NIMBY all’italiana: “sì” al nucleare ma fallo tu, che a me vien da ridere. E poi non sono capace.

maggio 30, 2008

In questi giorni sul nucleare ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori. L’pinione pubblica che politica e lobbies varie si preoccupano di diffondere con efficacia è quella secondo la quale l’Italia non abbia alcuna alternativa al costruire nuovi reattori per prodursi energia da sola. In realtà le cose non sono così semplici ma anzi, non riesco proprio a trovare alcun pro che possa convincermi che cominciare col nucleare nel 2008 sia una scelta azzeccata.

Premessa. Le cose non stanno come ce le raccontano; diciamo che tutti i dirigenti politici e non che parlano oggi del nucleare hanno sostanziali e provati interessi su cui guadagnare. Innanzitutto le recenti dichiarazioni del…ministro Scajola, sono le stesse proposte fatte dal ministro 5 anni fa e riguardano centrali nucleari non realizzabili, tantomeno in 5 anni (in Italia rispettare i tempi non è proprio possibile). C’è un recente studio del MIT che spiega come i tempi effettivi di costruzione siano di 109 mesi: fate voi i conti. Se poi pensiamo che la centrale nucleare francese in costruzione in Finlandia è in ritardo di due anni e confrontiamo il tutto con un paese come l’Italia bloccato da ritardi cosmici, burocrazia, litigi politici, scontri tra interessi vari, ecc…i tempi e i costi di cui nessuno mai parla sono destinanti ad espandersi a dismisura, fino all’infinito e oltre. Altro che ponte sullo stretto.

La tua opinione non è la nostra. Qualcuno si è mai chiesto come pensa il ministro Scajola di costruire anche solo una centrale nucleare? Con che risorse? In che modo? Dico al di là delle dichiarazioni di facciata e dei cosiddetti sondaggi di opinione (opinion poll, per l’esattezza, roba usata da decenni che i non addetti ai lavori in genere non conoscono). Sì perché in questi casi per portare avanti certe battaglie, vengono usati vari strumenti che fanno sì che anche gruppi di pressione (grass-root) composti da cittadini, remino verso una certa direzione. Per esempio la maggior parte dei sondaggi di opinione pubblicati dai media e che rappresentano pretesti per dibattiti vari, voi non lo sapete, ma sono commissionati (e purtroppo non sempre con modalità trasparenti) da interessi ben precisi che intendono proprio avvalersi dei risultati del sondaggio per influenzare le opinioni comuni. Diciamo che sono cose più o meno lecite che si studiano anche all’università, per dire. È infatti ampiamente dimostrato che molti lettori e telespettatori siano facilmente influenzati dai risultati di un sondaggio di opinione (secondo il ragionamento “se la maggioranza la pensa in un determinato modo allora vuol dire che deve essere così e anch’io allora la penso in quel modo”). Naturalmente pochissimi sanno che in un sondaggio la formulazione della domanda può determinare il risultato e che basta modificarne una parola che cambia il senso stesso del risultato: per esempio, se chiedo quanti sono favorevoli alla legalizzazione delle droghe trovo una minoranza; se chiedo invece “quanti sono favorevoli a una regolazione delle droghe trovo una maggioranza, ma la domanda è sempre la stessa”. Quindi se vi propongono un sondaggio nel quale per fonti alternative ci mettono il nucleare, mandate a quel paese chi vi fa la domanda.

Fa niente, facciamolo lo stesso sto nucleare. Eravamo al come, giusto? Al diavolo i giornalisti, che non fanno mai una domanda interessante. Sono spiacente, ma l’Italia non possiede più da decenni una base industriale che permetta di sviluppare tecnologia nucleare (avendolo abbandonato con un referendum, tra l’altro). Per riprogettare una base industriale seria quanti anni ci vorrebbero? Decenni, forse. Di conseguenza, dovremmo comunque importare dall’estero a costi esorbitanti (col rischio che si vada a spendere meno in paesi in cui magari ci sono stati già disastri) e con varie incognite. Con buona pace per chi dice che il nucleare ci renderebbe indipendenti dall’estero (leggete questo post che è davvero interessante). In più i lunghissimi tempi di costruzione e realizzazione richiedono costi non sostenibili e i capitali che chiederemmo in prestito a chissà chi verrebbero ripagati chissà quando con gli interessi. E che interessi. Addio al tanto sbandierato nucleare italiano insomma, già in partenza.

Il solito comunista-ambientalista-notav-guastafeste. Ennò miei cari, non scherziamo. Sapevate che l’ultimo reattore in America (per esempio) è stato costruito nel 1979? Trent’anni fa. Ma certe cose in tv non le dicono. In Francia invece il nucleare conta solo il 20% nella produzione di energia. E sempre in Francia viene rinviato costantemente il problemuccio della chiusura delle centrali, aumentando il periodo di attivazione da 30 a 40 anni e forse addirittura a 60 anni. Con costi e rischi per l’umanità non quantificabili. L’Inghilterra infatti ha cominciato lentamente a chiuderle le centrali, e così anche la Spagna, mentre noi vorremmo aprirle ora, nel 2008. Sapete perché? C’è anche un altro motivo non trascurabile. Esiste uno studio della British Nuclear Decommissioning Authority che ha stimato in più di 100 miliardi di euro il costo per la chiusura delle stesse centrali nucleari inglesi. Fate voi i conti.

Maddai, tanto ormai il nucleare è sicuro. Smettiamola anche con questa frase di circostanza. Come ha affermato il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, “non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali.” Stastica non mente. Ne basta uno di incidente, abbiamo visto con Chernobyl. E poi, ragazzi miei, le scorie. Che non vengono quasi mai menzionate. Va bene che noi italiani siamo esperti nel nascondere tutto sotto il tappeto, ma sulla Terra non esiste un luogo sicuro al 100% o al riparo dall’acqua, per esempio. Dove le mettiamo? Come le gestiamo? Boh. Però le facciamo. Il costo dell’uranio aumenta perché anche questo combustibile va esaurendosi come il petrolio e nel giro di 40-50 anni sarà finito; il plutonio impiega circa 22.000 anni per finire la sua vita, e così via. Quindi le scorie dove le nascondiamo? Io sono abbastanza tranquillo, che secondo me saranno più vicine a casa tua, sì parlo di te che mi stai leggendo, che a casa mia, perché io abito ad Arcore, proprio vicino al pres. del cons. Diciamo che male che vada, diventerò un po’ meno verde o deforme di te.

Quindi che si fa, sonounrompipalle? Svegliamoci, non c’è bolletta o sconto che tenga di fronte alla nostra salute o alle nostre vite. Proprio in questi giorni sono usciti i dati che dimostrano come l’eolico, non solo negli Usa, abbia superato il nucleare. E nei prossimi anni ne doppierà la produzione. Ma Scajola i giornali non li legge, evidentemente, pensarà soltanto ai fatturati di certe aziende.
La sfida in cui il nostro paese dovrebbe gettarsi ad occhi chiusi è un’altra e riguarda la fonte più immensa che ci ha donato la natura: il Sole. “Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.
Sviluppare e realizzare impianti seri per sfruttare l’energia solare sarebbe sì una grande dimostrazione di maturità del paese. Perché anche in questo campo siamo indietro. Ma sappiamo bene perché non viene mai proposto lo sfruttamento di questa energia: il Sole non paga direttamente la bolletta e “non è soggetto ai monopoli”; i tumori e le malattie della gente invece pagano la sanità, le case farmaceutiche e non solo.

Sostanzialmente, se non saremo noi a invertire la rotta lo farà qualcun altro, come sempre. Correndo il rischio di rimanere l’unico paese inquinante e pericoloso in un mondo che cambia direzione.
Perché tra 50 anni, mentre gli altri avranno scoperto come produrre energia dai propri rutti o da altri gas meno nobili, noi staremo ancora costruendo…i primi mulini a vento.

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