoro, magari due
    * Arriviamo a casa stanchi morti, ci sediamo sul divano.
    * Guardiamo la tv e la pubblicità ci dice che facciamo schifo perché non possediamo certe cose.
    * Quindi andiamo a comprarle, ma non basta. Dobbiamo lavorare di più per poterle pagare.
    * Conseguentemente torniamo a casa più stanchi, e uscendo meno guardiamo più tv che a sua volta ci incita ad andare più volte al centro commerciale. E così via.
  • Un cerchio senza fine, interrotto solo da infarti o crac finanziari, appunto. E poi, scusate, dove finiscono tutte queste cose che compriamo e che non sappiamo più dove mettere? Nella spazzatura, ovvio! E qui veniamo alla parte del video sui rifiuti.

    Insomma, di questo passo rischiamo di arrivare all’esaurimento delle risorse naturali. Per fare un esempio, negli Usa è rimasto soltanto meno del 4% delle foreste originarie ed il 40% dei cosi d’acqua non è potabile; sostanzialmente stiamo usando più cose di quanto ce ne spettino. Gli Usa più di tutti.

    Non voglio essere anti-americano, ma sono dati di fatto: gli americani rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma consumano il 30% delle risorse e creano il 30% dei rifiuti. Se tutti consumassero come gli americani avremmo bisogno di 4-5- pianeti. Il ragionamento e la risposta classica degli Usa è estendersi e soddisfare i bisogni consumistici indotti della propria popolazione prendendo e usufruendo di ciò che appartiene agli altri, dalle risorse ambientali a quelle energetiche. Nel migliore dei casi questo viene fatto attraverso una folle spesa militare, quando invece va male si ricorre alle bombe.

    Non vi sto dicendo di non comprare più niente e di non consumare. Ma di riflettere e agire con la testa, a cominciare dai nostri consumi, quelli di tutti i giorni. Piccoli o grandi che siano.
    Il mondo, le organizzazioni ed i governi sono comunque fatti dalle persone. Agiamo in prima persona e comincamo a pretendere, a discutere, ad essere attivi. Insegniamo ai più piccoli che non è vero che ormai cambiare le cose è impossibile. Solo chi lo pensa è perduto.

    Perché il mondo non è nato con questo sistema, siamo noi che l’abbiamo creato. E quindi posiamo e dobbiamo trasformarlo, se davvero vogliamo che le generazioni future abbiano una vita dignitosa.
    Senza “se” e senza “ma”. Non basta soltanto prendere la bicicletta e fare la raccolta differenziata per sentirsi un pace con la coscienza.
    Perché la storia delle cose siamo noi, dopotutto. E soltanto noi possiamo cambiarla, possibilmente in meglio.


    prima parte


    seconda parte


    terza parte

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    De Retano

    luglio 2, 2008

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    In questi giorni leggo sui quotidiani on line notizie di ogni fonte e genere. In tv ne sento di tutti i colori. Spesso sono li che penso di scrivere un bel post, commentando un fatto piuttosto che un altro.

    Poi però mi rendo conto, mentre rileggo la notizia, che c’è qualcosa che non va. Non so se quel qualcosa riguarda me, il mio modo di pensare e il mio – a volte- noioso modo di essere pessimista di fronte a molti avvenimenti.

    Quindi rifletto, ci ripenso ed arrivo il più delle volte alla conclusione che sono nato in un paese di pazzi. Di pazzi o di dementi patentati. Opterei per la seconda parola, aggravata però dalla prima.

    Chi me lo fa fare di scrivere migliaia di “battute” su un personaggio che ormai ne ha combinate praticamente di ogni? Alla fin fine siamo sempre qua a menarcela tra noi, che facciamo la figura dei rompiballe ad ogni costo, quelli che si preoccupano per sciocchezze di secondo piano che nulla hanno a che fare con la vita di un popolo bistrattato da sinistra a destra.

    Ogni giorno c’è un decreto salva-faccia-da-culo nuovo, un’uscita creativa per spostare l’attenzione, un’impellenza televisiva per far sapere, un giudice comunista da compatire.
    In sostanza la situazione è questa, che lo vogliamo o no. Berlusconi, rieletto per l’ennesima volta, come primi provvedimenti cos’ha fatto? Sì, parlo di quelli a favore degli italiani. Esattamente.

    Prima si è fatto eleggere cavalcando l’onda del pregiudizio, della fobia e dell’ignoranza più becera, leggendo la favola dell’uomo nero agli italiani ogni sera al tg delle 20; successivamente, una volta eletto, ha pensato di pararsi le chiappe levando l’ICI (fa niente se poi la paghiamo con gli interessi, il “come” non interessa a nessuno), e infine ecco le manovre che devono cambiare il paese, rimetterlo in moto dopo lo sfacielo prodiano: via le intercettazioni, via i processi e immunità per le 4 cariche più alte dello Stato.

    Tra tutto questo poi, quello che dovrebbe essere il leader dell’opposizione (assieme agli altri dirigenti del partito figli di decennali sconfitte, prese da tutte le parti), a capo di un partito più comico che raro, ci mette due settimane per decidere se incazzarsi o meno, guardandosi bene da nominare il nome del leader dell’opposizione.

    Alla fine la conclusione è che, mah, sì, magari ci arrabbieremo in autunno, ma pacatamente, che ora fa caldo e non c’è fretta, preferiamo stare all’ombra.
    Non avete ancora capito niente, cari politicanti di finta-sinistra. Il Partito Democratico che vogliamo noi elettori non è questo; se volete davvero diventare un reimpasto della nuova DC, sponsorizzato persino da Famiglia Cristiana (!), allora ditelo, così ci mettiamo l’anima in pace. Decenni di politiche toppate a sinistra hanno portato a quello che ora tutti abbiamo sotto gli occhi: un nulla cosmico in stato confusionale.


    NIMBY all’italiana: “sì” al nucleare ma fallo tu, che a me vien da ridere. E poi non sono capace.

    Mag 30, 2008

    In questi giorni sul nucleare ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori. L’pinione pubblica che politica e lobbies varie si preoccupano di diffondere con efficacia è quella secondo la quale l’Italia non abbia alcuna alternativa al costruire nuovi reattori per prodursi energia da sola. In realtà le cose non sono così semplici ma anzi, non riesco proprio a trovare alcun pro che possa convincermi che cominciare col nucleare nel 2008 sia una scelta azzeccata.

    Premessa. Le cose non stanno come ce le raccontano; diciamo che tutti i dirigenti politici e non che parlano oggi del nucleare hanno sostanziali e provati interessi su cui guadagnare. Innanzitutto le recenti dichiarazioni del…ministro Scajola, sono le stesse proposte fatte dal ministro 5 anni fa e riguardano centrali nucleari non realizzabili, tantomeno in 5 anni (in Italia rispettare i tempi non è proprio possibile). C’è un recente studio del MIT che spiega come i tempi effettivi di costruzione siano di 109 mesi: fate voi i conti. Se poi pensiamo che la centrale nucleare francese in costruzione in Finlandia è in ritardo di due anni e confrontiamo il tutto con un paese come l’Italia bloccato da ritardi cosmici, burocrazia, litigi politici, scontri tra interessi vari, ecc…i tempi e i costi di cui nessuno mai parla sono destinanti ad espandersi a dismisura, fino all’infinito e oltre. Altro che ponte sullo stretto.

    La tua opinione non è la nostra. Qualcuno si è mai chiesto come pensa il ministro Scajola di costruire anche solo una centrale nucleare? Con che risorse? In che modo? Dico al di là delle dichiarazioni di facciata e dei cosiddetti sondaggi di opinione (opinion poll, per l’esattezza, roba usata da decenni che i non addetti ai lavori in genere non conoscono). Sì perché in questi casi per portare avanti certe battaglie, vengono usati vari strumenti che fanno sì che anche gruppi di pressione (grass-root) composti da cittadini, remino verso una certa direzione. Per esempio la maggior parte dei sondaggi di opinione pubblicati dai media e che rappresentano pretesti per dibattiti vari, voi non lo sapete, ma sono commissionati (e purtroppo non sempre con modalità trasparenti) da interessi ben precisi che intendono proprio avvalersi dei risultati del sondaggio per influenzare le opinioni comuni. Diciamo che sono cose più o meno lecite che si studiano anche all’università, per dire. È infatti ampiamente dimostrato che molti lettori e telespettatori siano facilmente influenzati dai risultati di un sondaggio di opinione (secondo il ragionamento “se la maggioranza la pensa in un determinato modo allora vuol dire che deve essere così e anch’io allora la penso in quel modo”). Naturalmente pochissimi sanno che in un sondaggio la formulazione della domanda può determinare il risultato e che basta modificarne una parola che cambia il senso stesso del risultato: per esempio, se chiedo quanti sono favorevoli alla legalizzazione delle droghe trovo una minoranza; se chiedo invece “quanti sono favorevoli a una regolazione delle droghe trovo una maggioranza, ma la domanda è sempre la stessa”. Quindi se vi propongono un sondaggio nel quale per fonti alternative ci mettono il nucleare, mandate a quel paese chi vi fa la domanda.

    Fa niente, facciamolo lo stesso sto nucleare. Eravamo al come, giusto? Al diavolo i giornalisti, che non fanno mai una domanda interessante. Sono spiacente, ma l’Italia non possiede più da decenni una base industriale che permetta di sviluppare tecnologia nucleare (avendolo abbandonato con un referendum, tra l’altro). Per riprogettare una base industriale seria quanti anni ci vorrebbero? Decenni, forse. Di conseguenza, dovremmo comunque importare dall’estero a costi esorbitanti (col rischio che si vada a spendere meno in paesi in cui magari ci sono stati già disastri) e con varie incognite. Con buona pace per chi dice che il nucleare ci renderebbe indipendenti dall’estero (leggete questo post che è davvero interessante). In più i lunghissimi tempi di costruzione e realizzazione richiedono costi non sostenibili e i capitali che chiederemmo in prestito a chissà chi verrebbero ripagati chissà quando con gli interessi. E che interessi. Addio al tanto sbandierato nucleare italiano insomma, già in partenza.

    Il solito comunista-ambientalista-notav-guastafeste. Ennò miei cari, non scherziamo. Sapevate che l’ultimo reattore in America (per esempio) è stato costruito nel 1979? Trent’anni fa. Ma certe cose in tv non le dicono. In Francia invece il nucleare conta solo il 20% nella produzione di energia. E sempre in Francia viene rinviato costantemente il problemuccio della chiusura delle centrali, aumentando il periodo di attivazione da 30 a 40 anni e forse addirittura a 60 anni. Con costi e rischi per l’umanità non quantificabili. L’Inghilterra infatti ha cominciato lentamente a chiuderle le centrali, e così anche la Spagna, mentre noi vorremmo aprirle ora, nel 2008. Sapete perché? C’è anche un altro motivo non trascurabile. Esiste uno studio della British Nuclear Decommissioning Authority che ha stimato in più di 100 miliardi di euro il costo per la chiusura delle stesse centrali nucleari inglesi. Fate voi i conti.

    Maddai, tanto ormai il nucleare è sicuro. Smettiamola anche con questa frase di circostanza. Come ha affermato il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, “non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali.” Stastica non mente. Ne basta uno di incidente, abbiamo visto con Chernobyl. E poi, ragazzi miei, le scorie. Che non vengono quasi mai menzionate. Va bene che noi italiani siamo esperti nel nascondere tutto sotto il tappeto, ma sulla Terra non esiste un luogo sicuro al 100% o al riparo dall’acqua, per esempio. Dove le mettiamo? Come le gestiamo? Boh. Però le facciamo. Il costo dell’uranio aumenta perché anche questo combustibile va esaurendosi come il petrolio e nel giro di 40-50 anni sarà finito; il plutonio impiega circa 22.000 anni per finire la sua vita, e così via. Quindi le scorie dove le nascondiamo? Io sono abbastanza tranquillo, che secondo me saranno più vicine a casa tua, sì parlo di te che mi stai leggendo, che a casa mia, perché io abito ad Arcore, proprio vicino al pres. del cons. Diciamo che male che vada, diventerò un po’ meno verde o deforme di te.

    Quindi che si fa, sonounrompipalle? Svegliamoci, non c’è bolletta o sconto che tenga di fronte alla nostra salute o alle nostre vite. Proprio in questi giorni sono usciti i dati che dimostrano come l’eolico, non solo negli Usa, abbia superato il nucleare. E nei prossimi anni ne doppierà la produzione. Ma Scajola i giornali non li legge, evidentemente, pensarà soltanto ai fatturati di certe aziende.
    La sfida in cui il nostro paese dovrebbe gettarsi ad occhi chiusi è un’altra e riguarda la fonte più immensa che ci ha donato la natura: il Sole. “Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.
    Sviluppare e realizzare impianti seri per sfruttare l’energia solare sarebbe sì una grande dimostrazione di maturità del paese. Perché anche in questo campo siamo indietro. Ma sappiamo bene perché non viene mai proposto lo sfruttamento di questa energia: il Sole non paga direttamente la bolletta e “non è soggetto ai monopoli”; i tumori e le malattie della gente invece pagano la sanità, le case farmaceutiche e non solo.

    Sostanzialmente, se non saremo noi a invertire la rotta lo farà qualcun altro, come sempre. Correndo il rischio di rimanere l’unico paese inquinante e pericoloso in un mondo che cambia direzione.
    Perché tra 50 anni, mentre gli altri avranno scoperto come produrre energia dai propri rutti o da altri gas meno nobili, noi staremo ancora costruendo…i primi mulini a vento.


    Il paese dello squadrismo e del manganello

    Mag 25, 2008

    Non so cosa stia accadendo in Italia da quando si è insediato il nuovo governo, ma la situazione è alquanto allarmante. Rimango infatti allibito dagli ultimi innumerevoli fatti di cronaca che non scompongono più di tanto né l’opinione pubblica né i vari giornalisti o cosiddetti opinion leader italioti, che raccontano questi episodi come se facessero parte di una normalità già di per sé alterata.

    Nell’ordine: un immigrato è morto nel nuovo cpt di Torino, perché malato non ha ricevuto nessun tipo di cura, se non una superficiale visita; i compagni di cella si lamentano ora delle condizioni disumane di questi centri; i napoletani che hanno protestato sono stati semplicemente manganellati, così si risolvono i problemi, in stile G8 Genova (donne e anziani menati gratuitamente); nel quartiere di Pigneto a Roma un extracomunitario del Bangladesh invece, gestore di un bar, è stato pestato con delle assi di legno da gente a volto coperto, dopo che queste simpatiche persone hanno devastato altri 3 negozi; al giovane conduttore del portale DeeGay.it infine hanno sbattuto la testa contro il muro minacciandolo di non occuparsi più di diritti per gli omosessuali.

    Senza dimenticare il disumano episodio di Verona in cui è morto un giovane: per il presidente della Camera, improvvisamente diventato ebreo, è più grave bruciare una bandiera infatti.
    E’ triste constatare che certi personaggi o certi usi che speravo fossero spariti col Ventennio, siano invece ancora in voga e non suscitino nanche un minimo sdegno da parte dell’opinione pubblica.

    Così parlava Indro Montanelli:

    «Sì, gli italiani non sanno andare a destra senza manganello. Non amano la destra seria e non l’hanno mai amata, prima e dopo il fascismo. Pensa alla grande destra risorgimentale, ai Sella, agli Spaventa… E pensa alla parabola di De Gasperi. No, la destra liberale in Italia è stata sempre impopolare, una minoranza odiata e derisa. Gli andava bene Mussolini e gli va bene Berlusconi. Che cos’hanno Berlusconi e i suoi alleati in comune con la destra liberale, legalitaria? Nulla… La destra è incompatibile con il «parabolismo», la ciarlataneria e Berlusconi è un parabolano, un grande ciarlatano… La capacità di menzogna di Berlusconi è quasi commovente. Perché il primo a credere alle sue menzogne è lui…».