Il terremoto è lo specchio del paese (parte 2): i veri sciacalli sono altri

maggio 3, 2009


Nel video, i giornalisti del tg1 ringraziano – felici – il terremoto

Sostanzialmente, mi piacerebbe che la pacchia finisse per tante persone. Esseri responsabili di azioni e comportamenti nefasti che innescano nella nostra società usi, costumi e cataclismi misurabili in termini di pensieri propri. Inesistenti.

È che scrivendo post di questo genere, il rischio è quello di vedersi affibiato il ruolo del personaggio che finisce col fare la figura del saccente, quello che “lo sapeva”, eccetera. In realtà sono una persona normalissima, una delle tante che appartiene orgogliosamente a quell’oscurità sommersa. Un abitante della Rete insomma. Che ha tanta voglia di pensare, informarsi e sentirsi “individuo”, concetto ormai caduto in disuso da queste parti. Ogni giorno infatti il contesto in cui viviamo cerca di farci sentire dei diversi o dei deviati solo perché non partecipiamo al televoto, non sappiamo niente sugli ultimi reality e guardiamo poca tv.

Ma “ehi”, mi sento di dire a tutta la ciurma di (non) stare tranquilli, che non è così: il mondo che pensiamo, osserviamo e descriviamo picchettando su un’umile tastiera esiste ed è verità anche se non ce lo mostra la televisione; le cose – belle o brutte che siano – esistono e gli avvenimenti accadono anche se nessuno ne parla o, appunto, ce li fa vedere da qualche parte.

In questa seconda parte di post sul terremoto vorrei quindi concentrarmi su alcuni aspetti misteriosamente sfuggiti ai più. Mentre i media sono ancora impegnati a raccontarci la drammaticità della vicenda abruzzese, con interviste degne di un bambino dell’asilo, immagini del primo bambino nato dopo la tragedia, il primo matrimonio o la nonnina centenaria che ne ha viste di tutti i colori a cavallo dei secoli, il mondo continua a girare. Sempre dalla parte opposta alla nostra si intende. E purtroppo, le scosse in Abruzzo proseguono, così come il conteggio dei morti, misteriosamente interrottosi qualche settimana fa. La cosa è strana, specialmente perché Bertolaso (uomo messo da Berlusconi, sia chiaro) – in ogni disastro – è in genere utile solo a raccogliere vittime, contarle e al massimo a far recapitare tombe a domicilio, che si fa prima. Eppure egli è capace di mettere in riga ministri e sottosegretari, pretendere, minacciare. Il segreto della sua forza è nei flussi di denaro che è in grado di gestire. Cifre impossibili da calcolare.


Alcune piccole differenze tra l’indegno modo di fare giornalismo italiota e quello di una nota tv tedesca

Prima di arrivare a parlare del numero delle vittime che non torna, è necessaria una premessa, che come sempre spiega tante cose. Aspetti sepolti e che tali rimarranno, volutamente o meno. Per colpa di chi, lo deciderà ognuno di noi. Mentre gran parte degli abitanti dell’Aqulia e dei paesini colpiti dal terremoto continua a rimanere nelle tende infatti, prosegue ininterrottamente la processione, la via crucis dei nostri fantasmagorici giornalisti, lì non tanto per documentare, quanto piuttosto per seguire i politici: vi invito calorosamente a guardare i video prima di proseguire la lettura.

Se dopo averli visti non avete frantumato a martellate lo schermo, proviamo a delineare brevemente cosa sono stati capaci di proporci coloro che dovrebbero informare e rendere più libera la collettività:
a) riportare sulle pagine dei quotidiani on line immagini taroccate di terremoti e catastrofi naturali da altre parti del mondo, enfatizzando vogliosamente la tragedia; b) ringraziare il terremoto per gli ascolti; c) non essere mai stati all’altezza di raccontare sobriamente il terremoto, intervistando con metodi dilettantistici persone che hanno perso tutto – compreso le vite di persone care; d) zero inchieste, servizi o contenuti interessanti (salvo rare eccezioni) che aiutassero a mettere in luce le vere magagne e le gravi responsabilità di alcuni sulle centinaia di morti; e) infine, dove diavolo erano i giornalisti nei mesi precedenti? Sono mesi che in Abruzzo ci sono scosse, e mai nessuno ne ha parlato.

La verità è che gli abruzzesi sono stati mandati a morire scientemente. Perché in questi maledetti mesi nessun piano di emergenza era stato approntato. Quando bastava un’evacuazione. O forse bisognava approfondire certi studi e capire perché solo certe persone sostengono che i terremoti non si possano prevedere a priori, o quantomeno capire perché a questa gente non interessa progettare dei piani di sicurezza. Poi però vai a vedere chi produce i sismografi in Italia e di chi sono quelli dell’INFV e ti dai delle risposte. E qui mi fermo, per rispetto alle vittime.

Fate pena giornalisti, ogni giorno di più: come fate a guardarvi allo specchio? Come fate a leggere senza batter ciglio quei maledetti fogli scritti e concordati durante i tg? Vi rendete conto che voi siete direttamente coinvolti e responsabili della vergogna in cui ci siamo trasformati? Com’è possibile che persone come voi lavorino a questi livelli e vengano considerate professionisti dell’informazione? Mi scuso con le poche eccezioni, ma tant’è.

Il problema è che c’è una qualcosa di gravissimo che non torna, come accennavo in precedenza: il numero delle vittime. Il grido di disperazione e di verità sulle vittime è partito da Anna, che sta vivendo sulla propria pelle il terremoto. Leggete il suo blog: troverete tante verità sepolte.
Basti pensare che ad Onna (che è stata praticamente cancellata) ci sono circa 350 abitanti e più o meno hanno contato 50 morti; l’Aquila invece conta 72.946 abitanti e ci hanno detto che i morti sono poco circa 290, compresi quelli di Onna. E da quel momento, dopo i funeralli fantoccio con i ministri in primo piano, stop ai conteggi: i morti non servivano più a niente. Quello che i due medici hanno riferito ad Anna, e cioé che tanti dei ricoverati negli ospedali morti a seguito del terremoto non sono stati conteggiati fra le vittime, è un’altra prova dello scempio. Traete voi le conclusioni.

La realtà dice infatti che i morti effettivi sarebbero circa un migliaio. Tra le altre cose, oltre alla logica, ci sarebbero vari elementi che spingerebbero verso un numero decisamente più elevato di vittime: “il centro storico dell’Aquila è da abbattere e ricostruire. E questo lo dicono in tanti. I morti, i feriti e gli sfollati sono stati contati, più o meno precisamente. E questo lo dicono tutti. Adesso vi dirò qualcosa che non dice nessuno.
Gli scantinati e i seminterrati del 90% del centro storico erano stati affittati. In nero. Dentro c’erano clandestini, immigrati, extracomunitari, come italiani qualsiasi. Spesso ammassati. Ci sono ancora. Decine o centinaia di persone che non risultano all’anagrafe, che non compaiono nelle liste dei dispersi, che non esistono. I proprietari delle case che si sono messi in salvo non ne denunciano la presenza. Non gli conviene. Nessuno li cerca. Nessuno li piange. Da vivi non esistevano, non esistono neppure da morti. Spazzati via di nascosto, come la polvere sotto al tappeto. In fondo, perchè darsi tanta pena per loro? Una tomba ce l’hanno già. E questa volta non gli è costata niente. Gliel’abbiamo data gratis.
All’Aquila sono in molti a saperlo. Ora, lo sapete anche voi.”

Perché nessuno vuole approfondire queste evidenze? Perché sono ormai pochissimi coloro che ancora sanno fare i giornalisti; la stragrande maggioranza si limita ad eseguire ordini del superiore inquadrato nelle logiche partitiche e politiche italiane.
Quindi perché lamentarsi se non si parla di protezione civile o della reale situazione che subiscono i terremotati nelle tendopoli? Queste sono le uniche e vere voci di cui possiamo fidarci: quelle della presa diretta, del “lo sto testando sulla pelle”. Tutto il resto è finzione, sappiatelo. Penso che chiunque abbia assistito almeno una volta a come venga preparata un’intervista; credete davvero che in tv facciano vedere quello che non gli fa comodo?

Ora che l’opinione pubblica ha spianato anche il terreno per diffondere l’idea benevola della ricostruzione, delle fantomatiche “New Town” berlusconiane, qualcuno dovrà spiegarmi altre cose che non tornano e che ho già trattato in parte nel post precedente.
Come possiamo pensare di ricostruire correttamente e in fretta città intere se oggi in Italia, nel 2009, ancora crollano i ponti dopo una settimana di pioggia? Come si può pensare di costruire centrali nucleari o opere tanto mastodontiche quanto inutili come il ponte sullo Stretto? Come possiamo stare tranquilli negli edifici pubblici o girare per strada se dopo qualche giorno di acquazzoni, le strade si distruggono? Come può, una città come Milano, andare in tilt giorno e notte perché salta la corrente e i tram non funzionano più? E il bello è che ci vendono l’Expo 2015 come una vittoria per tutti, uno splendido colpaccio made in Italy. Poi però ti informi e scopri che Milano ha vinto a mani basse sconfiggendo addirittura la temibilissima Smirne: erano le uniche due città candidate!

L’Expo 2015 di Milano è infatti l’ennesima cattedrale nel deserto, un’opera megagalattica che ha acceso già l’ingordigia di molti; il problema è che Milano non è in grado ed è incapace di sostenere un progetto simile, specialmente con questa giunta. Stiamo parlando di una delle città trainanti dell’economia italiana che viene costantemente ridicolizzata ogni qualvolta piove, nevica o viene il raffreddore a qualche operaio. Tanto che difficilmente si potrà realizzare ciò che è stato promesso e sbandierato.
Però si fa l’Expo, non il depuratore; si fa l’Expo, ma non si sistemano scuole, università, case o ospedali, che se fate un giro al Niguarda o in un qualsiasi ospedale di Milano sembra di uscire dal regno delle Muffe.

Tutto questo avviene nel momento in cui nessuno sta più parlando della crisi: sembra che tutti se ne siano misteriosamente dimenticati. E intanto le aziende continuano a chiudere, a licenziare o a ricorrere alla cassa integrazione.
Ma orsù dunque, pubblico pagante, siate fiduciosi: tra veline, magnacci, “papi” e scugnizzi, lì in mezzo ci sarà pur uno che saprà il fatto suo e ci tirerà fuori dai guai, no?


Trova le differenze

febbraio 15, 2009

Queste sono le elezioni in Sardegna viste dal tg5.
Nei servizi sono facilmente riscontrabili tecniche molto utilizzate dall’entourage del premier, e nei video sono spiegate in modo chiaro con delle note. Si parla di elezioni regionali, dove però è il premier stesso ad essersi candidato; del resto le risorse in gioco non sono equiparabili.

No, non voglio mica mettermi a dare lezioni di marketing politico o a rubare il mestiere a gente come questa e questa, ma mi sento in dovere di cominciare a spiegare come funzionino certe cose.

Immaginate che questo sia una sorta di gioco strategico, in cui voi dovete convincere sia l’opinione pubblica (col fine di orientare i commenti e la percezione del candidato in senso favorevole a quest’ultimo), sia chi vi ascolta a farvi votare. Certo, se possedete delle televisioni e dei giornali risulta più facile, ma siccome è un gioco, teoricamente si parte alla pari.

Siccome l’attenzione delle persone è una risorsa scarsa (vi faccio un esempio stupido: leggerete e commenterete più facilmente un post di 10 righe o uno di 100?), bisogna essere capaci di imporsi con messaggi semplici, chiari e veloci (avete presente le frasi di pochi secondi dei politici ai tg? Ecco, quelle si chiamano soundbites e potete ammirarne quante ne volete nel pastone – o nota politica – del tg di Riotta o più in generale nei tg Rai), quindi cosa faranno i politici più furbi (e quindi non facenti parte del PD)? Si serviranno di esperti di comunicazione che, tra le altre cose, li aiutino a definire l’agenda setting (che, per semplificare, è il potere della tv di comandare l’attenzione del pubblico) e il priming (cioé indirizzare il giudizio utilizzando storie e notizie secondo un certo ordine: se per esempio si forniscono preliminari informazioni sull’importanza della spesa dello Stato per la sanità, aumenterà la disponibilità a pagare tasse in quella direzione).

Ora, pescate una carta: esco io col mio faccione simpaticone e vi dirò che innanzitutto vi servirà popolarità (detto in modo kitsch, “l’appeal” che ha sul pubblico) e consenso (che servirà per ottenere appoggio e supporto in modo da ottenere approvazione alle proprie proposte o issues) per essere eletti.
E qui, soprattutto qui, entra in gioco l’etica. Continuo a riperterlo che la totale mancanza di etica in questo paese, in tutte le professioni, sia uno degli elementi che contribuiscono maggiormente a farci peggiorare. Insomma il motto qui è “senza regole ma con più soldi possibili”, con tanti saluti alla tanto sospirata qualità.

A questo punto, cosa farò io, sedicente esperto di comunicazione in erba che possiedo la foto di Bonaiuti e Capezzone sul comodino? Mi servirò di vari mezzi tecnici e siccome il mio cliente possiede tante televisioni, sarà un gioco da ragazzi.

Si può partire con la cosiddetta framing pro domo sua, un’inquadratura faziosa che tende a mettere in buona luce una delle due posizioni (esempio: invece di parlare di “polemiche nella maggioranza”, si potrà parlare di “accordo dopo le polemiche”, di cui non si è parlato, quando in realtà la notizia erano proprio le polemiche); poi, magari, si passa all’impaginazione a panino, che è riscontrabile nella sequenza degli argomenti (un esponente della maggioranza parla di un’iniziativa, subito dopo si fa vedere un esponente dell’opposizione con la sua critica di pochi secondi e infine si mostra un altro leader del governo con un bell’argomento conclusivo a favore, lasciando l’ultima parola ai preferiti).

Infine, nel caso in cui ci fosse una notizia sgradevole sul mio candidato, ricorrerei all’argomento-tinca, cioé fuori luogo (tipico esempio: l’attacco di Berlusconi alla magistratura in un giorno in cui il tema non c’entra niente), per creare un diversivo. O addirittura omettendo la notizia, che sparisce letteralmente dai tg.

Insomma ci sono tantissimi altri modi per fornire un’interpretazione alla realtà delle cose: che lo vogliamo o no, la conoscenza del mondo che ci circonda è fortemente influenzata dai media. E in Italia dai media di Berlusconi. Ritengo che se ci fossero più forze in campo, cioé più punti di vista, ci sarebbe più equilibrio, con un conseguente e maggiore senso d’etica. Ne guadagneremmo anche in senso pluralistico, perché tutti avrebbero interesse a mantenere un sistema pubblico equilibrato.

Dicono che il mio corso di laurea triennale sia inutile; ma chissà perché, chi lo afferma di solito preferisce acquistare un prodotto pubblicizzato in tv, piuttosto che uno sconosciuto. Comunque, se avete bisogno di consulenze per una dittatura, contattatemi: si può sempre fare meglio.
Perché, come diceva Joe Napolitan, “la percezione è più importante della realtà”. E Berlusconi purtroppo lo sa benissimo.


Nemmeno nei primi banchi?

gennaio 12, 2009

Finalmente ho trovato un filmato che cercavo da diverso tempo.
Risale al 9 dicembre del 2004, quando Berlusconi si trovava con Vespa a presentare uno dei suoi libri, “Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi”. Titolo azzeccato, quantomeno nella contiguità storico-politica, seppur con modalità differenti.

Ma non sto scrivendo questo post per far notare come un dipendente della tv pubblica – Vespa – ad ogni uscita editoriale per la casa editrice scippata dal padrone, sia lì a farsi pubblicizzare da uno che, appunto, oltre a “fare l’editore”, fa anche il presidente del consiglio. Ebbene no.

So anche che vi starete chiedendo come sia possibile rispettare il diritto di informazione per i cittadini da parte di uno che lavora in Rai ma scrive libri e confeziona trasmissioni su misura per il padrone; comunque sia, per questa volta, gliela faremo passare liscia.

Tornando al video, Berlusconi non fa altro che ammettere ingenuamente una delle sue tante verità. Ci sta dicendo quello che pensa di gran parte degli italiani, come ci tratta e a che stregua considera i suoi elettori (lo zoccolo duro, la casalinga di Voghera, eccetera eccetera). Poi dite che esagero:

Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media…e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi.

Ovviamente Bruno Vespa non può che annuire accanto a lui. Perché lui scrive proprio per questo pubblico.
Quando vi dico che a loro un popolo – che poi proprio un popolo vero e proprio non è – come quello italiano gli fa comodo, anzi comodissimo, e che la riforma scolastica che hanno attuato punta ancora di più ad appiattire le menti e a spingere i futuri cittadini a delegare ogni singola decisione alla figura del padre autoritario, non credo di essere così lontano dalla realtà.

Anche se questa volta, un po’ d’accordo con Berlusconi (nonostante sia lui una delle cause principali di questa regressione) potrei proprio esserlo.


I comunisti guardano ancora Tele+

dicembre 9, 2008

Che viviamo in un paese particolare lo sapevamo da tempo. Ed è un po’ anche per questo motivo che dico la mia sulla questione Iva-Sky in ritardo.
Faccio subito una premessa: non sto scrivendo questo post per schierarmi dall’una o dall’altra parte, anche perché questa la reputo una sorta di guerra tra squali.

Però le cose vanno raccontate per come sono quindi, dopo aver letto svariati post sull’argomento, vorrei provare a fare il punto della situazione, che magari vi siete persi qualche cosa.
Insomma se questa tassa, resa doppiamente sgradevole dal conflitto d’interessi, guarda caso appassiona più dei bonus e delle “social card” varati nel tentativo di sostenere la domanda interna, finanziando con poche decine di euro al mese una (ristretta) fascia di poveri…ci sarà pure un motivo, no? O forse è servita per non parlare di altre cose?

Gli angeli non stanno a SKY. Se dovessi spiegare in poche righe la vicenda vi direi che anche se SKY (facendo pressione sui propri consumatori attraverso uno spot), sta rispondendo agli attacchi scaricando direttamente il problema sull’utenza e non combattendo solo contro il Governo, ci sono alcuni motivi per cui questa storia andrebbe criticata in un certo modo. Ecco, diciamo che “lo spettacolo che stiamo dando come paese non è esaltante“, di questi tempi più del solito.
Perché con questo provvedimento diamo una volta di più l’immagine di un paese in cui esistono società – quelle del presidente del Consiglio – che sono “più uguali” delle altre. E con queste credenziali, più nessuno vorrà investire in Italia. E bisognerebbe storcere il naso soprattutto se liberali, moderati o come cavolo vogliono farsi chiamare.

1984: da Craxi ad Orwell. Smontiamo subito la storia che sarebbe stata la sinistra a dimezzare l’Iva a Sky. Berlusconi e i suoi spin fanno costantemente affidamento sulla memoria corta degli italiani, che bene o male mandano giù tutto alla fin fine. Sì perché, conflitto di interessi (evidente) di Berlusconi a parte, bisognerebbe prima o poi affrontare il problemone della televisione in Italia, che esiste da sempre.
Chi conosce un po’ la storia radio-televisiva italiana (se avete voglia di farvi male consiglio la lettura di questo libro in merito – cioé io me lo son dovuto studiare praticamente a memoria qualche anno fa…ora tocca a voi!) sa infatti che si parla da sempre di un mercato fuori controllo, con regole poco chiare e in cui un personaggio, attraverso amicizie e azioni spesso al di fuori della legge, è riuscito a costruire un impero che gli permette di governare un paese, indirizzare e creare l’opinione pubblica e via dicendo. E dire che gli errori cominciano da quando la Rai si chiamava EIAR…se non prima. E poi le concessioni, le varie leggi che non hanno mai risolto nulla, per arrivare al decreto Berlusconi firmato in fretta e fuoria da Craxi, quello della “guerra dei puffi” (non vi dico perché è stata chiamata così per decenza), fino alla Mammì, per concludere con la Gasparri.

Quando si chiamava Telepiù. Come spiegato sul blog di Gilioli, l’Espresso ci ha ricordato che il primo nome della tv a pagamento (fondata dal gruppo Fininvest) era Telepiù, ceduta successivamente ad una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel 2002 a Murdoch che le darà il nome del suo gruppo: Sky.
Si scopre così che l’Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c’era persino stato un tentativo di corruzione. Ma questo è un altro discorso. Anche perché la sinistra, quando ha avuto l’occasione, non è mai stata capace di risolvere il benedetto problema del conflitto di interessi; per informazioni citofonare a D’Alema.

Un’opposizione che non si opposiziona. Già quell’opposizione che anche questa volta non è stata capace di dare qualche stoccata, se non facendo qualche imbarazzante dichiarazione più contro Berlusconi in generale che inerente al problema. Insomma si poteva far notare che Sky è forse l’unico forte competitor italiano di Mediaset (pensate al calcio, ai film, ecc…) e che comunque sia, Sky se vorrà continuare a pubblicizzare i suoi prodotti dovrà passare da una concessionaria (Publitalia ’80) nelle mani di chi sappiamo noi; perché non pensate che ora ne guadagnerà l’informazione, con Sky tutta risentita con un ritardo decennale. Perché il 10% in più di Iva a Sky interessa solo quella pay-tv, appunto. Non so, si poteva prendere la palla al balzo per dire che il Governo aveva promesso di non alzare le tasse per favorire i consumi, invece l’ha fatto; si poteva riportare in auge con forza il conflitto di interessi, spiegando che un personaggio che da solo si fa l’ennesima legge per penalizzare grandemente un concorrente di una delle sue aziende, forse non è la miglior persona per governare.

Va bene Sky, ma i problemi sono altri. Partire da Sky per arrivare agli sgravi fiscali sugli interventi energetici che sono scomparsi (quando gente come la Merkel e Obama indicano la via della fonte alternativa come una delle più percorribili per uscire dalla crisi). Persone, famiglie e aziende che a causa di un assurdo provvedimento del governo, rischiano di perdere migliaia di euro investiti in interventi di risparmio energetico o produzione di energia rinnovabile.
E invece che ha fatto il PD di Veltroni? Si sono tirati solo ed esclusivamente i capelli per un possibile aumento di pochi euro al mese di abbonamento Sky, che tra l’altro interessa poche persone. Ma a parte questo, quello che mi fa incazzare è il modo con cui i pidini lo fanno. Semplicemente patetici. Per inciso poi, non dovrebbe risultare così automatico che se il Governo non dovesse ritirare il provvedimento, allora l’abbonamento Sky aumenterà di conseguenza. Altrimenti le pubblicità parlerebbero di offerte al netto più Iva, ma non l’hanno mai fatto.

Dalla parte di Internet. Sinceramente non mi interessa poi così tanto come finirà questa storia perché non sono abbonato Sky e mi guardo bene dal versare soldi a Murdoch, per ora. Anche se lui non si è mai candidato né tantomeno ha fatto editti bulgari. Se però – come probabilmente accadrà – vincerà Mediaset, allora faremo un altro passo indietro verso il canale unico, la voce unica, l’opinione pubblica autoritaria. Sky, che lo vogliate o no, rimane l’unico competitor di Mediaset, seppur su un altro campo.
Ci rimane come sempre Internet, anche se a stare a sentire alle ultime dichiarazioni di Berlusconi e Maroni, non c’è affatto da star tranquilli. Anche perché non hanno la minima idea di cosa stiano parlando.

Qualche modo per aggirarli e fregarli, rimanendo liberi, lo troveremo sempre spero. Obama, il suo staff e l’America più in generale, se ne sono accorti dell’importanza di Internet. La sinistra ha un’occasione straordinaria e se saprà coglierla e sfruttarla al meglio, ci potrebbero essere delle interessanti sorprese.
Ma se continuerà ad arrancarsi su posizioni elitarie, comprensibili soltanto a qualche nostalgico, allora saranno guai (se qualcuno ha ascoltato Norma Rangeri ad Anno Zero giovedì scorso, capisce di cosa sto parlando).

Tanto, peggio di così, cosa può succedere? Berlusconi è già al governo, e lo sarà ancora per molto tempo.


Radicalmente schierato

novembre 18, 2008

Fino a poco tempo fa Daniele Capezzone era l’ultimo figlioccio di Pannella, ex-segretario dei radicali. Radicali con la “R” maiuscola, almeno in teoria.

Ma in Italia tutto è possibile: trasformismo, doppio-giochismo, voltafaccia, tradimenti e via dicendo. Dopo l’allontanamento travagliato da Pannella arriva infatti la redenzione: Capezzone diventa portavoce di Forza Italia, cioé portavoce di Berlusconi, il padrone. Fino al giorno prima era un suo oppositore, ma non importa. Sono dettagli.

Nel video in alto, con la solita “tecnica dell’alza la voce per non far parlare l’avversario insultandolo”, possibilmente senza addurre argomentazioni intelligenti, trova un degno avversario: Marco Travaglio (click per vedere il video).

Daniele Capezzone

Capezzone però, incurante della figura che fa di fronte a tutte le persone dotate di un minimo intelletto va avanti, tra luoghi comuni, mercedes e frasi buttate a caso, senza apparente riscontro.

Tra le altre sue attività, dal 20 dicembre 2007 ha assunto la direzione politica dell’agenzia di stampa “Il Velino”, un nome che è tutto un programma. Il suo obiettivo è renderla la quarta agenzia giornalistica italiana e per fare questo, dopo aver comprato le quote coi suoi risparmi, da direttore ne diventa anche editore. Per non sentirsi troppo escluso dai vizi della nuova famiglia.

Sì perché qualcuno potrebbe pensare che tra il ruolo di portavoce di partito e il lavoro di direttore-editore di un’agenzia giornalistica potrebbe esserci qualche conflitto di interessi. Ma non un “liberale-liberista” come lui si definisce.

Insomma Daniele Capezzone, quello che si batteva per un certo tipo di ricerca e per l’associazione Luca Coscioni (come vedete in alto nella foto), è cambiato. Ed è diventato bravissimo ad utilizzare la tattica quotidiana perfetta per governare nel nostro paese: confondere gli italiani.


Punti di Vista

ottobre 21, 2008

E’ divertente notare come, alle 12 di oggi – martedì 21 ottobre 2008 – le home page di Repubblica.it e Corriere.it diano spazio solo agli interessi che rappresentano.

Per dire, su Repubblica viene dato (giustamente) grande risalto alle proteste degli studenti e degli insegnanti, mentre sul Corriere non c’è traccia di tutto questo.

Spazio che però c’è sempre per “l’isola dei famosi” e le dichiarazioni a piacere di qualsiasi esponente del pdl.


…e io invece sono precario

ottobre 17, 2008

Ignoranti, analfabeti, privi degli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea (soltanto meno del 20% degli italiani supera quel livello minimo di capacità alfabetiche, contro percentuali del 50% in Svizzera e Usa, 60% in Canada e 64% in Norvegia).

E lo sei anche tu che leggi (leggilo in modo acido!), se dopo aver cliccato sui due link proposti (che poi sono lo stesso articolo con commenti differenti), chiudi il browser perchè pensi che siano troppo lunghi. Troppo sbattimento vero? La soglia dell’attenzione per più di 30 secondi non regge? Sono i primi sintomi. Che portano alla morte. Cerebrale. Biiiiiiiip.

Ora capite perché gli facciamo comodo così? Ora capite perché siamo un popolo stregato dai nani, dalle ballerine, dalla tv, dai giochi, dai furbetti. Certo, abbiamo grandi colpe, ma ci hanno voluto portare a questo punto. Un popolo stupido, dei cittadini ebeti, sono meno pericolosi di un popolo informato e con la mente sveglia.

Trentacinque milioni e ottocento-ottantanove mila trecento-trentasette (35.889.337). Sono le persone che, secondo gli esperti, hanno bisogno di un sostegno all’alfabetizzazione. Dove? In Italia. Ricordiamo che all’ultimo censimento gli italiani residenti risultavano essere 59 milioni e 619.290. Secondo il Corriere della Sera, che riporta queste statistiche Istat e Unesco, gli analfabeti (cioè incapaci di leggere e di scrivere) sono sempre attorno ai 780mila ma è il popolo degli ‘analfabeti funzionali’ che cresce e che secondo l’Unesco colpisce un terzo degli italiani e ne mette a rischio un altro terzo“.

“Altri numeri spiegano il fenomeno: i privi di titolo di studio sono in Italia 5 milioni e 981.579; quelli che hanno la licenza elementare sono 13 milioni e 686.021; quelli con licenzia media 16milioni e 221.737. I laureati sono il 7.5 per cento. Essere ‘analfabeti funzionali’ significa non riuscire a scrivere dure righe di presentazione per cercare un posto di lavoro. C’è chi ha bisogno di un appoggio – spiega sempre il Corsera – per compilare un bollettino postale o per capire il senso di un testo anche breve”.

Tra i giovani il 21.9 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni non riesce a prendere il diploma di scuola media superiore. Secondo i primi risultati dell’indagine condotta dalla Ials (international adult literacy studies), quasi il 5% della popolazione italiana adulta non è in grado di affrontare qualsiasi tipo di questionario scritto. Si tratta di due milioni di persone. Il 33% di quelli che rispondono al questionario si ferma al primo gradino della scala di valutazione. Un secondo 33% fa un passo in più nella lettura e comprensione dei testi e raggiunge il secondo livello: abbozza qualche risposta. Dalla seconda analisi sempre della Ials l’analfabetismo funzionale di ritorno è pari al 20% tra i laureati e al 30% tra i diplomati.

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Se leggete i due articoli, non potrete che mettervi le mani nei capelli. Io non pensavo, non credevo fosse possibile. Ma siamo messi peggio delle stime, davvero. E poi dite che esagero quando scrivo che siamo un popolo destinato all’estinzione, a meno che ci rinchiuderanno da qualche parte, come fanno con le specie in via d’estinzione: “oh guarda figliolo, un italiano! Ma ora passiamo all’altra gabbia, che c’è un esemplare padano!”.

E ora, grazie alla riforma Gelmini le cose non potranno che peggiorare. Perché di questo passo articoli come questi non sapremo più né scriverli, né tantomeno leggerli.


Sua Santissima Censura

ottobre 12, 2008

Abbiamo assistito soltanto pochi giorni fa, con la richiesta di risarcimento danni da parte della Carfagna alla Guzzanti, alla definitiva scomparsa del diritto di satira e di libertà di opinione nel nostro paese. Roba per cui persino Paolo Guzzanti, omonimo padre, si è alterato, sputtanando “il partito delle libertà che ancora non si vedono”.

Aprirò una parentesi su questo gravissimo fatto. Non mi limito a far notare che la causa intentata dalla Ministra è solo civile (nonostante la diffamazione sia un reato penale) e non mi limito a segnalarvi che, come si legge dal blog della Guzzanti, nell’atto è segnalato che Sabina avrebbe partecipato ad una “manifestazione antigovernativa”, come se vivessimo in un regime totalitario in cui ogni minima forma di opposizione fosse vietata.

La Guzzanti avrebbe dovuto “parlare anche delle sue capacità”, anche se nel famoso discorso era ben evidente che non fosse lei l’oggetto. Però nell’ottica delle occasioni perse, questa è stata l’ennesima testimonianza di come le donne italiane, forse distratte dalla Gelmini, non abbiano reagito. Per dire, la Santanché non si è rifatta nessuna parte del corpo per festeggiare.

Donne, per esempio si poteva parlare di un’allucinante legge sulla prostituzione che in realtà maschera un atto incivile di repressione contro le prostitute. Ce le levano dagli occhi, ignorando il problema di minorenni, giovani schiavizzate e via dicendo: occhio non vede, cuore non duole. Ah no, scusate, la legge sarebbe rivoluzionaria perché ora i clienti vengono puniti. Stronzate. Rischiano da 5 a 15 giorni. Meglio quindi mettere via i soldi per andare in Svizzera o in qualche altra struttura che offre ampia scelta di belle donne disponibili. O semplicemente diventare ministro di un governo Berlusconi, facendosi spompinare a piacimento.

Ha detto bene la Guzzanti con una fantastica battuta. “La Carfagna chiede niente popo’ che un milione di euro. Bella donna ma che tariffe!”
Peccato che dopo certe dichiarazioni fatte dalla Ministra a Matrix, sotto l’attento occhio a pi-greco mezzi di un Mentana ormai degno erede di un suo più noto e fido collega, anche Sabina potrà farle causa, con la differenza che, se i giudizi sulla Carfagna sono fondati, i suoi sulla Guzzanti “sono assolutamente gratuiti”.

Su Mentana che dire, non posso che riportare un’altra splendida battuta di Sabina Guzzanti, in forma più che mai. “Queste persone vanno considerate per quello che sono: intervalli fra blocchi pubblicitari”.
Mi preme però far notare al gentilsesso che poteva smettere per 5 minuti di stare sotto una scrivania, di stare seduto a fare la maglia o di scandalizzarsi se l’estetista costa più caro. Ecco sì donne, potevate gridare ai 4 venti che già le foto del calendario della Ministra Carfagna basterebbero come prova per affermare che una così non poteva fare il ministro delle pari opportunità.

Sto parlando di un ministro delle pari opportunità donna, che ha identificato la Guzzanti come “figlia di qualcuno” per querelarla, come se una donna di 45 anni non potesse rispondere delle proprie azioni se non ricondotte sotto l’ala tutelatrice di un padre, di un magnaccio o di chi vi pare.

La speranza è che le donne italiane, magari quelle fiere di essere di destra o addirittura fasciste, si sveglino “e colgano l’occasione per difendere la dignità calpestata da anni di incoraggiamento alla prostituzione mentale oltre che fisica propagandata dalla finivest a tutte le ore del giorno. Il ministero delle pari opportunità esiste per agevolare le donne a farsi strada nel mondo del lavoro, negli studi e nella vita privata senza dovere accettare condizioni disagiate rispetto agli uomini”, come avere stipendi più bassi.

E magari senza dovere utilizzare ad ogni costo il proprio corpo o diventare la troia personale di qualche vecchio miliardario col cazzo moscio e i capelli trapiantati. “Mettendo la Carfagna al ministero delle pari opportunità, Berlusconi ha offeso tutte le donne italiane ancora una volta e in modo definitivo”. E siccome le donne non sono Veltroni e D’Alema ma sono senza dubbio forti e coraggiose, confido in una reazione di tutte a questo scandalo.

Siete voi una delle mie personali speranze, reagite, fate da esempio. Non aspettate che qualche ometto possa svegliarsi e cominci ad aiutarvi: non succederà mai.

Poi però torno coi piedi per terra e mi accorgo per l’ennesima volta che non funziona più niente, se non al contrario, anche nelle piccole cose di ogni giorno. Rifacendomi all’immagine che vedete in alto, parlo dell’episodio censorio ed intimidatorio capitato alla facoltà di lettere di Parma. Dove per un’immagine simile, un povero frustrato e represso paolotto si sente offeso nel profondo e il preside, scodinzolante, fa rimuovere tutto quanto. Rimango basito.

Sia mai che la Madonna venga giù davvero e deflori, a parole, tutte queste finte vergini immacolate.


It’s only Rock and Roll

settembre 15, 2008

Ebbene sì, abbiamo incendiato computer, fumato macbook, spacciato iphone e fatto sesso di gruppo con dei Nabaztag hackati. E ok, qualcuno ha anche usato alcune Canon Eos come sex-toy, ma senza ricorrere ad alcun lubrificante.

La realtà però è un’altra. Questi qua (narrativizzazione a parte) non ci hanno capito niente ancora, nemmeno questa volta. O meglio, non ci hanno capito un beato cacchio, per usare un termine che più si accosta alla situazione. E questo “cacchio” lo diffondono alla gggente e chissà che idea di Internet e dei blogger ci sarà in giro.

Provate solo a pensare che cosa si immagini una persona normale leggendo un articolo del genere: centinaia di schiere di personaggi strani, occhialuti, vestiti da hacker, che io lo so, gli hacker si vestono col cappuccio e il volto coperto e Dio solo sa cosa fanno quando stanno insieme. E in più tutte queste persone hanno eletto all’unanimità Beppe Grillo come blogger dell’anno, “incoronandolo” tra cori e canti di vittoria.

Insomma i blogger, quelli veri, quelli che non se li caga nessuno se non fa comodo, quelli che spendono molto tempo a tirarsi segoni mentali epocali, avrebbero eletto come miglior esponente uno che manco risponde ai commenti. Come se questi awards fossero una manifestazione credibile e autoritaria, ecco.

Per carità, non ho niente contro nessuno, quindi vorrei evitare polemiche; sto solo esprimendo un parere, se per caso non siete d’accordo mica mi offendo. Però voglio dirlo, che mi sento un peso insostenibile qui sui polpastrelli. Secondo me molte discussioni, molte conferenze e molti dibattiti mancati sono stati una mezza delusione, dei quasi flop. E vi spiegherò anche perché.

Bisogna smetterla di voler cambiare il sistema, l’informazione e i contenuti comportandosi come da etichetta, travestendosi da coloro che tanto critichiamo. Che poi in fondo in fondo non siamo nemmeno capaci. Perché abbiamo perso un’ottima occasione alla BlogFest.

Facendola corta, Fashion Camp a parte, in cui – che interessi o no l’argomento – c’è stata partecipazione, ironia e orizzontalità, tanta gente si è annoiata purtroppo. Bastava leggere twitter, come molti si affrettano a spiegare. No, bastava soltanto essere obiettivi. Perché i barcamp sono delle non-conferenze, come da definizione: quindi easy, fratello. Invece tutti lì a prendersi troppo sul serio.

Poi venne il famigerato dibattito sull’informazione. Se vi dico quante persone si sono affrettate a dirmi che si stavano frantumando le scatole, non mi crederete. E mi dispiace, perché i presupposti c’erano tutti, a partire dagli ospiti; infatti sono rimasto sino alla fine, lì ad ascoltarmi anche tutti i luoghi comuni di Facci, ansioso di assistere al confronto con il pubblico, perché ogni barcamp dovrebbe essere il luogo per eccellenza dove non esistono fottute gerarchie, dove non per forza qualcuno sta seduto più in alto e parla al microfono.

E invece, udite udite, “no”. Scusate ma non c’è più tempo, i calcoli sono stati fatti male; e vabbé, capita dai, sarà per la prossima volta. Dopotutto mi capita tutti i giorni di trovare De Biase, Pasteris, Mantellini, ecc… a parlare di informazione e comunicazione.

Però c’è stato tempo per gli awards, su cui preferirei evitare giudizi, anche perché l’ha già fatto qualcun altro. E rosichii evitabili a parte, era un’altra cosa che poteva essere pensata meglio. Categorie sballate, nomination strane e così via. Salverei Leonardo e pochi altri. Chissenefrega certo, però sono tutte occasioni perse; per altre pippe mentali magari, ma forse no.

Per inciso poi vorrei anche far notare che sovrapporre tutti i Barcamp non è stato così vantaggioso. Insomma si doveva scegliere, saltando molte cose interessanti per cause di forza maggiore. Nessuno ha mai considerato la mezza giornata per ognuno? Certo, la pioggia non ha aiutato, ma sicuramente alcuni non mi perdoneranno l’assenza ai loro interventi.

Arriva quindi la domenica, con il tanto atteso Adv Camp. Fortunatamente ho assistito a quasi tutti gli interventi più interessanti (Kurai, Giovanni, Davide Turi, Massarotto e pochi altri – pardon Matteo LK ma non sapevo che ti eri segnato). Ma al mattino, dopo che una dipendente Microsoft durante il suo speech ha affermato di credere fortemente nei banner, me ne sono uscito di corsa. Ah se solo avessi trovato il tempo di prepararmi un intervento! Avrei potuto persino dire qualcosa di decente; pensare che volevo parlare di errori e strade da percorrere e non, cose come infilare banner pubblicitari di voli low cost in articoli di aerei caduti con centinaia di morti. E via così, magari interagendo col pubblico, che le facce di chi ti ascolta dicono molto.

Al diavolo però, in contemporanea mi sono perso anche il Media Camp con Vittorio Pasteris, che se proprio andiamo a vedere per me era molto interessante, decisamente. Sono rimasto pochi minuti purtroppo, e mi sono mangiato le mani.

Per smettere di tediarvi e rendere l’idea, molti non addetti ai lavori (leggi tra le righe, molti non-blogger presenti) mi hanno spiegato che le conferenze sembravano noiose e tradizionalissime lezioni universitarie con un professore. E io gli volevo spiegare che no, questi non siamo noi blogger, che noi abbiamo il potere di rendere orizzontale tutto ciò che tocchiamo con uno schiocco di dita. Non pensate male, per carità.

Davvero, credetemi: il post casereccio, un po’ grottesco e gossipparo, quello in cui ringrazio per l’ospitalità, il buffet di sabato e tutto il resto, lo scriverò lo stesso.
Intanto fidatevi di me, sulla parola: anche se non invitiamo un paio di personaggi considerati vip, se non coinvolgiamo i giornalisti o ci facciamo riprendere da una maledetta telecamera, possiamo divertirci lo stesso. Le foto su Flickr infatti sono più belle.

Giuro, anche senza avere “un’idea della madonna” (vi invito ad usarla come keyword per quel link).

Che poi lo stare insieme è la vera ed unica ragione per cui si organizzano questi eventi; anzi, in realtà sarebbe fare casino!
Rock and roll baby!


Le nuove generazioni PD crescono

settembre 8, 2008

Insieme alla bella Melita Toniolo e al pornoattore Franco Trentalance ci sarà infatti anche Mario Adinolfi. Il giornalista blogger ed esponente del Pd, già candidato alle primarie del partito, ha deciso di partecipare al reality dopo aver annunciato il suo rifiuto.

Mario Adinolfi parteciperà alla Talpa. Ma – ehi – frenate gli animi rivoltosi, lo fa per noi sinistroidi, per il PD, per il futuro che haddavenì:

E prima di andare negli uffici della casa madre del “nemico” vorrei sapere che ne pensate voi, perché io un’idea me la sono fatta, ma ho questo gusto maledetto per il confronto con tutti e allora torno alla domanda: voi, cari (e)lettori democratici, andreste mai a un reality show prodotto da Mediaset? Io sono orientato verso il sì perché mi sono rotto le scatole di pensare che il nostro dialogo con i cittadini si limiti al dibattito attorno all’arguzia dei calembour di Michele Serra, a quanto sarà fico il nuovo programma di Serena Dandini, a quando Nanni Moretti finirà di scrivere il prossimo film. Io sono orientato verso il sì perché mi spunta il gusto di fare qualcosa che la stragrande maggioranza del popolo di centrosinistra considererà un tradimento, mentre secondo me “traditore” è spesso l’epiteto con cui i pavidi etichettano il semplice desiderio di esplorazione di un territorio nuovo. Io sarei orientato per il sì perché le sfide mi tentano sempre, quelle controverse e che espongono al rischio oggettivo di irritare i benpensanti, ancora di più.

Barack, we have a problem. Scherzi a parte, credo che Adinolfi rappresenti un po’ il fallimento totale della sinistra, del Pd, dei fantomatici giovani di sinistra che dovevano cambiare l’Italia. Dove sono?
Dove sono i Mille? Cosa ne pensano? Lo so, Adinolfi non è più con loro da un pezzo, ma sarebbe bello sapere quanti sono rimasti, cosa dicono in merito. E poi, sono ancora mille secondo voi? E il circolo on line di Barack Obama? Si posta, si discute di aria fritta e di belle parole. Questo il cambiamento. Prendendo come emblema il nome di un candidato americano. Giuro, non è uno scherzo.

Massì, parlo di quelli che dovevano cambiare il centro-sinistra e l’Italia; quelli che commentavano in Rete un po’ dappertutto durante la prima fase della loro nascita: per dire, mi ricordo di un Luca Sofri scocciato commentare da Enrico, lì per difendere quello che poi si è rivelato un disastro epocale: il partito democratico.

Usato aziendale che avanza. Ormai è diventato di moda, grazie a Uolter, vendersi e sputtanarsi mettendo le mani avanti con la storia della noia, dell’intellettualoide di sinistra, del “che palle” con ste origini, noi siamo alternativi. Per lui (Adinolfi) “il dialogo coi cittadini” si fa anche partecipando ad un reality show come la Talpa. Con starlette dalla via professionale pressoché inesistente. E poi tornerà qui, sul web, e lì, nel PD, a parlare di politica come se niente fosse.

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in certi casi siamo noi. Qui nessuno è benpensante, nessuno si irrita se Adinolfi va alla Talpa, tanto non la guardavo prima né tantomeno la guarderò ora. Insomma Adinolfi non se lo filava nessuno già politicamente (ricordiamo i catastrofici risultati delle primarie, per dire), figuriamoci ora, con questo exploit. Ecco, l’elettorato berlusconiano un po’ indeciso non lo conquisti facendo queste figuracce.

Lo fa per noi, come Silvio. Fa però tristezza notare che i piddini (yeah, aggiungerei) non abbiano i mezzi politici e culturali per capire. Capire che è un grave autogol; perché così il PD diventa una succursale forzitaliota. Diamine, un candidato alle primarie del PD, presentato da Paola Perego, che va nel confessionale o come cavolo si chiama, il tugurio; ci avreste mai pensato?
E sorridete poi a quelli che fino ad ora han perso tempo attorno all’Adinolfi politico; quelli che lo difendevano in Rete e così via.

La sinistra che cambia, nella forma e nel colore. Ecco l’esempio per i giovani di sinistra: la smania di arrivare dell’Adinolfi parte con Generazione U e passa attraverso l’epiteto di “blogger più letto ed autorevole della Rete”. Certo. Quello che vuole fare il democratico usando gli altri, quello che chiede il parere dei suoi lettori sulla decisione dopo aver già firmato il contratto con Mediaset.

Territori nuovi. Il problema non sono i soldi, chissenefrega se Adinolfi guadagnerà tanto. Che ce lo dica però, lavandosi dal ruolo di leader politico farlocco. Perché non è vero, come scrive Adinolfi nel suo post finto-democratico, che per sopravvivere e fare strada in questa fottuta società bisogna per forza vendersi, sputtanarsi: le giustificazioni false si facevano alle superiori.

Quando le devo per il disturbo? Se tu vuoi venderti, sei libero di farlo, ma non vuol dire che sei tu quello che ha capito tutto, il rivoluzionario di sinistra stanco dei vari Michele Serra (che ormai si sarà anche rotto di fare il ruolo della metafora perpetua). Perché in questo modo fai il gioco del cattivo, per capirci: sì, io sono corrotto, vengo intercettato, ecc…, ma tutti sono come me. No.
Questo mi fa imbestialire, non lo accetto. E’ una morale tipicamente cattolica; basta andare dal prete a confessarsi e si è in pace con sé stessi.

Ti dico che lo fa per noi, giuro. Il problema è che ci sono davvero tante persone di sinistra che si bevono tutte le sciocchezze, le giustificazioni di Adinolfi o chi per lui: probabilmente sono uguali ai berlusconiani. Questi sono convinti che in this way un democristiano che finge di essere di sinistra possa passare un bel messaggio alle masse sulla sinistra, che non è più quella di una volta. Sì perché a leggere i commenti dei sostenitori di Adinolfi, questi sono stra-sicuri che lui andrà in Sud-Africa a rivoluzionare il mondo della comunicazione.

Hard-Core. Immaginatevi la scena: Adinolfi parte con un discorsone ragionato sull’ultima interessantissima prova di sopravvivenza e, proprio in quel momento, il regista stacca sulle tette di Melita bagnate dal mare, passando per il costume un po’ abbassato con le natiche un po’ colorate dalla sabbia. Concetto memorizzato. Sono queste le ironiche sfide al sistema di Adinolfi.

Gne, gne, gne. In realtà infatti, pur di non scomparire, siamo di fronte all’ennesimo trionfo del personalismo di un personaggio considerato di sinistra, che ancora una volta ci ricorda che mai potremo vincere, con questa gente al timone. Mai.

Accidenti, la Talpa considerata come mezzo per far passare nuove idee politiche, la nuova stagione. Fermi tutti, spiegatemi che organismi geneticamente modificati sono arrivati a votare PD, questa volta. Qui sta succedendo qualcosa di strano, qualcosa di così grosso che sarebbe da studiare.

Che vuoi fare da grande? Certo, i soldi fanno la loro parte. Ripeto, non sono un problema, ci mancherebbe, a me farebbero molto comodo; però io non sono nessuno. “Fanculo sonounprecario”, se andrà a fare un reality show. Ma finirebbe lì. Invece Adinolfi, già dal tempo de iMille, quando di colpo prende e si candida per le primarie, “era lì per sgomitare e avere visibilità politica, facendo un po’ di baccano su giovani & democrazia diretta”. E ora con la stessa tattica, prova a ritagliarsi altro spazio. Insomma, vuoi fare il politico o andare a Buona Domenica?

Uno con cui “dialogare”. Adinolfi diventerà simbolo “della sinistra che cambia” per le tv, che cambia talmente tanto da passare dall’altra parte. Adinolfi sarà quello intellettuale di uno dei peggiori reality della tv. Adinolfi sarà il capro espiatorio usato dagli esponenti della destra durante le loro non-argomentazioni. Certo, bisogna dire che non è assolutamente fortunato con le nomination e le votazioni, visti gli zero virgola…
Forza Adinolfi, alla conquista del voto della casalinga di Voghera!

E ora rimaniamo qui, in attesa della vittoria di McCain e della conferenza stampa in cui Obama dichiarerà la sua partecipazione, da sconfitto, ad un reality show.