«Gazebizzati»

dicembre 20, 2007
Non ho mai parlato di calcio su questo blog e me ne guarderò bene dal farlo visto che non è proprio il luogo adatto. Anche se in questi giorni ne avrei a valanga di cose da dire (capitemi, sono interista e di sinistra), viste le ulteriori intercettazioni e gli altri sviluppi emersi che non hanno fatto altro che dimostrare perché certa gente 2 giorni prima abbia messo le mani avanti:
Non esistendo più da tempo, in questo Paese, un’etica e neanche un’etichetta condivisa, l’intero sconquasso di Calciopoli, come già era avvenuto per la più pregnante Tangentopoli, è stato retrocesso da Scandalo Nazionale a opinabile regolamento di conti tra club rivali. Fino all’autorevole e definitiva esternazione di ieri l’altro del presidente del Milan Berlusconi, al quale per liquidare Calciopoli è bastata una mezza frasetta di scherno tra un comizio volante, una galanteria alla Canalis e un antipasto. Neanche la fatica di un’intervista o una conferenza stampa: per liquidare come una inutile buffonata la giustizia sportiva, all’uomo più ricco del Calcio e della Nazione è bastata una battuta di un secondo, lo stesso tempo e la stessa fatica che si impiega a togliersi una briciola dal bavero.
Il paese si riflette anche e soprattutto in questi casi, in queste cose. Da un po’ di tempo infatti la politca italiana è stata letteralmente “gazebizzata”; non esistono più i confronti seri, i dibattiti, le discussioni, le proposte, non esiste più la politica stessa: per la fortuna dell’Ikea esistono i gazebo, luoghi riparatori e di ritrovo per anonomasia in cui dimostrare, dare credito, firmare, appoggiare, mostrarsi alle telecamere, raccogliere voti e condurre battaglie. Per dire, il mio vicino di casa ne ha messo fuori sul marciapiede uno per raccogliere firme affinché qualcuno gli tagli il prato una volta alla settimana. È questa la modernizzazione della politica, è questo il futuro partecipativo che ci aspetta.
Come si fa a capire il confine tra lecito e illecito se, per esempio, la misura dei diritti e dei doveri è totalmente sostituita da quella dei favori e degli sgarri? Il Moggi che apparve in lacrime davanti alle telecamere nei giorni di Calciopoli, annunciando il suo ritiro dal calcio e dicendo che gli avevano “rubato l’anima”, era un evidente refuso del romanzo all’italiana. Si poteva sospettare che gravasse su di lui qualcosa di simile alla vergogna, o quanto meno al disagio. Non che ci si aspetti il harakiri, qui da noi: fortunatamente, e detto senza alcun sarcasmo, sappiamo sempre anteporre alla nostra rovina e al nostro disonore un piacere di vivere che ad altre latitudini evidentemente difetta. Però, ecco, ce ne fosse mai uno che, pur convinto in cuor suo di essere una vittima delle toghe nerazzurre, stimasse più opportuno defilarsi un attimo, cambiare aria e luoghi, rifarsi un equilibrio lontano dai riflettori.

Ma no, macché, l’anima rubata a Moggi è stata rintracciata in pochissimo tempo, in fondo riconsegnata quasi a furor di popolo da tifosi e amici, da giornali e televisioni che lo hanno recuperato socialmente, e soprattutto dall’autoassoluzione che è la risorsa nazionale più inconsumabile. Crederci innocenti e vittime eterne di torti e persecuzioni, sia come individui che come categorie, lobbies, caste e famiglie, è quanto ci rende immortali, se lo segnino bene quelli del New York Times.

Moggi in realtà è una metafora moderna (presto questa voce apparirà nell’enciclopedia). Al posto del suo nome potrebbero essercene moltissimi altri e il risultato non cambierebbe. Quindi, in una società gazebizzata e priva di alcun tipo di etica, morale o giustizia, anche delle intercettazioni, anche delle voci vere e dirette vengono facilmente strumentalizzate a piacere, dimenticate e criticate.
Ascoltare Saccà che, sfoderando un leccaculismo incredibile, fastidioso persino al triste “capo”, dire a Berlusconi che non gli ha mai chiesto niente perché è troppo civile, quando in diretta gli sta facendo dei nomi di starlette qualsiasi fa sorridere; come a sua volta ci fa fare 4 risate il buon vecchio Silvio che attacca la Rai (con la solita tattica dello sviare il polverone altrove) affermando che in Rai, appunto, lavorerebbe soltanto “chi si prostituisce o chi è di sinistra” (quindi, seguendo il ragionamento, gente come Vespa si prostituirebbe, forse ha ragione Berlusconi). Parole dette da chi, nella telefonata con Saccà, “suggerisce” il nome di alcune avvenenti attrici. Ma lui ha ed è stato «gazebizzato» (e si è anche scottato con la borsa dell’acqua calda, diamine!), quindi tutto è lecito.
E allora vuoi scandalizzarti se qualche politico milanese da 4 soldi decide di autotassarsi per comprare un calciatore? Non bastava finanziarlo col digitale terreste o con altre vie indirette, ora servono i gazebo per comprare Ronaldinho, altrimenti non vale la pena muoversi per niente. Mi dispiace quasi far notare ai politici milanesi dai faraonici stipendi che la gente fatica a comprare il pane e la pasta, a far benzina e ad andare avanti, visti i rincari; mi dispiace perché poi sembra che io scriva le stesse cose, che io faccia demagogia e che io parli di aspetti scontati. Ma questi non se ne rendono conto, perché…anche loro sono stati «gazebizzati».
Gazebizzati anche tu, a casa o con gli amici e sul tuo blog campeggerà miracolosamente la scritta «You’ve officially been gazebized!».

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Violenza Interattiva

novembre 13, 2007

Da Gazzetta.it

Premi il tasto e partecipa anche tu. Che i media italiani non fossero all’altezza lo sappiamo da anni, ma soltanto in questo periodo, in questi giorni di delitti, omicidi e tragedie accidentali o meno ce ne rendiamo conto in tutta la sua forza. Parlerò dell’avvenimento di domenica, senza dare giudizi su chi è stato e cosa è realmente accaduto, anche se sparare da una carreggiata all’altra ad altezza uomo è quantomeno folle (pensate se avesse colpito un guidatore in mezzo all’autostrada) e certo, la tragedia poteva benissimo essere evitata anche se, dall’altro lato, i tifosi di opposte fazioni non erano certo li a scambiarsi convenevoli (ma secondo me nemmeno ad ammazzarsi visto che erano due macchine).

La responsabilità dei media italiani. La successione di sfilate di tifosi con striscioni, violenze e scontri con la polizia, partite interrotte, guerriglie urbane, ecc…potevano essere evitate? Probabilmente sì. Premessa, non attribuisco colpe dirette (anche se…) ma piuttosto parlerei di gravi responsabilità che nel 2007 forse andrebbero considerate.
Come hanno subito titolato a caratteri cubitali tutti i quotidani on line e i telegiornali? “MORTO TIFOSO DELLA LAZIO”, “UCCISO ULTRA’ LAZIALE” o altri titoloni sensazionalistici, con tanto di foto rubate dal blog del ragazzo morto, pratica ormai di moda e in voga dagli ultimi omicidi che vedono protagonisti ragazzi giovani. Come in un reality-show post mortem. In Italia infatti non è permesso nemmeno morire ammazzati. Sì perché da ora in poi, se possedete un blog in cui scrivete pensieri, opinioni sul mondo che vi circonda (o semplicemente se scrivete che vi siete fatti una canna) e postate foto personali, state attenti…un giorno potrebbero venire usate contro di voi, la vostra famiglia, i vostri amici. Pensate se io morissi ammazzato da un fanatico di forza italia (che poi è il mio vicino di casa, ndr): verrebbero qui sul mio blog e tirerebbero fuori che, secondo quello che scrivevo, ero un sovversivo, un anarco-insurrezionalista, un potenziale rapitore di conigli di blogger e quindi me la sono cercata; vedendo le foto invece direbbero che ero un megalomane, facevo festini e chissà cos’altro. Tutto per una notizia, per vendere, per lo scoop, per avere più click di un altro quotidiano, per arrivare prima che le dichiarazioni ufficiali moderino i toni, suscitando inutili e pericolosissimi allarmismi. In ogni caso per misurarselo, sempre e comunque in una ipotetica classifica dei “mediababel” che in tv si chiama Auditel e ti fa guadagnare soldi pubblicitari, nella stampa si chiama pay-per-click o quel cavolo che volete.

La maturità dei media italiani. “Ultrà”, “violenze”, “stadi”, “omicidio”, “guerriglia”, “guarda”, “foto”, “video”, “sondaggio”, “follia”, “rabbia”, “sparare”, “colpire”, “antipolizia”: questi solo alcuni dei termini più in voga in queste frenetiche ore, ovviamente in grassetto, STAMPATELLO, COLORATE, tutte belle cliccabili e fomentatrici; come dei tag subliminali che bombardano le nostre teste ogni volta che accade qualcosa. Siamo dentro una notizia, possiamo guardare la morte in faccia, il ragazzo morto sorridere vivo in discoteca e le scritte colme di rabbia dei genitori, questo indipendentemente da quello che sia successo, indipendentemente dalla dimensione assunta dalla notizia e degli avvenimenti. Partecipate insieme a noi, commentate, votate il sondaggio: “secondo te l’agente ha sparato da 190 o 200 metri? Invia un sms all’123456”. Mai come oggi i media italiani hanno offerto uno spettacolo peggiore, alimentando qualche cosa che nelle prime ore aveva toni ben diversi. Ricordo infatti domenica mattina di aver letto dal sito dell’ansa il primo aggiornamento, che parlava di tifoso juventino che aveva sparato ad un laziale (appena recupero il link lo posto). Capito? In realtà poi quello che è accaduto è tutt’altro. Pensate a cosa poteva succedere, giornalisti; pensate per una volta alle conseguenze delle vostre parole, del vostro tono di voce, delle vostre immagini di “guerriglia urbana”. Pesate il tutto e immaginate che il prossimo morto ammazzato sia vostro fratello, figlio, marito… Rendetevi conto dell’importanza del vostro ruolo di filtro e diffusione, ragionate cazzo. Perché scrivete “ucciso un ultrà laziale” e non semplicemente “MORTO UN RAGAZZO DI 28 ANNI”?! Già, “fa più notizia”.

Il grillo parlante dei giornalisti non esiste. A cosa serve l’ordine dei giornalisti? Ed entrare nel privé durante particolari avvenimenti? Perché non interviene in questi casi dimostrando buon senso? Non è vero che i giornalisti fanno sempre il proprio lavoro, non ci voglio credere o meglio, come fanno a chiudere sempre un occhio davanti a certi fatti e a pensare soltanto all’eco del loro demagogico grido? Forse in Italia è troppo facile fare il giornalista, perché dopo tutto non è obbligatorio frequentare nessuna scuola particolare, nè tantomeno essere laureati; ci sono persone che parlano davanti a un pubblico di milioni di persone di ogni tipo, razza, estrazione sociale, formazione culturale: hanno idea di cosa possa significare usare certi termini piuttosto che altri? Conoscono le potenziali conseguenze che ha la televisione, che hanno il tipo di immagini usate sugli spettatori? Probabilmente no ed è gravissimo; forse pretendere una patente per lavorare in televisione o nei mass-media è troppo ma non è nemmeno possibile far sì che qualsiasi asino possa definirsi opinionista e diffondere particolari punti di vista senza considerare valutazioni come “ehi ma cosa cazzo sto dicendo?”.
La stessa cosa avviene in politica: in Italia non esiste una particolare scuola che forma i futuri dirigenti politici, siano essi di sinistra o destra (a seconda della loro visione); come nel vostro paese può candidarsi l’idraulico (non me ne vogliano gli idraulici), a capo del governo può arrivare un piazzista. Già, ma cosa sa tutta questa gente di politica, come può risolvere problemi di milioni di persone se nemmeno conoscono la storia, la società, ecc…? Come possono pensare di parlare di fermare la violenza se non sono in grado di “trattarla”? E le stesse domande possiamo farle pensando alla gran parte dei giornalisti.

Porte chiuse. “Ma caro sonounprecario, chi diavolo sei tu per fare tutte queste domande?” Non ne ho idea ma il fatto che i blog e più in generale Internet comincino a venire considerati anche come fonti da cui attingere solo nel caso di tristi avvenimenti non mi consola, né tantomeno mi rincuora leggere di arresti preventivi in stile minority report perché un pirla di 16 anni qualunque ha pubblicato su youtube un video di cattivo gusto per acquistare un po’ di fama o divertirsi (altrimenti che dovrebbero fare a zoro?). Dico questo perché poi ci rimetteremmo tutti quanti se un domani limiteranno l’accesso ai social media o a molte loro funzionalità a causa di chi, per un po’ di ritorno, usa indebitamente strumenti alla portata di tutti. Rischiando che qualcuno alla lunga arrivi ad affermare l’equazione secondo cui un mezzo di comunicazione che diventa “per tutti” sicuramente può diventare molto pericoloso.

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