Essere omosessuali non è una colpa, nemmeno una malattia

marzo 18, 2009

Va bene, il festival di San Remo con le solite, prevedibili e pianificate polemiche è finito già da un bel pezzo e mai mi sognerei di parlare della manifestazione in sé: state tranquilli.
Al di là delle solite battute sul festival però, da qualche settimana ci siamo abituati ad ascoltare quelle su uno strano personaggio, cioé Povia. E di questi tempi, certe cose vanno prese sul serio.

San Remo, l’Italia, Povia e i gay. In questo caso faccio parte di quei bacchettoni che reputano alquanto imbarazzante un paese che manda in finale una canzone che parte dal presupposto che l’omosessualità sia una malattia o addirittura una devianza. Berlusconi non è altro che l’uomo perfetto al momento giusto per questa nazione.

Sono gay perché mia mamma lo vuole. Sostanzialmente Povia afferma nella sua canzone che questo Luca sia “diventato” gay a causa della famiglia disastrata. Un po’ come dire che l’omosessualità sia una conseguenza di traumi e non uno stato naturale concepito dalla natura, quindi qualcosa che non si sceglie come i gusti del gelato.
Evitando di ricorrere ai noiosissimi segoni mentali riguardanti la ricerca scientifica, si può facilmente dire che Povia non fa altro che cavalcare senza biancheria intima pregiudizi agghiaccianti che rimandano alla classica “colpa” della famiglia: sei un criminale? Allora avevi un padre squallido. Sei un truffatore? Chissà che cosa faceva tuo fratello da piccolo. Sei gay? Eh, tua madre non la racconta giusta.

Non sono omofobo, ho tanti amici gay a testimoniarlo. Questa è la classica frase sintomatica del livello medio con cui gli italiani trattano l’omosessualità e il razzismo nei confronti dei gay. Nel pezzo tanto amato da milioni di italiani infatti, il cantante afferma apertamente che il povero Luca se la faceva con gli uomini perché reagiva traumaticamente e dolorosamente alla pesante condizione famigliare. Che poi, anche io sono figlio di genitori divorziati, come tantissime altre persone. E mio padre lo vedo poco tuttora. I miei gusti sessuali però non c’entrano davvero niente con tutto questo.
Credo che nessuna madre o nessun padre, si sogni di spiegare o insegnare al proprio figlio maschio cosa gli deve piacere: “figliuolo, la vedi questa? Si chiama fica; ecco, vedi di fartela piacere”. Diavolo, non me l’ha insegnato nessuno che mi dovevano piacere le donne; mi piacciono e basta. Lo ripeto, non è una cosa che si sceglie. Etero, omosessuali (o quello che vi pare) ci si nasce. Questa posizione, che tra l’altro è la peggiore, perché non si limita a non accettare l’omosessualità, ma di fatto la nega come opzione, relegandola nel campo delle disgrazie e delle sciagure peggiori, è forse una delle più omofobe che ci siano.

Non sapevo ci fosse un perché nell’essere eterosessuali. Povia ovviamente – dopo varie pressioni e polemiche utili solo a guadagnare popolarità – non la chiama direttamente malattia: per lui è più una devianza sociale, come il drogarsi perché la famiglia è assente. Di certo non si salva con la sua paraculaggine dicendo “nessuna malattia, nessuna guarigione”.
Il testo concepisce subdolamente l’omosessualità (e quindi uno degli aspetti della sessualità umana) come uno stato culturale e non naturale. Ma chiunque abbia studiacchiato un po’ di psicologia o antropologia culturale sa che è una cagata pazzesca. Il vergognoso presupposto che viene posto a priori è dato dal porre un “perché” all’omosessualità. C’è un “perché” nell’essere eterosessuali?

Le persone nascono, ma non diventano. Qualsiasi persona dotata di senno avrebbe evidenti dubbi nel pensare che gay si diventa per qualche strano motivo. La stessa cosa vale per altre casistiche: gialli, rossi, neri o…Povia si nasce.
Nessuno nei media tradizionali si è sognato di parlare approfonditamente del testo di questa aberrante canzone; nessuno ha avuto il coraggio di dire che gli italiani sono tolleranti fin quando non si trovano davanti un gay, un extracomunitario o qualcosa che esuli dal sicuro e limitato modello cattolico medievale. Si poteva parlare di cose serie, attuali, magari confrontandosi. Invece si continua ad etichettare (da ignoranti) le diveristà secondo il nostro (ignorante) metro.
Io sono etero, e nessuno per questo si sogna di dirmi “povero cristo, ha avuto un’infanzia difficile”.

Un crescendo da sballo. La verità recitata dai cartelli di Povia era pressoché questa: c’è una mamma soffocante che ti vuole tanto bene, e per questo ti fa diventare frocio. Il fatto che il cantante abbia inserito termini come malattia e guarigione in un climax spaventevole come quello creato ad hoc nel brano, è decisamente scandaloso. Sì perché viene richiamata indirettamente l’idea della “conseguenza”, della “colpa”, del “vittima di”. Peché per questa gente essere omosessuali (ho detto essere!) è l’esatto risultato matemagico di un preciso percorso di vita. Tipo che se sbagliate strada, zac, siete di colpo gay.

Oggi di che sesso sei? Mah, sono incerto. Cantare di fronte ad un paese come il nostro che chi è omosessuale sarebbe in genere una vittima dell’incertezza sessuale, è pericoloso. Sarebbe come affermare che certe persone sono vittime di milanesità, di calabresità, di napoletanità o dell’essere donne bionde (vabbé ok, questo è un altro discorso…). La differenza è molto sottile, ma è evidente il fatto che ci sia già un giudizio a monte, cioè che saltellare da un orifizio all’altro (usando precauzioni, per carità) senza farsi troppe domande sia una questione di educazione e cultura. In realtà è natura. E la scienza non fa altro che ripetercelo, se proprio abbiamo dei dubbi. In caso chiedete agli animali.
Probabilmente bisognerà farci l’abitudine a questi punti di vista, visto l’andazzo di questo tempo berlusconiano. Riflettono il momento, lo stato mentale diffuso in Italia. Insomma se arriva un personaggio che dice che l’omosessualità è una disgrazia ed ottiene tutto questo successo, forse non sarebbe il caso di dire che questo è un paese di omofobi?

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Il succo del Povia pensiero definisce un gay in divenire, in base a quello che vive, mangia, respira e sente. Come dire che chi va con lo zoppo impara a zoppicare. E chi gira con un gay, beh, prima o poi…
Ovviamente è liberissimo di crederlo e di cantarlo, così come la chiesa è libera di gridare al mondo che essere gay è peccato e così come i nostri governanti possono dire quel belino che vogliono, rimangiandoselo. Riassumendo: sono tutti liberi di fare quello che desiderano, ma allora anche io sono libero di scrivere che chi la pensa così è una persona bruttarella. E di questo passo, non sono più tanto convinto di voler mettere al mondo dei figli in questo paese.
Raccontare di una persona che è stata tanto male, ma adesso è finalmente contenta come una pasqua perché si è rituffata nello status che viene considerato “norma”, è uno dei tanti modi per dire che gli altri, quelli deviati, sono sfortunati, tristi (e conducono una vita pessima proprio per colpa dei “normali”, guarda un po’), cosa che noi etero invece non siamo.
La cosa tragica però è che i gay non accettati dalla famiglia spesso ci provano davvero a fare gli etero per amore dei propri cari e di conseguenza sembrano indecisi. In realtà lo fanno perché il contesto e la società in cui sono inseriti li porta a reprimersi, turbandoli all’inverosimile. Quando invece la natura sessuale è soltanto una.

Il mondo è bello perché è vario. Vorrei chiudere questa sorta di manifesto personale, che mi ha permesso di dire liberamente la mia sugli omosessuali, con un paradosso. Provate a pensarci: se il mondo fosse dominato dagli omosessuali e a te che sei eterosessuale fosse impedito o reso alquanto difficile esprimere la tua identità sessuale, naturale e sentimentale, forse non troveresti fuori luogo le critiche. Chi non è coinvolto in prima persona infatti ritiene che il problema non esista, che si tratti solo di una stupida canzone.
Siccome c’è liberta d’espressione, ogni persona può scrivere le canzoni che vuole. Però è responsabile di quel che scrive. E se scrive una canzone omofoba è razionale pensare che sia omofobo.

L’atteggiamento peggiore che potremmo tenere è proprio quello accondiscendente, della serie “massì, cosa vuoi che sia”.
Nel mondo che sogno, sull’omosessualità non ci sarebbe da avere un’opinione o un giudizio. Esiste da sempre ed è una delle tante forme della sessualità umana. Nascondersi dietro l’idea diffusa che gli omosessuali siano classificabili tramite il comportamento è schifoso.
Perché essere omosessuali non è una colpa e nemmeno una malattia.


Voglio diventare grande

gennaio 28, 2009

Cioé, capiamoci: negli Usa un ragazzo del 1981 ha l’onore di scrivere i discorsi per Barack Obama e non solo, ma per il Corriere della Sera, alla costante caccia della notiziona cliccabile, con tanto di riferimento più o meno velato a tette, figa, culo o quello che preferite, la notizia importante è che lui esce con una ex ragazza copertina (senza contare che, donne, questo pezzo vi ricorda per l’ennesima volta qual è il vostro ruolo in questo paese).

E così, bene o male, fanno gli altri giornali. Se negli altri paesi si cerca di far convergere e interagire carta stampata, internet e nuovi mezzi, magari offrendo servizi qualitativamente migliori (una delle strade forse più percorribili perché nell’interesse di tutti), la mission della classe giornalistica italiana è quella di continuare ad appiattire le menti, rendendoci degli automi totalmente inebetiti da una realtà che nemmeno in un film di fantascienza sarebbe stata così nefasta.

Qui l’interesse importante è quello del padre padrone, sempre e comunque, in ogni contesto. E non importa se da noi a 27 anni, quando va bene, al massimo hai un contratto a progetto sotto i 1.000 euro, sei in casa con i tuoi genitori e sei costretto - se hai due dita di cervello - a fare una vita di merda, di rinunce, di paranoie perché non sai che cosa cazzo sarà di te da qui a 10 minuti e questa cosa ti distrugge, ti consuma dentro, perché tu vorresti ma non puoi cazzo, non puoi. E intanto la vita se ne va, mentre tu capisci che stai perdendo una valanga di tempo che potresti dedicare a progetti, crescite personali, aziendali, della comunità in cui vivi. Ma non puoi, perché vivi in Italia e sei un italiano: il “lei” te lo danno solo perché sono educati e tu sei uno sbarbatello.

La circonvenzione di incapace qui da noi funziona benissimo coi giovani. E’ il conflitto generazionale che ci sta fregando, nessuno capisce l’importanza di questo fattore. E dobbiamo cominciare a lottare per questo. I giovani in Italia non sono rappresentati da nessuno. Non sono nei partiti, nei giornali, nei cda delle aziende, nella classe dirigente. Se ci sono è solo in quanto figli del potente di turno.
Nei fatti quindi, dei giovani non interessa niente a nessuno. Politiche pubbliche per chi ha trentacinque anni, o meno, per la maternità, per l’affitto, per la salute, per la carriera, semplicemente non esistono. Ma quali sono i problemi dell’agenda politica, invece?

Non esiste un cane che parli di welfare, welfare e ancora welfare. Servono decine di ammortizzatori sociali: aiuti sociali per i single e le famiglie, supporti concreti per uscire di casa, per non dipendere dalla sacra famiglia unita. Gli incentivi al digitale terrestre invece non servono a un beneamato cazzo!

E poi? Ci serve un cambiamento culturale nel nostro paese, che non è mai avvenuto e che forse non avverrà mai. Perlomeno con questi incompetenti disonesti che credono di governarci. Deve funzionare il merito al posto delle parentele, il talento al posto del leccaculismo, sdoganato ormai come una pratica di cui vantarsi (“sono amico di, quindi…”). Questa sarebbe la vera ed unica flessibilità.

Per la classe dirigente però, tutto ciò è solo fumo negli occhi: per loro vorrebbe dire essere messi in discussione. Quindi, non dobbiamo più aspettarci un bel niente.
Finchè noi giovani, precari, senza diritti, i più deboli della società in generale, non ci facciamo entrare in questa fottuta testa di arrabbiarci e pretendere seriamente che un futuro migliore possa esistere, sarà impossibile che le cose cambino.

Bisogna cominciare a crescere veramente. Ognuno si prenda le proprie responsabilità e cominci davvero ad essere e sentirsi patriota, non soltanto quando ci prendono giustamente per il culo da un qualsiasi paese estero, ma anche quando quotidianamente, chi ha ancora pochi anni da vivere, continua imperterrito a rubarci i pochi sogni che ancora abbiamo la possibilità di desiderare.


La Lettera di Dora dagli USA

ottobre 18, 2008

Due giorni fa aprendo la mail del blog ho ricevuto una piacevolissima sorpresa. Ho infatti trovato una mail di Dora, una lettrice del blog che ora vive negli Usa.
La sua lettera mi ha dato una scossa e spero che possa far provare anche a voi la stessa sensazione; per questo voglio ringraziare Dora: con le sue parole ci sta dicendo che da qualche parte, se lo vogliamo, un’alternativa esiste sempre. Ma soltanto se a rimboccarsi le maniche siamo noi.

«Ciao Alex,
sono Dora dagli USA. Ci siamo già sentiti in un commento ad uno dei tuoi post. Ho appena letto il tuo post sulla fuga di Saviano dall’Italia. Mi rattrista, mi rattristano le tue riflessioni e mi rattrista la sua decisione e sai perché? Perché mi ci ritrovo perfettamente.

Io sono qui in USA perché mio marito é americano e l’ho seguito quando l’ho sposato, non è che c’era molta scelta, l’Italia non ci offriva possibilità, l’America, tanto criticata dai moralisti italiani, invece ce ne offre tante.

In Italia ci vivevo ma ero arrabbiata, arrabbiata con tutto quello che non andava, proprio come te, mi ritrovo in quasi tutto quello che leggo nei tuoi post, e mi incazzo perché non vedo via di uscita. Ma poi penso, beh, io sono qui e ne sono uscita da quella merda, ora ho un lavoro, una casa, una famiglia, sono circondata dalla legalità dalla pulizia, dalla gente che rispetta le regole, dal rispetto degli altri e dalla voglia di rispettare gli altri. Ma perché tutto questo in Italia è impossibile? Non posso dire che sia radicato nei geni degli italiani, perché vedo gli italiani che vivono qui che sanno comportarsi bene, o forse quelli che vivono qui sono quelli che non riuscivano a vivere all’italiana e sono scappati? Non so.

Ci sarà una via d’uscita a questo schifo? Lo spero, perché io la mia Italia nonostante tutto la amo e la vorrei vedere risorgere, ma al momento sembra impossibile. A volte penso che per poter risorgere debba davvero toccare il fondo. Penso che la gente debba arrivare a non poter più nemmeno permettersi il pane, solo allora si renderà conto che le cose devono cambiare, ma come cambierebbero? In meglio o in peggio?

A volte ho paura che potrebbero cambiare in peggio e che i miei connazionali potrebbero diventare ancora più egoisti ed appoggiare ancora di più l’illegalità. Non so.
Per ora sono contenta di essere qui


…e io invece sono precario

ottobre 17, 2008

Ignoranti, analfabeti, privi degli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea (soltanto meno del 20% degli italiani supera quel livello minimo di capacità alfabetiche, contro percentuali del 50% in Svizzera e Usa, 60% in Canada e 64% in Norvegia).

E lo sei anche tu che leggi (leggilo in modo acido!), se dopo aver cliccato sui due link proposti (che poi sono lo stesso articolo con commenti differenti), chiudi il browser perchè pensi che siano troppo lunghi. Troppo sbattimento vero? La soglia dell’attenzione per più di 30 secondi non regge? Sono i primi sintomi. Che portano alla morte. Cerebrale. Biiiiiiiip.

Ora capite perché gli facciamo comodo così? Ora capite perché siamo un popolo stregato dai nani, dalle ballerine, dalla tv, dai giochi, dai furbetti. Certo, abbiamo grandi colpe, ma ci hanno voluto portare a questo punto. Un popolo stupido, dei cittadini ebeti, sono meno pericolosi di un popolo informato e con la mente sveglia.

Trentacinque milioni e ottocento-ottantanove mila trecento-trentasette (35.889.337). Sono le persone che, secondo gli esperti, hanno bisogno di un sostegno all’alfabetizzazione. Dove? In Italia. Ricordiamo che all’ultimo censimento gli italiani residenti risultavano essere 59 milioni e 619.290. Secondo il Corriere della Sera, che riporta queste statistiche Istat e Unesco, gli analfabeti (cioè incapaci di leggere e di scrivere) sono sempre attorno ai 780mila ma è il popolo degli ‘analfabeti funzionali’ che cresce e che secondo l’Unesco colpisce un terzo degli italiani e ne mette a rischio un altro terzo“.

“Altri numeri spiegano il fenomeno: i privi di titolo di studio sono in Italia 5 milioni e 981.579; quelli che hanno la licenza elementare sono 13 milioni e 686.021; quelli con licenzia media 16milioni e 221.737. I laureati sono il 7.5 per cento. Essere ‘analfabeti funzionali’ significa non riuscire a scrivere dure righe di presentazione per cercare un posto di lavoro. C’è chi ha bisogno di un appoggio – spiega sempre il Corsera – per compilare un bollettino postale o per capire il senso di un testo anche breve”.

Tra i giovani il 21.9 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni non riesce a prendere il diploma di scuola media superiore. Secondo i primi risultati dell’indagine condotta dalla Ials (international adult literacy studies), quasi il 5% della popolazione italiana adulta non è in grado di affrontare qualsiasi tipo di questionario scritto. Si tratta di due milioni di persone. Il 33% di quelli che rispondono al questionario si ferma al primo gradino della scala di valutazione. Un secondo 33% fa un passo in più nella lettura e comprensione dei testi e raggiunge il secondo livello: abbozza qualche risposta. Dalla seconda analisi sempre della Ials l’analfabetismo funzionale di ritorno è pari al 20% tra i laureati e al 30% tra i diplomati.

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Se leggete i due articoli, non potrete che mettervi le mani nei capelli. Io non pensavo, non credevo fosse possibile. Ma siamo messi peggio delle stime, davvero. E poi dite che esagero quando scrivo che siamo un popolo destinato all’estinzione, a meno che ci rinchiuderanno da qualche parte, come fanno con le specie in via d’estinzione: “oh guarda figliolo, un italiano! Ma ora passiamo all’altra gabbia, che c’è un esemplare padano!”.

E ora, grazie alla riforma Gelmini le cose non potranno che peggiorare. Perché di questo passo articoli come questi non sapremo più né scriverli, né tantomeno leggerli.


Niente paura: ci salverà Super Enalotto

ottobre 9, 2008

Il mondo sta andando letteralmente a puttane, ma l’Italia ed il governo italiano preferiscono non reagire alla crisi e non spiegare davvero come stanno le cose.

Negli Usa invece, un trentacinquenne americano di origine indiana gestirà i settecento-miliardi-di-dollari per cercare di far fronte al disastro finanziario. In un età in cui ormai la maggior parte degli italiani è ancora a casa con la mamma.

Nell’Italia in cui gli esempi per farcela sono il gioco dei pacchi, quelli a premi, le lotterie, ecc…e nell’Italia in cui le notizie più lette del mese sono queste, secondo i tg e gli opinionisti più esperti l’unica salvezza e le uniche speranze sono da riporre in un grande eroe dal jackpot altissimo: Super Enalotto.

Quindi chissenefrega, italiani: attendiamo, davanti alla tv seduti sul divano con la coperta sopra le gambe, l’epocale patatrac.

Al posto del rosario questa volta, avremo in mano una schedina con 6 numeri cerchiati.


Pappa – Cacca – Nanna

ottobre 7, 2008

Un ubriacone. Ascoltatelo. So che non è facile resistere fino alla fine senza sbattere la testa in modo idrofobo contro la tastiera.

Sembra un trasandato vecchietto annebbiato dall’alcol che parla con dei sottosviluppati. Fanno il coretto e l’eco all’ultima vocale che pronuncia. Come gli ebeti. E intanto lui bofonchiaaa.

Il lessico, le parole, il periodo, le frasi: una cellula procariote che parla a dei bambini, se un archeobatterio potesse parlare, con tutto il rispetto per gli organismi procarioti.

Cedo che un seienne saprebbe scrivere e recitare meglio la letterina per Babbo Natale. Gran parte della rovina dell’Italia stà lì. Non sentite la puzza putrida della gens italica che ci sta conducendo, assieme a dei trogloditi, verso il baratro?

Sono loro, sì. Quelli che applaudono e balbettano con la dentiera, quando va bene. Se va male, per esprimersi eruttano, più teroni dei terroni.

Il rivoluzionario “ha acquistato una certa fama a livello nazionale ed internazionale per certe sue dichiarazioni xenofobe, omofobe, anti-meridionali e contro la dignità delle donne”. Il guerriero, per queste dichiarazioni, è anche indagato per istigazione all’odio razziale dalla Procura della Repubblica di Treviso.

Ehi, tu che stai leggendo, hai indovinato di chi sto parlando?
“Bravooo!”.


Una vita da mediani

settembre 26, 2008

Ieri sono stato per l’ennesima volta a Milano, in centro, a dare l’ennesimo esame della mia vita. Ho provato a uscire dal guscio in cui mi trovavo, guardando da fuori la vita di una normale quotidianità produttiva milanese.

Non è la prima volta che lo faccio, intendiamoci: ormai vedere Milano solo per certi motivi e di corsa, mi fa venire la nausea. Ho realizzato una volta di più che la vita “normale” di milioni di persone fa schifo. Essere liberi e vivere davvero la vita per me è tutta un’altra cosa.

Parti al mattino, presto, ti spari l’infinita coda in macchina tra clacsonate, uomini che leggono il giornale e donne che si truccano o prendi il treno di corsa, in piedi e stipato in vagoni sporchi, molto caldi (perché sui mezzi non c’è inverno o estate che tenga), puzzolenti e dove le persone sono compresse ascella contro ascella o alitata contro alitata. Poi c’è la metropolitana, con il plotone di persone che marciano dalla fermata della stazione del treno alla banchina da cui infilarsi nella metro.

Si aprono le porte del vagone e fuoriesce la morte, impersonificata sottoforma di molecole di non-ossigeno. Posto in piedi e spazi vitali belli compressi, per carità: respirare di questi tempi è un lusso, fortuna che sono alto e un filo d’aria al di sopra di quella biosfera di odori e sapori rivoltanti che si va a creare dopo 5 secondi di vagone chiuso riesco ancora a trovarlo. Passata una mezz’ora per poche fermate – visti i tempi biblici di risalita della gente e chiusura delle porte a mo’ di ghigliottina – dove sei già stato fortunato se non hai perso l’uso dell’udito, dato il rumore del mezzo, scendi, finalmente, spintonando e chiedendo permesso a priori, mettendo in conto di schiacciare piedi, rischiare scippaggi vari o occhiatacce – per non dire insulti – da parte di donne bruttine che fingono di aver sentito la tua mano morta poggiarsi sulle loro cellulitiche chiappone, che altro non han visto se non una sedia che non le contiene.

Se ti va bene non piove e non devi prendere altri mezzi, quindi ti aspettano una decina di minuti a piedi prima di arrivare alla meta. Dopo un’ora, un’odiosa ora e mezza per fare pochi km in linea d’aria, ci sei e sei già stressato, pezzato, stronzo e corroso da un contesto che tutto è fuorché user-friendly.

Poi l’ufficio e i suoi problemi, l’università o quello che vi pare. Passa una giornata che non te ne accorgi, come se fossimo collocati in un continuum spazio-tempo di un’altra dimensione. Se va bene esci che sono le 18.30, se va male non vai a casa più, roba che fai prima a dormire sulla fotocopiatrice, stando attento a non farla partire.

Successivamente ricomincia il viaggio della speranza, quello del ritorno; se capita come ieri, per fare una – e dico una, diamine – fermata, ci metti un quarto d’ora, perché il treno è strapieno e ha problemi, roba che non potresti resistere per più di un minuto senza mascherina dell’ossigeno. Ti verrebbe voglia di tirare il freno di emergenza e suicidare tutti quelli intorno a te sotto i binari, ma non lo fai…semplicemente perché non riesci a muoverti.

Riscendi e ti fai schifo da solo: la pezzata ha contagiato maglietta/camicia, maglioncino/giacca e se ti va male che non hai levato il giubbetto sono guai. Arrivi a casa circa alle 20, ma prima vorresti passare dalla sede dei Ghostbusters per farti disinfettare con una leccata da Slimer. Ma no, non c’è tempo.

Doccia, poi cena e sono le 21.30. Hai ancora 3 ore per vivere ma cazzo, accendi la tv e c’è Distretto di Polizia e se ti va un po’ meglio una prima serata con Carlo Conti o Pippo Baudo. Spegni la tv e vuoi uscire con gli amici, ma fai presto e occhio al portafoglio, che ormai una media costa quanto un pieno per il mio scooter di qualche anno fa.

Sei stanco, stanchissimo, e anche i tuoi amici lo sono, quindi alla fine non esci, perché sei già col pigiama dai pantaloni a forma di Aladdin e le ciabatte a testa di animale, che se ti suda il piede li dentro, Dio solo sa cosa succede quando le sfili.

Che fai, a questo punto? Se sei single, dopo aver scanalato su canale 5 e aver visto le veline di striscia, passi al pc, seguendo una parabola simile a questa: Repubblica, Gazzetta dello Sport, blog di Suzukimaruti, blog di Pietro Izzo, metti-il-blog-di-un-nome-che-vuoi e…Pornotube (o Red Tube, ecc…). Pacchetto di fazzoletti alla mano, strizzi il collo al serpente, che da troppo tempo non vede una tana in cui rifugiarsi.

Se invece hai una fidanzata o peggio, una moglie, le lanci uno sguardo tipo Hannibal the Cannibal e la spingi, letteralmente, con spallate e colpi da auto-scontro, verso il letto, sperando che abbia voglia di fare l’Amore; peccato che appena la sdrai sul letto, nel tempo che ci impieghi a cambiare lato e sederti, lei già russa emettendo diversi cambi di tonalità. Sconsolato, ripensi ai tempi in cui ogni sera potevi permetterti il lusso di fare sesso con una ragazza diversa dall’altra; poi però ti svegli e ti accorgi che era un sogno nel sogno.

Assonnato, ti giri dall’altra parte e guardi le ore: sono le 6.50, 10 fottutissimi e fastidiosissimi minuti prima che suoni la sveglia.
Ed è già un altro giorno. Un altro giorno da non vivere.


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